Tirare su una porzione d’aria può essere un incanto, oppure una mannaia sul collo. Per molti è indifferente, pulviscolo che galleggia senza disturbare. Per qualcuno sono messaggi dall’esterno da respingere con irritazione e disgusto. Per altri una ricerca di sensualità, di desideri. Per gli ammalati di malinconia cronica sono ricordi da odiare e amare. Per me annusare è un’altra faccenda, può darsi sia solo per me, chi può confermarlo? Posso solo ipotizzarlo. Vivere in diversi luoghi, o anche nello stesso, differenti condizioni con enormi o impercettibili variazioni, non è una follia, una distorsione neuronale, è possibile. Dipende tutto dalla sensibilità degli organi percettivi. Prendete l’olfatto, nel mio caso: l’odore nasce da un agglomerato di materia non troppo lontano dal naso, sotto forma di particelle invisibili, fluttua come quel pulviscolo che citavo prima, poi s’insinua casualmente nelle narici o anche attraverso la bocca fino ai sensori olfattivi, questi si attivano e mandano impulsi, e così via. Tralascio una parte del tragitto. Nel cervello si creano delle sensazioni e delle immagini, non intendo solo visive, non prendetemi letteralmente, vi prego. Chiamiamole “proiezioni sensoriali”. Queste possono coinvolgere tutti i sensi conosciuti, magari anche altri che ancora non sappiamo e per giunta può darsi nemmeno l’olfatto. Così si attiva una nostra risposta, una reazione interiore o rivolta verso l’ambiente; accade qualcosa che non può replicarsi nella stessa identica modalità e quantità. Non pensiate stia solo scimmiottando Eraclito e il suo fiume, è così da infiniti punti di vista. In ogni caso per quasi tutti, o come dicevo prima, lo ipotizzo, termina qui l’esperienza, con la reazione. Magari raccapricciante o sublime, ma è tutto racchiuso in questo circolo. Per me no! Inizia soltanto, è da quando ho memoria che mi succede. Degli odori, alcuni ben precisi, penetrano in me e mi portano via da me stesso. Io vivo tuttora diverse condizioni, mi serve estraniarmi da ciascuna di loro, guardarle dal satellite per riuscire a scriverne. È davvero faticoso quanto necessario. Il punto è che non ricordo più quale sia la mia condizione iniziale, proprio perché sono tutte equiparabili. Ci tengo a ripetervi che la follia, la neuropsichiatria o il disturbo tal dei tali non hanno nulla a che vedere con la mia confessione. Non insistete ad essere così scontati e approssimativi. Per convincervi mi è sufficiente dirvi che se in una di queste condizioni mi taglio con un coltellino e sgorga del sangue, mi macchio di rosso la mano, i vestiti, provo dolore e bruciore. Ne ho fatti di esperimenti, la prima cosa che mi è venuta in mente è che si trattasse di allucinazioni, certo molto ben elaborate, ma di nient’altro.
Così, tanto per farvi un esempio, una volta mi sono rinchiuso a chiave in una stanza anonima di una condizione sopraggiunta, ci sono stato prima per ore, poi per giorni, allora stavo per morire di sete e di fame. I più ostinati staranno dicendo che mischio le carte come un mago truffaldino, ossia che riporto nella vita dominante immagini delle vite sottomesse e viceversa, in un continuo delirio da sveglio e coricato. Il sangue caldo e nero che la carne lacerata sputa via dovrebbe essere una prova più che sufficiente. Prima avevo provato con lo sputo, con le feci e le urine, troppo poco, dovevo andare oltre. Infine ho provato con un dito, adesso ne ho nove, alle mani. I miei neuroni funzionano, troppo! Nessuna scusa o arzigogolo letterario. Non esiste una vita dominante, l’ho già detto, e va da sé che non c’è un piano temporale preponderante. Un’ora sono lì, due sono là e non devo fare confusione. Facciamo qualche passo indietro e anche in avanti, torniamo agli odori ed eccovi il resoconto delle ultime condizioni che ho sperimentato. Chiarisco che ho scelto l’italiano per non cambiare sempre lingua, mi annoia. Vomitati gli esempi che seguono soddisferò la vostra curiosità circa il destino del mio naso, di come convivo con questa condanna non preceduta da alcun processo, nemmeno farsa. Tre condizioni per non andare oltre e sfibrarvi, tre perché mi fa illudere di mettere ordine ad un caos inestricabile.
