Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors

Io non sono normale

Io non sono normale

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

Svuota
Quantità
Consegna prevista Settembre 2024
Bozze disponibili

Perché la gente quando ride è più bella? Deve esserselo chiesto anche Gianni.
Gianni fa lo speaker in una radio milanese, di sé dice solo di essere un uomo con qualche chilo e capello bianco di troppo. E anche quarant’anni di troppo! Ma sono proprio questi quarant’anni, di cui ci racconta lui stesso, che devono avergli dato la risposta a quella domanda iniziale, anni passati fra risate, equivoci, disavventure tragicomiche e amici alquanto bizzarri. Ma soprattutto tutta questa vita attraversata dal filo rosso dell’ironia deve essere stata l’ispirazione per l’ultima folle, divertente idea per il suo programma radiofonico: cosa c’entrano il lunedì mattina e le favole?

Perché ho scritto questo libro?

Non ho mai pensato in vita mia di fare lo scrittore, ma c’erano troppe coincidenze che andavano in questa direzione. E tante coincidenze non sono una coincidenza. E poi glielo dovevo ai miei genitori, gli ho fatto una promessa… e le promesse si mantengono.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

“Io non sono normale”. Stamattina mi è tornata in mente questa frase mentre bevevo il caffè.

Guardavo fuori dalla finestra, sorseggiando, e mi gustavo lo spettacolo del cielo grigio, di quel grigio che solo Milano riesce a regalare, e mi è tornata in mente.

Mi chiamo Gianni e ho quarant’anni, e anche qualche capello grigio che comincia a spuntare, però il fisico è ancora quello di quando avevo vent’anni: leggermente sovrappeso e col mal di schiena.

L'altro giorno, mentre riordinavo degli scaffali, mi sono capitati in mano i miei vecchi diari su cui annotavo di tutto: piccoli avvenimenti, cose curiose, dialoghi divertenti, insomma buona parte di ciò che mi è avvenuto in questi primi quarant'anni che fosse degno di nota.
Continua a leggere

Continua a leggere

Fra le tantissime cose che c'erano scritte, mi è balzato agli occhi proprio quel “Io non sono normale”. E me lo sono ripetuto giusto ieri, quando mi è venuto a trovare un amico. Io lavoro in una radio, faccio lo speaker e lui è un mio collega. Passava da queste parti così ha pensato di farmi una visita. Si lamentava di tutte le varie incombenze familiari, delle scadenze col fisco e col lavoro e io pensavo tra me e me che se vai da qualcuno a trovarlo non devi portare con te tutti i tuoi problemi, perché magari uno può pensare che tu sia venuto non per trovare l'amico ma per scaricargli le tue preoccupazioni. Così, tra una lamentela e l'altra, guardando Fromm, il mio gatto, steso sul calorifero ha detto:

– Certo che fanno una bella vita i gatti… guarda il tuo! Mi piacerebbe essere come il tuo gatto

– Lo abbiamo fatto castrare – ho risposto, così, senza pensare.

No, io non sono normale. Ho pensato: “E meno male!”. Per esempio, quando qualcuno dice di essere una persona solare, io penso subito, sorridendo, a dove diavolo possa avere messo i pannelli fotovoltaici. Non sopporto quelli che ci tengono tanto tanto tantissimo a dirti come la pensano su qualunque cosa, perché loro sanno di qualunque cosa, dalla fisica nucleare alla lattoneria… perciò penso che debbano essere laureati in lattoneria nucleare: cioè del piegare ogni cosa alle loro teorie del cavolo.

Sì, io non sono normale e d'altronde si sa che visto da vicino nessuno lo è.

Così, quasi senza volerlo, più leggevo quei diari e più mi trovavo a ripensare alla mia vita fin qui e come negli anni questa frase abbia cambiato senso, dall'originale significato spregiativo all'attuale assolutamente positivo.

Quando sei un ragazzo vorresti tanto essere come i tuoi compagni, i tuoi amici, che ti sembrano tanto incredibilmente perfetti, mentre tu ti senti un gelato alla vaniglia e cozze. La verità è che se sono quello che sono lo devo ai miei genitori che mi hanno sempre lasciato libero di essere e di fare, libero di trovare la mia strada e si sono fatti in quattro per permettermelo.

Mio padre si chiama Franco e faceva il magazziniere, mia madre Maria e faceva la sarta. Ora sono in pensione.

