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Invisibile al mondo

Invisibile al mondo
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Consegna prevista Dicembre 2022
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Non è facile essere felici. Rita ha un lavoro, una casa, una vita normale, eppure si sente vuota, inconsistente, inutile. Un fantasma del passato l’ha imprigionata, rendendola schiava di vecchie paure: per sopravvivere, Rita si è avvolta in una corazza fatta di apatia e indifferenza, ma l’arrivo di Giovanni ha aperto una crepa profonda in quel muro, che sta cominciando a sgretolarsi. Rita sa che se non lascerà spazio al sentimento per lui, perderà la sua ultima occasione di felicità: deve trovare il coraggio di abbandonare l’isola deserta su cui si era rifugiata e tornare nel mondo, lasciando spazio ai sentimenti. Ma come fare? Seguendo il proprio istinto, decide di tornare nel luogo dove era stata felice da bambina, nella speranza di ritrovare un battito d’ali che le indichi la direzione. Forse, al suo ritorno, potrà finalmente dimostrare a Giovanni quello che prova per lui.

Perché ho scritto questo libro?

Troppo spesso la vita di tutti i giorni impone ritmi, situazioni, impegni che fanno perdere di vista ciò che davvero conta: curare gli affetti, trovare soddisfazione in se stessi e nelle piccole gioie quotidiane. Invisibile al mondo racconta che non importa quanto ci si senta fragili e inutili: a dispetto di chi tenta di imporsi con la prepotenza, a dispetto di paure e timori, se si ha il coraggio di andare a cercarla, la forza di essere felici risiede dentro ognuno di noi.

ANTEPRIMA NON EDITATA

8.

L’aria della sera era tiepida, resa mite da una leggera brezza di tramontana. La piazza del paese era addobbata a festa, illuminata da un arcobaleno di mille lampadine variopinte e dai neon dei baracchini in cui si poteva tentare la fortuna alla pesca di beneficienza, o mettere alla prova le proprie abilità con il tiro al bersaglio. Al centro della fiera, vicino alle bancarelle dei dolciumi, in un piccolo recinto improvvisato formato da quattro transenne messe in cerchio e un po’ di paglia sparsa sul pavimento, c’era un maialino che correva spaventato a destra e a sinistra, primo ambitissimo premio della lotteria.

“Venite, andiamo a vedere!”

Elettrizzata, Rita si precipitò al recinto, e premette il viso il più possibile contro le sbarre di metallo. Il porcellino era tutto rosa, fatta eccezione per una macchia nera a forma di foglia sulla schiena, e aveva un buffo codino che si attorcigliava su se stesso. Scrutava frenetico l’aria qua e là con il naso umido puntato verso l’alto: sembrava morbidissimo, e Rita avrebbe tanto voluto accarezzarlo.

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“Rita, non mettere le mani nel recinto,” la ammonì suo padre. “Coraggio ragazzi, cerchiamo un tavolo, così voi lo terrete occupato con le mamme mentre noi due andiamo a ordinare in cassa.”

Rita adorava andare alle sagre di paese: ogni anno, durante quelle estati trascorse in Umbria, lei, Paola, insieme a loro fratello e ai loro genitori, ne frequentavano ogni sera una diversa.

“Vieni qua Rita,” la chiamò sua mamma, mentre prendeva dalla borsa l’omogenizzato per sua sorella Paola, legata nel passeggino. “Siediti da questo lato, così teniamo il posto a papà.”

Obbediente, Rita fece come le era stato detto.

“Mamma,” chiese lei. “Hai qualcosa per disegnare sulla tovaglietta?”

Alla scuola materna la maestra le aveva mostrato come si facevano i gattini, e voleva esercitarsi: prese la penna che sua madre aveva estratto dalla borsa e si mise d’impegno. Era assorta nei propri pensieri, quando suo fratello gliela sfilò di mano.

“Passa qua, adesso giochiamo tutti insieme.”

Contenta di essere stata inclusa, Rita scivolò sulla panca fino a suo fratello e ai suoi cugini.

“A che cosa giochiamo?”

“All’impiccato,” rispose Matteo.

“Ma io non so scrivere!” protestò lei.

“Peggio per te,” la liquidò suo fratello con un’alzata di spalle.

“Puoi sempre fare l’arbitro,” cercò di consolarla Nicola.

“Non voglio fare l’arbitro,” protestò, ma gli altri tre non le diedero retta, e iniziarono la partita.

Rassegnata, Rita si accasciò sul tavolo, a guardare i maschi che giocavano, con il mento appoggiato nel palmo della mano.

Sua nonna passò dietro di lei e le accarezzò la schiena.

“Tieni Rita,” le sussurrò all’orecchio mentre le faceva scivolare nella tasca dei pantaloncini una banconota verde. “Hai voglia di venire con me alla pesca?”

“Anche io voglio venire!” si intromise Matteo.

“Anch’io!” gli fece eco Marco.

“Calma ragazzi,” sorrise la nonna. “Andremo tutti.”

“Chi arriva ultimo è una banana marcia!” gridò suo fratello.

Subito, i tre maschi saltarono giù dalla panca e si misero a correre, gareggiando tra loro per vedere chi arrivava primo.

“Ehi, aspettatemi!” urlò Rita, ma fu inutile. Nicola, Marco e Matteo erano più veloci, ed erano già in coda davanti al casotto della pesca di beneficienza.

“Prima tocca a me,” sentenziò Matteo. “Rita, tu sei ultima.”

Rita aprì la bocca per ribattere, ma la nonna le fece l’occhiolino e si portò un dito alle labbra per dirle di rimanere in silenzio.

“Allora,” intervenne la donna per ristabilire l’ordine. “Prendete due biglietti a testa,” disse rivolta ai tre maschi.

“Ma Rita ne può prendere cinque!” brontolò Marco.

“Quella è una faccenda tra me e Rita,” lo mise a tacere la nonna, forte della sua autorità. “Se volete pescare, sono due biglietti a testa, altrimenti niente.”

Senza protestare oltre, i tre bambini si misero in fila per aspettare ciascuno il proprio turno. Colma di gratitudine nei confronti di sua nonna, Rita strinse forte le cinquemila lire che aveva accartocciate nel pugno, impaziente di scoprire che cosa avrebbe vinto.

Matteo estrasse i primi due biglietti, e si vide porgere un posacenere con il nome di una località marittima, e la statuina di una Madonnina dipinta talmente male da risultare grottesca.

“È bruttissima!” rise Marco prendendo in giro il cugino.

“Hai vinto due premi inutili!” gli fece eco Nicola.

“Adesso tocca a voi,” ribatté Matteo. “Vediamo se fate di meglio,” li sfidò.

“Io vincerò quella macchinina radiocomandata,” dichiarò Marco avvicinandosi al bancone.

Estrasse il primo numero.

“Un apribottiglie,” commentò deluso.

“Beh, può sempre servire,” intervenne la nonna. “Forza, vediamo il secondo.”

“Non ci credo!” urlò Matteo divertito mentre la signora della pesca porgeva al cugino una statuina identica a quella che aveva vinto lui poco prima.

Le risate si fecero ancora più fragorose quando anche Nicola ricevette la stessa identica Madonnina di ceramica, insieme a un set di presine da cucina.

“Rita, tocca a te,” la incoraggiò la nonna, appoggiandole una mano sulla schiena per farla avanzare.

“Sì Rita,” la incalzò Matteo. “Facci vedere che cosa sai fare.”

Un po’ intimorita, la bambina si avvicinò al bancone con passo incerto. Il boccione di vetro verde che conteneva i biglietti era troppo in alto, e lei non ci arrivava, così la signora della pesca dovette sporgersi per abbassarglielo.

“Coraggio piccola,” le disse con un sorriso. “Infila il braccio e prendi cinque numeri.”

Rita fece come le era stato detto: immerse il braccio fino al gomito e mescolò un po’ con la mano, pregando di pescare premi migliori di quelli degli altri tre. Prese cinque bigliettini arrotolati stretti e tenuti chiusi con della pastina da minestra e li appoggiò sul piano del bancone.

“Vediamo,” disse la signora, mentre cominciava ad aprirli.

