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Consegna prevista Giugno 2026
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Il romanzo ha come protagonista una Città sorta su un vasto promontorio circondato da una foresta che non ha fine. È un piccolo mondo regolato da una miriade di uffici e un’ottusa burocrazia. La vicenda si concentra sull’architetto Rigaretta, il cui compito (disegnare la planimetria completa della Città) è da anni arenato a causa delle Case Vecchie, un quartiere disabitato che, continuando a mutare forma, non si lascia misurare e mappare in modo definitivo. Accanto all’architetto ci sono il suo collaboratore, Mezzapaglia, uomo cinico e disilluso; la nipote di Rigaretta, Viola, giovane illustratrice; l’orologiaio Torciferro, abile inventore; l’oscuro Calcaterra, un tempo cacciatore di streghe, e infine Cosimo, il nuovo tirocinante assegnato all’ufficio di Rigaretta. Queste figure si trovano a confrontarsi con una Città che sembra dotata di una volontà propria, capace di condizionare i suoi abitanti e creare una storia che contempla amore e morte, decisioni e rinunce, cadute e rinascite.

Perché ho scritto questo libro?

Per rispondere prenderò in prestito le parole di Viola, una delle protagoniste del romanzo: “La realtà non si limita a quello che è semplicemente presente. Ci sono mondi che immagino; li disegno, e dunque sono reali. Li desidero, e dunque sono reali. A volte mi spaventano, e anche in questo caso sono reali. Sono nascosti chissà dove, in attesa di venire alla luce e mostrarsi a tutti, nel bene e nel male”. Ecco, in me c’era un mondo che voleva venire alla luce.

 

Immagine banner: disegni di Tatiana Richilmini

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1

Nell’ufficio dell’architetto Rigaretta

– L’architetto è pazzo, – disse Mezzapaglia. – O magari non lo è, – aggiunse alzando le spalle. – D’altra parte è difficile farsi una idea chiara su queste cose. – Fece un profondo tiro di sigaretta. – Per quanto mi riguarda, ho smesso di farmi domande da molto tempo.

Cosimo era seduto su uno sgabello girevole piuttosto scomodo. Stava cercando di prestare attenzione al discorso dell’uomo panciuto che aveva di fronte, tuttavia l’ambiente nel quale si trovava lo distraeva.

L’ufficio dell’architetto Rigaretta era ampio, di forma circolare. Le pareti erano nascoste dietro numerosi schedari, pile di incartamenti tenute strette le une alle altre dalle ragnatele e colonne di faldoni impolverati che si alzavano storte sino a toccare il soffitto. Al centro di questo si apriva un lucernario: una cupola di vetro che sporgeva verso l’esterno, simile all’occhio ottuso di una rana puntato verso il cielo, come a fissare una libellula.

Lo sguardo di Cosimo fu catturato da un quadro appoggiato a terra contro un armadio. Vi era riprodotta la Città. Le pennellate di colore, spesse e decise, rendevano con efficacia l’immagine del vasto promontorio su cui si estendeva una fitta schiera di edifici. Un’enorme verruca di roccia che spuntava al di sopra di una pianura interamente coperta da un bosco impenetrabile. Le pareti verticali grigio-ocra di quel porro sfacciato contrastavano con il verde scuro, quasi nero, che si espandeva senza ostacoli verso la linea dell’orizzonte. E sopra il verde vegetale, un cielo carico di nubi color crema che si scurivano negli strati più bassi. A fatica si poteva scorgere il punto in cui le mura di pietra, fiere e massicce, si staccavano dal promontorio, aumentando artificialmente l’altezza di quel blocco naturale. Le mura racchiudevano l’agglomerato urbano della Città: dall’impasto cromatico del dipinto emergevano l’armoniosa irregolarità dei tetti degli edifici, puntellati di rosso, arancione e nocciola, e le torri tronfie che si allungavano fuggendo verso l’alto, come a voler separarsi da quell’ammasso denso di umanità.

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Nell’ufficio l’aria era appesantita da un odore pungente di muffa e dalla calura estiva. “Dovrò attendere ancora per molto?”, si domandò Cosimo con gli occhi fissi su un angolo del quadro, dove uno stendardo, reso con un’unica pennellata di rosso, dava l’impressione di essere mosso dal vento. In quel preciso momento la porta d’entrata si spalancò, facendo alzare un mulinello di polvere dal pavimento e oscillare un lampadario a dodici candele. Un vecchio dai movimenti nervosi fece il suo ingresso.

