ANTEPRIMA NON EDITATA
Introduzione
Guardo i miei ragazzi e i loro amici e godo della loro spensieratezza, della loro voglia di divertirsi, di mordere la vita, di affermarsi, di ritagliarsi spazi tutti loro. E fanno bene. A quell’età la vita va morsa, va inseguita con tenacia. Se io fossi un giovane del 2026 godrei delle opportunità di questo tempo: strumenti che mi tengono connesso con gli amici, con la mia ragazza o il mio ragazzo, serate che non finiscono mai, musica, sport, film, serie, e tutto ciò che permette di distrarsi secondo le proprie inclinazioni e possibilità. E guai a mancare a un evento, a una rimpatriata, a uno spritz, ad una “pizzata”: sono i piccoli riti che fanno sentire vivi.
Certo, ogni tanto sbircerei sui social o in tv quello che certi adulti stanno facendo al mondo: guerre tra popoli, distruzione dell’ambiente, povertà che si vede nelle strade, gang giovanili libere e senza controllo, servizi essenziali sempre più riservati a pochi, ingiustizie di ogni tipo. Ma dopo un po’, tornerei al mio tempo, al mio spazio, a ciò che mi è più congeniale. Mi convincerei che il mondo è più brutto che bello e che io non ho alcuna possibilità di incidere per renderlo migliore. Direi ai miei genitori: beati voi che avete vissuto gli anni Ottanta, Novanta, in modo pieno, con soddisfazione. Tanto vale oggi vivermi tutto senza pensarci troppo, buttarmi dentro la vita senza farmi domande, prendermi tutto quello che arriva, correre senza fermarmi mai a riflettere, vivere solo per il presente, senza guardare oltre, senza chiedermi dove sto andando.
Ma forse — anche se fossi immerso nello studio, nel lavoro, nella ricerca, nella lettura, nella pittura, nella fotografia, nello sport o in altre attività che riempiono — mi accorgerei che c’è qualcosa che manca. Qualcosa che non trovo. Qualcosa che mi sfugge. Forse avrei la sensazione che, per vivere davvero, non basta riempire le giornate: serve probabilmente capire come uso il mio tempo, comprendere se dipende dal mio modo di lamentarmi, riflettere se ho fiducia, se riesco ad avere gratitudine, e infine se sono in grado di trasformare tutto questo in azione.
Le mie non sono lezioni, ci mancherebbe. Sono domande. Sono appigli. Sono tentativi di guardare la vita con più profondità e più leggerezza insieme. Perché crescere — a vent’anni come a cinquanta — significa imparare a dare un nome a ciò che manca, e poi provare a cercarlo.
Allora facciamolo questo percorso insieme: voi con i vostri vent’anni, venticinque, trenta e io un po’ più “anta”, con le mie incursioni, e vediamo cosa esce fuori.
I- Il tempo
Partiamo da una constatazione: il tempo che noi umani abbiamo a disposizione, al netto degli imprevisti che possono portarci fuori dal gioco della vita, non è tanto; da giovani sembra infinito e quando hai diciotto anni ne vuoi avere subito venti per viaggiare, fare più cose, dimostrare agli altri di essere all’altezza, bruciare le tappe. È una corsa in avanti, quasi una sfida con te stesso.
Crescendo e arrivando alla mia età, il desiderio cambia direzione: vorresti rallentare il tempo, sperare che passi lentamente, soprattutto in salute, senza scosse, senza accelerazioni improvvise. Vorresti che le giornate non scivolassero via.
In entrambi i momenti ci affidiamo al tempo: quando lo vorremmo più veloce, e quando lo desidereremmo più lento. In entrambi i casi, il tempo diventa la variabile che ci condiziona, quella su cui proiettiamo ciò che ci manca o ciò che temiamo di perdere.
Il tempo è l’unica ricchezza distribuita in modo perfettamente democratico: ognuno ha ventiquattr’ore ore. La differenza non è nella quantità, ma nella qualità. Passa per tutti allo stesso ritmo, indipendentemente dall’età, dal ruolo, dal lavoro, dalla condizione sociale. C’è chi lo riempie, chi lo spreca, chi si illude di riempirlo e chi non si rende conto che lo sta sprecando.