Rita non stava più nella pelle.

Un vassoietto di peltro.

“Che brutto, non luccica nemmeno!” commentò Marco.

Rita non lo ascoltava, teneva gli occhi fissi sui quattro bigliettini rimasti.

La Madonnina brutta.

“Giusto, così ce l’abbiamo tutti e quattro,” dichiarò Matteo.

Ti prego, ti prego, oh, ti prego…

Un set di pentole di coccio.

“Brava Rita, la mamma sarà felicissima!” si congratulò la nonna.

Almeno aveva vinto qualcosa di utile.

“Bolle di sapone!” gridò Nicola. “Possiamo giocarci domani mattina in giardino!”

Rita allungò una mano e prese il tubetto colorato. Le bolle di sapone andavano bene, ma sarebbero durate un giorno, e la mamma le avrebbe di sicuro ordinato di condividerle con gli altri.

Ti prego…

Quando si vide porgere quel sacchettino di braccialetti colorati, Rita per poco non si mise a urlare di gioia. Era una confezione di dieci braccialetti arcobaleno, dai colori fluorescenti che si fondevano uno con l’altro. Incredula di fronte a tanta fortuna, rimase per qualche secondo a fissarli a occhi sgranati, poi la voce di Nicola la riportò sulla terra.

“Belli!” disse entusiasta suo cugino. “Me ne regali uno?”

“Ehm… ok,” concesse la bambina. Nicola era sempre molto buono con lei, non poteva certo negarglielo. E poi, poteva essere il loro simbolo di amici per la pelle.

“Se lo dai a lui, devi darlo anche a noi,” si intromise Matteo.

Rita ci pensò su un istante. Poteva rifiutare, ma poi si sarebbero messi a litigare, e la mamma glieli avrebbe di sicuro requisiti. Decise che era meglio accontentarli: loro ne avrebbero avuto uno a testa, ma a lei ne sarebbero rimasti ancora molti, anche se non sapeva con esattezza quanti. Comunque lei ne avrebbe avuti più di tutti, e questo le bastava.

Felice, seguì gli altri di nuovo al tavolo e, tra mille risate, esibì con orgoglio insieme a suo fratello e ai suoi cugini le quattro statuette gemelle, e scherzò con la nonna quando suo padre, costretto da sua madre, attraversò sbuffando il paese due volte per portare le pentole di coccio nel baule della macchina.

Durante la cena, seduta al tavolo, mentre sorreggeva la sua fetta di torta al testo e prosciutto, non si curò dei discorsi degli altri tre. Con il pollice della mano libera, accarezzava i braccialetti che aveva infilato al polso, osservando incantata il punto in cui il rosa sfumava nel giallo, e il giallo nel verde, e poi il verde nel blu, e il blu nel viola. Erano un tesoro prezioso, simbolo di una piccola vittoria, e lei l’avrebbe custodito con cura.

9.

Sebbene cercasse in ogni modo di non darlo a vedere a sua sorella, Rita era elettrizzata. In macchina, fissava la strada in silenzio, quasi con ostinazione, come se volesse obbligarla a scorrere più in fretta. Per fortuna, quando l’aveva chiamata per raccontarle dell’invito di Giovanni, Paola si era offerta di accompagnarla e di guidare: ‘Tu pensa solo a divertirti, io farò il taxi,’ le aveva detto. Rita le era grata: sua sorella si era messa in testa di aiutarla, e stava facendo di tutto per far sì che affrontasse quella serata nel modo più sereno possibile. Paola la conosceva fin troppo bene, e sapeva che anche un solo episodio sbagliato avrebbe potuto far riaffiorare prepotenti il senso di inadeguatezza e l’insicurezza che la accompagnavano da molti anni. Sapeva anche che a Rita non piacevano i luoghi affollati: bastava uno sguardo troppo insistente, o una battuta di cattivo gusto da parte di un uomo, per farle provare ancora una volta quella vecchia paura, un terrore latente che, per quanto lei avesse imparato a dominarlo, dormiva sopito nel suo animo, senza mai abbandonarla davvero.