– Ah bene, l’architetto è arrivato, – disse Mezzapaglia. – Ci sono delle novità? – Sorrise sornione, come se conoscesse già la risposta.

– Ecco le tue novità. Già. – Rigaretta sventolò un rotolo di fogli.

– Immagino non buone, visto che la settantacinquesima versione è quasi completata. – Il sorriso di Mezzapaglia divenne un ghigno divertito.

Rigaretta non rispose. Appoggiò la borsa a tracolla e il rotolo di fogli su una scrivania, quindi oltrepassò un tavolo da disegno e si portò davanti alla finestra. Se ne stava ritto a gambe divaricate, le mani congiunte dietro la schiena. La giacchetta e i pantaloni che indossava lasciavano intravedere un corpo ossuto e spigoloso, simile a quello di una marionetta.

– Quanta vanità nei nostri sforzi. Già. Inizio a pensare… ecco… mi sto convincendo, sì, che tu abbia ragione.

– Meglio tardi che mai. – Mezzapaglia riaccese la sigaretta, che nel frattempo si era spenta.

– Sarebbe più onesto dare fuoco a tutto… ecco… e farlo sparire, questo ufficio ammuffito.

Mezzapaglia non sembrava dare troppa importanza alle parole dell’architetto.

– La settantacinquesima versione. Già. Puoi anche archiviarla. – Rigaretta sospirò. – Quelli che ti ho appena portato… ecco… sono i primi dati relativi alla settantaseiesima versione.

Mezzapaglia gettò il mozzicone di sigaretta sulle assi consumate del pavimento e lo spense col piede. Staccò il foglio dal proprio tavolo da disegno e lo piegò in tre parti. Prese una matita, scrisse qualcosa sul frontespizio, quindi, con tono canzonatorio, dichiarò a voce alta: – Settore N-24, settantacinquesima versione, quasi otto settimane di lavoro, archiviata! – Da uno schedario tirò fuori una cartella azzurra, la aprì e vi infilò il foglio.

Rigaretta si girò verso il suo assistente: – Archiviata. Sì. Bene. – disse. La testa calva, la pelle pallida e ben distesa, il ciuffo di barba bianca che gli cresceva sul mento, gli occhi azzurri che si muovevano freneticamente: il volto dell’architetto avrebbe potuto far venire in mente una lucertola albina. A parte la barba, che ricordava quella di una capra.

– Vedo che oggi… ecco… abbiamo un ospite, – disse Rigaretta.

Il suo sguardo si era finalmente posato su Cosimo, il quale si alzò di scatto dallo sgabello.

– Ah già, – rispose l’omaccione. – Lui è… vediamo…  – si grattò le folte basette. – Come hai detto di chiamarti?

– Ehm, Cosimo, – rispose l’ospite.

– Certo, Cosimo, – riprese Mezzapaglia. – È un tecnico fresco di studi. Lo hanno mandato quelli dell’Ufficio Funzioni. A quanto pare abbiamo un nuovo collaboratore.

– Collaboratore? – esclamò Rigaretta stupito. – Ma noi non abbiamo bisogno di nessun collaboratore!

– A dire il vero, – disse intimidito Cosimo, – io sarei… sarei qui per il mio tirocinio.

– Tirocinio?

– Un tirocinio di nove mesi, – precisò Cosimo. – Si tratta di un periodo di… insomma, per fare pratica, prima dell’assegnazione definitiva.

– Ma sì, architetto, il tirocinio, – intervenne Mezzapaglia. – Fare pratica: è una recente trovata dell’Ufficio Funzioni.

– Oh. Già… – disse Rigaretta. – Ai miei tempi si cominciava a lavorare e basta. Sì. – Quindi chiese a Cosimo: – E una volta finito il tirocinio… ecco… a quale ufficio le piacerebbe essere assegnato?

– Beh, credo potrebbe andarmi bene qualunque ufficio, – rispose timidamente. – Anche se l’Ufficio Edificazioni…

– Abbiamo qualcuno a cui piace progettare! – esclamò divertito Mezzapaglia.