Pungente con sfumature di marcio e un retrogusto di menta forte
Qui ci sono finito a causa dell’odore delle “drema”, un simpatico anagramma.
L’aquilone, con sopra disegnato un animale a metà tra un drago e una tartaruga, non fa il suo mestiere, il filo forse è corto, lo odio e mi sono annoiato. Non mi va di allungare le punte delle dita per raccoglierlo un’altra volta nella drema dietro l’erba alta e il rosmarino secco. L’ho passato sotto l’acqua cinque minuti fa nella fontanina di pietra e comunque la puzza è rimasta, anzi puzzo anch’io. Basta mettere il collo fuori dalla zanzariera della porta finestra e l’aria sa di merda stantia. Da una settimana, da anni, boh, è la stessa cosa, quando la scuola sta per finire ci si butta qui a fare la stagione. Papà va a lavorare come sempre, mamma va a lavorare come sempre, devono solo fare una strada diversa, con più curve e i rami di certi alberi che cadono quasi sull’asfalto. Qui, zanzare, cicale, venticello, cani randagi, l’alloro che punge, palloni sgonfi e la bicicletta viola senza un freno. Queste e molte altre cose le ritrovo di certo. Ho un’immagine unica della mia estate in cui i pezzi sono incastrati alla perfezione, una foto che guardo e riguardo. Ma soprattutto la “drema”, quella fossa putrida, mi piacciono gli anagrammi. A chi mi chiede dico “in vacanza in campagna”, mi vergogno. Qui ci sono i nonni, sempre più ripetitivi e rugosi. I miei genitori e i miei nonni si vogliono uccidere e poi torniamo comunque. Io sto in mezzo a storie di cui non so nulla, questioni vecchie che manco ero nato. Mi fanno schifo con il loro sudore tra i capelli e parole nascoste tra le tende. Ad aprile inizio a sognare i muri gialli scrostati con tutto il resto, a maggio sono incubi, i vecchi che mi prendono a morsi e io faccio lo stesso, Minuccio che mi vuole baciare. Da un po’ i culi delle mie compagne di classe, delle professoresse, mi interessano quanto, anzi più, dei giochi inventati coi legnetti. Alla casa vecchia però c’è solo Mario. Spesso ci viene con i suoi di nonni, altri vecchi che parlano in continuazione di nulla. Ci stanno delle ore. Non hanno una casa? Io non capisco niente quando parla Mario. Gli piace torturare le budella dei ramarri e ride sputando, l’alito sa di formaggio di un anno fa, lui mi fa paura e quindi gli sto dietro. Però è un “fesso”, dice mamma, e dice pure che non sta bene. Non si sa dove guarda, gli occhi vanno per conto loro. Mi costringe a fare quello che vuole, cose stupide. Maglietta e pantaloncini non li cambia mai, mi sembrano quelli di un bambino di cinque anni. Nella drema ci sono esseri strani, cioè per me, come io sono strano per loro. Forse attirati dal fetore, magari loro la mangiano proprio la merda. Gli animali sono tutti diversi e chissà quanti nemmeno li conosciamo di nome e non sappiamo cosa mangiano, può darsi che nemmeno mangino. C’ho visto Minuccio nuotare nella drema, si divertiva a fare le bolle e venire su per prendere aria dai bubboni. Non me lo invento, sono sicuro che era lui pure se era buio. Minuccio non lo so che fa di mestiere o non l’ho capito io. Quando provo a chiederlo a casa nessuno mi risponde, mai, si mettono a ridere. Guida una macchina che non è la sua, ha le chiavi di una casa che pure non è la sua. Quando passa dalla casa dei nonni arriva negli orari in cui si mangia, appena sentono il rumore della macchina e la sua voce che chiama gliene dicono di tutti i colori e bestemmiano. Poi comunque nonno si schiarisce la voce e gli dice di entrare come se non lo avesse chiamato “porco pezzente” due secondi prima. Minuccio dice sempre