Il senso dell’umorismo l’ho certamente preso da loro. D’altronde l’ironia non credo che si possa imparare, si può certo affinare imparando i cosiddetti “trucchi del mestiere”, ma penso che sia una dote naturale, un modo di pensare alternativo; ecco, un pensiero laterale. Per farvi capire vi riporto un breve episodio che ho appena letto su uno dei miei diari e che, secondo me, rende bene l’idea di quello che io intenda dire. Una sera stavamo guardando la televisione, o meglio loro guardavano un noiosissimo programma e io disegnavo. Il programma parlava del fatto che i padri dovrebbero passare più tempo con i figli, portarli da qualche parte solo per il piacere di stare un poco insieme, così mio padre se ne uscì con una battuta. O almeno ci provò.

– Mio padre, da piccolo, mi portava sempre nel bosco…

– Ma tu ritrovavi sempre la strada di casa -, lo interruppe mia madre, – l’hai fatta almeno un milione di volte questa battuta… ogni tanto potresti anche rinnovare il repertorio

– Eh lo so, ma è che ci sono affezionato… è uno dei miei cavalli di battaglia!

– Guarda che il tuo cavallo somiglia più a un asino -, intervenni io, alzando appena gli occhi dal foglio, che ero piccolo, sì, ma evidentemente dotato di un innato, bastardissimo senso dell’umorismo.

Un'altra volta mi raccontò del suo primo colloquio di lavoro. Giurò che si era svolto esattamente in questo modo, anche se io non gli credetti.

Accomodatosi davanti a un tizio coi capelli grigi, vestito con un completo grigio in un ufficio grigio, e anche la pelle del viso e delle mani era piuttosto biancastra, questo gli chiese:

– Livello di inglese?

– Ottimo! – rispose mio padre

– Vediamo… se le dico: “I'll be there”, Lei che mi risponde?

– Beh, sì, in bagno ho anche il lavandino e il water, ma che c'entra con l'inglese?

Disse che notò il chiaro disappunto sul volto del tizio in grigio e tentò così di scusarsi, ma lo fece in un modo decisamente patetico.

– Io sarei anche di madrelingua inglese… è che ho sempre vissuto con mio padre!

E infine aggiunse che mentre veniva cacciato dall'ufficio, ebbe però il tempo di aggiungere una frase, così per lasciare un bel ricordo di sé.

– Faccia della sua vita un capolavoro… aspetti, si faccia guardare… facciamo di Picasso però, eh!

D’altronde lui sostiene di essere un vero poliglotta perché sa tacere in tutte le lingue del mondo. Tranne che in italiano.

Mia madre, comunque, non è da meno. In bagno, sopra la lavatrice, ha appeso la scritta: “Il bucato è fatto per definizione”; quando le chiedi consiglio su qualcosa che lei considera stupido, ti risponde sempre nello stesso modo.

– Come dicevano sempre Charlie Chaplin e Buster Keaton: ”       “.

Di sé dice di essere così incapace alla guida da riuscire a grattare le marce anche col cambio automatico.

Anche i dialoghi fra di loro sono spesso molto ironici.

Appena andato in pensione, mio padre ebbe qualche problema ad occupare il tempo libero, divenuto improvvisamente così tanto. Così un giorno sbottò.

– Uff! Non so cosa fare!!!

– Dovresti provare a fare qualcosa di costruttivo! – disse mia madre,

– Tipo il Lego?

– Oppure – continuò lei, ironica – potresti cercarti qualche cantiere da andare a sbirciare, in cui dare consigli non richiesti e criticare tutti!

– Potrei anche darmi all'alcol, allora

– Bere non è la risposta… anche se in effetti ti fa scordare la domanda!

Poi è andata in pensione anche mia madre e ora hanno trovato i loro nuovi ritmi e piccoli riti da fare insieme: la mattina passeggiata e qualche piccola spesa, pomeriggio lettura per lui e giardinaggio per lei con ottimi risultati e grande invidia mia che riesco a far morire anche i fiori di plastica. Ai cantieri, alla fine, ci vanno davvero, insieme, e a dire il vero, arrivato ai quarant’anni comincio a trovarli anch’io ogni giorno sempre più interessanti.

