I cabalisti conoscevano bene questo principio: nei simboli trovavano un approccio diretto e intuitivo per avvicinarsi gradualmente a concetti che la mente umana non può afferrare del tutto. Anche la parola “principio”, usata da Giovanni, è un concetto molto difficile da abbracciare con la mente. Non dobbiamo attribuire a questo termine un significato strettamente umano, spaziale o temporale. Il “principio” citato da Giovanni non è un inizio temporale, ma un punto atemporale dove spazio e tempo nascono e collassano insieme: l’Alfa e l’Omega.
Per aiutarci a immaginare questo punto, ci viene in soccorso la teoria della relatività di Einstein. Immaginiamo lo spazio e il tempo come assi cartesiani su un piano, dentro l’universo. Pensiamo poi che esistano infiniti piani spazio-temporali, ciascuno con sistemi di riferimento differenti. Einstein ci ha mostrato che l’universo è un insieme di realtà coesistenti nello stesso momento, ciascuna con le sue distorsioni di spazio e tempo.
Ora, immaginiamo di poter prendere un ascensore che ci porta, piano dopo piano, attraverso queste dimensioni sempre più sottili, fino a raggiungere un unico punto che le comprende tutte, come la cima di una cupola o la punta di una piramide. È lì che immagino si trovi quel “principio”: un punto dove spazio e tempo sono pari a zero, e dove l’intera storia dell’umanità deve ancora cominciare ed è allo stesso tempo già compiuta. Un punto in cui ogni problema è risolto, ogni nodo sciolto, ogni pensiero ricondotto all’unico logos. In quel punto, creazione e fine coincidono nel “qui e ora”.
È affascinante pensare che piramide e cupola siano state al centro delle architetture degli edifici sacri di tutti i popoli della storia umana. In tali forme si manifesta sul piano fisico l’intuizione di corrispondenza tra il piano spazio-temporale e quello divino, atemporale, aspaziale, unitario.
Cupola e piramide però hanno una differenza strutturale. Se eliminiamo idealmente l’apice della piramide, l’intera struttura rimane in piedi. Invece, se eliminiamo il punto apicale di una cupola, la lanterna, l’intera struttura crollerebbe, poiché su di essa si appoggia il peso dell’intero monumento. Nella piramide si concepisce un’esistenza umana indipendente da quella di Dio, mentre nella concezione della cupola non ci può essere vita senza il Verbo.
Nel provare a definire Dio, a livello qualitativo, credo che la cosa migliore sia richiamare la parola che ci ha suggerito il Cristo nel suo Comandamento Nuovo. Dio è amore.
Amore in senso lato, quella che Giovanni definisce luce, amore perfetto, infinito e universale. Il pensiero divino vibra nella frequenza più alta, quella dell’amore, e produce una realtà perfetta, riconducibile alla perfetta armonia, salute, pace, abbondanza. L’Amore è tutto ciò che è reale e che esiste, è l’unica presenza concreta in questo momento. È l’Alfa e l’Omega dell’universo intero e di tutti noi.
Noi uomini, pensati e creati da Dio a sua “immagine e somiglianza”, siamo a nostra volta dotati del suo stesso pensiero creatore, la nostra natura è divina, e – narra la Bibbia – un tempo vivevamo nella perfetta armonia, pace, salute e abbondanza proprie del mondo che Dio ha pensato e creato.
E allora perché, Angela, non viviamo più in una realtà perfetta, armonica, pacifica e abbondante? La Bibbia, nella Genesi, ci racconta una storia: la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden, da quel mondo perfetto e armonico che Dio aveva pensato per loro. Lasciamo perdere i serpenti e le mele, e proviamo ad andare al nocciolo di questa storia antica. Proviamo, per esempio, a ragionare partendo dal “principio”, ovvero dal pensiero creatore.
