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Il testamento dell’anima

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Quando una madre affida alla figlia un’eredità invisibile – fatta di visioni, intuizioni e domande essenziali – prende forma un percorso che attraversa i traumi e le esperienze della vita, trasformandoli in passaggi di consapevolezza. Ciò che accade fuori, infatti, non è altro che il riflesso di ciò che chiede di essere visto dentro.

Tra psicologia e spiritualità, tra Jung, il Vangelo e le tradizioni mistiche, le crisi personali e collettive diventano soglie, luoghi in cui la coscienza può risvegliarsi, integrare le sue fratture e tornare a riconoscersi. Qui il cammino individuale si rivela parte di un disegno più ampio, in cui ogni esperienza, anche la più dolorosa, custodisce una possibilità di luce.

1. In principio era il verbo

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta.

(Vangelo secondo Giovanni 1,1-5)

San Giovanni apre il suo Vangelo parlando dell’origine della vita e ci rivela che tutto è stato originato dal “Verbo”. Questo termine, nella sua versione greca antica, è ancora più eloquente. Il latino verbum, che significa “parola”, viene tradotto in greco con λόγος (logos), termine che significa anche “pensiero”, “discorso”, “ragione”. Eraclito attribuiva alla parola logos il significato di legge universale, secondo la quale nulla avviene per caso, ma tutto secondo logos e necessità.

Dunque, l’origine di tutta la vita, che chiamiamo “Dio”, è il Pensiero Creatore, la Coscienza Divina. Il pensiero è energia che si trasforma in materia: la crea e ne influenza le dinamiche. A seconda della sua tipologia e dell’intenzione che lo accompagna, produce differenti vibrazioni e risultati. Questa idea è il fondamento stesso della spiritualità, ed è anche ciò che restituisce all’essere umano la piena responsabilità della realtà che vive. Siamo noi i soli responsabili di ciò che ci accade e, attraverso il pensiero, possiamo trasformare noi stessi, gli eventi e il mondo che ci circonda.

Oggi, questa stessa intuizione è ormai confermata anche da molte interpretazioni della meccanica quantistica: sono la volontà e l’intenzione dell’osservatore a determinare la materia, attivando la trasformazione dell’energia in forma tangibile e influenzando il comportamento stesso dell’oggetto osservato.

Nel tentativo di “localizzare” Dio e dargli delle coordinate comprensibili, la matematica ci viene in aiuto, perché essa racchiude in un simbolo concetti che altrimenti non potrebbero essere abbracciati dal pensiero finito. Ad esempio, nessuno può davvero immaginare l’infinito, ma attraverso il simbolo ∞ sappiamo esattamente di cosa stiamo parlando.

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I cabalisti conoscevano bene questo principio: nei simboli trovavano un approccio diretto e intuitivo per avvicinarsi gradualmente a concetti che la mente umana non può afferrare del tutto. Anche la parola “principio”, usata da Giovanni, è un concetto molto difficile da abbracciare con la mente. Non dobbiamo attribuire a questo termine un significato strettamente umano, spaziale o temporale. Il “principio” citato da Giovanni non è un inizio temporale, ma un punto atemporale dove spazio e tempo nascono e collassano insieme: l’Alfa e l’Omega.

Per aiutarci a immaginare questo punto, ci viene in soccorso la teoria della relatività di Einstein. Immaginiamo lo spazio e il tempo come assi cartesiani su un piano, dentro l’universo. Pensiamo poi che esistano infiniti piani spazio-temporali, ciascuno con sistemi di riferimento differenti. Einstein ci ha mostrato che l’universo è un insieme di realtà coesistenti nello stesso momento, ciascuna con le sue distorsioni di spazio e tempo.

Ora, immaginiamo di poter prendere un ascensore che ci porta, piano dopo piano, attraverso queste dimensioni sempre più sottili, fino a raggiungere un unico punto che le comprende tutte, come la cima di una cupola o la punta di una piramide. È lì che immagino si trovi quel “principio”: un punto dove spazio e tempo sono pari a zero, e dove l’intera storia dell’umanità deve ancora cominciare ed è allo stesso tempo già compiuta. Un punto in cui ogni problema è risolto, ogni nodo sciolto, ogni pensiero ricondotto all’unico logos. In quel punto, creazione e fine coincidono nel “qui e ora”.

È affascinante pensare che piramide e cupola siano state al centro delle architetture degli edifici sacri di tutti i popoli della storia umana. In tali forme si manifesta sul piano fisico l’intuizione di corrispondenza tra il piano spazio-temporale e quello divino, atemporale, aspaziale, unitario.

Cupola e piramide però hanno una differenza strutturale. Se eliminiamo idealmente l’apice della piramide, l’intera struttura rimane in piedi. Invece, se eliminiamo il punto apicale di una cupola, la lanterna, l’intera struttura crollerebbe, poiché su di essa si appoggia il peso dell’intero monumento. Nella piramide si concepisce un’esistenza umana indipendente da quella di Dio, mentre nella concezione della cupola non ci può essere vita senza il Verbo.

Nel provare a definire Dio, a livello qualitativo, credo che la cosa migliore sia richiamare la parola che ci ha suggerito il Cristo nel suo Comandamento Nuovo. Dio è amore.

Amore in senso lato, quella che Giovanni definisce luce, amore perfetto, infinito e universale. Il pensiero divino vibra nella frequenza più alta, quella dell’amore, e produce una realtà perfetta, riconducibile alla perfetta armonia, salute, pace, abbondanza. L’Amore è tutto ciò che è reale e che esiste, è l’unica presenza concreta in questo momento. È l’Alfa e l’Omega dell’universo intero e di tutti noi.

Noi uomini, pensati e creati da Dio a sua “immagine e somiglianza”, siamo a nostra volta dotati del suo stesso pensiero creatore, la nostra natura è divina, e – narra la Bibbia – un tempo vivevamo nella perfetta armonia, pace, salute e abbondanza proprie del mondo che Dio ha pensato e creato.

E allora perché, Angela, non viviamo più in una realtà perfetta, armonica, pacifica e abbondante? La Bibbia, nella Genesi, ci racconta una storia: la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden, da quel mondo perfetto e armonico che Dio aveva pensato per loro. Lasciamo perdere i serpenti e le mele, e proviamo ad andare al nocciolo di questa storia antica. Proviamo, per esempio, a ragionare partendo dal “principio”, ovvero dal pensiero creatore.

Il Pensiero Creatore di Dio è una Coscienza di Amore che non può fare altro che produrre pensieri d’amore e creare realtà di armonia. Anche il pensiero creatore dell’uomo, creatura di Dio, quando è allineato e in comunione con quello di Dio, è nato per creare pensieri d’Amore e una realtà armoniosa. Però, la nostra coscienza, in un certo momento, deve aver cominciato a “pensare da sola”, a discostarsi dal pensiero dell’Amore, proiettando quindi una realtà lontana da quella reale, da quella dell’Amore.

Immaginati un bimbo che sta cercando di conoscere se stesso: si guarda i piedini e le manine, approccia la conoscenza di se stesso con curiosità e investiga le varie possibili alternative, per arrivare finalmente a capire: “Queste manine sono mie”. Così, il libero pensiero dell’uomo, nell’intento di conoscere e definire se stesso – ciò che è e ciò che non è – affronta questa domanda per tentativi logici.

Come un matematico, il libero pensiero vaglia diverse alternative logiche, percorre varie strade dimostrative che si riveleranno false, fino a che approderà a quella “giusta”, quella reale. Tutte le altre deviazioni di pensiero, tranne la reale, infatti, risulteranno prima o poi false, per cui il libero pensiero dovrà forzatamente tornare indietro e percorrere una nuova strada fino ad arrivare a quella corretta. Un bravo matematico lo sa: la soluzione corretta è inevitabile.

Dio, nella Bibbia, si presenta all’uomo come: “Io sono colui che è”, “Io sono colui che sono”. Immaginiamo una coscienza umana che contempli se stessa e si voglia definire. La risposta giusta, la verità, risiede nella nostra natura divina, perché siamo noi stessi Pensiero Creatore di Dio. Nel pensiero corretto (io sono amore, io sono pace, io sono abbondanza…) il logos, per definirsi, ovvero per tracciare “i confini” di ciò che è, si rivela come unica essenza, come stessa sostanza di Dio.

Il pensiero corretto, in termini logici, si sviluppa in forma duplice: “Io sono colui che è”. “Io non sono colui che non è” (affermazione identica alla precedente, giacché la negazione di una negazione produce un concetto vero).

Ecco. Intuisco che a un certo punto l’uomo abbia introdotto nel suo logos un “pensiero deviato”, nell’intento di definirsi. L’utilizzo parziale della negazione nel pensiero logico, nella definizione di se stessi, è secondo me la causa per la quale l’uomo ha cominciato a proiettare una realtà di separazione da Dio, quella percezione di totale lontananza dall’Eden che sperimentiamo ogni giorno nelle nostre vite.

Per esempio, andando per tentativi, pensare la frase “Io sono colui che non è” produce subito un risultato falso, impossibile, e il ragionamento si blocca subito perché non è possibile proiettare una realtà di non-esistenza. Invece, un pensiero deviato, non reale ma ben più credibile, è: “Io non sono colui che è”. Questa frase può essere meglio tradotta con “Io sono altra cosa rispetto a colui che è”, “Io sono un essere diverso da Dio”.

Vedo questo tentativo di ragionamento come una mera alternativa in una dimostrazione. In tale affermazione non vedo presunzione o cattiveria: vedo un bambino che riflette su un’alternativa possibile, che quelle manine non siano le sue.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Isabella Sindaco

    Mi affaccio a questo tema in punta di piedi, con la consapevolezza di non possedere le conoscenze che tu, leggendo la sinossi, sembri aver maturato con profondità e dedizione. E forse proprio per questo, il tuo Testamento dell’anima mi ha colpita: per la sua capacità di accogliere anche chi, come me, si sente più in ascolto che in risposta.
    L’idea di una lettera aperta da madre a figlia che diventa dono universale è potente e commovente. Il tuo messaggio in una bottiglia ha davvero trovato una riva — e quella riva, oggi, è anche la mia.
    Grazie per aver condiviso il tuo cammino con tanta autenticità. Alcune parole non cercano di insegnare: semplicemente, toccano. Le tue lo fanno.
    P.S. Uno dei miei libri si intitola proprio Messaggi in bottiglia. Il genere è completamente diverso, ma forse non è solo una coincidenza. Forse certi titoli ci scelgono, quando abbiamo qualcosa da dire… I miei più fervidi auguri per il raggiungimento dell’obiettivo.

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Elisabetta Persiani
Elisabetta Persiani si muove come un’esploratrice, nel mondo esterno e negli spazi interiori. Ama avventurarsi verso gli angoli più lontani del pianeta e fino agli abissi dell’inconscio. Il suo percorso nasce da una profonda trasformazione personale che l’ha portata a interrogarsi sul senso della vita, nella continua ricerca della conoscenza. Oggi unisce esperienza vissuta e studio delle religioni, della filosofia e delle discipline spirituali in una ricerca viva e personale della verità e del risveglio della coscienza.
“Il testamento dell’anima” è il suo primo libro.
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