Sono soliti affermare che loro sono sopravvissuti alla diossina di Seveso, alle radiazioni di Chernobyl, al gelato gusto puffo e ai ghiaccioli fosforescenti e che dobbiamo farcene una ragione: loro sono indistruttibili!

Sarebbe bello… anche perché non sopporto i funerali: fosse per me non andrei neanche al mio.

A proposito, l'altra settimana è morto l'anziano parroco della chiesa qui vicino. Era calabrese. Era stato mandato qui nella parrocchia da giovane, si era trovato bene e così era rimasto. Nonostante tutti gli anni passati qui non ha mai perso il suo accento e le male lingue giurano che fosse così orgoglioso delle sue origini che durante le messe, al posto di “alleluia”, cantasse “ah la 'nduja”.

L'ultimo Natale aveva voluto organizzare a tutti i costi un concerto nonostante il coro della chiesa non fosse proprio preparatissimo. Per farvi capire, finisce il concerto e mia madre mi guarda e dice:

– Era così brutto che ho sentito chiaramente Gesù bambino implorare: “Datemi una croce!”.

Le feste “comandate” sono quel momento magico dell'anno in cui tutti riescono a dare il meglio e il peggio di sé, toccando vette e abissi inarrivabili nel resto dell'anno.

Anche in radio, ovviamente, hanno voluto fare una piccola festa per Natale.

Mi piace lavorare qui, è un ambiente stimolante, pieno di ragazzi molto giovani e pieni di voglia di fare. Tranne dopo pranzo. Allora li trovi, in genere, in stato comatoso, spalmati sui divanetti in area relax.

Così il giorno di Natale hanno organizzato un mini party in diretta con panettoni e spumante a litri. Complice l'alcol e una domanda di un ascoltatore che riguardava le sorprese che la vita ti fa, me ne sono uscito con una citazione dal film “Forrest Gump”. O almeno ci ho provato.

– “La vita è come una scatola di cioccolatini…”

– Sì, ma la marca? – mi interrompono i ragazzi

– Eh, ma è fondente o al latte?

– Oh io sono allergico alla soia!

– Ma sono vegan friendly?

– E il packaging? È ecosostenibile?

– Eh, ma tutte quelle calorie… troppo zucchero!

– Dicevo… – alzando un po' la voce, giusto per farli smettere – la vita è come una scatola di cioccolatini: quando vorresti gustartela c'è sempre qualche rompipalle intorno!

Rileggo i miei diari e mi tornano in mente, invece, com'erano le feste con i parenti a casa dei miei.

In genere capitava a Natale e a Pasqua, a volte anche a ferragosto, così giusto per rovinarti anche l'estate. Quei giorni sembrava che non finissero mai. È a quei pranzi che compresi la teoria della relatività di Einstein: quattro ore a quel tavolo potevano sembrare quattro anni!

Mia madre, che ai fornelli era a suo agio come un esquimese all'equatore, cominciava a cucinare il giorno prima! E ovviamente c'era sempre da tirare fuori la tovaglia grossa delle feste, quella bella, che nessuno aveva mai lavato da almeno vent'anni, che conteneva acari del Giurassico. E poi i piatti, quelli belli del servizio bello, impolverati come un reperto archeologico e, quindi, tutti da pulire e che dovevo pulire io, ovviamente. E poi i bicchieri, quelli belli del servizio bello. E dai di nuovo a pulire.

Arrivava gente da ogni angolo dell'universo e ogni volta che chiedevi chi fossero quegli sconosciuti erano sempre “lo zio” o “la zia”.

E finché ti tocca semplicemente stare a tavola con degli estranei, poco male. Il problema è che a queste riunioni c'è sempre il parente che si crede il più simpatico di tutti e che ci tiene moltissimo a raccontare la barzelletta che per lui è sempre la più bella che abbiate mai sentito. Nel mio caso, essendo la mia una famiglia di matti, ce n'era sempre più di uno.

Il ricordo di quella che poi sarebbe stata l'ultima grande riunione di tutti i parenti possibili e immaginabili, è scolpito indelebile nella mia memoria. Era il Natale del 2000, avevo 18 anni. Il primo “zio” partì all'attacco subito dopo il finto prosecco, che in realtà era vinaccio, quello nei cartoni, allungato con la gassosa. Ricordo ancora la barzelletta che quel milanesissimo ometto baffuto osò raccontare.

