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Isabelita

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Settembre 2022
Bozze disponibili

Genova. Pride 2021.
Isabelita, una trans colombiana viene uccisa tra la folla con una puntura di curaro.
La vittima è molto nota in città. Non solo per il suo attivismo nell’ambiente LGBT ma anche per la lunga collaborazione con la Comunità di San Bernardo, fondata da Don Dario Drago, prete di strada divenuto una sorta di istituzione.
Le indagini sono affidate al Vice Questore Alvise Loredan, poliziotto di lungo corso, ormai disilluso e in attesa solo della imminente pensione. Soverchiato dall’immane compito di esaminare migliaia di fotografie, chiede aiuto al suo amico Pascal Simeoni, fotoreporter, che accetta malvolentieri per adempiere ad un debito d’onore risalente ad un passato lontano.
Tra i caruggi della città vecchia, ricordi del passato e digressioni gastronomiche e fotografiche, i due protagonisti si confronteranno con l’ambiente e i temi LGBT, con i personaggi del vecchio ghetto ebraico e con l’ipocrisia del mondo “per bene” nei confronti della transessualità.

Perché ho scritto questo libro?

Si scrive sempre per dare sfogo ad una propria urgenza.
Nel mio caso, da tempo si accumulavano dentro di me elementi e spunti di vario genere, appartenenti a diversi “mondi”. Alcuni vissuti direttamente, altri in modo indiretto: la fotografia, l’ambiente LGBT, la complicità di un lungo rapporto di amicizia, il G8, la cucina mediterranea e le sue storie antiche, la voglia la lontana rivalità sui mari tra Repubbliche marinare. E il fascino misterioso dei caruggi della vecchia Genova.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Venerdì 11 Giugno

– Per carità. Non dico che non siano gradevoli. Ma vuoi mettere le sarde in saor?, fece Alvise.

Pascal scolò con un’unica sorsata il rosé che rimaneva nel bicchiere, osservando dall’alto del terrazzo della sua casa al Righi, la parte più alta di Genova, il distacco dal molo del traghetto in partenza per la Sardegna.

– Ma quali sarde… Queste sono acciughe amico mio! Le vere signore del mare! Me le regala il mio amico pescatore di Camogli. Le metto io sotto sale nell’arbanella di vetro. Devono riposare almeno due mesi, rilasciando il loro liquido, sotto il peso di un sasso della spiaggia.

– Di Camogli?

– Si capisce! L’acciuga riconosce se il sasso è di Camogli e reagisce di conseguenza…

– Ma va in mona! Tu e l’acciuga di Camogli! Versami ancora un po’ di quel vinello scemo che piace a te. Giusto un mezzo Corso come te può tracannare quel liquido. Dove lo prendi poi? Anche a cercarlo non dev’essere facile.

Le dispute culinarie Genova-Venezia, come più in generale quelle tra le due ex Repubbliche Marinare, sono uno dei maggiori piaceri a cui i due amici amano abbandonarsi ogni volta che si incontrano.

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– Che poi tutta ‘sta partigianeria per Genova non è mica tanto comprensibile, incalzò Alvise. – La Repubblica di Genova ha sfruttato la Corsica per secoli. L’ha deforestata, impoverita e affamata. E poi, dopo averla ripulita come un osso l’ha smollata ai francesi, a grattarsi le rogne degli indipendentisti. Con buona pace di Pasquale Paoli e compagni. Che se poi se la fosse tenuta ancora solo un paio d’anni Buonaparte sarebbe al massimo diventato Sindaco di Ajaccio, risparmiando all’Europa milioni di morti.

Dalla casa di Pascal la città appare come disegnata sulle antiche carte medievali, racchiusa tra i forti e il mare. Il traghetto sta lentamente avviandosi verso l’uscita del porto, scivolando sull’acqua immobile, in quell’ora di giugno che non è più giorno ma non è ancora notte.

Pascal distese un’altra acciuga su un rettangolino di focaccia e svuotò il contenuto del pichet nel bicchiere di Alvise.

A 68 anni Alvise Loredan, 1,68 di altezza per 85 kg, baffoni alla Stalin, che un tempo furono fulvi e quattro capelli in testa, veneziano della Giudecca, è vicequestore aggiunto a Genova. Dal 2001. Anno del G8. Lo trasferirono per sostituire un collega indagato per i fatti della Diaz e perciò promosso ed inviato ad altra sede. Promoveatur ut amoveatur.

– Da che pulpito! Forse che Venezia era una compagnia di beneficienza? Per fortuna ogni tanto trovava il Genovese che gliele suonava di santa ragione dalle parti dell’Egeo.

– Vabbè lasciamo perdere, passami un po’ di baccalà, tagliò corto Alvise.

– Stoccafisso. Non baccalà! Il pesce è lo stesso, ma lo Stokke è essiccato, il baccalà è sotto sale. Voi a Venezia mangiate il baccalà. Noi qui lo stoccafisso!

– Vabbè stoccafisso, chiamalo come vuoi, basta che mi riempi ‘sto piatto, mona. Comunque lo faccio assaggiare a Marley, prima. Vediamo se lo gradisce.

Sentendo pronunciare il suo nome, da sotto il tavolo emerse una strana figura di cane: pelo a trecce da rasta giamaicano, bianco e nero, la testa di un bulldog sul corpo di un volpino. 

– Se Darwin avesse visto ‘sta bestia avrebbe riscritto la teoria dell’evoluzione. Garantito, fece sghignazzando Pascal.

– E si magna pure lo stokke accomodato! S’è mai visto un cane così.

Il volo della sera da Londra si abbassa lento, nella sua discesa parallela alla costa, da levante, come un grande uccello. Ormai è già più basso di loro. Sembra debba ammarare.

– Non credo di avertelo mai chiesto: perché ti hanno chiamato Pascal?

L’amico fece un sospiro, si alzò dalla sedia si diresse in cucina. Ne tornò con un Laguiole con il manico in legno d’ulivo e un pandolce basso di pasticceria, omaggio dell’ospite.

– Beh, tu sai di mio padre. Senza volerlo ci hai preso. Il mio nome d’origine era Pasquale. In omaggio a Pasquale Paoli, il mito degli indipendentisti corsi. Quando mi trasferii a Marsiglia lo francesizzai. Già era difficile fare Simeoni di cognome, ma chiamarsi pure Pasquale era davvero troppo. Così lo cambiai in Pascal e tale rimase, anche perché come fotografo iniziai a essere conosciuto come Pascal Simeoni. E comunque mi ci affezionai.

– Un po’ come quel famoso americano. Quello che saltò su una mina in Vietnam. Robert … Robert … Robert Capa! Quello dello sbarco in Normandia. Che in realtà si chiamava … Come si chiamava più?

– Si chiamava Endre Friedmann e non era americano ma ungherese. E non morì nella guerra del Vietnam ma nell’allora Indocina francese, nel 1954, dove non avrebbe neppure dovuto andare. Comunque no, quella è tutta un’altra storia. Si racconta che il nome Capa fu un’invenzione della sua compagna, anch’essa fotografa, Gerda Taro, per meglio piazzare le fotografie alle riviste. Che poi neppure quello di lei era il suo vero nome. Si chiamava Gerta Pohorylle ed era tedesca, ebrea e socialista, rifugiata a Parigi. Morì schiacciata da un cingolato nella guerra di Spagna nel ‘37. Non aveva neanche trent’anni. Una fine orrenda.

– Certo che voi fotografi avete un talento particolare per andarvele a cercare.

– Che vuoi, di qualcosa bisogna pur morire… E di certo è meglio morire con la fotocamera appesa al collo che consumati dal cancro in un letto d’ospedale.

– Ehi! Siamo in forma stasera! Offrimi un grappino che è meglio.

Pascal si accese la sigaretta che aveva appena finito di rollare. Da quando le vecchie Gauloise Caporal non si trovano più ha tentato varie volte di smettere. Per fortuna senza successo. Da allora si è adattato a farsi le cartine, con l’aiuto della macchinetta. Nella penombra, la fiamma dello zippo illuminò i suoi occhi neri, sotto le ciglia folte nell’incarnato olivastro del suo volto. Si alzò per tutto il suo metro e ottantacinque di altezza, prese una bottiglia anonima priva di etichetta a lato della tavola e ne versò in due bicchierini scompagnati, fino al colmo, un liquido trasparente, dall’aspetto inoffensivo.

– Prova questa, disse. Vediamo se è vero quello che dicono dei veneti.

Alvise tracannò il contenuto di un sol fiato, alla russa. Sentì la lava scendergli nell’esofago e malgrado un’evidente dilatazione oculare finse assoluta indifferenza.