Il tempo non è solo ciò che viviamo: è ciò che lasciamo negli altri mentre lo attraversiamo. Alcune ore passano senza traccia, altre invece diventano esempio, presenza, restano nella memoria degli altri. Le ore che dedichi a qualcuno — a un amico, al tuo ragazzo o alla tua ragazza, a un genitore — non spariscono. Diventano parte della tua storia, del tuo modo di amare, del tuo modo di relazionarti.
Come usi il tuo tempo dice chi sei. E gli altri, soprattutto i giovani, imparano più da questo che da mille parole.
Ci sono momenti che non ricordiamo per la loro durata, ma per la loro intensità. Un’ora vissuta bene può valere più di un anno vissuto in modalità abitudine.
C’è una canzone inserita in un album che ha più di cinquanta anni ma che, per la sua magia, è sempre attuale: “The dark side of the moon” che i Pink Floyd – gruppo musicale sempre attuale, oltre che per la musica, anche per le riflessioni sull’esistenza che hanno prodotto – fanno cominciare con dei piccoli rumori che improvvisamente si trasformano in campanelli e campane. Time è uno di quei pezzi che vorresti ascoltare sempre. Non parla del tempo in astratto ma del momento in cui ti accorgi del tempo. Le parole, accompagnate dalla chitarra di David Gilmour, dicono tanto: “Sperperi e sprechi le ore in maniera affrettata… aspettando qualcuno o qualcosa che ti indichi la via… You are young and life is long… but then one day you find ten years have got behind you”. Dieci anni possono scivolare via senza che te ne accorgi.
È in quel momento in cui il tempo ti chiama e tu senti che non è infinito che cominci a scegliere. Dietro le ventiquattr’ore capiamo che non c’è solo un dato, una misura: c’è una soglia. È lì che il tempo smette di essere un numero e comincia a intrecciarsi con la nostra storia personale.
Ogni ora spesa è un’ora che non torna, e questa consapevolezza — invece di angosciarci — dovrebbe spingerci a non sprecarla.
Il punto non è riempire il tempo, ma dargli peso. Non è accumulare attività, ma scegliere quelle che ci fanno crescere, che ci mettono in movimento, che ci restituiscono qualcosa. E qui si apre un nodo decisivo: il tempo non è solo ciò che abbiamo, è ciò che decidiamo di fare con ciò che abbiamo. La domanda che mi farei io se fossi un giovane del 2026 è semplice e spiazzante: cosa faccio del mio tempo? cosa faccio delle sette, otto ore che mi restano nella giornata, tolte le circa otto di lavoro o di studio e le altre otto ore del sonno. È uno spazio limitato, ma è anche lo spazio in cui si gioca tutto: ciò che sono, ciò che divento, ciò che scelgo, ciò che lascio indietro. E anche qui non c’è nessun giudizio. La domanda non è se lo stiamo usando bene o male, ma se lo stiamo usando consapevolmente. Perché il tempo non si conserva, non si rimanda: si vive. E ogni ora vissuta con attenzione ha un valore più di dieci vissute automaticamente.
Stare con gli amici, praticare sport, andare a ballare, coltivare i propri hobby, ascoltare musica, suonare uno strumento, leggere, guardare le serie, uscire, ridere, programmare viaggi, perdersi un po’, sono attività che non solo non vanno trascurate ma che fanno parte della costruzione di sé. Ognuno secondo i propri gusti, le proprie possibilità, il proprio modo di stare al mondo. Il tempo delle distrazioni, quando si è giovani, è importante: serve a costruire quella leggerezza del cuore che da grandi aiuta a non irrigidirsi, a non diventare cinici, a non perdere la capacità di stupirsi. Come ci ricorda Italo Calvino, scrittore e intellettuale del Novecento: “Prendete la vita con leggerezza, che non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto e non avere macigni nel cuore”. È una frase che abbiamo letto mille volte nelle citazioni brevi che circolano su Internet, ma che rischiamo di non ascoltare davvero. Eppure, dice una cosa semplice e profondissima: la leggerezza non è fuga, non è disimpegno, non è vivere in superficie. È la capacità di non farsi schiacciare dal peso delle cose, di non trasformare ogni ostacolo in un macigno, di non perdere la possibilità di vedere dall’alto ciò che, da vicino, sembra insormontabile.
La leggerezza poi allarga la mente e ti permette di scoprire la creatività, l’immaginazione, l’autoironia. E da adulti, quando il tempo sembra stringersi e le responsabilità aumentano, quella leggerezza diventa una risorsa preziosa, un baluardo. Ti permette di avere il giusto distacco dalle attese che gli altri ripongono in noi e che inevitabilmente arrivano: i figli che attraversano il loro percorso di vita, i genitori che diventano più anziani, il ritmo del mondo che ti circonda e che, a volte, non coincide con il tuo. La leggerezza del cuore ti ricorda che la vita non è solo dovere, ma anche gioco, sorpresa. È ciò che ti impedisce di diventare duro, di chiuderti, di trasformare ogni problema in un macigno. È ciò che ti permette di respirare anche quando tutto sembra chiederti una sola cosa: correre.
La leggerezza è un inizio, e proprio per questo motivo non basta. È una condizione che prepara il terreno, che rende possibile qualcos’altro: una profondità che non nasce da noi.
D’altra parte, la leggerezza intesa come tempo per le distrazioni è preziosa, ma può diventare pericolosa quando assomiglia alle dipendenze della nostra epoca. Ci sono distrazioni che aprono, che fanno respirare, che allargano la mente. E ci sono distrazioni che ci lasciano un senso di vuoto.
Le notifiche continue, gli scroll infiniti, i video che si susseguono senza pausa: sono minuti che ci vengono sottratti senza che ce ne rendiamo conto. Non sono più pause, ma automatismi. Catturano l’attenzione, sembrano all’inizio leggerezza, ma dopo poco tempo ti accorgi che non hai quel grado di soddisfazione che in principio ti aspettavi. Il rischio è di lasciare che il tempo venga deciso da qualcos’altro — un algoritmo, un’abitudine, un impulso — invece che da noi. È una leggerezza che non alleggerisce: ti distrae, ma non ti restituisce nulla. E quando il tempo non lo scegli più tu consapevolmente, rischi di non capire più come lo stai vivendo.
Come ci dice Papa Leone XIV nella sua prima enciclica “Magnifica Humanitas” recentemente pubblicata, siamo un desiderio, non un algoritmo. È una riflessione non solo sui rischi, ma anche sulle opportunità offerte dalle nuove tecnologie, nella consapevolezza che ogni sviluppo tecnico deve restare ordinato al bene integrale della persona. Leone XIV, con uno stile più misurato e meno istintivo di Papa Francesco, sta riproponendo lo stesso messaggio con una credibilità che per certi ambienti conservatori è ancora più destabilizzante.
Torniamo alla domanda da mettere a fuoco. A capire se quelle ore, poche o tante che siano, le stai vivendo o semplicemente consumando. Se ti stanno portando da qualche parte, o se ti stanno riempiendo solamente il tempo: per accorgerti di come le stai usando.
Il tempo è prezioso, e non lo dico io: lo hanno capito uomini molto ma molto più profondi di me. Seneca, filosofo, drammaturgo e politico dell’antica Roma, ricordava nel suo “De brevitate vitae” che non è poco il tempo che abbiamo, ma molto quello che perdiamo. Agostino, filosofo, teologo e Padre della Chiesa, diceva nelle “Confessioni” che il tempo vive dentro di noi come memoria, attenzione e attesa; non è solo quantità ma qualità interiore. Italo Calvino, nelle “Lezioni americane” diceva che il tempo non è qualcosa da rincorrere, ma una risorsa da gestire con acume e intelligenza. Tiziano Terzani, scrittore, giornalista e viaggiatore degli anni più vicini a noi, in “Un altro giro di giostra” rileva che la nostra società ha l’ora ma non il tempo per meravigliarsi o stare con sé stessi.