– Due amici si incontrano dopo le vacanze. Il primo fa: “Oh, bella la Grecia eh! Però che maleducati!” e il secondo: “Eh?! Ma sei sicuro?” e il primo: “Senti, entriamo io e mia suocera in hotel… ora va bene che lei è brutta, piccola e sempre vestita di nero, ma quello come l'ha vista fa: Kalimera! Dai!!!”…. ah ah ah, l'avete capita? “Kalimera”, non il pulcino… in greco significa “buongiorno”!

Il gelo sceso nella sala grazie a questo schifo di barzelletta se non altro fu utile a mantenere in fresco il finto prosecco e a far tacere “lo zio” per il resto del pranzo. Che poi, la barzelletta in sé non era nemmeno così brutta, è che non la devi spiegare una battuta, se no non si ride… è una regola base!

Comunque, secondo me la più simpatica e anche la più bella del gruppo dei parenti era una “zia” che veniva sempre sola ai pranzi perché era divorziata. Lei era impiegata, il marito era medico. Stavano insieme da anni. Lei raccontava che lui cominciò ad avere forti dubbi sulla durata del loro matrimonio quando lei, improvvisamente, incominciò a mangiare solo mele.

– A quanto pare è vero che una mela al giorno leva il medico di torno – disse… e mi fece molto ridere la cosa.

Ecco, questo è il tipo di ironia che mi è sempre piaciuto più di tutti.

Un'altra “zia” raccontò a mia madre di suo cognato

– Maria, tu lo sai che amo mio marito e che per me è bellissimo… ma suo fratello… brutto, brutto, ma così brutto che mi dà il voltastomaco.

– Un cognato di vomito – disse mia madre.

Tra tutti i vari parenti c'era anche un prete. Aveva preso i voti non molto giovane e sembra che fosse uno che amasse ballare. Pare che la vecchia passione per la danza non gli fosse mai passata, tanto che durante le messe, appena partiva una musica, lui cominciava ad ancheggiare tutto contento. Nella sua parrocchia l'avevano soprannominato “Don Dolante”.

Verso la fine di quel pranzo, il colpo di grazia fu dato da un altro “zio” che si credeva un grande comico. Ricordo ancora con terrore quella storiella. Si alzò, si aggiustò la camicia e, dopo aver annunciato solennemente che doveva raccontare assolutamente una barzelletta, disse:

– Spagna, anni 20, Madrid. Due amici sono fuori dall'accademia di belle arti. Uno fa all'altro: “Oh, hai visto? È passato Dalì!” e l'altro: “Chi?”, “Dalì!!!” e l'altro: “Ho capito che è passato da lì, ma chi?!”

Almeno lui ebbe il buongusto di non aggiungere nulla. Dall'imbarazzo lo salvò mio padre che, con un tempismo perfetto, si alzò e gridò:

– Limoncello per tutti?

I pranzi delle feste potevano certo essere devastanti, molto dipendeva dal livello delle barzellette dei parenti e quanto fossero avvinazzati, ma per fortuna questi banchetti erano solo due o tre all'anno. Per quanto pesanti non potevano rovinare le settimane meravigliose in cui si trovavano collocati: le vacanze.

2024-03-19

Aggiornamento

È con grande piacere e enorme riconoscenza che posso ufficialmente dire che abbiamo raggiunto l'obiettivo e quindi il libro verrà pubblicato. Il 24 marzo finisce la campagna e quindi partirà l'iter per arrivare alla pubblicazione. Non vi so ancora dire una data precisa, ma vi assicuro che cercheremo di fare il più in fretta possibile, sempre nell'ottica però di consegnarvi un prodotto di qualità. Quindi, nell'attesa di altre notizie, da me e dal mio Gianni un enorme GRAZIE!

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Io non sono normale”

Condividi
Tweet
WhatsApp
Luciano Grassi
Luciano Grassi, classe 1974, dopo la maturità magistrale si diploma in canto lirico al Conservatorio Statale di Musica "G. Nicolini" di Piacenza. Ha cantato in molte opere liriche e in diversi teatri, sia italiani che all'estero. È anche insegnante di canto e compositore e collabora spesso con diversi cori. E da oggi, a quanto pare, anche scrittore!
Luciano Grassi on FacebookLuciano Grassi on InstagramLuciano Grassi on Wordpress
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors