Edo e Bea si incontrano quasi per caso a una festa a Roma ed entrambi hanno la sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto.
Da quel momento nasce una storia d’amore travolgente, fatta di complicità, viaggi, amici, sogni condivisi e di quella felicità quotidiana che fa sembrare il futuro una certezza.
Poi, qualcosa cambia. Una distanza, nuovi orizzonti, crepe appena percettibili che nessuno dei due riesce davvero a comprendere. Fino al giorno in cui quella che sembrava una favola si interrompe.
Per Edo inizia così un viaggio inatteso tra ricordi, tentativi di voltare pagina e incontri destinati a rimettere tutto in discussione. Scoprirà che alcune persone continuano ad abitare il nostro cuore anche quando non fanno più parte della nostra vita. Ma il passato ha uno strano modo di tornare. E quando lo fa, costringe sempre a una scelta.
Capitolo 1
A casa di Luna
Maggio 2014
Gli avevano promesso sushi, e il sushi non c’era. Edo non era tipo da lamentarsi per il cibo, ma quel tradimento culinario lo aveva colpito sul vivo. Al posto del tanto amato connubio tra pesce e riso, per cui andava matto, un buffet pretenzioso sfilava davanti agli ospiti: tartine minuscole, cracker sottili con mousse e salsine, ciotole di quinoa condita con non si sapeva bene cosa, formaggi cremosi dall’aspetto elegante ma dal gusto indefinibile, finger food che sembravano più opere d’arte che pietanze. Il genere di cose che avrebbero dovuto essere raffinate, ma che a Edo sembravano solo poco appetitose e per nulla sazianti.
Un bicchiere di vino rosato – sorprendentemente buono, anche se Edo non ne capiva granché, dato che con gli amici, fino a qualche anno prima, sceglieva il vino solo in base alla gradazione alcolica – gli stava tra le dita come un pretesto per avere qualcosa da fare.
Un mix prevedibile di pop e qualche pezzo rock riempiva l’aria senza guizzi, rimbalzando sulle pareti della villetta di Luna, nel cuore di Città Giardino. Era una tipica casa del quartiere, con siepi basse e un giardinetto curato, lo sfondo perfetto per una festa informale. Luna l’aveva organizzata con il pretesto di un incontro primaverile tra amici, e Mattia aveva insistito perché Edo lo accompagnasse.
Le luci calde e i led colorati disegnavano macchie sulle pareti bianche, mentre l’odore di primavera – quel profumo dolce e fresco che Roma sa regalare in certe sere – cercava invano di farsi largo tra l’aroma intenso dei profumi e dei deodoranti scelti appositamente per la festa, mescolato al sentore di vino rosato e formaggi cremosi.
Edo si guardò intorno. Gruppi di persone, ben vestite e composte, chiacchieravano a bassa voce, brindando con sorrisi educati e battute mai troppo sguaiate. Ogni tanto qualcuno attraversava il patio salutando tre o quattro conoscenti lungo il tragitto, fermandosi per pochi secondi in ogni gruppetto prima di passare al successivo. Tutto aveva un’aria curata: le risate brevi, i bicchieri sempre in mano, le conversazioni sul lavoro e sulle prossime vacanze.
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Si sistemò sul divano traballante e rivestito di un tessuto a fiori sbiaditi, cercando di camuffare l’imbarazzo dietro il bicchiere. Mattia era sparito da un pezzo, rapito da una ragazza appena conosciuta e finito chissà dove, beato lui.
Edo si sentiva fuori posto, come avvolto da un filtro trasparente che lo separava dagli altri. Era una sensazione che conosceva bene, lo accompagnava da quel Natale di molti anni prima, quando la città era in festa e il suo cuore a lutto. Il brusio delle voci gli arrivava come un sottofondo indistinto, un mormorio sommesso che si mescolava alla musica. Non percepiva parole, solo vaghi rumori che si fondevano tra loro.
Alzò lo sguardo e osservò la sala, le luci colorate, i movimenti eleganti e controllati. Forse nessuna di quelle persone, radunate lì senza apparente criterio, era degna di troppa attenzione.
Almeno così sembrava, fino a quando non la vide.
Era in piedi in un angolo del salotto. Bellissima: Edo lo aveva decretato in pochi secondi.
Era impegnata in una conversazione che sembrava vera, perché appariva davvero incuriosita dalle parole del suo interlocutore, un tizio basso e occhialuto, la cui bruttezza risaltava ancora di più accanto alla bellezza di… Edo non sapeva ancora come si chiamava: fino a quando non l’avesse scoperto, nella sua testa, l’avrebbe chiamata “la Dea della festa”.
Mentre ascoltava, lei raccoglieva i capelli castani dietro la nuca con le sue dita lunghe e affusolate, svelando un collo sottile appena arrossato dal vino o dal caldo. Gli occhi azzurri brillavano come pietre preziose, belli da togliere il respiro.
Edo la osservò ipnotizzato, con il bicchiere di vino a mezz’aria. Il resto della festa, che già non aveva destato in lui alcun interesse, ora non esisteva più. Esisteva solo lei, che era entrata nel suo cuore senza neanche bussare.
Per un istante pensò di restare fermo: le cose che iniziano così, lo sapeva, non finiscono mai come uno spera. Si riscosse, abbassò il bicchiere e, con una nonchalance studiata, si avvicinò alla ragazza, osservando con malcelata disinvoltura il tizio con gli occhiali. Questi, forse perché aveva capito di essere appena diventato una presenza sullo sfondo della scena, salutò e si fece da parte.
Edo cercò quindi di dissimulare l’incertezza che gli si era annidata dietro il sorriso e di controllare il battito accelerato, mantenendo un tono di voce disinvolto. Con il suo stile abituale, diretto ma mai invadente, esordì: «Hanno incastrato anche te con la storia del sushi?».
Lei sollevò lo sguardo, e lui si sentì come se qualcuno gli avesse appena puntato un faro in faccia. Gli occhi di lei, colpiti dalle luci calde, erano un prisma che rifrangeva l’atmosfera festosa. La sua voce, limpida e dolce, suonò come una nota inaspettata tra il brusio della festa.
«Sì, hanno incastrato anche me. Promessa da marinaio, mi sa» rispose, stando al gioco.
«Ero venuto preparato a una battaglia con il wasabi. Invece mi ritrovo circondato da tartine gourmet, mousse beige e quelle…» disse indicando una ciotola sul tavolo del buffet. «Quelle specie di semi che sembrano mangime per canarini.»
Lei rise. «La quinoa, intendi?»
«Ah, quindi è quella famosa roba che mangiano tutti fingendo che sia buonissima.»
Il sorriso di lei esplose come una scintilla in una stanza buia, illuminando per un istante tutto quello che di noioso stava accadendo attorno a loro e facendo brillare i suoi occhi azzurri.
«Pensa che il mio gatto mangia cose più saporite di queste» fece, dopo aver assaggiato uno strano e indescrivibile intruglio. «Ssst,» disse, portando l’indice alle labbra con un gesto rapido «non lo dire però a Luna, perché lei ci rimane male per queste cose.»
Edo sorrise. «A dire la verità, conosco Luna solo di vista. Viviamo vicini e ci incrociamo da una vita. Mi ha trascinato qui Mattia, un amico che da un po’ è sparito con una ragazza.» Dopo un attimo di silenzio, riprese il discorso. «Deve essere un buongustaio. Come si chiama?»
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