Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Iris. La scelta

Svuota
Quantità

Lucrezia vive a Milano, ha quasi ventisei anni e ci sono molte cose che non ricorda del suo passato. Da piccola è stata portata via da Iris, una nazione popolata dai Jinn, figure blu e alloggiate in piccole lampade, o almeno è così che vengono descritte: in realtà non sono blu, non vivono in piccole lampade e cambiano sembianza in base alla nazione che rappresentano.

La Corea del Sud, infatti, rende Hermes, Aronne e Romeo dei bellissimi ragazzi dai tratti asiatici, il cui destino è misteriosamente legato a quello di Lucrezia, che scopre di essere metà Jinn e metà Janas, ovvero geni e stregoni sardi, che sembrano popolare non solo le sue regioni, ma il mondo che la circonda. Lucrezia, aiutata da Marius, l’animale guida albino che abita i suoi sogni, si troverà a fare i conti contemporaneamente con l’amore e una potente maledizione. Sarà pronta a sacrificare la sua felicità per Iris e il pianeta terra?

LUCREZIA

 

Mi ero appena svegliata da quello che sembrava essere un incubo. Mi trovavo su un motoscafo e, per come soffrivo il mal di mare, essere lì sopra era già di per sé un tormento. Non ero da sola, con me c’era qualcuno. Sembrava mia madre ma più giovane, stavamo entrando in una grotta a forma di cuore. Sentivo che eravamo in Italia, di quello ne ero sicura, come percepivo l’appartenenza a quel luogo. Entrammo, mi aspettai di avere una visibilità limitata ma mi sbagliai. La caverna era buia e tetra solo in un primo momento, poi anche il mare, da scuro, diventò luminoso e dall’acqua si innalzò una statua. Era composta da varie pietre che, luccicando, illuminavano tutto l’antro. 

Quel monumento era sbucato dagli abissi e ora si trovava proprio davanti a noi. Dalle forme del suo corpo mi accorsi che raffigurava una ragazza, non le vedevo il viso, talmente era ricoperto da alghe, ma notai che era legata e quelle catene erano saldate alle pareti e ben visibili a filo d’acqua. La donna al mio fianco, somigliante a mia mamma, mosse una mano, come se stesse mandando via qualcosa davanti a sé e, un’istante dopo, le alghe vennero spazzate via dal viso della scultura, cadendo in mare. Guardai il suo volto rendendomi conto che assomigliava terribilmente al mio.

Continua a leggere

Continua a leggere

Quelle immagini dovevano essere frutto del periodo burrascoso che stavo passando. Avevo letto da qualche parte che le persone che avevano una vita felice e piena di successi probabilmente nelle loro vite passate avevano salvato più volte la loro nazione. Iniziai a pensare che io, la mia, dovevo averla distrutta. Tempo prima avrei dovuto dar retta a mia madre, ricordavo ancora le sue parole: “Lucrezia, sei sicura?”. Ricordo anche che la guardai come se fosse pazza. “Certo che sì! Perché non dovrei?” le risposi. Ma qualche anno dopo capii. Lei conosceva qualcosa di cui io ero totalmente all’oscuro. Il suo impedirmi di uscire con qualcuno era diventato davvero estenuante. Innumerevoli erano i difetti che riusciva a trovare a ogni ragazzo che, anche solo per sbaglio, decideva di volersi avvicinare a me. 

Avevo anche scoperto che li pagava profumatamente, in modo da toglierseli dai piedi, era morbosa e non ne capivo il motivo. Non questa volta però, ora era diverso. Eravamo davvero innamorati, avevamo deciso di andare a convivere e soprattutto, lui non aveva accettato dei soldi per separarsi da me. Non capivo il comportamento di mia madre, e cercare spiegazioni era stato inutile. Andai ad abitare con il mio ragazzo, ma quella che doveva essere una convivenza idilliaca sembrò via via prendere la forma di una trama horror. Pochi mesi dopo iniziammo a litigare, ma quello che mi sconvolgeva di più era il fatto che non riuscivo a dormire in camera nostra. Sentivo come una specie di presenza negativa e avevo paura. Avevo iniziato a fare degli incubi, lui era sempre sul cornicione di un ponte e voleva buttarsi. Ogni notte mi svegliavo in pieno attacco d’ansia e madida di sudore, e quando riacquistavo conoscenza l’inferno sembrava continuare. Mi era anche capitato di vederlo fluttuare nell’aria nel sonno, e non aveva mai una bella espressione. Era come agonizzante e mi dava l’impressione di soffrire per non so quale dolore. Era impossibile, stavo diventando matta. Come poteva esserne in grado? Non volevo parlarne con nessuno, cosa avrei potuto dire? Non mi avrebbero creduta. Senza contare il fatto che lui, in casa, mi scherniva continuamente per i miei difetti fisici, o per qualsiasi cosa non fossi in grado di fare, anche la più banale. Ci eravamo amati, ne ero sicura, ma ora cosa stava succedendo? 

Durante la convivenza avevo iniziato ad avere alcune visioni, che mi si palesavano davanti agli occhi come ologrammi e mi stavano distruggendo sia emotivamente che psicologicamente. In più c’era lui. La sua folle gelosia era diventata talmente accecante da cercare di impedirmi anche di uscire di casa da sola senza il suo permesso, ma non ci riuscì. Voleva togliermi la libertà, anche se sembravo non andargli più bene. Pareva che fossi io la causa di tutto. Ricordavo ancora la frase “Sono più bello di te, potrei tradirti”. Avrei potuto rispondergli: “Allora perché stai con me?” ma mi morsicai la lingua, non era già di per sé un bel periodo; tempo prima avevamo iniziato un percorso, stavamo cercando di avere un figlio che tardava ad arrivare. Forse era anche quello il nostro problema. Poco importava di chi fosse la colpa, se così si poteva chiamare. Era sempre la donna a sentirsi inadeguata, era così che nei secoli ci avevano cresciute. Il problema era che la causa non venisse mai, per credenza, attribuita agli uomini. Loro, nell’immaginario collettivo, erano virili per natura. Cazzate. Avrei potuto citare milioni di esempi, uno di questi, da quello che avevo letto di recente, sembrava essere Enrico VIII: la causa di tutte quelle morti premature dei suoi figli e i relativi aborti delle sue donne, a quanto pareva, erano da ricondursi a un particolare sistema del gruppo sanguigno di Enrico VIII, il Kell positivo, incompatibile con il Kell negativo delle sue donne. In pratica, il primogenito poteva essere sano, ma nelle seconde gravidanze la donna sviluppava degli anticorpi, causando così le malattie dei figli con i relativi aborti. Noi non eravamo più nel XVI secolo, ma restava il fatto che, ancora oggi, solo alla donna veniva puntato il dito contro.

Era nella mia indole cercare di dare sempre una spiegazione a tutto, ma superare il dolore degli ultimi mesi non sembrava una passeggiata. Gli attacchi d’ansia, di cui ormai la mia vita era costellata, ne erano una prova. Ma ce l’avrei fatta. Potevo farcela. Come sempre.

Mi sentivo come un albero di Slope Point, in Nuova Zelanda. Erano alberi che, a causa dell’incessante vento gelido e violento proveniente dall’Antartide, crescevano piegati. E io, proprio come loro, avrei resistito senza spezzarmi. Appena adolescente, avevo dovuto superare la morte di papà, era stata causata da un’esplosione nella fabbrica in cui lavorava, era uscito di casa e non vi aveva più fatto ritorno. Mi mancava il suo sorriso, il suo prendermi in giro, i suoi bellissimi occhi verdi, ma era tutto svanito. Non avevamo neanche potuto dargli un ultimo saluto perché non vi era niente da seppellire, ma mia madre decise lo stesso di prendere una bara e la fece riempire di Iris viola, il fiore preferito di papà.

In quel periodo mamma era a pezzi, e aveva a che fare con una figlia ribelle, ma, per mia e sua fortuna, al mio fianco all’epoca c’era Aronne. Era il mio migliore amico, e anche i nostri genitori erano molto uniti, eravamo cresciuti insieme fin da piccoli, come fratelli; Aronne era molto bravo con le stoffe e i tessuti, crescendo era diventato uno stilista di fama mondiale e riuscivamo a vederci davvero poco. Sentirlo al telefono, in videochiamata, a orari improponibili, a volte non mi bastava affatto. Il mio amico mi mancava davvero tanto, con lui accanto sarebbe stato più facile per me rimettere insieme i pezzi della mia sofferenza. La mia mente era affollata da ricordi spiacevoli che solo Aronne sarebbe riuscito a dissipare.

Chi lo avrebbe mai detto? Avrei voluto invecchiare con Simon, ma i sogni purtroppo non corrispondono sempre alla realtà. 

Ricordavo come fosse ieri il giorno in cui mi disse che doveva parlarmi: “Non ti amo più”. Inutile dire che pur avendolo intuito, il mio cuore perse un battito. Cercai di salvare il salvabile, ma lui non voleva sentire ragioni e io mi stavo aggrappando a qualcosa che ormai non c’era più. Lui era cambiato, non era più il ragazzo che avevo amato. Una nuvola nera sembrava essersi impossessata del suo corpo e ogni volta che lo sfioravo, anche solo per sbaglio, percepivo delle scosse che ero in grado di visualizzare come lampi, capaci di illuminare tutto il suo essere ma purtroppo nessuno, a parte me, riusciva a sentirle, né tantomeno a vederle. In caso contrario, me lo avrebbero detto. 

Ero succube di tutto, ed ero sfinita. Ricordavo anche la volta in cui non rispose al telefono, lo cercai ovunque, poi sentii il rumore della macchina in garage. Ero arrivata appena in tempo. Il suo sguardo era in trance, spalancai dapprima la sua portiera, lo tirai fuori e poi aprii la porta del box, lui sussultò, poi delle parole gli uscirono dalla bocca. 

«Non ho più la forza di vivere.» Gli girai il viso. 

«Non puoi pensarlo veramente! Guardami.» Mi stavo facendo coraggio, ma la mia testa andò nel pallone. Era una visione o la mia nuova realtà? Perché solo in mia presenza accadevano determinati episodi? Non sapevo più cosa fare. Sentivo solo che continuare così mi avrebbe fatta sprofondare in un pozzo dal quale forse non ne sarei uscita viva. La mia capacità cognitiva iniziò a vacillare, insieme alle mie forze distrutte anche da continui incubi e visioni che non volevano passare. Stavo impazzendo. 

Perché stava succedendo a me? A quel tempo mi capitava spesso di ripensare al giorno in cui ci eravamo conosciuti, in riva al mare, e ai sogni che avevano affollato la nostra testa. Avevo bisogno di un aiuto, capivo di non avere mezzi sufficienti per uscirne da sola. Tutte le lacrime che avevo versato stavano diventando un macigno sia sul mio cuore, che sulla mia mente. Piangere era l’unica cosa che in quel periodo sembrava riuscirmi bene. Avevo quasi ventisei anni ma me ne sentivo ottanta. Era impossibile continuare così, la vita insieme era ormai divenuta invivibile per entrambi. Un giorno ci fu la goccia che fece traboccare il vaso. Avrei dovuto lasciarlo dopo che mi aveva detto che non mi amava più, ma non ci riuscii, dovevo avere la sindrome di Stoccolma, non c’erano altre spiegazioni.

Un’immagine apparve davanti ai miei occhi e scoppiai a ridere, e per la prima volta dissi a qualcuno quello che avevo visto. Era con una ragazza nel nostro letto, e lei sembrava essere incinta. Omisi che fosse una visione e lui confermò. Lo guardai, era davvero troppo. Mi sentivo come se mi fossi appena svegliata, avrei messo la parola fine a quel capitolo della mia vita, e magari un giorno, come una fenice, sarei rinata dalle mie ceneri. Gli presi le valigie e svuotai gli armadi dalle sue cose. Non mi si avvicinò, né cercò di fermarmi, sembrava spaventato. Mi vidi riflessa nello specchio dell’armadio, i miei occhi sembravano diversi, ma non gli diedi peso. Avevo finito di fare i suoi bagagli e li lanciai in strada, lui non disse una parola e uscì. 

Mi accasciai a terra scoppiando in un pianto liberatorio, l’indomani sarebbe stato l’inizio di un nuovo tutto e dovevo abituarmici. Si dice che il tempo lenisca ogni dolore, ma i mesi che passarono non furono semplici. La notte ero solita svegliarmi di colpo, con il viso bagnato dalle lacrime o in preda ad attacchi d’ansia. Dovevo rialzarmi, avevo molte persone che credevano in me, dovevo farlo almeno per loro. La mia vita, dopo alcuni mesi, iniziò piano piano a riprendere un’andatura normale. Fino a quel fatidico giorno, e all’ennesima doccia fredda. 

Stavo per uscire di casa quando suonarono alla porta, scesi ad aprire e trovai il postino che mi consegnò una lettera. La scartai, era scritta con una calligrafia antica e vi erano riportate le seguenti parole: “Morte, dolore, distruzione, odio, amore”. Mi soffermai sull’ultima, era sbarrata. Quel pezzo di carta si era appena sgretolato scomparendo dalle mie mani. Mi mancò il respiro. Da dove arrivava? Chi lo aveva mandato? Perché avevo di nuovo delle visioni? Speravo fosse tutto finito. Salii in casa, presi le chiavi della macchina, la borsa e mi diressi verso il Castello Sforzesco. In quel posto fuori dal tempo mi ero sempre sentita bene. Mi ricordai che all’interno di quelle mura vi era la Pietà Rondanini di Michelangelo, e pensai che anche io avrei avuto bisogno di un po’ di pietà per la mia vita. Arrivai in prossimità del Castello, parcheggiai, misi le cuffie, indossai un paio di occhiali da sole che coprivano quasi interamente il mio viso e mentre camminavo piansi le ultime lacrime che mi erano rimaste. Avevo paura, non sapevo cosa mi stesse accadendo di nuovo. Ero spaventata, tutto quello che succedeva avveniva solo in mia presenza. Il problema ero io, ne ero certa. Quella lettera voleva forse dirmi che non potevo amare o essere amata? Decisi che non avrei più fatto avvicinare nessuno, avrei chiuso il mio cuore. Era la scelta migliore. Per tutti. Mi sdraiai sul prato e mi addormentai, sfinita dalle mie stesse lacrime. Non so quanto tempo passò, so solo che la suoneria del mio telefono mi rimbombò nelle orecchie. Cercai con la mano il telefono nella tasca posteriore dei pantaloni ma mi ritrovai a guardare il cielo, il sole era alto quando ero arrivata, mentre ora c’era il tramonto. Quanto tempo era passato? Il telefono continuava a suonare, avevo una chiamata in entrata. Era Anna, la mia amica nonché socia in affari, ma non feci in tempo a rispondere che cadde la linea. Guardai l’orario impresso sul salvaschermo. 

«Merda!» esclamai ad alta voce. La coppia che mi passò accanto mi guardò di traverso. Sorrisi loro come a scusarmi. Era tardissimo! Io e Anna dovevamo valutare delle nuove bibite, ma io me ne ero totalmente dimenticata. 

Corsi in macchina, mi guardai nello specchietto retrovisore e non avevo una bella faccia. Il trucco mi era colato del tutto, sembrava arrivassi da una festa di Halloween ma con il naso preso in prestito da Rudolph, la renna di Babbo Natale. Poi un riflesso arcobaleno catturò la mia attenzione, decisi di scendere dalla macchina e vidi qualcosa che, mosso dal vento, stava oscillando su un cartello stradale, aggrappato a una specie di uncino, appena visibile a occhio nudo. Mi avvicinai e mi accorsi che era una catenina. La presi senza neanche accorgermene, era fatta di piccole sfere in cristallo, sui toni del viola, e per la sua lunghezza mi aveva riportato alla mente i mala, ghirlande usate per sussurrare dei mantra. Ma al posto della nappina centrale, questa aveva un ciondolo che riproduceva perfettamente la forma di un bellissimo iris; non avevo mai visto una collana fatta così, sembrava antica e preziosa allo stesso tempo, mi aveva ricordato mio padre e, pur non essendo mia abitudine raccogliere oggetti per strada, non potei fare a meno di rimanerne colpita, finendo col metterla all’interno della mia tasca. 

Risalii in auto e mi diressi verso il ristorante, ma appena entrai dalla porta sollevai gli occhiali e Anna mi scrutò. 

«Non so cosa ti sia successo, ma non credo tu possa ricevere qualcuno in queste condizioni.»

«Anna, sto impazzendo.» In lacrime le raccontai l’accaduto, anche quello degli ultimi periodi, lei mi abbracciò forte. Singhiozzai senza proferire parola. Anna mi accarezzò la testa e sembrò credermi. 

«Vai di sopra, fatti una doccia e poi esci con le tue amiche. Del resto, me ne occuperò io.» La strinsi ancora più forte. «Ehi, così mi rompi le costole!» mi disse cercando di divincolarsi e dal suo sguardo vidi che non era tranquilla. 

Prese il mio telefono dalla borsa, lo mise davanti alla mia faccia e poi digitò qualcosa. Riconobbi il “pronto” di Maura. 

«Mau, ciao! Sono Anna, hai tempo per un’amica che ha passato una brutta giornata?» 

«Anna? Che succede? Perché hai il telefono di Lucrezia?» 

«Maura, te la affido, falla tornare come nuova!» 

Anna mise in vivavoce. 

«Stavo giusto infornando una teglia di pizza, la aspetto.» Anna attaccò e mi ridiede il telefono. Le scoccai un sonoro bacio sulla guancia, presi la scala a chiocciola che separava il mio appartamento dal ristorante, entrai in casa e andai in bagno, avrei dovuto darmi una rinfrescata o a Maura sarebbe venuto un colpo. Il mio naso non era più rosso, ma con la mia carnagione diafana facevo molto Brandon Lee nel film Il Corvo. Mi spogliai di fretta e sentii un tintinnio, guardai a terra. La collana! Me ne ero totalmente dimenticata. La portai in bagno, la lavai e disinfettai e poi mi fiondai in doccia, una volta uscita mi avvolsi nell’asciugamano, presi la catenina che avevo lasciato sul lavandino e la portai in camera, appoggiandola al collo di Carlotta, un pupazzo rosa a forma di papero che insieme a Pompeo, il suo compagno azzurro, erano il ricordo più caro che avessi della mia infanzia. Sorrisi al pensiero, e il mio cuore si sentì, per un attimo, un po’ più leggero. Finii di prepararmi, infilai le prime cose che trovai nell’armadio, presi la borsa e uscii. Appena salii in macchina, iniziò subito a tuonare e in pochissimo tempo arrivò un classico temporale estivo, che a stento mi permise di vedere la strada. A un tratto, mi sembrò di scorgere un’ombra e inchiodai. Guardai entrambi i lati, ma non vi era nessuno, dovevo essermelo immaginato. Una volta arrivata, parcheggiai a diversi metri da casa di Maura, cercai l’ombrello che tenevo sempre nei sedili posteriori ma non lo trovai. Avrei dovuto correre fino all’ingresso, usando la borsa per coprire almeno la testa; sfiorai qualcosa e mi girai per chiedere scusa, ma un brivido mi percorse lungo la schiena, non c’era nessuno. Corsi ancora più veloce per cercare di raggiungere il più in fretta possibile casa di Maura, mi aprì la porta con due calici di vino in mano, nel momento esatto in cui mi ritrovai lì davanti. 

«Perché ti sei fermata in mezzo alla strada prima?»

«Ho avuto la sensazione di urtare contro qualcuno o qualcosa.» 

Maura mi guardò perplessa. «Con questo tempo, avresti potuto imbatterti solo in un Cullen, uscito appositamente da un libro di Stephenie Meyer.»

Scoppiammo a ridere, ma io ero certa di aver percepito qualcosa. Posai il bicchiere e mi lanciai sul suo divano, dalle finestre posizionate sul tetto del suo attico si potevano vedere i fulmini e sentire il rumore della pioggia, era davvero rilassante. Avrei potuto sdraiarmi lì sopra e fissare il cielo all’infinito, ma il timer del forno suonò, e Maura andò verso di esso per tirarne fuori la teglia. Io presi il necessario per apparecchiare e una volta sedute iniziammo a chiacchierare del più e del meno, ridendo come due matte, ricordavamo quasi sempre gli stessi eventi. Come due vecchiette anziane che avevano nostalgia dei tempi passati, ma forse era anche il nostro modo di ricordare i nostri papà, che erano venuti a mancare da molto tempo. Maura a un tratto si fece seria.

«Come stai?» Anna doveva averla avvisata dell’accaduto. 

«Parlami di te, preferisco.» Le risposi, mentre buttavo giù, in un solo sorso, tutto il vino del mio calice. Maura continuò a guardarmi, risi. «Ok, sto impazzendo. Vedo situazioni che non esistono, magari è solo a causa mia che è successo tutto.» 

Maura mi fulminò con lo sguardo. «Lucrezia! Non è colpa tua!»

«Lo spero» le risposi, mentre buttavo giù il mio terzo calice. Maura scosse la testa, e notai come il tempo, in sua compagnia, passasse sempre velocemente. Dietro di lei vi era un orologio a muro, e mi accorsi che era ora di tornare a casa o Maura, con i turni che faceva, il giorno dopo avrebbe faticato ad alzarsi. 

«Grazie per la serata, amica.»

«A tua disposizione.» La abbracciai e guardai il cielo, la pioggia continuava a scendere incessante e Maura mi passò un ombrello. 

«Buonanotte, Mau…»

«Notte.» E chiuse la porta alle mie spalle. Una volta uscita dal portone, mi resi conto che si era alzato anche il vento e l’ombrello che avevo con me serviva davvero a poco, arrivai alla macchina completamente fradicia, grazie anche a un automobilista che aveva preso una buca centrandomi in pieno. 

Dannazione!

Mi guardai i pantaloni, erano completamente bagnati, alzai lo sguardo, due grandi occhi mi stavano fissando. Sembravano quelli di un gatto, ma un gatto non sarebbe potuto restare immobile su due zampe, eppure non ero ubriaca. Tre bicchieri di vino a stomaco pieno ero perfettamente in grado di reggerli. Salii in auto velocemente, chiudendomi dentro. A Milano, con quel tempo da lupi, non vi era in giro nessuno e le sensazioni delle ultime ore non mi erano piaciute affatto. 

Accesi il riscaldamento della macchina ma il freddo che sentivo non doveva essere dovuto solo alla pioggia o all’umidità, era qualcosa che sentivo venire da dentro, come se mi mancasse qualcosa; una volta a casa mi sarei infilata in doccia, forse così mi sarei riscaldata. Quando arrivai mi accorsi che era saltata la corrente, feci luce con il telefono e aprii la finestra che dava sul lampione, lasciandola socchiusa, poi andai verso il generatore e tutto tornò alla normalità. Mi infilai in doccia, e una volta uscita sentii dei rumori provenire dalla cucina. Trovai la finestra che avevo lasciato semiaperta. Il vento doveva averla spalancata, ma presi lo stesso con me un coltello dalla cucina. Guardai ovunque: dentro le credenze, sotto il letto, negli armadi. Ma niente. Richiusi la finestra, misi l’allarme, il pigiama, una serie tv e, neanche il tempo della sigla, mi addormentai. 