Ma quella sera, Rita non avrebbe permesso che accadesse. Giovanni le piaceva davvero, e non voleva rinunciare all’occasione di conoscerlo un po’ meglio. E poi, da qualche tempo, Paola si stava dando un gran da fare per tentare di tirarla su di morale, per spronarla a uscire un po’ di più, e lo stava facendo con attenzione e delicatezza: il minimo che potesse fare era assecondarla e lasciarsi trasportare dagli eventi, godendo appieno di ciò che quella serata poteva offrire. Doveva cercare di non preoccuparsi della presenza di tutti quegli estranei, o di che cosa avrebbero pensato di lei.

No: avrebbe bevuto una birra con sua sorella, avrebbe riso e chiacchierato insieme a lei, e avrebbe ascoltato il concerto di Giovanni. Tuttavia, per quanto ci provasse, non riusciva a non sentire il peso dell’aspettativa: dopotutto, Giovanni le aveva rivolto un invito esplicito e, di sicuro, finito il concerto, avrebbe voluto passare un po’ di tempo da solo con lei. Che cosa le avrebbe detto? Come si sarebbe comportato? E lei? Si sarebbe dimostrata all’altezza? Sperò con tutta se stessa di non fare brutte figure, non avrebbe sopportato di rendersi ridicola davanti a lui.

‘Una cosa alla volta, Rita, una cosa alla volta,’ le ripeteva sempre sua madre. ‘Se guardi i problemi tutti insieme, non farai altro che spaventarti, ma tu comincia solo a mettere un piede davanti all’altro, e presto ti accorgerai di aver scalato la montagna.’

Eppure, per quanto continuasse a ripetersi che stava solo andando a mangiare a una festa di paese con sua sorella, Rita non riusciva a fermare la scossa di eccitazione che la percorreva da capo a piedi: non ricordava nemmeno l’ultima volta che si era sentita così. Era come quando, da bambina, percorreva in fretta il corridoio buio la mattina del giorno di Santa Lucia, i piccoli piedi nudi che scalpicciavano sul pavimento di marmo, incuranti del freddo, e quel senso di anticipazione che precedeva l’istante magico in cui sua madre avrebbe spalancato le porte del soggiorno, rivelando il divano ricoperto di cioccolatini fatti a soldo, caramelle dagli incarti variopinti, e dei doni che lei aveva chiesto nella sua letterina qualche settimana prima.

Quella sera, prima di uscire, era rimasta per minuti interminabili davanti al suo armadio, assalita dai dubbi. Scegliere un paio di jeans non era mai stato così difficile. Non voleva chiamare Paola per chiederle consiglio: per una volta se la sarebbe cavata da sola, avrebbe dimostrato che anche Rita Manenti poteva affrontare una serata fuori a testa alta e senza timori.

Alla fine, aveva deciso che, dato l’immenso sforzo che già stava per compiere, la cosa fondamentale era sentirsi a proprio agio: sarebbe stata se stessa, anche se con un pizzico di attenzione in più. Aveva scelto i suoi jeans migliori e li aveva abbinati a una camicia aderente a quadretti bianchi e blu che, di solito, nascondeva sotto a uno spesso maglione di lana. Stavolta però, aveva preso dal cassetto una canotta con lo scollo ricamato, vi aveva indossato sopra la camicia e, dato che la temperatura di quella sera di inizio settembre era ancora mite, aveva arrotolato le maniche fino al gomito, lasciando slacciati i primi tre bottoni dal colletto in giù. Non era mai stata brava a truccarsi, così aveva tracciato solo una linea di matita nera nell’interno dell’occhio, e aveva completato il tutto con un leggero velo di mascara. Per l’occasione, i lunghissimi capelli color biondo cenere erano stati lisciati con la piastra e raccolti in una stretta coda di cavallo. Tuttavia, quando si era guardata allo specchio non aveva potuto fare a meno di provare una punta di delusione. Non c’era niente da fare: per quanto lei si sforzasse, non sarebbe mai stata audace come lo erano le sue amiche, o come lo erano state anni prima molte delle sue compagne di scuola. No, lei era condannata a presentarsi in modo semplice, avrebbe sempre cercato di apparire il meno possibile, schiava di un boicottaggio auto imposto. Avrebbe voluto osare di più, sentirsi sicura di sé, lasciarsi ammirare, per una volta, ma il pensiero la terrorizzava. E se, invece di sexy, fosse sembrata solo ridicola? E se quel suo mettersi in mostra avesse attirato attenzioni indesiderate? Non ce la faceva, proprio non ce la faceva. Al solo pensiero, il cuore aveva preso a batterle a mille.

