Il magazzino dormiva solo in apparenza.
Di giorno sembrava un luogo come tanti altri: un grande ventre di legno, corde e polvere, dove gli uomini entravano ed uscivano senza sosta, trascinando casse, contando sacchi, annotando numeri su tavolette cerate e lamentandosi del caldo, del freddo o dei ritardi delle carovane. Ma di notte, quando le porte si chiudevano e i passi umani si facevano rari, il magazzino cambiava respiro. Allora il silenzio non era più silenzio, ma un intreccio fitto di piccoli suoni: il crepitio delle assi che si assestavano, il fruscio delle stoffe mosse dall’aria, il tonfo leggero di qualche corda che oscillava piano, il tintinnio lontano di un gancio metallico, e soprattutto quella moltitudine di odori che parevano svegliarsi tutti insieme nel buio.
C’era l’odore secco del legno antico, quello pungente del pepe nero, quello dolce e profondo della cannella, il profumo ruvido della lana pressata, l’aroma sottile delle erbe essiccate, quello acre delle pelli, e poi il sentore più fine di tutti, che Timo riconosceva sempre prima degli altri: la seta nuova, liscia e silenziosa come acqua che scorre tra le dita.
Timo conosceva ogni angolo di quel luogo. Conosceva le fessure tra le assi, i passaggi dietro le casse più grandi, i punti in cui il muro era più tiepido, quelli in cui la farina cadeva più facilmente dai sacchi, e persino i tempi degli uomini: chi fischiettava mentre lavorava, chi bestemmiava sottovoce quando si rompeva una corda, chi sbadigliava prima ancora di sollevare il primo carico del mattino. Per un topolino piccolo come lui, il magazzino non era soltanto una casa. Era una città intera. Anzi, a pensarci bene, era il mondo.
O almeno così aveva creduto per molto tempo.
Poi aveva cominciato ad ascoltare.
All’inizio erano stati soltanto nomi. Samarcanda. Bukhara. Kashgar. Antiochia. Luoghi pronunciati dagli uomini con la stessa naturalezza con cui si nomina il pane o l’acqua, ma che per Timo avevano il suono misterioso delle cose immense. Poi erano arrivati i racconti. Deserti in cui il sole faceva tremare l’aria. Montagne così alte che perfino il vento sembrava fare fatica a salirvi. Città dove le spezie coloravano l’aria e i mercanti parlavano in lingue che parevano canzoni spezzate. Carovane lunghe come serpenti lenti, con campanelli appesi ai finimenti e tende cariche di polvere.
Fu allora che Timo capì che il magazzino non era il mondo.
Era soltanto una porta.
E lui, senza ancora saperlo, stava già cercando la chiave.
Capitolo 2 – Quando dissero “timo”
Se c’era una cosa che Timo aveva imparato vivendo nel magazzino, era che gli uomini parlavano troppo.
Parlavano quando lavoravano, parlavano quando si fermavano, parlavano per dare ordini, per lamentarsi, per ricordare, per vantarsi, per discutere sui conti, per accusarsi a vicenda di aver perso un sacco, rotto una cassa o scambiato una consegna. Parlavano perfino da soli, cosa che Timo trovava singolare, anche se col tempo aveva smesso di stupirsene. Gli uomini, a quanto pareva, non avevano bisogno di compagnia per fare rumore.
Lui, invece, aveva imparato ad ascoltare.
Non sempre capiva tutto, questo era certo. Molte parole gli sfuggivano, altre gli sembravano simili tra loro, altre ancora cambiavano significato a seconda del tono con cui venivano pronunciate. Ma ce n’era una che riconosceva benissimo, e che ogni volta gli faceva rizzare i baffi, irrigidire la coda e battere il cuore più forte:
‘Timo’.
O almeno così gli sembrava.
La prima volta era successo in pieno mattino, mentre lui si stava occupando di una faccenda di estrema importanza: capire da dove provenisse il profumo irresistibile che usciva da un piccolo sacco di tela legato male e lasciato accanto a una pila di casse. Aveva seguito l’odore per tutto il bordo del magazzino, arrampicandosi su una tavola inclinata e poi scivolando giù con una grazia che lui considerava impeccabile, anche se nessuno l’aveva vista.
Era ormai a pochi baffi dal sacco quando aveva sentito una voce forte alle sue spalle.
‘Chi ha controllato il timo?’
Timo si era immobilizzato.
Per un istante non aveva neppure respirato. Le zampe anteriori sospese, il muso in avanti, gli occhi spalancati.
Avevano detto il suo nome.
Ne era sicuro.
Si era voltato pianissimo, aspettandosi di vedere un dito puntato, uno sguardo severo, magari perfino una scarpa già pronta a schiacciarlo contro il pavimento. Invece i due uomini poco lontano da lui non stavano guardando per terra. Uno reggeva una tavoletta cerata, l’altro aveva il grembiule sporco di farina e la faccia di chi era sveglio da troppo tempo.
‘Ho detto il timo, non il cumino’, borbottò il primo. ‘Se continui a confondere i sacchi, domani mandiamo al mercato erbe sbagliate e il padrone ci leva la pelle.’
L’altro si grattò la testa. ‘Credevo fosse già stato contato.’
Timo rimase fermo ancora qualche secondo, in attesa di capire se per caso ci fosse un secondo Timo nascosto da qualche parte tra le casse. Ma nulla accadde. Gli uomini continuarono a discutere di sacchi, pesi, odori e consegne, come se lui non esistesse.
Cosa che, da un certo punto di vista, era anche vera.
Quando si fu convinto di non essere stato scoperto, fece un piccolo balzo indietro e si infilò sotto una tavola sconnessa, dove rimase per un po’ con il cuore che ancora correva troppo veloce.
Da quel giorno cominciò a prestare particolare attenzione a quella parola.
Saltò fuori che gli uomini la pronunciavano spesso. Più spesso di quanto fosse ragionevole, a suo giudizio. A volte la dicevano in fretta, a volte con irritazione, a volte sbuffando, come se il timo fosse una creatura ostinata, lenta e fonte continua di problemi.
‘Porta di qua il timo.’ ‘No, non quello, l’altro timo.’ ‘Attento a non bagnare il timo.’ ‘Chi ha lasciato aperto il sacco del timo?’
Ogni volta Timo sobbalzava.
All’inizio si sentiva chiamato in causa e provava un misto di paura e indignazione. Paura, perché era convinto che prima o poi gli uomini avrebbero scoperto la sua esistenza. Indignazione, perché nessuno, in quel caso, si prendeva nemmeno la briga di guardarlo negli occhi mentre lo accusava di qualcosa.
Con il tempo, però, cominciò a sospettare che vi fosse un equivoco.
La conferma arrivò una sera, quando un vecchio mercante dalla barba corta e dalle mani giallastre per le spezie si sedette vicino a una lanterna e, rivolgendosi a un garzone, disse:
‘Prendi un pizzico di timo e strofinalo tra le dita. Se l’odore resta netto, è buono. Se sa di muffa, buttalo.’
Timo, che si trovava in quel momento sulla trave sopra di loro, si fermò di colpo.
Un pizzico di Timo? Strofinarlo tra le dita? L’idea gli parve intollerabile.
Scese di qualche passo lungo il legno, abbastanza da poter sbirciare meglio. Il garzone prese un mucchietto di piccole foglie secche da un sacco aperto e lo annusò con aria competente, come se stesse giudicando qualcosa di molto serio.
Timo guardò le foglioline, poi guardò se stesso. Poi di nuovo le foglioline.
Erano sottili. Verdastre. Profumate. Non gli somigliavano affatto.
Si sentì sollevato, certo, ma anche vagamente offeso. Possibile che il suo nome fosse condiviso con una manciata di erbe secche? E per di più infilate in un sacco?
Quella notte meditò a lungo sulla questione.
Se il suo nome era anche il nome di un’erba, le possibilità erano due: o gli uomini avevano scelto un nome eccellente per una pianta profumata, e allora lui non poteva che esserne lusingato; oppure avevano avuto la pessima idea di usare per una pianta un nome che apparteneva chiaramente a un topolino di notevole intelligenza. La seconda ipotesi gli sembrava più verosimile.
Da allora sviluppò un rapporto complicato con quella parola.