Mi ritrovai a una festa, in un locale, era familiare…lo Spirit de Milan. Sì, era proprio quello. C’era diversa gente che ballava, sembravano divertirsi molto, ma io non riconoscevo nessuno. Andai al bancone, presi un calice di vino, mi sedetti su un muretto e iniziai ad ascoltare un gruppo che stava suonando. Adoravo da sempre la musica dal vivo, mi ricaricava. La musica in generale aveva un effetto positivo su di me. Ma quella dal vivo di più. Mi guardai intorno, magari qualcuno che conoscevo lo avrei trovato; poi, al tavolino davanti a me, notai dei ragazzi, uno di loro incrociò il mio sguardo, disse qualcosa agli amici e si alzò, come a sistemarsi i jeans. Prese la sua birra, ne bevve un sorso, poi la posò sul suo tavolo e iniziò a ballare. I suoi movimenti erano delicati e indossava un cappello, un borsalino, un altro sarebbe sembrato ridicolo, ma non lui. Non riuscivo a distogliere lo sguardo da quel ragazzo, aveva quel non so che di ipnotico, magnetico. Lo conoscevo? Il ragazzo si girò, e mi sorrise, io mi voltai imbarazzata. L’ultima cosa che volevo era flirtare con qualcuno. Bevvi un sorso dal mio calice, cercando di guardare altrove, ma quando rialzai lo sguardo mi accorsi che lui si stava facendo spazio tra le persone e stava venendo verso di me. Raggiunse il muretto e si sedette al mio fianco. 

«Ciao, come ti chiami?» 

Feci l’indifferente guardando dritto davanti a me, prima o poi se ne sarebbe andato. Ma non si diede per vinto. 

«Scusa?» mi disse mettendomi una mano sulla spalla, non potevo più continuare a ignorarlo. 

«Parli con me?» 

Mi sorrise. «Sì, Come ti chiami?» 

«Lucrezia, e tu?» 

«He…» 

Capii solo che il suo nome iniziasse con la lettera E, ma non gli chiesi di ripetermelo, rimasi incantata dalla sua bocca e da quel sorriso. Le sue labbra erano talmente belle da sembrare disegnate. Lui si girò e bevve un sorso dalla sua birra, notai come anche il suo profilo fosse perfetto. Si voltò di nuovo, guardandomi, poi tolse il cappello, aveva i capelli neri, né lunghi né corti, un po’ mossi. E due bellissimi occhi a mandorla. 

Con tutta la naturalezza del mondo, mi spostò una ciocca di capelli dietro l’orecchio, fece scivolare la sua mano dolcemente sul mio viso, con l’altra mi attirò a sé e mi baciò. La sensazione che provai fu strana. Non so il perché, ma nella mia mente apparve la fotografia degli amanti di Hasanlu, che avevo visto in un documentario tempo prima, e mi staccai di colpo. Non era con l’immagine del bacio di due scheletri di più di duemila e ottocento anni fa, che avrei mai pensato di baciare qualcuno. Poi mi svegliai di soprassalto, con il suono della sveglia. Mi toccai le labbra, quel bacio era stato delicato, come se le nostre bocche si fossero incastrate perfettamente.

Presi l’altro cuscino, quello che tenevo al mio fianco, e me lo misi a coprirmi il volto. Mi stavo vergognando di un sogno, dovevo essere matta. Però non ricordavo di aver mai fatto un sogno che mi sembrasse così reale, e anche se non sapevo né come né quando, sentivo che prima o poi quel ragazzo lo avrei incontrato.