– Buono ‘sto veleno. Che roba è?

– Questa è grappa corsa. Viene dalle campagne di Patrimonio. La fa un vecchio contadino ormai novantenne. Dice che è grazie alla sua grappa che ha campato fino ad oggi.

– Buono a sapersi, fece Alvise.

– Quando sarò in pensione, cioè se tutto va bene alla fine di Ottobre, ne terrò una scorta in barca. Aiuta nelle manovre. Non vedo l’ora amico mio. Ne ho viste troppe e sono stanco. Spero solo che non ci siano rotture di balle in questi ultimi mesi. Resta qualche evento da sorvegliare. Domani ad esempio c’è il Gay Pride …

– Il Pride.

– Sì. E io cos’ho detto?

– È da un po’ di anni che non si chiama più Gay Pride, ma semplicemente Pride.

– Vabbè, quella roba lì. Per carità, non ho nulla contro di loro, ci mancherebbe. Solo trovo che tutto ‘sto can can sia più simile ad una gran carnevalata. Se è vero che i gay sono dovunque, non hai mai pensato a come sarebbe più efficace una marcia ordinata e silente, in abiti civili, senza simboli, urla, allusioni sessuali, musica a palla? Una semplice sfilata silenziosa, dove puoi trovare il vicino di casa, l’impiegato di banca, il macellaio del quartiere e magari pure tuo cugino.

E poi tutte ‘ste sigle incomprensibili. LBTG …LTGB. Ogni anno aggiungono una lettera in più. Adesso è comparsa la Q. Mi hanno spiegato che sta per Queer. Ma che vuol dire? Boh! Va bene gay. A lesbica ci arrivo. Ma tutto il resto non si capisce un’ostrega.

– Ma guarda che sei un bigotto!, sbottò Pascal.

– Dietro la tua patina da poliziotto democratico e libertario, si nasconde un vecchio bigotto! Manca solo che mi dici che hai molti amici gay e che sono persone sensibili! Guarda che questa qui è una vera rivoluzione. Forse l’ultima vera rivoluzione del ‘900. Non violenta per giunta. Hai mai visto una rivoluzione in bon ton? Ok, certi eccessi possono apparire un po’ folkloristici, ma dubito molto che una muta marcia, come vorresti tu, avrebbe lo stesso effetto.

– Boh! Sarà come dici tu. Comunque ho molti amici gay. Beh, molti… Qualcuno. Vabbè, non proprio amici. Conoscenti. Anche in polizia ce ne sono. Certo non lo dichiarano. Non farebbero una bella vita… Come che sia, spero che comunque domani non ci siano rotture di coglioni.

Sabato 12 Giugno

Alvise sta armeggiando sulla sua Clara ormeggiata al Porto Antico, a lato dell’Acquario, appena dietro la vasca dei cetacei. Al momento del pasto si possono vedere i delfini che mettono la testa fuori per acchiappare il cibo lanciato loro dagli addetti.

A dispetto del fisico tracagnotto e decisamente sovrappeso, Alvise si muove sulla barca con la grazia di una ballerina classica, a piedi nudi, schivando cime, parabordi, drizze e tutte le insidie che chiunque abbia messo piede su un’imbarcazione a vela ha sperimentato a proprie spese.

La barca è uno sloop di 39 piedi, in vetroresina, costruita da un piccolo cantiere di Chioggia, che ha chiuso i battenti da anni. Non è certo una barca da regata e ha visto tempi migliori, ma ha tutto quel che ci vuole e ha sempre fatto il suo dovere, tra cui – più che decorosamente – diverse Barcolane nel golfo di Trieste. Alvise l’ha acquistata usata, pochi mesi dopo il suo trasferimento a Genova e negli anni l’ha via via ammodernata: nuove vele, nuovi winch, avvolgifiocco, copertura della tolda in legno di tek, GPS. Ora è la volta dei pannelli fotovoltaici sul tendalino di poppa.

A lavoro concluso, un’Ichnusa fresca e due chiacchiere con Ivo – l’ineffabile tecnico tuttofare della Marina – sono la degna conclusione di un pomeriggio tranquillo.

– Certo una cosa avete voi qui, esordì Alvise.

– Qui dove?

– Voi qui. Nel tirreno.

– Sarebbe?

– Vedete il sole tramontare sul mare.