A un certo punto, parlando del tempo, sembra quasi inevitabile aprire una finestra più profonda. Non è un cambio di argomento, né un salto fuori dal discorso: è come se, dopo aver ascoltato filosofi, scrittori e viaggiatori, servisse anche una voce che parla al cuore, che ricorda ciò che davvero orienta il nostro tempo. Una voce antica, semplice, che attraversa i secoli e continua a interrogare anche noi. E il Vangelo, con una semplicità che disarma, che invita a guardare dove mettiamo il cuore, perché lì finisce anche il nostro tempo. Ed è il Vangelo di Matteo 6, 25-34 a dircelo “Per questo vi dico: per la vostra vita non affannatevi per quello che mangerete o berrete, per il vostro corpo per come vestirvi. Non vale forse la vita più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo; non seminano, non mietono, né raccolgono in granai: eppure il Padre vostro celeste li nutre; e voi non valete più di loro?… Non vi angustiate, dunque, dicendo: Che mangeremo? Che berremo? oppure: Di che ci vestiremo?… Ora sa il vostro Padre celeste che avete bisogno di tutte queste cose. Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste altre cose vi saranno date in sovrappiù. Non vi angustiate dunque per il domani, poiché il domani avrà già le sue inquietudini. Basta a ciascun giorno la sua pena”.
Gesù ci insegna a non farci dominare dall’ansia per il futuro o dalla ricerca delle necessità materiali: le fatiche quotidiane vanno affrontate senza l’angoscia del domani, sapendo di essere amati da Dio. Come diceva Papa Francesco, dovremmo avere cura del nostro cuore, perché è da lì che provengono sia il bene che il male, ciò che costruisce e ciò che distrugge. E anche la fede, in fondo, è questo: saper sorridere di fronte alle difficoltà con la certezza che domani sarà un giorno migliore. Se il male è contagioso, lo è anche il bene — e spesso basta un gesto, una parola, un’attenzione per cambiare l’aria intorno a noi.
Non è per fare prediche. È per dire che questa domanda — cosa faccio delle mie sette o otto ore libere? — non è nuova. È una domanda antica, che attraversa i secoli, che ha interrogato filosofi, credenti, uomini comuni. Una domanda che ritorna ogni volta che qualcuno decide di prendersi sul serio. E forse vale ancora la pena di farcela, oggi più che mai.
Abbiamo detto poc’anzi che la leggerezza non basta: prepara il terreno per qualcosa di più profondo. Un passo del Vangelo che ci aiuta a capire questa dinamica — il passaggio dalla semplice serenità interiore alla fede che completa — è quello del giovane ricco. È un giovane buono e spensierato e persino osservante dei comandamenti. Eppure, quando Gesù gli chiede di fare un passo in più, cioè quello di lasciare i suoi beni, le sue sicurezze, lui si rattrista perché possiede molte ricchezze e quel peso gli impedisce di andare oltre. Gesù lo guarda e dice una frase che scuote i discepoli: “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, piuttosto che un ricco entri nel Regno di Dio”. I discepoli allora si stupiscono chiedendosi spaventati chi potrà allora veramente salvarsi e Gesù risponde: “E’ impossibile agli uomini, ma non a Dio. A Dio, infatti, tutto è possibile” (Marco 10, 17-27).
In quelle parole c’è il cuore del passaggio: la leggerezza non basta, così come la buona volontà e l’osservanza. C’è un punto in cui l’uomo per la sua fragilità, da solo, non arriva. Ed è lì che entra in gioco ciò che davvero completa.
Ci fermiamo qui. Il resto non si spiega: si intuisce, si lascia maturare. Ma prima di andare oltre, c’è un passaggio necessario: guardare ciò che più di tutto ci ruba tempo e sguardo.
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