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Il vello rosso: l’eredità degli Dei

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Consegna prevista Giugno 2027
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In un mondo antico dove gli dèi hanno abbandonato l’Olimpo lasciando il loro potere racchiuso in velli divini, Eryon è un ragazzo di un villaggio vulcanico che non sa ancora cosa porta sulle spalle. Quando suo padre muore in battaglia per proteggere il Vello di Efesto, Eryon eredita non solo il potere — ma il peso di un destino che non ha scelto.
Insieme a Dimitri, custode della terra, attraverserà deserti, templi e regni in rovina per fermare Zetronus — un tiranno spietato che ha già conquistato quasi tutti i velli e vuole riunirli per diventare un dio tra i mortali.
Ma la vera battaglia non è quella con le armi. È quella dentro Eryon stesso: imparare a portare il fuoco senza essere consumato da esso, a combattere senza perdere ciò per cui combatte.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre avuto una passione viscerale per la mitologia, per la magia, per tutto ciò che sfugge alla spiegazione razionale. Fin da piccolo mi sono ritrovato affascinato da quei mondi in cui gli dèi camminavano tra gli uomini, in cui un oggetto poteva contenere il potere di una divinità, in cui le leggi della natura cedevano il passo a qualcosa di più grande e misterioso. Quella fascinazione non è mai scomparsa,si è solo nascosta sotto la superficie della vita adulta, in attesa del momento giusto

ANTEPRIMA NON EDITATA

PROLOGO

Molto tempo fa, in una Grecia antica e vibrante di miti e leggende, si respirava aria di cambiamento. Il potere degli dèi dell’Olimpo, un tempo assoluto e indiscusso, iniziava a svanire, minacciato da una nuova forza, una nuova divinità che si faceva strada tra i popoli. Gli uomini, una volta devoti agli antichi dèi, ora si rivolgevano a nuovi culti, lasciando le divinità dell’Olimpo a languire nell’oblio.

Zeus, il possente padre degli dèi e sovrano dell’Olimpo, sentiva il peso di un tramonto inevitabile con una profondità che solo un dio millenario poteva comprendere. Conscio della sua imminente fine e della necessità di preservare qualcosa del loro potere, decise di compiere un ultimo atto di grandezza e speranza. In una riunione solenne, con il cielo sopra l’Olimpo avvolto da nuvole minacciose e il tuono che risuonava come un cupo presagio, chiamò a sé tutti gli dèi dell’Olimpo: Ares, il feroce dio della guerra; Apollo, radioso dio del sole e della poesia; Artemide, impavida dea della caccia; e tutti gli altri, fino all’ultimo immortale.

Un mormorio attraversò l’assemblea divina. Gli dèi si scambiarono sguardi carichi di tensione, alcuni accettando il destino con rassegnazione, altri con rabbia malcelata.

Ares serrò i pugni, il rosso ardente del suo mantello si agitò come fiamme vive. «Volete davvero cedere ciò che ci appartiene?» ringhiò, la voce colma di disprezzo. «Gli uomini ci hanno voltato le spalle, e noi dovremmo lasciare che il nostro potere ci venga strappato senza combattere?» I suoi occhi saettavano da Zeus agli altri dèi, cercando sostegno.

Atena, immobile accanto a lui, lo fissò con sguardo fermo, ma nel riflesso dorato dei suoi occhi si leggeva un’ombra di malinconia. «La conoscenza non si perde, Ares. Si tramanda. Questo è l’unico modo per sopravvivere, non attraverso la guerra, ma attraverso la saggezza.»

Poseidone sbuffò, incrociando le braccia possenti. «Non tutti noi siamo convinti che questa sia la giusta via, Zeus,» disse con tono grave. «Ma se davvero è l’unica scelta che ci resta, voglio che il mio potere sia custodito dalle acque più profonde, dove nessun mortale potrà mai reclamare il mio vello con leggerezza.»

Efesto, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, fece un passo avanti. Si appoggiò al manico del suo massiccio martello, gli occhi scuri persi in un punto indefinito del pavimento del palazzo. Le fiamme della sua forgia, che danzavano in eterno nei suoi occhi, parevano più spente del solito.

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«Ciò che si forgia non può essere spezzato,» disse con la sua voce roca, segnata da anni di fatica. «Ma vi siete mai chiesti se ciò che si crea può essere dimenticato?»

Gli dèi lo guardarono, sorpresi da quelle parole. Efesto si prese un momento, poi continuò:

«Ricordo il giorno in cui ho forgiato l’egida per Atena. Ricordo il suono del martello sul metallo, il calore del fuoco che avvolgeva la mia pelle. Ogni colpo era un giuramento, una promessa d’acciaio. Credevo che sarebbe durata per l’eternità, che nessuno avrebbe mai osato sfidare il potere di ciò che era stato creato nella mia fucina.»