Ivo lo guardò perplesso.

– Noi in Adriatico, a ovest, abbiamo la terra. E comunque il raggio verde non l’ho mai visto neppure da queste parti, ammesso che esista.

Il Voi (tirrenici), contrapposto al Noi (adriatici), era un dualismo dal quale Alvise non riusciva proprio a liberarsi. Non era più un fatto geografico, se mai lo fosse stato, ma soddisfaceva ad una sua necessità di marcare un’identità. Aumentata da quando era stato trasferito a Genova e favorita dall’avanzare dell’età.

– Francamente non ci avevo mai pensato dottore, rispose Ivo dopo aver svuotato la seconda bottiglia da 50 cl., soffocando un rutto che avrebbe meritato miglior sorte.

Scolate le birre e allungate con fare complice due banconote da 50 euro nel palmo della mano di Ivo, Alvise chiuse con il lucchetto il pannello di accesso alla sottocoperta e si diresse verso casa, un bilocale in affitto al primo piano di un Palazzo dei Rolli, alle spalle di Caricamento, a cinque minuti dall’ormeggio di Clara.

A dirla tutta, la casa non è mai stata un must per Alvise. Di quella si era sempre occupata Clara, finchè c’è stata. Da quando vive a Genova è poco più che un punto di appoggio. Per la barca, s’intende.

Sono circa le 19 quando, sdraiato sul divano, si collega svogliatamente con lo smartphone ai siti di notizie, dove compaiono i primi titoli sulle testate web cittadine e sulle edizioni locali dei quotidiani on line:

“Pride fatale. Muore per un malore un trans sudamericano”. La vittima è crollata al suolo, poco sotto il palco dell’organizzazione. Inutili i soccorsi”.

“La morte arriva al Pride. Un infarto stronca la vita di una transessuale durante il Genova Pride in Piazza De Ferrari. La vittima è stata trasportata d’urgenza all’Ospedale, dove purtroppo non si è potuto che constatarne il decesso”.

Ci sono anche alcuni video registrati dai presenti che mostrano qualche scena, l’arrivo dei soccorsi e le prime parole dei testimoni.

– Prima o poi doveva succedere, pensò Alvise. Meno male che è stato un infarto e non una coltellata …

2022-02-16

Aggiornamento

Un grazie a tutti coloro che hanno sostenuto la campagna e/o che l'hanno a loro fatta girare tramite social o semplice passaparola. L'obiettivo delle 200 copie preordinate è stato raggiunto. Naturalmente ciò non impedisce di procedere ulteriormente (il secondo obiettivo è quello delle 250 copie). Spero ci sarà occasione di incontraci una volta che il librò sarà pubblicato! Un cario saluto Federico Montaldo
2021-12-17

Aggiornamento

Buongiorno a tutti coloro che stanno sostenendo la campagna di crowdfunding e che ringrazio. Siamo arrivati quasi al 60% dell'obiettivo. Il libro, come forse molti già sanno, percorre due mondi: quello della fotografia e quello LGBT. Sullo sfondo (ma forse sarebbe meglio dire "in primo piano") la città di Genova, i suoi vicoli, la sua gente, le sue storie. Con l'occasione vi segnalo questo articolo pubblicato da NOC Sensei di Milano. Sito tematico in materia di fotografia. A presto! https://www.nocsensei.com/scheda/dintorni/admin4914/isabelita-il-noir-fotografico-di-federico-montaldo/

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Federico Montaldo
Federico Montaldo.
Avvocato specializzato in diritto civile-commerciale e diritto della fotografia.
Vive e lavora a Genova.
Da molti anni si occupa di fotografia quale curatore di mostre, progetti, diffusione e divulgazione della cultura fotografica.
Ha al suo attivo diverse pubblicazioni, sia come fotografo sia come autore di testi legati alla fotografia ed ai suoi protagonisti, tra cui:
- Nuraxi Figus, Ultima miniera. Reportage fotografico sull’ultima miniera di carbone in Italia (Emuse 2018);
- Manuale di sopravvivenza per fotografi. Diritti, Obblighi, Privacy (Emuse, 2019), sui profili legali della fotografia;
- Ivo Saglietti. Lo sguardo inquieto. Un fotografo in cammino (testi ed editing. Postcart, 2021);
- G8/Venti. Un sogno in sospeso di cui ha ideato e curato la pubblicazione (Emuse 2021)
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