2022-01-26

Aggiornamento

Non ci credo, in sole due settimane avete reso possibile questo primo goal! È un sogno che si avvera e vedremo Iris. La scelta in libreria e negli store online. Grazie a tutti! Davvero! Siete stati grandiosi! Ora l’obbiettivo è il secondo goal, di 50 copie per poi raggiungere anche l’extra goal. Spero continuiate a parlare di Iris. La scelta, ad altri vostri amici in modo che anche loro possano preordinarlo e averlo prima che arrivi nelle librerie e negli store online, perché questa campagna andrà avanti fino al centesimo giorno. Prendiamoci tutto!!!! Con affetto Linda

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Eccoci, che dire  … ho letto il libro tutto d’un fiato. L’ho sognato durante le ore di sonno che mi sono imposta  come pausa. Esatto! Mi ha preso così tanto che mi era difficile smettere di leggere. Ho amato la storia , i personaggi e l’ambientazione. Le spiegazioni e le citazioni dell’autrice danno un tocco raffinato all’accaduto, ma la cosa più  emozionante è la possibilità di poter conoscere i fatti dal punto di vista di tutti e  due i protagonisti .  Ho trattenuto le lacrime con il vissuto di Lucrezia, ho desiderato avere accanto un Jinn , ma soprattutto ho adorato in modo spudorato Marius . Insomma mi sono persa in questa realtà al punto che sono andata a comprare gli ingredienti per mangiare ciò che veniva descritto . Grazie  Linda per questo viaggio meraviglioso….. ne aspetto ancora.

  2. (proprietario verificato)

    La prima volta che mi sono imbattuta in Iris ho avuto un déjà-vu, tutte noi siamo state Lucrezia una volta nella vita.
    Una storia particolare e mai banale, i diversi personaggi che entrano in scena, frutto di una spiccata e insolita fantasia, vi faranno innamorare perché nulla è mai lasciato al caso.
    Un libro per chi non si accontenta e nella vita vuole essere ancora stupito.
    Consigliatissimo!

  3. Federica Fabbri

    (proprietario verificato)

    Letto in pochissimi giorni, una storia diversa da quelle a cui il classico fantasy ci ha abituati, molto avvincente e mai banale.
    Ben studiato negli intrecci e nelle connessioni: fino all’ultima pagina ci si sorprende a scoprire che tutto è legato e studiato, ma soprattutto ci si ritrova ad affezionarsi ai personaggi e a connettersi con loro.
    Bello, davvero consigliato 🥰

  4. (proprietario verificato)

    Sono solo all’inizio del libro, e nonostante il genere fantasy non sia tra i miei preferiti, questo è un libro che a mio parere “mette daccordo tutti”.
    È ben scritto e coinvolgente, sia nei personaggi, nelle emozioni palpabili che arrivano al lettore, e nella descrizione dei luoghi, sembra quasi di essere li con la protagonista.
    Sembra di vivere la sua avventura.
    Quindi acquistate il libro e immergetevi nel mondo di Lucrezia. Oggi più che mai abbiamo bisogno di sognare💕!!!

  5. Marta Banfi

    (proprietario verificato)

    Non potete farvi scappare questo libro! “Iris. La scelta” è un romanzo ben riuscito che si legge tutto di un fiato. La protagonista, Lucrezia, è una giovane inquieta e curiosa che vi farà vivere un’avventura avvincente, affascinante e originale. Lo consiglio caldamente.

  6. Daniela Foltran

    (proprietario verificato)

    Ho iniziato da poco la lettura di “Iris. La scelta” e non riesco a fermarmi. I personaggi catturano da subito l’attenzione, con le loro storie che si intrecciano, solo all’apparenza casualmente ! L’ambientazione in Italia a mio parere fa sentire ancora più vicini alla storia, regalando anche un certo senso di appartenenza… ma dall’altra parte non mancano ambientazioni fantasiose ed “esotiche” che spingono il lettore a “viaggiare” in altri mondi, a volte solo lontani, a volte completamente sconosciuti!
    È una narrazione vulcanica e incalzante: fortemente consigliato!

Aggiungere un Commento

Condividi
Tweet
WhatsApp
Linda Saldarini
Vive in Lombardia, è titolare di un centro estetico e nel tempo libero ama scrivere, ascoltare musica e immergersi in tutto ciò che è arte e colore. “Iris - La scelta” è il suo primo romanzo.
Linda Saldarini on FacebookLinda Saldarini on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie