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Incognito. Parte I – L’ombra del corvo

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Consegna prevista Marzo 2027
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Katherine cresce nello sfarzo opprimente di Palazzo Padovan, nella Venezia di fine 1800, prigioniera di un lignaggio incerto di cui conserva solo frammenti. Quando François, l’unico capace di leggere la sua anima, salpa con la Marina, l’eco di un amore rimasto silente si trasforma in un baratro dilaniato dal matrimonio imposto con il Marchese Arceschi.
La scelta è tra addomesticare la sua natura nella promessa di una serena realtà o sondare l’oscurità del proprio animo per conoscere davvero sé stessa.
L’incontro con la piratessa Ana Luçia diventa il principio di un viaggio tra galeoni in mare aperto e diligenze polverose, per sfuggire al suo destino. O forse per scoprirlo e inseguirlo.
Ciò che ancora non sa è che, per salvare il suo mondo, dovrà essere pronta a sacrificare tutta sé stessa.
“L’ombra del corvo” è l’inizio di un percorso materico e sensoriale verso l’ignoto, intriso di profumi, pericoli e segreti celati, dove per ritrovarsi occorre prima avere l’ardire di perdersi.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivere “Incognito” non nasce da una riflessione, ma da un’esigenza percepita quasi fisicamente. È la storia di una donna che combatte contro il tempo, contro i limiti sociali, persino contro sé stessa e le costrizioni da lei impostesi in nome di un unico, inestimabile, violato desiderio: la libertà.
Le vicende di Katherine sono fluite così spontanee dalla penna, nel bisogno di essere raccontate, divenendo un tributo a quel viaggio interiore che ognuno compie, almeno una volta nella vita.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Dal Capitolo 13 – Perdersi per ritrovarsi

Chi li vedeva dall’esterno passeggiare tanto vicini da percepire il calore dell’altro, ma abbastanza lontani da non sfiorarsi, avrebbe pensato che fossero due fidanzati al loro primo incontro ufficiale.

Le mura dei vicoli stretti e tortuosi erano testimoni silenti delle loro risa gioiose e complici, dei loro discorsi appassionati, del tempo perduto da recuperare e di tutto ciò che, per paura, senso di colpa e vergogna, celavano nel più profondo dell’animo.

Le note gioiose delle campane di St. Michel batterono le 15.00. Come colpito da un ricordo fulmineo, François le afferrò la mano.

“Vieni! Devo portarti in un posto!”

Aveva infranto la barriera di protezione nuovamente e, stavolta, così inaspettatamente e intimamente che non era stata pronta a proteggersi.

Stava perdendo il controllo, stava perdendo sé stessa. Quella razionale e controllata.

Non riusciva a resistere.

Non voleva resistere.

Le dita lunghe e affusolate del ragazzo si intrecciarono con quelle gelide e sottili di Katherine, trovando un incastro perfetto e naturale, vanificando in un tocco tutte le precauzioni mantenute con tanto impegno.

“Mia madre mi ci portò quando ero piccolo, devo mostrartelo!”

La gioia genuina che trapelava dal sorriso del ragazzo la contagiò.

Con il cuore impazzito e il volto cristallizzato in un’espressione di pura felicità, affrettò il passo per stargli dietro, per un singolo, prezioso attimo dimentica di tutto.

Uscirono dal borgo e dopo pochi metri nel bagliore tenue e caldo del sole calante le si parò di fronte uno spettacolo mozzafiato. Dune e vette rosse, aranciate e giallo scure si distendevano formando una falesia circondata da folta e rigogliosa vegetazione.

Katherine non riusciva a smettere di sorridere, guardando con occhi increduli ogni dove e ripetendo senza neppure accorgersene “Ma è bellissimo!”

Continua a leggere

Continua a leggere

I suoi capelli sembravano assorbire i riflessi vermigli dell’ambiente, mentre estasiata ed euforica si aggirava qua e là, sfiorando quell’infinita distesa di ocra. Si muoveva incurante della veste che si tingeva di arancione, gioiosa ed emozionata.

“È un’antica cava, avevo quasi dimenticato la sua presenza” spiegò François. Poi continuando a guardarla girovagare, la scimmiottò con tenerezza “Sembri una bambina il giorno di Natale.”

“Oh sì, è proprio così François, è bellissimo! I colori! I colori sono un sogno, sembra la tavolozza di un pittore!”

Come riuscire a mantenere il controllo della situazione in questo modo.

“Grazie François!”

Era radiosa, con i boccoli sciolti accarezzati dal vento, le gote arrossate e il sorriso sulle labbra. Fu un attimo, non si rese conto che il suo cuore ingannevole aveva preso il sopravvento in lei, approfittando di quel momento di debolezza. Si alzò sulla punta dei piedi e lasciò un bacio timido e repentino sulla guancia di François, resa ispida dalla barba un po’ incolta.

Che cosa aveva fatto?

Si ritrasse come se le labbra le scottassero, il rossore era mutato in una tinta molto più intensa. Lo aveva fatto altre mille volte, certo, non era la prima volta che baciava l’amico. Ma ora! Con tutto ciò che lei provava. E se lui si fosse accorto?

Era stupore quello che leggeva negli occhi del ragazzo? Sapeva? Aveva capito?

Forse si stava solo immaginando tutto e per lui era solo un bacio innocente tra amici.

Perché non parlava allora?

“Scusami” gli sussurrò, stava peggiorando la situazione, perché gli aveva chiesto scusa? Normalmente non lo avrebbe fatto se quel gesto non avesse implicato nulla. Il ragazzo non rispose, forse non l’aveva sentita.

Le prese il volto fra le mani. Che cosa stava accadendo in quello strano pomeriggio di pieno inverno, in quel luogo senza tempo? Le passò delicatamente il polpastrello del pollice sulla guancia, per poi ritirarlo con una leggera pressione. Era aranciato adesso.

“Uno sbuffo d’ocra” lo sentì dire, ma il suono le giunse lontano, ovattato.

La guardava così intensamente. Le si avvicinò, ancora più vicino. Le stavano sudando le mani e sentiva la testa riempita da mille pensieri e vuota allo stesso tempo.

Più vicino, si chinò su di lei e la baciò delicatamente, sulla fronte. Come un fratello con una sorella, avrebbero detto dall’esterno, ma lei lo conosceva così bene e quei momenti li aveva già vissuti.

Qualcosa era diverso. Sembrava…ma no, era impossibile, eppure…quello sguardo…se avesse dovuto esprimersi oggettivamente: sembrava che anche lui fosse quantomeno confuso e che però qualcosa lo avesse trattenuto ecco, c’era un misto di rispetto e dolore in quel bacio e nella stretta con cui ora la cingeva, quasi a non volerla più far andare via.

Si staccarono dopo molto e non dissero nulla per il resto del tragitto.

Si tennero per mano, in un’unione intima e silenziosa, così fragile da poter essere distrutta anche da una sola parola. Del resto, nessuno dei due aveva voglia di parlare.

Qualunque cosa fosse accaduto in quella splendida e folle giornata sarebbe rimasto solo un riflesso bellissimo ed etereo di un sogno che impallidisce di fronte alla realtà.

Quando fossero giunti a Lione, l’indomani, tutto sarebbe tornato normale e quella strana alchimia, che forse anche per lui si era creata, si sarebbe infranta.

Anni di amicizia e legame possono confondere dopotutto e forse, se non ci fosse stata Juliette, quel bacio poco prima sarebbe avvenuto davvero, ma François non era quel genere di uomo e mai l’avrebbe fatta soffrire o avrebbe mancato di rispetto alla persona a cui si era legato. Probabilmente anche lui aveva vissuto un momento di confusione, lo aveva notato. O forse, lo aveva voluto notare.

In ogni modo non aveva importanza, un misto di sofferenza e trepidante gioia per quel piccolo bocciolo appena nato le addensava il cuore. Quel che poi sarebbe stato, sconsideratamente, non le interessava.

̴̴

Il brodo dolciastro e caldo della soup à l’oignon li riscaldò e ritemprò dopo la lunga passeggiata. Nonostante il bel sole alto nel cielo, il vento francese li aveva accompagnati con la sua fredda carezza per tutto il tragitto.

Era stata una giornata incantevole, fuori da ogni schema e logica. Sarebbe stato bello se fosse rimasto tutto immutato. Se domani non fossero giunti a Lione e non avessero dovuto riprendere le loro parti. Se paure, incomprensioni, doveri e ruoli sociali fossero scomparsi.

Chissà cosa pensava François. Per lei forse era più facile, non aveva un’altra persona, i suoi sentimenti erano chiari, semplicemente dovevano restare segreti o quantomeno non potevano essere espressi concretamente. Intuiti, percepiti, quello era inevitabile ormai, ma dar loro voce sarebbe stato un errore irrimediabile. Dar loro una forma reale e materiale sarebbe stato distruttivo, avrebbe causato la rottura della loro amicizia e avrebbe costretto François a una scelta dolorosa, oltre a porlo in una situazione difficile, e questo non era giusto. Non se lo meritava. Era la persona più buona e corretta che conoscesse e mai lo avrebbe fatto sentire in colpa per la pena che inconsapevolmente le stava infliggendo.

Ammesso che François quel pomeriggio avesse provato un’emozione differente dalla semplice amicizia, mai glielo avrebbe rinfacciato, mai avrebbe dato vita a quel mostro. Sarebbe finito tutto quel giorno e l’indomani sarebbero tornati gli amici di un tempo. Lei avrebbe cercato la sua strada, lui sarebbe tornato alla sua vita e si sarebbero salutati con l’affetto fraterno che li aveva uniti fin da bambini e forse con un “non vissuto” che li avrebbe accompagnati inconsciamente e silenziosamente nel corso delle loro esistenze.

L’atmosfera fumosa e stantia della locanda era addolcita dalle note melodiche e nostalgiche di un cantore che all’angolo del locale aveva intonato una malinconica ballata.

Continuavano a incrociare gli sguardi senza più parlare. Sembrava inutile e fuori luogo.

Il y a longtemps que je t’aime,

Jamais je ne t’oublierai

Era tutto deciso, eppure tutto così folle, era semplice da seguire, ma impossibile da accettare.

Katherine si concentrò sulle parole della canzone per non crollare.

Chante, rossignol, chante,

Toi qui as le coeur gai.

Tu as le coeur à rire,

Moi je l’ai à pleurer.

Pessima scelta. Era una ballata perfetta per quel momento o dannatamente sbagliata, a seconda del pensiero.

“Lione” lo sentì pronunciare assorto in uno sbuffo.

“Si, domani” gli rispose automaticamente.

“Che farai? Dopo aver incontrato Sasa, intendo.”

“Non lo so ancora. Non posso tornare a Venezia, questo è certo. Ho un conto in sospeso con il mio passato.”

“Che vuoi dire?”

“Sembra folle, me ne rendo conto, ma credo di avere un legame con questo paese. Lo sento, non è qualcosa di concreto, ma ho intenzione di scoprire le mie origini. È tutta la vita che mi chiedo chi sono realmente e ora, forse, ho una possibilità, seppur flebile, di scoprirlo.”

“Da dove partirai?”

“Dall’archivio cittadino. Lione è un centro importante e se non troverò nulla lì, andrò a Parigi!”

J’ai perdu mon ami

Sans l’avoir mérité

“Ma come farai? Da sola poi”

“François è ora che ognuno riprenda la propria strada e i propri doveri. So pensare a me stessa. Ho dei risparmi e posso trovare un’occupazione che mi permetta di sostentarmi. Tutto andrà per il meglio” gli sorrise cercando di apparire convincente, con un’espressione dolce, ma velata di tristezza, sullo sfondo le note della melodia.

“Già. È giunto il tempo di essere grandi, vero Katherine?”

Je voudrais que la rose

Fût encore au rosier,

Et que ma douce amie

Fût encore à m’aimer.

“Ma douce ami” pronunciò in un soffio Katherine, annuendo con un mesto sorriso ai pensieri che le scorrevano nella mente. Curioso come in francese “ami” significhi “amico” ma in senso lato anche “amato”. Petite ami, fidanzato..che confine labile, rifletté silenziosamente.

Quella non era la fine di un viaggio. Era un addio che non avevano il coraggio di pronunciare e quella ballata aveva parlato per loro, tramutando in note le parole non dette.

̴̴

Si era addormentata, cullata dall’andamento costante della carrozza.

Nel sonno non si era accorta di essersi appoggiata con il capo sulla spalla di François.

Un’anziana donna, seduta di fronte, sorrideva loro gentilmente, avvolta in uno scialle di lana grezza. Chissà, forse li aveva scambiati per una giovane coppia.

Tentò di sollevarsi, imbarazzata, ma il braccio del ragazzo avvolto intorno alle sue spalle glielo impedì.

“Sta tranquilla, mancano ancora due ore a Lione.”

Era solo un’informazione, eppure sembrava volesse dirle di non allontanarsi, di restare così ancora un po’.

Ancora un po’ per essere soltanto loro due.

Non si addormentò di nuovo, si sistemò meglio in quella stretta calda, decisa e protettiva, intenzionata ad assaporare e a imprimere nella mente quegli ultimi attimi che le avrebbero spezzato il cuore e che ugualmente non avrebbe mai rimpianto o dimenticato.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Fabiola Zielli
Nasco a Roma nell’autunno del 1992 e, forse per riconoscimento, adoro quei momenti di transizione, in cui luce e colore mutano, tutto è in potenza e non ancora svelato.
Il fascino del cambiamento, il concetto di tempo, di passato sono sempre stati parte di me, in modo quasi materico.
Il dottorato in archeologia è stato così una diretta conseguenza. Continuo a lavorare nel mondo dell’Arte e della Cultura, alternando ruolo creativo a ruolo istituzionale, nutrendo quella dualità di approccio e interesse che ho imparato a riconoscere in me.
E nella ricerca continua, negli studi, nel mutamento ciclico che caratterizzano la vita, c’è qualcosa che è rimasto per me sempre presente e in cui ho identificato la mia espressione: la scrittura, spazio sicuro dove perdermi. Un portale verso un’eco lontana a cui sento di appartenere con la forza propria di quei legami irrazionali quanto inscindibili.
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