Il Pensiero Creatore di Dio è una Coscienza di Amore che non può fare altro che produrre pensieri d’amore e creare realtà di armonia. Anche il pensiero creatore dell’uomo, creatura di Dio, quando è allineato e in comunione con quello di Dio, è nato per creare pensieri d’Amore e una realtà armoniosa. Però, la nostra coscienza, in un certo momento, deve aver cominciato a “pensare da sola”, a discostarsi dal pensiero dell’Amore, proiettando quindi una realtà lontana da quella reale, da quella dell’Amore.
Immaginati un bimbo che sta cercando di conoscere se stesso: si guarda i piedini e le manine, approccia la conoscenza di se stesso con curiosità e investiga le varie possibili alternative, per arrivare finalmente a capire: “Queste manine sono mie”. Così, il libero pensiero dell’uomo, nell’intento di conoscere e definire se stesso – ciò che è e ciò che non è – affronta questa domanda per tentativi logici.
Come un matematico, il libero pensiero vaglia diverse alternative logiche, percorre varie strade dimostrative che si riveleranno false, fino a che approderà a quella “giusta”, quella reale. Tutte le altre deviazioni di pensiero, tranne la reale, infatti, risulteranno prima o poi false, per cui il libero pensiero dovrà forzatamente tornare indietro e percorrere una nuova strada fino ad arrivare a quella corretta. Un bravo matematico lo sa: la soluzione corretta è inevitabile.
Dio, nella Bibbia, si presenta all’uomo come: “Io sono colui che è”, “Io sono colui che sono”. Immaginiamo una coscienza umana che contempli se stessa e si voglia definire. La risposta giusta, la verità, risiede nella nostra natura divina, perché siamo noi stessi Pensiero Creatore di Dio. Nel pensiero corretto (io sono amore, io sono pace, io sono abbondanza…) il logos, per definirsi, ovvero per tracciare “i confini” di ciò che è, si rivela come unica essenza, come stessa sostanza di Dio.
Il pensiero corretto, in termini logici, si sviluppa in forma duplice: “Io sono colui che è”. “Io non sono colui che non è” (affermazione identica alla precedente, giacché la negazione di una negazione produce un concetto vero).
Ecco. Intuisco che a un certo punto l’uomo abbia introdotto nel suo logos un “pensiero deviato”, nell’intento di definirsi. L’utilizzo parziale della negazione nel pensiero logico, nella definizione di se stessi, è secondo me la causa per la quale l’uomo ha cominciato a proiettare una realtà di separazione da Dio, quella percezione di totale lontananza dall’Eden che sperimentiamo ogni giorno nelle nostre vite.
Per esempio, andando per tentativi, pensare la frase “Io sono colui che non è” produce subito un risultato falso, impossibile, e il ragionamento si blocca subito perché non è possibile proiettare una realtà di non-esistenza. Invece, un pensiero deviato, non reale ma ben più credibile, è: “Io non sono colui che è”. Questa frase può essere meglio tradotta con “Io sono altra cosa rispetto a colui che è”, “Io sono un essere diverso da Dio”.
Vedo questo tentativo di ragionamento come una mera alternativa in una dimostrazione. In tale affermazione non vedo presunzione o cattiveria: vedo un bambino che riflette su un’alternativa possibile, che quelle manine non siano le sue.
Isabella Sindaco
Mi affaccio a questo tema in punta di piedi, con la consapevolezza di non possedere le conoscenze che tu, leggendo la sinossi, sembri aver maturato con profondità e dedizione. E forse proprio per questo, il tuo Testamento dell’anima mi ha colpita: per la sua capacità di accogliere anche chi, come me, si sente più in ascolto che in risposta.
L’idea di una lettera aperta da madre a figlia che diventa dono universale è potente e commovente. Il tuo messaggio in una bottiglia ha davvero trovato una riva — e quella riva, oggi, è anche la mia.
Grazie per aver condiviso il tuo cammino con tanta autenticità. Alcune parole non cercano di insegnare: semplicemente, toccano. Le tue lo fanno.
P.S. Uno dei miei libri si intitola proprio Messaggi in bottiglia. Il genere è completamente diverso, ma forse non è solo una coincidenza. Forse certi titoli ci scelgono, quando abbiamo qualcosa da dire… I miei più fervidi auguri per il raggiungimento dell’obiettivo.