Ancora non sapevo se quella scelta fosse giusta o avventata. Forse dettata da un impeto di rabbia.
A pensarci bene, non ricordo nemmeno se fu una decisione veramente ponderata o solo il frutto di una lunga gestazione interiore, di un malessere così soffocato da togliermi ogni progetto per il futuro.
Mi sentivo spento.
Avevo trascorso gli ultimi cinque anni tra un’esperienza lavorativa allucinante con mio cugino e un’altra – meno allucinante ma troppo impegnativa – al ristorante che avevamo preso in gestione, dilapidando tutti i nostri risparmi e sprecando ogni cellula del mio corpo tra quelle quattro mura. Cercavo di accontentare tutti i clienti che entravano ed ero dimagrito di dieci chili per la malnutrizione, lo stress, i problemi da risolvere, le fatture dei fornitori da pagare e, dulcis in fundo, le divergenze di idee con mio fratello Stefano, che gestiva il locale con me, e che mi procuravano una fitta costante alla bocca dello stomaco.
Ciò nonostante, custodisco ricordi molto belli delle serate affollate e delle persone che ho avuto il piacere e l’onore di incontrare in quel luogo.
Come Aldo e Gigliola, diventati clienti abituali, che mi arricchivano con la loro immensa cultura. Gigliola ordinava sempre una fetta di pastiera napoletana prima di lasciare il locale.
O come Lisa, l’ex ballerina russa che aveva danzato alla Scala di Milano ed era stata amica intima di Federico Fellini, il quale le aveva regalato un carrozzone usato in uno dei suoi film. Lisa lo conservava nel grande giardino di casa e lo mostrava solo agli amici più stretti. Io ero tra questi.
O come i Natali e i Capodanni festeggiati con la mia famiglia, i miei genitori, mio fratello, le nostre cameriere Maddalena, Tania, Sara e i clienti che decidevano di onorarci della loro presenza, a ballare intorno ai tavoli, a cantare a squarciagola con Marco, il cantante che chiamavamo per questi eventi, a scambiarci gli auguri allo scoccare della mezzanotte e ad ammirare con tenerezza i miei figli dormire nel magazzino del ristorante come dei ghiri, nonostante il frastuono e i fuochi d’artificio provenienti da fuori.
E poi c’erano i complimenti quotidiani di chi scopriva, in mezzo a un bosco di castagni secolari, un’ottima cucina di pesce mediterranea e un locale abbellito dal mio tocco artistico originale.
Io e mio fratello Stefano avevamo compiuto un’impresa titanica: riportare ai vecchi fasti un ristorante ormai screditato dalle precedenti cattive gestioni.
Insomma, pur amando quel mestiere a me inizialmente sconosciuto, come ho amato quasi tutti i lavori che ho fatto, il bambino dallo sguardo incantato, il ribelle, l’anticonformista che aveva scelto studi artistici e desiderava diventare un artista era diventato invisibile.
Ero tristemente ordinario e, senza accorgermene, avevo messo da parte i miei sogni, soffocati da un senso di responsabilità più grande.
Quando siamo arrivati in prossimità della nostra uscita, la prima cosa che mi ha colpito è stato il ponte centrale di Reggio Emilia (conosciuto anche come Ponte di Calatrava): imponente e modernissimo, lungo 221 metri, progettato da uno degli architetti più famosi della Spagna, Santiago Calatrava.
Quella visione mi ha suggerito che Reggio Emilia non era un piccolo paese dal quale stavamo scappando, ma una città abbastanza grande da riuscire a contenere la nostra curiosità.
Ma, a parte queste suggestioni architettoniche, tutto il resto ci sembrava estraneo.
Lontanissimo.
Nei primi giorni abbiamo vagato come zombie per le strade del centro storico, cercando quel senso di appartenenza che sarebbe arrivato solo molti anni dopo.
Un trasloco è come una separazione: per settimane, a volte mesi, ti trascini dietro un peso gigantesco. Gli sguardi dei passanti sembrano giudicarti, come se ciascuno dicesse: “Chi sei? Che ci fai qui? Tornatene indietro, questa non è la tua città”.
Ti senti rifiutato da un contesto che non ti appartiene, perché a prevalere è la tristezza, uno stato d’animo perennemente cupo.
Non vi nascondo che, in quel periodo, ho pensato più volte di aver commesso un grave errore. Di aver condannato mia moglie e i miei figli a causa di una decisione presa, in fondo, per un mio capriccio.
A complicare quel grigiore umorale fu anche il lavoro da caposala che trovai fortunosamente in una nota pizzeria della zona, che poi ha chiuso. Mi assorbiva totalmente. Dopo il primo mese, coincidente anche con le festività pasquali, i due proprietari mi comunicarono che non avrei ricevuto lo stipendio e che avrei dovuto aspettare il mio turno.
Il mio turno, capite?
Tutto ciò accadeva mentre loro giravano in macchine costose e sperperavano denaro in futilità.
Potete immaginare com’è andata a finire quella storia: non potevo aspettare i comodi di quei due furbetti, avevo una famiglia da mantenere. Così, senza troppa esitazione, ho lasciato il lavoro da caposala e mi sono messo in coda ai miei colleghi, licenziatisi prima di me.
Per i tre mesi successivi mi sono dovuto umiliare, andando a elemosinare quello stipendio che mi era stato negato. Me lo diedero poco alla volta, come si fa con chi non conta niente.
Nel frattempo abitavamo temporaneamente tra la casa dei miei genitori e quella di mio fratello Dario, che già vivevano a Reggio da un po’ di tempo. Ma avevamo perso completamente la nostra privacy, le nostre abitudini familiari, l’equilibrio che ci eravamo costruiti.
Io ero nervoso, sgarbato con mia moglie e con i miei figli. E questa è una cosa che ho odiato.
Credo che quello sia stato il periodo più mortificante che abbia mai vissuto. Avevamo così pochi soldi che una volta, convinto di avere credito sulla carta, portai mio figlio Andrea al McDrive per fargli una sorpresa. Dopo aver ordinato, mi accorsi alla cassa di non averli.
Non dimenticherò mai il suo sguardo quando gli dissi che non potevamo più prendere l’Happy Meal perché avevo dimenticato i soldi a casa. Fu la prima scusa che mi venne in mente. Non potevo dirgli che suo padre era sopraffatto dalle preoccupazioni, tanto da essersi dimenticato di controllare il conto prima di uscire.
È spietata, la vita.
Ti mette in ginocchio, poi ti costringe a fare una scelta: soccombere o reagire. Io decisi di reagire. Lo feci vendendo alcuni oggetti di valore, tra cui un portatile bianco che mi servì per acquistare la mia prima macchinetta per tatuaggi. La conservo ancora, su una mensola del mio studio, come una reliquia.
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