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Io e Ben

Quantità

Non è semplicemente una storia a quattro zampe, ma il ritratto profondo di un legame che cresce nel tempo e si trasforma in identità condivisa. Attraverso uno sguardo sincero e vissuto, si entra nel mondo del boxer seguendo un percorso fatto di scelte, sfide quotidiane, apprendimento e passione. La forza e la vitalità della razza si intrecciano con una dimensione emotiva e formativa, dove il rapporto tra uomo e cane diventa esperienza di vita.

Tra allevamento, addestramento e ricordi che segnano il cammino, prende forma una narrazione intensa, capace di parlare a chi ama la cinofilia, a chi vive accanto a un cane e a chi riconosce il valore autentico di una relazione fondata su fiducia, rispetto e crescita reciproca.

Capitolo 1

Vi sembrerà strano, ma io ho dei ricordi che risalgono a quando ancora non ero nato. Quando, nel pancione della mamma, sentivo tutto ciò che accadeva fuori: le voci dei miei cari, le coccole di chi ci stava vicino, i baci, le carezze, sempre parole dolci.

Qualche volta, però, percepivo in lei un po’ di tensione, un filo di paura. Ogni tanto si agitava: ora so che stava correndo, ma a quel tempo non sapevo nemmeno cosa fosse.

Talvolta sentivo uno stato d’ansia, e succedeva quando andava dal medico – Francesco, credo si chiamasse – che poi tranquillizzava tutti e con le sue parole gentili ci rimandava a casa dicendo: «Tutto procede bene».

Ed era vero. Tutto procedeva bene.

Lo spazio non era tanto, certo, ma ci si abitua. Anche se, con il passare del tempo, sentivo che diventava sempre più stretto. E una strana sensazione si impadroniva dei miei pensieri: non ero solo. E, come se non bastasse, sentivo che avrei dovuto competere con quell’altra presenza.

Ma, al buio, cullato dal movimento e protetto nel mio liquido giaciglio, mi godevo il cibo che – attraverso uno strano tubo – mi riempiva di energia.

Non era sempre tutto rose e fiori, però.

Che spavento provavo quando la mamma veniva sgridata e si intristiva! Non capivo cosa accadesse, ma pensavo che da un momento all’altro sarebbe successo qualcosa di grave.

Poi il tempo sistemava tutto e la calma tornava.

Ho parlato del tempo, ma allora io non lo conoscevo: non conoscevo il buio e la luce, l’alternarsi dei giorni, dei mesi, delle stagioni e degli anni.

Il tempo scorreva, ma io non lo percepivo.

Eppure sentivo che qualcosa, di lì a poco, sarebbe cambiato. E ne ero terrorizzato.

Pochi giorni prima di uscire è accaduto qualcosa di strano.

Qualcuno – forse Francesco, ma non ne sono sicuro – muoveva uno strumento che faceva sembrare lo spazio già angusto ancora più piccolo.

Alcuni lampi di luce invasero il mio spettro visivo, anche se sinceramente non vedevo nulla.

Sentivo quel dottore parlare di tagli, di anestesia, di pericolo… tutte cose che non conoscevo, ma che mi inquietavano.

E il peggio era che inquietavano anche la mamma.

Ma io, in fondo, lì ci stavo bene: che fretta c’era di uscire?

Poi, in un attimo, accadde tutto.

Alcuni giorni dopo quella strana visita, sentii il mio vicino dimenarsi, la mamma che soffriva… e all’improvviso avvertii l’impulso di muovermi.

Dovevo fare qualcosa, ma non capivo cosa.

Evidentemente, però, qualunque cosa facessi era giusta, perché la mamma si tranquillizzava.

Ma poi tutto ricominciava, con frequenza sempre maggiore…

Finché una forza misteriosa non mi spinse in uno spazio ancora più stretto.

È la fine, pensai.

Niente di più sbagliato. Quello era l’inizio.

L’inizio di cosa? Come può esserci un inizio così traumatico?

Non vedevo nulla, avevo freddo, mi sentivo sollevare, girare, sbattere… mi mancava l’ossigeno!

Sentivo venir meno la protezione liquida che fino a quel momento era stata la mia casa.

Fino a che, di colpo, mi sentii nudo.

Libero.

Non più stretto come prima.

Qualcuno – o qualcosa – lavorava sullo strano tubo. Mi faceva un po’ male.

Poi cominciarono dei massaggi forti, sulla pancia, sulla schiena… ma l’ossigeno ancora non arrivava. Mi sentivo soffocare.

Non sapevo come fare. Cosa fare.

Mi veniva da piangere.

Ma come si faceva a piangere? Io non lo sapevo.

Eppure dovevo fare qualcosa, altrimenti sarebbe stata davvero la fine.

Percepivo la presenza costante della mamma, ma perché non mi aiutava?

O forse era lei, proprio lei, a massaggiarmi?

Un tempo interminabile – che poi ho scoperto essere solo un attimo.

Poi, all’improvviso: «Ahi! Che male al tubo!».

E allora, senza sapere come, emisi un gemito disperato.

Un urlo liberatorio.

Un pianto vitale.

Nello stesso istante, dalla bocca entrò l’ossigeno che mi mancava.

Mi riempì i polmoni.

Era tutto diverso da prima però sembrava funzionare.

Un altro urlo, un’altra boccata d’aria.

Ancora un urlo e ancora aria.

Poi scoprii che non serviva urlare per farla entrare.

I problemi, però, non erano finiti.

Continuavo a non vedere niente, a non sentire niente, ad aver freddo, a sentirmi bagnato.

Le carezze che sentivo diventavano sempre più vigorose: mi stavano asciugando.

Finché, finalmente – dopo non so quante capriole e giravolte – mi sentii un po’ meglio.

Più tranquillo.

Asciutto, pulito, al calduccio.

Però… mancava la mamma.

Non sentivo più il suo… odore.

Questa sensazione mi era sconosciuta.

Dai due buchini sopra la bocca entrava costantemente aria, ma non era solo aria: erano informazioni, sensazioni, messaggi.

Quell’aria mi diceva che intorno a me qualcosa era cambiato.

Che vicino a me c’era qualcuno.

Odore di pulito.

Odore di umido.

Odore di panni.

Odore di pelle.

Odore di mamma.

Odore di… latte.

2025-09-11

Aggiornamento

volevo ricordarvi che, per chi lo desidera, una volta acquistato il libro, le bozze sono disponibili, quindi in realtà lo potete già leggere e soprattutto commentare, e ancora grazie dell'attenzione

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Vi sarà difficile leggere questo libro tutto d’un fiato, perché sarete impegnati ad asciugarci gli occhi. Chiunque ami i cani, vorrà conservare una copia di questo libro nella propria biblioteca personale.
    Una lettera assolutamente meravigliosa!!

  2. (proprietario verificato)

    Vi sarà difficile leggere questo libro tutto d’un fiato, perché sarete impegnati ad asciugarci gli occhi. Chiunque ami i cani, vorrà conservare una copia di questo

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Benito Maccan
Titolare dell’affisso Agapornis e socio del Boxer Club d’Italia, si dedica da anni, unitamente alla famiglia, all’allevamento, all’addestramento, alla selezione e alla divulgazione della cultura del boxer. Appassionato cinofilo e autore, con “lo e Ben” firma il suo secondo libro.
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