1
Alessandra
Cip… Cip… Cip…
Uno strano cinguettio risuonava nelle mie orecchie.
Aprii un occhio, vidi una parete blu che non riconobbi, panico. – Dove sono? – pensai tra me e me.
Mi misi a sedere sul letto e sorrisi: ero a casa mia. Solo mia.
Mi ero trasferita da poco in un piccolo appartamento sulle colline di San Sebastian, in Spagna e precisamente nei Paesi Baschi, dopo aver lasciato a malincuore la casa dei miei sogni, anche se, pensandoci bene, più che sogni mi aveva regalato incubi.
Scesi dal letto in punta di piedi e aprii le persiane di legno, davanti a me il verde e il silenzio rotto solo dal cinguettio degli uccellini che poco prima mi avevano svegliata.
Quasi come una ladra aprii la porta della mia stanza ed entrai in sala, il sole mi accecava e ci misi un attimo per mettere a fuoco: sulla destra il divano azzurro, un tavolino da tè di cristallo e la porta del bagno, davanti a me la cucina a vista con una bella penisola simile a un bancone bar e tante finestre, tanta luce, tanta pace.
Qualche piccolo ritocco e starò benissimo in questi quaranta metri quadrati – pensai mentre preparavo la moca.
Forse è un po’ piccolina, ma ha tutto quello di cui ho bisogno per sentirmi a casa, e poi sono sola, a cosa mi servirebbe più spazio, solo a ricordarmi che non c’è più Iter a riempirlo – mi dissi.
Scacciai i pensieri tristi dalla mia mente ed uscii sul terrazzino con una tazza di caffè bollente tra le mani, lasciai che il sole mi scaldasse le ossa e pensai che sarebbe anche potuta andar peggio, in fondo vivevo in una città stupenda, avevo un bel lavoro ed ero sana, il fatto che avessi appena divorziato era solo un dettaglio, un dettaglio che pesava come un macigno.
Eh si perché non è facile guardare avanti quando tutte le certezze che avevi all’improvviso crollano e ti ritrovi sola in una casa troppo grande e troppo piena di ricordi, otto anni non sono facili da dimenticare.
– Ora basta Ale – mi dissi e allontanai i cattivi pensieri con uno spintone mentale.
– Un bel bagno rigenerante è quello che mi ci vuole per iniziare bene la giornata – e mentre parlavo
con me stessa preparai la borsa per scendere in spiaggia.
Scesi in cortile e presi il motorino, un Honda SH 125 che avevo comprato dopo aver venduto la mia Golf a Iker, in pochi minuti arrivai alla Zurriola, una delle spiagge di San Sebastian, lo spettacolo era mozzafiato, onde spumeggianti solcavano il mare, le teste di surfers provenienti da tutto il mondo punteggiavano il blu dell’oceano, a destra il monte Ulia, a sinistra Urgul facevano da cornice a questo pezzetto di mondo che mi aveva accolta diversi anni fa.
San Sebastian ha una magia tutta sua, difficile da spiegare, ma chiunque ci metta piede ne rimane affascinato.
Per me fu amore a prima vista.
Non dimenticherò mai la prima volta che misi piede in questo angolo di paradiso… era l’estate del 2007, l’ultima estate prima della laurea, quando il futuro era ancora tutto da scoprire e le mie uniche preoccupazioni erano che scarpe avrei indossato la sera.
Ci arrivai per caso, una serie di sfortunati eventi avevano fatto andare a rotoli l’idea iniziale di una vacanza in Portogallo per imparare a fare surf, ma la ragazza dell’agenzia di viaggi se ne uscì con la proposta di San Sebastian, nei Paesi Baschi… non sapevo nemmeno dove fosse ubicata sul mappamondo.
Era metà luglio e come dissi fu amore a prima vista: il blu dell’oceano, la sabbia dorata delle sue spiagge, la magia del centro storico con la sua distesa infinita di bar e botteghe, l’imponenza degli edifici moderni del centro, il fiume Urumea che come un serpente tagliava in due la città, un sogno ad occhi aperti.
Ricordo che quel primo pomeriggio io e i miei due compagni di viaggio rimanemmo così affascinati e imbambolati a guardare le onde che non ci accorgemmo che la marea aveva portato via i nostri asciugamani, ce ne accorgemmo solo perché una signora iniziò a chiamarci a squarciagola per avvisarci dell’accaduto.
Quando recuperammo le nostre cose erano tutte bagnate e la macchina fotografica da buttare, ma ci facemmo una sonora risata, a quel tempo niente ci preoccupava.
2
Alberto
– Ma chi me l’ha fatto fare di lasciare la mia Verona per vivere a Forlì?
Pensavo tra me e me mentre finivo di impacchettare le ultime cose e trasferirmi a Rimini.
La mia storia con Elena era finita dopo due anni di andirivieni tra le due città e undici mesi di convivenza.
Mi sembrava così lontana quella vacanza a Santorini dove ci eravamo conosciuti.
Lei, romagnola, capelli biondi, occhi verdi e uno sguardo sfacciato e io, che piuttosto di far vedere che una persona mi interessava mi sarei buttato sotto un treno.
Ero con mia sorella Greta e il suo ragazzo, stavamo guardando il tramonto in silenzio quando mi resi conto che vicino a noi c’era un gruppo di ragazze che ce la stava mettendo tutta per disturbare la quiete di Oya.
Già ero scocciato perché la mia sorellina mi aveva costretto ad andare con loro, non sono tipo da smancerie, un tramonto mi sembra più noioso che romantico, ma visto che c’ero ora me lo volevo godere in pace.
SHHHH! Ma ottenni solo l’effetto contrario, le ragazze alzarono ancora di più il tono di voce e una di loro mi disse che se volevo silenzio potevo tranquillamente tornare al mio hotel.
E fu esattamente quello che feci, mi alzai e mi diressi al mio motorino.
Ma lei non aveva ancora finito con me, mi seguì e prima che potessi accendere il motore mi tolse le
chiavi.
Era bella e con la luce del tramonto sembrava una dea.
– Che problemi hai? – le dissi cercando di riprendere le mie chiavi.
Lei mi schivò e un’ondata del profumo dei suoi capelli dorati raggiunse le mie narici.
– Che problemi ho io? Ma che problemi hai tu! – Ti comporti come un vecchio brontolone, adesso quattro amiche non possono bersi una birra guardando il tramonto?
– Senti, dammi le mie chiavi e torna con le tue amiche, mi avete già fatto innervosire abbastanza.
– Uhi uhi qualcuno è permaloso!
La guardavo sconcertato, non sapevo se ero più arrabbiato o più affascinato da quella sconosciuta.
– Te lo ripeto, dammi le chiavi!
– Perché altrimenti cosa fai?
Scesi dal motorino e lei mi lanciò le chiavi, girò i tacchi e mi lasciò li come un sasso.
Qualche ora dopo Greta tornò all’hotel ed entrò come una furia in camera mia e mi disse:
– Hai fatto colpo fratellone, Elena mi ha chiesto il tuo numero e stasera ti aspetta al molo, dice che avete qualcosa in sospeso!
Scoppiai a ridere. Neanche per sogno sarei andato all’appuntamento.
Da quel giorno erano passati quasi tre anni.
Avevo lasciato il mio lavoro e i miei amici, la famiglia e il mio Hellas per andare a vivere con lei a Forlì, la relazione a distanza non faceva per me e visto che lei aveva già il suo appartamento e un ottimo posto di lavoro come infermiera in una clinica privata, feci il grande passo, sotto lo sguardo di rimprovero dei miei genitori che mi sconsigliavano vivamente di mollare tutto solo per correre dietro a un’altra sottana.
3
Alessandra
– Due Sex on the beach, un Aperol spritz e un Mojito. – La Caipirinha del tavolo dieci è pronta?
– Forza ragazzi che oggi siamo lenti.
Essere la responsabile di una terrazza con duecento posti a sedere non era uno scherzo, ma adoravo il mio lavoro e salvo qualche pecora nera avevo un bel gruppo di collaboratori, cosa che rendeva le ore dietro il banco piacevoli e divertenti.
Il mio ufficio, come lo chiamo scherzosamente era una terrazza chill-out in una delle spiagge più belle del mondo, la Concha il marco incomparable (la cornice perfetta), una lingua di sabbia dorata che si estendeva per tre chilometri formando una baia a forma di conchiglia coronata dall’Isola di Santa Clara, acque cristalline e verdi colline tutto intorno, un posto da sogno nel cuore di San Sebastian.
Unico neo in questa location da sogno era che dovevo lavorare fianco a fianco con il mio ex marito e ahimè con la sua nuova fidanzatina.
Ogni giorno dovevo lottare per non lasciarmi sopraffare dalla rabbia quando li vedevo e purtroppo dimenticare in queste condizioni non era facile.
Le mie amiche mi avevano detto mille volte di mollare tutto e andarmene, ma non era nel mio stile, io non mollavo mai, soffrivo in silenzio e continuavo per la mia strada.
In fondo non avevo fatto nulla di male, se non innamorarmi di un uomo che aveva preso la mia vita e l’aveva stracciata come una cartaccia vecchia, un uomo che si era sposato con me e che dopo due anni mi aveva abbandonata senza una spiegazione plausibile.
Otto anni della mia vita buttati nel cesso… dal giorno alla notte mi ero ritrovata a vivere con un estraneo, ogni tentativo per avvicinarmi a mio marito era un buco nell’acqua, ero arrivata al punto di credere che fosse colpa mia, che io avevo provocato questa situazione, tanto che finii per andare in terapia.
Non era stata una decisone facile, per il mio carattere ammettere di avere un problema era molto difficile e chiedere aiuto lo era ancora di più.
Erano mesi che la mia mente era sottoposta ad uno stress insopportabile, avevo bisogno di staccare la spina e riflettere su come affrontare la mia vita ora che Iker se n’era andato.
Una notte, dopo aver terminato il lavoro mi trovai sul divano di casa, sola e sconsolata, scorrevo Facebook distrattamente nell’attesa che l’adrenalina della serata se ne andasse per lasciare spazio al sonno.
Vidi una foto di una spiaggia paradisiaca postata da un caro amico di Firenze che avevo conosciuto durante la mia prima vacanza a San Sebastian.
Andrea era un surfista un po’ pazzo che seguiva le onde in giro per il mondo Spagna, Francia, Portogallo, Indonesia e Australia, si guadagnava da vivere con dei lavoretti nel luogo in cui la sua tavola lo portava ed era felice così.
Commentai la sua foto: – A caccia dell’onda perfetta brother?
Lui rispose immediatamente al mio commento: – Sono a Bali sorella!
Là erano le nove del mattino calcolai dopo aver guardato il fuso orario tra la Spagna e l’Indonesia.
Poi ricevetti un suo sms che mi chiedeva come stessi.
Iniziammo a chattare e gli raccontai l’epilogo del mio matrimonio, lui come sempre capì la situazione e come se nulla fosse mi scrisse: – Prendi un aereo e vieni qua, c’è energia per tutti e mi sembra che tu abbia proprio bisogno di una buona ricarica.
– Non posso, devo lavorare, mica faccio la bella vita come te.
– Vedi tu, qua il posto c’è e per esperienza vedere le cose dalla giusta prospettiva aiuta.
Andrea aveva perso la madre qualche anno prima per un tumore al cervello e per riprendersi aveva deciso di seguire il suo cuore e lavare via la sofferenza con l’unica cosa che lo rendesse davvero felice, viaggiare e fare surf.
– E’ una pazzia – pensai ma le mie mani avevano già aperto Skyscanner per cercare un volo per Bali.
Fu così che la settimana dopo mi trovai a Barcellona al terminal 1 diretta a Bali con scalo a Doha negli Emirati Arabi.
Non avevo mai viaggiato da sola e ancor meno avevo mai fatto un viaggio così lungo da sola, dieci ore fino a Doha e altre quattro fino a Denpasar.
Fu tutta un’avventura, a Doha il volo di connessione con Bali era in ritardo di sette ore, per fortuna avevo scelto una compagnia aerea seria così mi recai all’help – desk della Qatar Airways che mi offrì il pernottamento in un hotel vicino all’aeroporto fino all’ora di partenza del prossimo volo.
Quando arrivai il giorno dopo ero distrutta.
Scesi dall’aereo e subito l’umidità del luogo mi colpì, Andrea era venuto a prendermi in aeroporto con un taxi, visto che lì si muoveva con una moto da cross modificata per poter trasportare la tavola da surf.
La seconda cosa che notai furono i colori, accesi, brillanti tanto che sembravano dipinti.
Non era la mia prima volta in Asia, ero stata in viaggio di nozze in Thailandia ma quel giorno rimasi profondamente colpita dalla luce che emanava quel luogo, così distante dal grigiore che mi portavo dentro.
Ci dirigemmo all’abitazione di Andrea, la dependance di una villa di un americano sul promontorio di Balangan, la vista era mozzafiato, si entrava da una strada privata attraverso un giardino in stile balinese, ai lati del corpo centrale della villa c’erano quattro casette che erano le stanze che il padrone di casa affittava ai suoi ospiti.
Stanze per modo di dire, perché erano grandi come tutto il mio appartamento, ognuna con il suo bagno privato a cielo aperto e con un giardino, al centro la piscina a sfioro affacciata sull’oceano.
Non potevo credere di essere lì.
Passai dei giorni stupendi sulle spiagge di Jimbaran, Padang Padang e Uluwatu il tempio dei surfers,
Andrea e i suoi amici mi lasciavano la mattina presto e andavano a surfare, perciò ebbi molto tempo per riflettere e per rigenerarmi, per far pace con me stessa.
Alla sera cenavamo sotto le stelle, sembrava che il tempo in quel luogo magico non importasse, tutto era scandito dal ritmo delle maree.
Dopo quindici giorni da sogno però dovetti salutare Andrea e l’isola per tornare alla realtà.
Non dimenticherò mai le parole che il mio amico mi disse quando ci salutammo in aeroporto.
– Sorella eri arrivata grigia e ora torni con il sole dentro.
– Grazie brother, mi hai ridato la vita.
– Ma che dici, sei sempre stata una guerriera, avevi solo bisogno di allontanarti e vedere le cose da
distante, sapevo che ce l’avresti fatta da sola.
Ci abbracciammo con la promessa di sentirci presto. Lui tornò alle sue onde e io al mio viaggio interiore.
Quando arrivai a San Sebastian, trenta ore dopo, ero distrutta fisicamente ma una luce nuova brillava dentro di me.
Dovevo ricominciare a vivere, costasse quello che costasse.
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