Si voltò verso Atena, che lo osservava con espressione indecifrabile. «Eppure, oggi, l’egida non basta più. La paura degli uomini ci sfugge di mano, e il metallo non può proteggere chi non crede più nella sua forza.»

Un silenzio pesante calò sugli dèi. Efesto guardò le sue mani, coperte di cicatrici bruciate. «Ho dato forma a scudi per proteggere, a lance per uccidere, a corone per regnare. Ma nessuna delle mie creazioni è mai stata capace di fermare il tempo. Nessuna ha potuto impedire il declino di un’era.»

Strinse il pugno, come se volesse trattenere qualcosa che gli sfuggiva. «Se devo cedere il mio potere, che almeno sia fuso nel cuore del fuoco eterno. Che almeno i velli siano indistruttibili, come l’anima di un fabbro che non si arrende mai.»

Ares sbuffò, incrociando le braccia. «Belle parole, Efesto. Ma la tua fucina non ha mai creato guerrieri.»

Efesto sollevò lo sguardo, e per un istante Ares vide nei suoi occhi qualcosa di più forte della rabbia: la consapevolezza di chi ha costruito gli strumenti della guerra, ma ha visto le guerre spezzare gli uomini.

«La mia fucina non ha mai creato guerrieri, è vero,» disse Efesto. «Ma ha creato ciò che i guerrieri portano nel cuore.»

Artemide, in disparte, fissava la luna alta nel cielo, i suoi occhi di ghiaccio persi in un pensiero lontano. «E chi sarà degno di ereditare la nostra forza?» domandò in un sussurro, più a se stessa che agli altri.

Un silenzio carico di presagi calò sull’assemblea. Tutti attesero la risposta di Zeus.

“Fratelli e sorelle,” iniziò Zeus con voce potente ma stanca, che rimbombava tra le colonne dorate del palazzo celeste, “il nostro tempo volge al termine. Ma il nostro potere non deve svanire con noi. Affinché rimanga una traccia di ciò che siamo stati e della nostra essenza, sigillerò i poteri di ognuno di noi in questi velli.”

Davanti a loro, Zeus aveva disposto una serie di pelli di animali, ciascuna pronta a ricevere un frammento della divinità che rappresentava. Con gesti rituali e parole di incantamento pronunciate in una lingua antica e misteriosa, il padre degli dèi iniziò la cerimonia. Uno dopo l’altro, gli dèi cedettero parte del loro potere ai velli che Zeus aveva forgiato con la magia più antica. Ogni vello assunse il colore e la forza del dio a cui apparteneva: il rosso ardente del fuoco di Efesto, il bianco puro della saggezza di Atena, il verde vitale della natura di Demetra, e così via, ciascuno irradiante la sua essenza divina.

Uno dopo l’altro, gli dèi cedettero parte del loro potere ai velli che Zeus aveva forgiato con la magia più antica. Ma il processo non fu privo di dolore. Per un dio, cedere il proprio potere era come rinunciare a un pezzo della propria essenza, un frammento dell’eternità che li aveva definiti per millenni.

Ares, il primo a farsi avanti, strinse i denti mentre il suo vello si impregnava del potere della guerra. Un bagliore rosso scarlatto avvolse la pelle, e il tempio tremò leggermente sotto la sua furia repressa. Il dio della guerra si passò una mano sul volto, quasi a voler cancellare quella sensazione di vuoto che lo aveva colpito.

Poseidone, con il volto scolpito nella pietra, osservò il proprio vello tingersi di blu profondo, il colore delle maree che aveva governato per secoli. Quando il potere scivolò via da lui, le onde che circondavano l’Olimpo parvero placarsi per un istante, come se persino gli oceani piangessero la perdita del loro signore.

Atena chiuse gli occhi per un lungo istante prima di lasciare andare il suo dono. La sua mano tremò appena mentre sfiorava il vello che ora brillava di una luce bianca, pura come la saggezza che aveva sempre rappresentato. «La conoscenza non si perde,» sussurrò a se stessa, ma nel suo sguardo rimase un’ombra di dubbio.

Quando venne il turno di Efesto, un sordo brontolio riempì l’aria. Il dio fabbro avanzò lentamente, il passo appesantito non solo dal suo corpo segnato dalle cicatrici, ma anche dal peso della decisione. Si appoggiò al manico del suo massiccio martello, gli occhi scuri persi in un punto indefinito del pavimento del palazzo. Le fiamme della sua forgia, che danzavano in eterno nei suoi occhi, parevano più spente del solito.

Sfiorò il vello davanti a lui con mani ruvide, consumate dal fuoco e dal metallo. Per un istante, ricordò il calore della fucina che l’aveva accolto quando nessun altro dio lo voleva. L’eco del martello sulla roccia, il sudore che scivolava lungo la sua pelle bruciata mentre forgiava armi per una guerra che non aveva mai combattuto. Lui era sempre stato l’emarginato, lo zoppo, lo storpio gettato giù dall’Olimpo. Eppure, era stato il solo tra gli dèi a sapere cosa significasse costruire dal nulla.

Gli altri avevano parole, lance, incantesimi. Lui aveva le mani.

Ora, quelle stesse mani dovevano privarsi di ciò che le aveva guidate per secoli.

La fiamma della sua fucina si levò più alta, come un ultimo saluto. Un bagliore dorato si irradiò dal vello, accompagnato dal crepitio di ferro incandescente. Efesto serrò i pugni mentre il potere lo lasciava, ma non distolse lo sguardo. Aveva perso molto nella sua esistenza, eppure questa era una delle sue creazioni più grandi. “Sia forte come il metallo fuso, sia eterno come il fuoco,” mormorò, e in quelle parole c’era la promessa di un fabbro che non si sarebbe mai arreso.

Artemide, in piedi accanto a suo fratello Apollo, osservò la propria energia infondere il vello con un bagliore argenteo. Il suo volto rimase impassibile, ma nella sua postura rigida si intuiva una strana tensione. Il legame con la luna, con la foresta e con i suoi cacciatori stava svanendo, e per la prima volta si sentì vulnerabile.

Infine, Zeus stesso levò le mani sopra il Vello d’Oro, il più potente tra tutti, e il cielo esplose in un rombo di tuono. Il mantello si accese di un bagliore divino, e la sua luce dorata illuminò il tempio come un secondo sole. Per un attimo, gli dèi poterono sentire il potere di ognuno di loro intrecciarsi in quell’unico artefatto, come se la loro essenza non si stesse dissolvendo, ma trasformando.

E poi, tutto si placò.

Gli dèi rimasero in silenzio, osservando ciò che restava del loro potere, ora racchiuso in un pugno di velli. Qualcosa di antico si era spezzato in quel momento. E l’Olimpo, per la prima volta, sembrò un po’ più vuoto.

La cerimonia raggiunse il suo apice quando Zeus concluse tenendo tra le mani il Vello d’Oro, “Colui che riuscirà a raccogliere tutti i velli,” proclamò Zeus, con la sua voce che ora si mescolava al vento, “trasformerà questi doni in un unico potere, il Vello d’Oro, e diventerà l’incarnazione stessa della nostra forza combinata.”

E così, mentre il crepuscolo dell’era degli dèi scendeva su di loro, i velli vennero dispersi nel mondo, nascosti nei luoghi più remoti e protetti da antichi incantesimi. Ognuno di essi fu affidato a guardiani fidati, creature mitiche e alcune di esse immortali, le cui fedeltà non sarebbero state messe in dubbio. In luoghi nascosti, dalle profondità degli oceani sorvegliati da Tritone, fino alle vette inaccessibili delle montagne custodite dai venti di Borea, i velli attendevano i coraggiosi che avrebbero osato cercarli.

Cominciava così una nuova era, una caccia al tesoro divina che avrebbe attraversato i secoli, lasciando agli uomini la speranza di poter un giorno reclamare l’antico potere dell’Olimpo. Le storie di questi velli si tramandarono di generazione in generazione, mescolandosi a leggende e sogni. E mentre gli dèi si ritiravano nell’ombra, il loro ultimo dono rimaneva, una promessa di grandezza per coloro che avrebbero avuto il coraggio e la saggezza di cercarla.

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Cristian Tassone
Sono Cristian Tassone, odontoiatra a Torino, specializzato in chirurgia orale, implantologia e protesi dentaria: ho all’attivo oltre 2.000 impianti. Mi sono laureato in Odontoiatria e Protesi Dentaria nel 2019, e in seguito ho conseguito una Laurea Magistrale in Psicologia del Lavoro presso l’Universitas Mercatorum. Oltre alla professione clinica, coltivo da tempo la passione per la scrittura: sto lavorando a una saga fantasy in lingua italiana ambientata in un mondo ispirato alla mitologia greca. Mi appassionano anche la finanza personale e la crescita individuale, e cerco sempre un equilibrio tra rigore scientifico e creatività. Vivo a Torino insieme alla mia compagna Isabella, con cui condivido progetti di vita quotidiani e futuri.
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