che passa per fare delle commissioni per il dottore, fino all’anno scorso pensavo che fosse un medico questo dottore, invece no, fatto sta che ha parecchi soldi. La macchina e la casa con cui ha a che fare Minuccio sono del dottore. Quando entra in cucina parla mentre guarda quello che stiamo mangiando, fisso, alla fine qualcuno gli dice se vuole favorire e finisce a mangiare con noi, mentre mangia pare veramente un porco. Io li ho visti i porci come mangiano. Minuccio parla sempre di soldi e i miei genitori pure. Quelle volte che mi ritrovo Minuccio a tavola non riesco più a mangiare, mi fa schifo la sua faccia. È pieno di certi bubboni enormi da tutte le parti, ce n’ha uno sulla fronte che pare un pallone. Secondo me se esplode esce della robaccia verde e gialla. Con Mario mi sono fatto scappare di Minuccio che stava nella drema, così, per far vedere che sapevo una cosa che lui non sapeva, non che ci voglia chissà che per sapere più di Mario. Prima mi ha detto che mi inventavo le cose, almeno così ho capito, e poi mi ha dato uno schiaffo forte sull’orecchio destro, m’ha fischiato per mezz’ora. L’ho convinto ad andarci alla drema, che gli avrei fatto vedere che Minuccio stava lì. Si è messo a ridere sputacchiando, come fa sempre, però mi ha seguito. Quando siamo arrivati davanti alla drema si sentivano solo ranocchi e cicale, uscivano delle bolle da dentro ma di Minuccio nemmeno l’ombra. Ho detto a Mario di guardare meglio, lui si stava avvicinando per darmi un altro schiaffo e l’ho spinto dentro alla drema. Prima ha pianto, gridava e non si capiva nulla, si scuoteva come se avesse preso la corrente. Io mi sono messo a ridere a crepapelle, tanto che mi sono dovuto sedere nell’erba. Poi è sparito sotto, è uscita qualche bolla, poi niente più. Ho guardato qualche minuto mentre mi scaccolavo, mi sono annoiato e sono andato a prendere l’aquilone.
Dolce di zucchero a velo e crema con tuorli d’uovo, pungente di fave di cacao
Ho un male cane dappertutto, soprattutto al centro della schiena. Come sassi appuntiti che mi premono nella carne. Il dolore al ventre è insopportabile, non vado in bagno da questa mattina. Sono due ore che sono stesa su questo pavimento, lurido, non ho manco la forza e la voglia di piangere. Mi sono già pisciata addosso ma di cagarmi anche non ne ho nessuna intenzione, piuttosto esplodo. Di notte qui dentro non c’è nessuno. Mi ritrovo a fare i conti con quello che è successo oggi, con la mia vita. Intanto, come se non bastasse, questi neon mi accecano, mi aumentano la nausea. Non sopporto neanche i riflessi su questi piani di acciaio. La luce non si spegne mai nel forno della pasticceria del supermercato. Non posso alzarmi, non ce la farei mai da sola, non riesco nemmeno a mettermi su un lato. Devo stare qui, incollata, ancora qualche ora. Poi, forse, mi trascineranno via in mezzo alla baraonda, magari ci vorranno dieci persone, e tornerò alla solita vita. Mi ci sono buttata io sul pavimento, mi avevano detto soltanto di aspettare seduta. Non ho resistito, porca puttana, mi sono avvicinata ai forni per ingurgitare qualcos’altro. E nonostante tutta questa situazione di merda in cui mi trovo, l’odore dei cornetti, dei bomboloni, della pasta sfoglia, mi fa venire una voglia incredibile di mangiare. Come se non fossi sprofondata qui con i miei duecentocinquanta chili, come se non contasse niente il fatto che lo stomaco e l’intestino mi stanno mandando segnali tremendi. Stamattina avevo preso l’autobus, come tutte le sante mattine. Avevo visto le stesse facce, alcune schifate, le solite, mentre facevo il secondo