Ma ormai era tardi per ripensarci: Giovanni l’aveva invitata, e lei aveva accettato, quindi non poteva tirarsi indietro. Non voleva tirarsi indietro.

‘Un passo alla volta, Rita, un passo alla volta,’ aveva ripetuto alla ragazza che la guardava dallo specchio.

Aveva dato un’ultima occhiata al proprio riflesso poi, con un sospiro, si era buttata il vecchio giubbotto di pelle consumata su una spalla ed era uscita di casa.

In macchina, seduta al volante, sua sorella era un flusso inarrestabile di parole, e, senza rendersene conto, Rita aveva smesso di ascoltare e si era persa nei suoi pensieri.

2022-04-06

Aggiornamento

Ecco una bella intervista sul mio percorso nell'editoria. Leggetela a questo link: https://secondotempo.cattolicanews.it/news-tradurre-e-un-mestiere-bellissimo-e-complicato
2022-03-31

Aggiornamento

Per scoprire qualcosa di più su Invisibile al mondo, leggete questa bella intervista uscita sul blog Spazio Lettura. Ecco il link: https://spaziolettura-it.jimdofree.com/2022/03/28/invisibile-al-mondo-di-alice-pizzoli/

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho la fortuna di conoscere la sorella della scrittrice, che mi ha raccontato più volte dell’Antico Granaio e con questo libro mi è sembrato di aver vissuto lì la mia estate. Trovo questo racconto davvero splendido, chiunque riesce a ritrovarsi nelle debolezze di Rita e nel suo tentativo di ottenere più sicurezza. L’incontro con Giovanni e la forza di reagire, di andare avanti, senza dimenticare le proprie radici, danno al lettore la speranza. Complimenti!

  2. (proprietario verificato)

    Una scrittura asciutta, ma efficace, che non cede all’emotività gratuita, ma che regala anzi momenti profondi custoditi da molto nei ricordi. Due intuizioni dirompenti: “la felicità dipende dai desideri che scegliamo” e il trucco femminile come “pittura di guerra”. Bravissima.

  3. Wow, che dire… questo romanzo racconta con naturalezza la quotidianità di un’amica, una sorella, una persona amata e perché no, anche la propria quotidianità. La scrittura ti invoglia a leggere pagina per pagina, a scoprire e capire gli avvenimenti ed entrare sempre di più nella storia raccontata.

    Meriti tutto questo😘ti auguro veramente che tu possa raggiungere ancora tantissimi altri traguardi.

  4. Elisa Fontana

    (proprietario verificato)

    Alice ha una voce da ascoltare, una voce bellissima perché coltivata nell’amore per le parole e per il racconto.
    Questa storia merita di essere letta perché parla di voglia e paura di vivere, ti accompagna per mano a scoprire una donna che fiorisce e vede finalmente quelle che considerava le sue debolezze come il bozzolo necessario per dipingere e dare forza ad ali fortissime.
    Buona fortuna per questo viaggio ❤️

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Alice Pizzoli
Mi chiamo Alice Pizzoli e vivo a Brescia con mio marito e le mie due splendide bambine.
Da che ho memoria, ho sempre avuto un libro in mano. Mi sono laureata in traduzione editoriale alla Scuola Superiore in Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori (SSLMIT) a Forlì: in quel periodo ho avuto occasione di vivere e respirare un ambiente dinamico e intellettualmente molto vivace. Ho lavorato per molti anni come libraia e, da più di dieci, collaboro come lettrice e traduttrice per una delle maggiori case editrici italiane. Per me, i libri sono ossigeno, la giusta ricarica per le batterie a fine giornata, e uno stimolo a cercare sempre nuovi orizzonti di pensiero. Invisibile al mondo è il mio primo romanzo.
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