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Italia al bivio: benessere diffuso o declino?

Italia al bivio: benessere diffuso o declino?
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Consegna prevista Febbraio 2023

Al di là delle favole e delle polemiche funzionali al consenso elettorale, le quali hanno la capacità di distorcere la nostra comprensione del progresso sociale, c’è un modo solo per affrontare le complessità e le criticità che attanagliano il nostro Paese: conoscerle, analizzarne le cause, elaborare le possibili soluzioni. Entità del debito pubblico come conseguenza di politiche di bilancio dettate dal consenso elettorale immediato, una scarsa attenzione all’innovazione e alla formazione, politiche sociali inefficaci a ridurre le disuguaglianze e la povertà (anche educativa), norme confuse che penalizzano imprese e cittadini, ostacoli alla libera concorrenza. Questi e altri sono i fenomeni che frenano la crescita del Paese. L’Italia si trova a un bivio: cedere alle pulsioni elettorali o costruire un consenso funzionale ad un sistema economico e sociale la cui prosperità si fonda su cittadini che possano esprimersi come esseri umani liberi all’interno dei vincoli ambientali e delle risorse di un Pianeta che non è infinito. Una Unione Europea libera dai vincoli posti dall’unanimità e dalle tentazioni nazionaliste, una classe dirigente munita della necessaria visione e delle competenze indispensabili ad affrontare le complessità in maniera consapevole ne sono la premessa indispensabile. Le risorse previste dal PNRR sono un’occasione irripetibile e qualora non dovessero essere allocate in maniera efficiente le conseguenze saranno pagate a caro prezzo dai cittadini e dalle future generazioni.

Perché ho scritto questo libro?

Il risultato delle elezioni politiche del 2018, il primo Governo gialloverde e la dissennatezza politica che qualificò le diverse uscite pubbliche dei leader di Governo, il successo di Trump e l’esito del referendum per la Brexit suscitarono in me una profonda preoccupazione circa la tenuta della democrazia liberale nel nostro Paese e in Europa.

Ho iniziato a domandarmi perché, quali erano le ragioni che inducevano la maggioranza degli italiani, e anche una grossa fetta della popolazione europea, a ritenere che le cause del proprio malessere fossero l’Unione Europea, l’euro e gli immigrati. Si è rivelato un esercizio essenziale alla crescita del mio pensiero politico ed economico. Ho avuto la conferma che non possiamo fare a meno della costruzione Europea, che il problema non sono gli immigrati ma l’assenza di adeguate politiche di integrazione e che innovazione, inclusione, formazione continua, politiche sociali efficaci e una distribuzione più equa della crescita economica sono essenziali alla stabilità politica e alla tenuta della democrazia liberale.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Premessa

Al di là delle favole e delle polemiche funzionali al consenso elettorale, le quali hanno la capacità di distorcere la nostra comprensione del progresso sociale, c’è un modo solo per affrontare le complessità e le criticità che attanagliano il nostro Paese: conoscerle, analizzarne le cause, elaborare le possibili soluzioni. Entità del debito pubblico come conseguenza di politiche di bilancio dettate dal consenso elettorale immediato, una scarsa attenzione all’innovazione e alla formazione, politiche sociali inefficaci a ridurre le disuguaglianze e la povertà (anche educativa), norme confuse che penalizzano imprese e cittadini, ostacoli alla libera concorrenza. Questi e altri sono i fenomeni che frenano la crescita del Paese. L’Italia si trova a un bivio: cedere alle pulsioni elettorali o costruire un consenso funzionale a un sistema economico e sociale la cui prosperità si fonda su cittadini che possano esprimersi come esseri umani liberi all’interno dei vincoli ambientali e delle risorse di un Pianeta che non è infinito. Una Unione Europea libera dai vincoli posti dall’unanimità e dalle tentazioni nazionaliste, una classe dirigente munita della necessaria visione e delle competenze indispensabili ad affrontare le complessità in maniera consapevole ne sono la premessa indispensabile. Le risorse previste dal PNRR sono un’occasione irripetibile e qualora non dovessero essere allocate in maniera efficiente le conseguenze saranno pagate a caro prezzo dai cittadini e dalle future generazioni.

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Il livello del debito pubblico italiano è tra i più alti al mondo ed è da oltre quarant’anni uno dei grandi problemi del Paese. Lo ha reso più vulnerabile in occasione delle grandi crisi a causa dell’incapacità di investire per il lungo periodo. Per lunghi tratti della storia, ha assunto il ruolo di strumento per garantire il consenso ed è stato utilizzato dalle diverse componenti “partitiche” per consolidare e allargare il proprio elettorato. Politiche fiscali espansive, in diverse circostanze, sono state utilizzate alimentando il debito con aumenti di spesa poco orientati al futuro del Paese, determinandone una scarsa performance economica. Le tre macro-cause che la spiegano possono essere sintetizzate nella scarsa formazione di capitale umano, nello scarso livello degli investimenti sia pubblici che privati e nella conseguente scarsa crescita della produttività.

La sostenibilità del debito pubblico è collegata ai fondamentali macroeconomici di un Paese ed è dipendente dal rapporto fra il tasso di crescita dell’economia e il tasso d’interesse reale: quando il PIL cresce in media più del costo del debito, il rapporto debito/PIL tende a stabilizzarsi attorno a un valore di equilibrio. Si possono però verificare circostanze in grado di mutare nel breve periodo la percezione del rischio Paese, non necessariamente a causa dei fondamentali macroeconomici. Un esempio può essere rappresentato dai recenti orientamenti della narrazione sovranista e populista che a inizio legislatura ha spaventato i detentori del debito pubblico determinando un innalzamento dello spread. Narrazione che ogni tanto risorge, nella retorica dei sovranismi degli Stati nazionali, la quale, attraverso la banalizzazione dei linguaggi e la destrutturazione della verità, poi tradotta in formule “social” accattivanti, rivendica il pieno ripristino della sovranità monetaria quale soluzione ai problemi degli stessi Stati.

Non possiamo fare a meno dell’Europa

Gli interventi dell’Unione Europea volti ad attenuare la crisi economica e sociale causata dalla pandemia hanno permesso al nostro Paese e ai Paesi europei di non cadere nel baratro, come sarebbe invece accaduto se le singole “Nazioni” avessero ceduto alla logica del “Prima gli….”.

L’attuale crisi è profondamente diversa da quelle che l’hanno preceduta. La “grande depressione” del 1929 è stata una crisi di sovrapproduzione che ha generato una colossale bolla finanziaria, che ha portato alla luce le profonde incongruenze del decennio successivo alla Prima guerra mondiale. Quella del 2008 è stata una crisi di isteria finanziaria. Con la pandemia è, invece, crollata la domanda aggregata, a causa dell’incertezza e del crollo dei redditi, e si è contratta anche l’offerta aggregata a causa della chiusura di tutte le attività non essenziali da parte dei governi, del crollo degli ordini e della disarticolazione delle catene di approvvigionamento (le catene del valore internazionali).

Questa crisi impone di trovare soluzioni che permettano di gestire la transizione verso un nuovo modello organizzativo del Paese e delle imprese, oltre che una diversa composizione della domanda di beni e servizi. La pandemia ci ha trovato impreparati, nei sistemi sanitari ma anche nella capacità di dare risposte efficaci, dato che i Paesi erano preparati alle catastrofi biomediche secondo logiche militari. Oggi, quanto è accaduto, non va trattato come una parentesi ma come una minaccia che si farà via via più seria. Occorre evitare l’irresponsabilità organizzata, apportare cambiamenti strutturali alla nostra catena alimentare, al sistema dei trasporti, rendere il sistema di sanità pubblica adeguato, ecc.

Il Paese si deve attrezzare ad affrontare una transizione, guardare a un futuro diverso e a una comune origine europea. Una transizione che è già iniziata con l’accelerazione della rivoluzione digitale, dato che durante i mesi del lockdown consumatori e aziende hanno anticipato comportamenti e modificazioni organizzative che avrebbero probabilmente richiesto un decennio per realizzarsi.

L’aumento del costo delle materie prime sin dal 2021 ha determinato uno scenario inflazionistico la cui durata non è allo stato prevedibile, scenario che non essendo determinato dall’aumento della domanda di beni, ma da uno shock di offerta, produrrà un rallentamento dell’economia dopo che il 2021 ha registrato una crescita del PIL pari al 6,6%. A questo si aggiunge la grave situazione in Ucraina, con gli effetti di breve e lungo periodo che avrà anche sul nostro Paese e sulla nostra economia. Tutto ciò determinerà una maggiore pressione sui conti pubblici, legata alle misure volte a supportare famiglie e imprese colpite dall’aumento del costo dell’energia, all’accoglienza dei profughi e all’aumento delle spese militari causati dalla guerra. Da sempre l’energia e le relative politiche influenzano il sistema internazionale, determinando grandi potenze, alleanze, guerre e pace. L’Europa deve contemporaneamente accelerare la transizione ecologica e organizzarsi per essere protagonista nel nuovo quadro geopolitico, il che richiede una grande capacità strategica e la profonda conoscenza di nuove realtà e forme energetiche.

La neutralità climatica e lo sviluppo ambientale sostenibile, per mitigare le minacce a sistemi naturali e umani, presuppongono una radicale transizione ecologica. Per raggiungere la progressiva decarbonizzazione di tutti i settori, il PNRR ha previsto investimenti e riforme per incrementare la penetrazione di rinnovabili che, anche a causa del recente incremento del costo del gas, andrebbero accelerate al fine di proteggere il Paese, almeno nel medio periodo, dai ciclici shock energetici.

La narrazione populista

Le forze populiste e sovraniste, negli anni 2008-2018, hanno cavalcato un forte equivoco che ha permesso loro di trarre grandi vantaggi in sede elettorale. In particolare, si è generato il convincimento che le politiche economiche dei dieci anni precedenti l’ultima legislatura, siano state condizionate dall’austerity imposta dall’Europa. In realtà, i conti pubblici hanno subìto un’evoluzione diversa rispetto a quella percepita dalla maggioranza degli italiani (grazie alla narrazione populista). Infatti, all’inizio del suddetto periodo il rapporto debito/PIL era di poco superiore al 100%; al 31 dicembre 2018 il rapporto debito/PIL era pari al 133% con un aumento del debito pari a 553 miliardi, nonostante le politiche dell’allora Presidente della BCE, Mario Draghi, ci abbiano permesso di risparmiare 89 miliardi di interessi sul debito pubblico. La spesa sociale a carico della fiscalità generale, ovvero non coperta dai contributi sociali, è passata da 73 miliardi a 116 miliardi. La spesa sociale complessiva, che include pensioni, indennità di disoccupazione e altre forme di assistenza, è la componente dominante della spesa pubblica del nostro Paese. Nel 2018, la media europea era del 15% del PIL e l’Italia ha presentato il dato più alto con il 19,9%, nonostante si collochi all’undicesimo posto per quanto concerne le entrate derivanti dai contributi sociali (13,4% del PIL).

Una tale redistribuzione di ricchezza sarebbe da apprezzare nella misura in cui si concretizzasse in una riduzione della povertà.

La spesa sociale, un onere a carico di pochi e delle future generazioni

Il sistema pensionistico del nostro Paese, organizzato secondo il criterio della ripartizione, è disegnato per fornire un flusso di pagamenti a chi: (i) ha cessato l’attività lavorativa per ragioni di età anagrafica (pensioni di vecchiaia) o di età contributiva (pensioni di anzianità); (ii) non è più in grado di partecipare al processo produttivo per una sopravvenuta incapacità lavorativa (pensioni di invalidità); (iii) è legato da rapporti familiari con persone decedute che hanno fatto parte della forza lavoro (pensioni di reversibilità); (iv) è sprovvisto di qualunque forma di reddito e non è in grado di lavorare (pensioni assistenziali). Nel nostro Paese, lo Stato interviene ricorrendo alla fiscalità generale per compensare lo squilibrio fra le prestazioni erogate e i contributi versati. Lo squilibrio è principalmente legato: (i) a un trend demografico caratterizzato da un aumento dell’età media della popolazione, come riflesso di un aumento dell’aspettativa di vita, e di un basso tasso di natalità; (ii) a un trattamento pensionistico molto generoso specialmente per chi beneficia ancora del sistema retributivo; (iii) a un elevato livello di evasione fiscale e contributiva che si trascina oramai da diversi decenni.

Occorre un grande ripensamento delle politiche di riduzione della povertà, che non si risolve distribuendo soldi, ma fornendo servizi veri che riescano a far uscire dalla povertà (spesso anche educativa) molte persone. A maggior ragione, se si considera che nei prossimi anni si sentiranno gli effetti della crisi sanitaria causata dal COVID e dell’attuale crisi energetica.

Giova peraltro sottolineare che l’aggravio sulla fiscalità generale pesa su una platea di contribuenti molto inferiore a quella percepita. A fronte di un aumento della spesa per welfare, si è ridotto il numero di dichiaranti che in 11 anni è diminuito di oltre l’1%. In particolare, su 60 milioni circa di cittadini residenti, quasi la metà dei cittadini italiani non ha redditi e il 13,07% dei cittadini assicura il 58,95% del gettito. La percezione che ha chi adempie alle proprie obbligazioni tributarie di sottostare a una pressione fiscale eccessiva e che tale pressione sia circoscritta a un numero limitato di contribuenti è assolutamente legittima. Infatti, la pressione fiscale 2021 è stata pari al 43,5% del PIL, che però include anche una stima consistente del settore sommerso. Depurando il dato del settore sommerso, le entrate fiscali sono pari al 53% del PIL e la pressione fiscale per il settore non sommerso (ovvero che paga le tasse) superiore al 50%.  A maggior ragione se consideriamo che alcune agevolazioni fiscali, pari a complessivi 30 Mld di euro circa, sono classificate come spese e non come minori entrate (ne è un esempio il Bonus IRPEF di 100 euro che comporta una riduzione del carico fiscale per i lavoratori dipendenti).

Alla luce di questi dati e con un debito pubblico così grande, che senso ha parlare di riduzione del carico fiscale e di redistribuzione per mitigare le disuguaglianze? Avrebbe senso, attraverso un’ampia riforma fiscale – che permetta di colpire realmente la capacità contributiva dei cittadini e, grazie all’efficiente utilizzo delle nuove tecnologie e a una adeguata capacità di accertamento che ne deriverebbe –, consentire l’emersione del sommerso e l’implementazione di un welfare che abbia effettivamente la capacità di garantire meccanismi redistributivi.

La spesa sanitaria è destinata ad aumentare in futuro, sia a causa della pandemia scoppiata nel 2020 sia per la fase di transizione demografica, con un consistente invecchiamento della popolazione, che richiederà maggiore spesa sanitaria e più assistenza alla non autosufficienza. Tra il 2013 e il 2019 la spesa ha segnato un aumento superiore all’inflazione per effetto dell’aumento della spesa per consumi intermedi e per gli acquisti di servizi dai produttori di mercato accreditati. Si è invece ridotta la spesa per il personale, tant’è che la pandemia ha evidenziato la carenza di medici di base, specialistici, anestesisti e personale infermieristico (i quali peraltro hanno una età media elevata) oltre che la carenza di una “sanità territoriale”, che ha creato gravi problemi nelle strutture ospedaliere. Il rapporto tra spesa sanitaria e PIL andrebbe aumentato in modo significativo, portandolo almeno al 7-8 per cento, a condizione però che le risorse siano allocate in maniera efficiente e che ci si avvii verso l’adozione di costi standard per la determinazione del totale delle risorse che lo Stato spende nella sanità.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Paolo Costanzo
Dottore Commercialista e Revisore legale, Socio Fondatore dello Studio Professionale CA Group, è specializzato in operazioni di finanza straordinaria, processi di quotazione e sistemi di governance. Autore di numerose pubblicazioni in tema di informativa societaria, corporate governance, diritto societario, risanamento aziendale e reddito di impresa, ha collaborato alla stesura della relazione al disegno di legge delega al governo per la riforma del sistema fiscale nazionale. E’ coordinatore di + Europa Milano.
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