pasto della giornata. Erano le sette, l’ora di mangiarmi un bel panino farcito come si deve, formaggio pecorino, melanzane sott’olio, salsiccia e maionese. Un bombolone ben zuccherato a chiudere. Il tutto seduta su due posti, su uno non ci entro. Sono scesa alla fermata del supermercato, cominciando a muovermi tre fermate prima e facendomi aiutare, per non rischiare di accopparmi. Ho pulito qualche patacca residua di cibo spiaccicato sulla faccia con un fazzoletto di carta. Alla fermata scendono anche altri lavoratori come me e qualche vecchio che ha la fretta in culo di entrare nel supermercato giusto due secondi dopo l’apertura. Comunque hanno tutti delle espressioni come la mia o peggiore, io lo so che non è per il sonno ma per la giornata che è appena cominciata, per la noia e le incazzature che li aspettano. Dicevo che sono scesa alla fermata e mi sono avviata al forno, con i miei tempi, lunghi. Ho tutto il modo di guardarmi il parcheggio e lo spiazzo davanti al supermercato, un grigio sporco, uniforme. Anche i ciuffi di erba che spuntano qua e là prendono lo stesso aspetto, è un’erba molliccia che nasce già morta. Le luci sparate nel supermercato divorano completamente quelle dei faretti del parcheggio e danno ai colori dell’alba una pesantezza insopportabile. Attorno si sentono i piccioni che tubano e sbatacchiano le ali prima di posarsi a cercare qualche zozzeria lasciata per terra, i clacson delle macchine che già sono in coda sulla statale e le bestemmie di qualcuno affacciato al finestrino. Nel parcheggio solo le ruote dei carrelli e passi, tra meno di mezz’ora si popolerà e questo scenario che adesso mi inquieta lo ricorderò con malinconia. È come se in questo tragitto io ci fossi ancora per qualcuno, anche se non so chi, come se non fossi ancora finita nel minestrone in cui nessuno sa più cosa ci sia dentro. Appena metto piede nel supermercato è tutto finito. Stamattina allora sono entrata nel supermercato e poi mi sono diretta dietro ai banconi, dove sta il forno. L’accesso al forno non è tanto largo e non è nemmeno una porta, è un buco. Ho fatto fatica a entrare, da un po’ di tempo è così, devo mettermi di traverso e comprimere la pancia con le mani per ficcarmi dentro. Gli altri lavoratori del forno non ci fanno più caso a questa mia procedura, un po’ per non mettermi gli occhi addosso e un po’ perché davvero c’hanno fatto il callo. La borsetta che mi porto dietro la butto dentro prima. Così sono entrata, sono andata a prendere il grembiule e la cuffietta da lavoro appesi vicino al muro a sinistra. Il grembiule non si chiude e neanche ci provo, nonostante ne abbiano fatto uno enorme apposta per me. La cuffietta mi fa sembrare la testa come un melone in una retina, ma almeno mi entra. I capelli ce li ho corti, per avere un pensiero in meno. Mi sono soltanto cambiata ed ho già il fiatone, non è una novità nemmeno questa. La mia mansione è quella di farcire con delle macchine tutto ciò che si può riempire in serie dei prodotti di una pasticceria. Non devo muovermi tanto, anche perché non ce la farei. Dispongo i prodotti e farcisco, a volte riesco a farlo anche da seduta se ho preparato bene tutto. Nonostante possa sembrare facile e poco faticoso, non lo è per niente, soprattutto vista la quantità di grasso che ho in corpo. Così arrivo sempre alla fine della giornata che ho gli occhi rossi da quanto trattengo il pianto. Mi vergogno di far vedere agli altri che piango per il dolore fisico prima ancora che per lo stress. Ho bisogno di tante pause, senza non resisterei.
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