Quando la sentiva, continuava a drizzare le orecchie. Ormai sapeva che nella maggior parte dei casi non riguardava lui, ma non poteva evitare di controllare lo stesso. Era più forte di lui. Parte del suo corpo reagiva prima ancora che il cervello avesse il tempo di ragionare. E poi, in fondo, c’era qualcosa di curioso in quella coincidenza. Gli uomini credevano di parlare di un’erba. Lui, per un istante, si sentiva evocato dal mondo.
La cosa non gli dispiaceva del tutto.
Nei giorni in cui il magazzino era più affollato, Timo si divertiva perfino a fare esperimenti. Se sentiva dire ‘timo’ da lontano, smetteva di colpo qualunque cosa stesse facendo e si metteva immobile nella posizione più dignitosa possibile, come se qualcuno stesse davvero chiedendo di lui. Una volta restò in equilibrio sopra il bordo di una cassa per quasi mezzo minuto, con il petto in fuori e i baffi appena sollevati, convinto che una postura adeguata fosse fondamentale nei momenti ufficiali.
Peccato che nessuno lo stesse guardando.
Ma non era questo il punto.
Il punto, per Timo, era che gli uomini nominavano continuamente cose che lui non aveva mai visto: città, merci, sentieri, popoli, venti, monti, animali, spezie, tessuti. Ogni parola sembrava appartenere a un luogo più grande del magazzino. Alcune erano dure come sassi, altre fluide come acqua, altre ancora così strane da sembrare inventate sul momento. Lui le raccoglieva tutte nella mente come piccoli semi. Non sapeva ancora cosa farne, ma intuiva che un giorno gli sarebbero servite.
Anche per questo gli piaceva fermarsi vicino ai sacchi delle erbe.
Lì gli uomini parlavano spesso di quantità, di provenienza, di mercati lontani. Dicevano che certe foglie arrivavano da colline assolate, che altre venivano scambiate insieme a resine, unguenti e stoffe fini, che alcune spezie valevano più del loro peso in rame. Timo non capiva come delle cose così piccole potessero compiere viaggi tanto lunghi. Ma forse, pensava, era proprio questa la legge del mondo: le cose minute attraversano distanze enormi, e quasi nessuno se ne accorge.
L’idea gli piaceva.
Gli piaceva perché in fondo anche lui era piccolo. E se una foglia di timo poteva partire da una terra lontana e finire nel suo magazzino, allora forse anche un topolino poteva attraversare confini che gli altri consideravano impossibili.
Quella sera il cielo, oltre la fessura alta della parete, era di un blu profondo che Timo vedeva raramente. Il magazzino si stava svuotando piano, i rumori del giorno si facevano più radi, e l’aria conservava ancora il calore del sole. Da sotto una cassa sentì due uomini discutere.
‘Domani arrivano altri rotoli di seta.’ ‘Da dove?’ ‘Dicono da molto lontano. Più in là delle città che conosciamo noi.’ ‘Più in là c’è sempre qualcosa, a sentire voi mercanti.’ ‘È per questo che esistono le carovane.’
Timo restò immobile.
Le carovane.
Era una parola che amava quasi quanto il silenzio della notte. Dentro quella parola c’erano campanelli, sabbia, passi lenti, deserti, racconti e orizzonti che non aveva mai visto. Gli uomini la pronunciavano come una cosa concreta, faticosa, persino scomoda. Per lui, invece, aveva il suono dell’incanto.
Scivolò giù dalla cassa e si fermò vicino a un sacco semiaperto. Ne usciva un odore sottile e pungente.
Timo.
Sorrise, o almeno fece quella piccola smorfia soddisfatta che nei topolini equivale a un sorriso.
‘Va bene,’ pensò. ‘Tenetevi pure l’erba. Il nome, in fondo, lo porto meglio io.’
Poi si accoccolò tra due pieghe di juta, con la coda arrotolata vicino alle zampe, e rimase ad ascoltare il magazzino che cambiava voce con l’arrivo della sera.
Non lo sapeva ancora, ma mancava poco. Molto poco. Presto una parola nuova sarebbe entrata nella sua vita e avrebbe cambiato il peso di tutte le altre.
Seta.
Non più soltanto come stoffa da annusare, carezzare e osservare da lontano. Ma come segno. Come enigma. Come inizio.
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