– Bene. Sì. Bene. Anche se quelli delle Edificazioni… ecco… non so che dire. Già. Non fanno altro che buttare giù e costruire. Sì. Non è così? – L’omaccione confermò con un cenno della tesa. – Mi chiedo come facciano coi permessi. Sì. Riescono sempre a piegare la Tradizione come più conviene a loro.

– Hanno un buon gruppo di Interpreti quelli là! – sentenziò Mezzapaglia grattandosi con forza il mento spinoso. – E con gli Interpreti giusti hai tutte le strade aperte!

– Già. Servirebbe a noi un buon Interprete… ecco… per tirarci fuori da questo incubo, – disse Rigaretta. Quindi si rivolse a Cosimo, passando dal lei al tu: – Ragazzo mio, qui caschi male! Già. Proprio così. Qui non imparerai… ecco… a progettare. Imparerai a riconoscere l’insensatezza di ogni progetto. Ah! L’ho detto! – Rigaretta rise mettendo in mostra la sua dentatura perfetta.

– L’insensatezza di ogni progetto? – chiese disorientato Cosimo

– L’insensatezza! – insistette l’architetto.

– Ma suvvia! Non di ogni progetto, – intervenne Mezzapaglia. – È soltanto il nostro lavoro a essere insensato!

– Ecco… non sottostimiamoci. – ribatté Rigaretta. – Se noi falliamo, fallisce l’intera Città! – esclamò con la sua voce stridula. – Ma chi sta all’Ufficio Edificazioni, questo non può saperlo. Già. Nessuno lo sa… tranne noi!

Cosimo si sentiva confuso e guardava i suoi due interlocutori, ora l’uno, ora l’altro, senza riuscire a venire a capo di quel discorso. Mezzapaglia, seduto malamente sullo sgabello, si era messo a girare una nuova sigaretta. Era un uomo di mezza età, piuttosto corpulento, dal viso largo e pieno. Aveva un cespuglio riccio di capelli neri e si era fatto crescere due folte basette brizzolate; nonché i baffi, anche questi folti e brizzolati. Indossava un paio di pantaloni marroni schiariti sulle ginocchia e una camicia azzurra macchiata in diversi punti, i cui bottoni erano duramente messi alla prova da una pancia generosa.

Rigaretta iniziò a camminare pensieroso. Intorno a lui aleggiava un’atmosfera teatrale.

– Consideriamo un caso concreto. Così capirai la vanità… ecco… e l’insensatezza di cui parlo. – L’architetto si era portato davanti a Cosimo. Si passò la mano sulla testa calva, forse per conferire maggiore intensità al momento e profondità a quanto stava per raccontare.

– Stamattina sul presto sono salito sulla Torre dell’Edera. Sì. E ho guardato la Città dall’alto. Ci sei mai stato sulla Torre? – chiese a Cosimo.

– Ehm… no.

– Oh. È un vero peccato. Si vede proprio tutto. Già. È incredibile come questa piccola noce… ecco… questo modesto e insignificante grumo di edifici… questo intrico di vicoli e piazzette, possa essere così profondo. Già. Insondabile. – Cosimo cercava di prestare attenzione a quelle frasi frammentate e si sforzava di assumere un’espressione seria, sebbene l’atteggiamento dell’architetto fosse tanto drammatico da rovesciarsi nel comico. Mezzapaglia ascoltava con poco interesse, come si può ascoltare un racconto sentito più volte. – Dalla Torre dell’Edera si vede Viale dei Cento Gatti. Sì. E più a nord, i tetti delle Case Vecchie… ecco… un fitto mosaico di coppi sbeccati.

“Le Case Vecchie”, pensò Cosimo. Non c’era mai stato. Sapeva soltanto che si trattava di uno dei più antichi quartieri della Città e che era stato evacuato da tempo immemore. Qualche decina di edifici pericolanti che giacevano nel più completo abbandono.

– Ma lasciamo le belle parole ai poeti! Dicevo… ecco… le Case Vecchie. Già. Il nostro problema. Dalla torre appaiono compatte e ben delimitate. Sì. Come nella stampa di Compassato.

Cosimo guardò il quadro che aveva contemplato poco prima.

– Non il quadro! – disse Rigaretta con un tono di rimprovero. – Quello l’ha dipinto un caro amico… ecco… che ha di certo talento… ma fa le cose a caso. Come tutti gli artisti. – Quindi l’architetto puntò il suo indice nodoso verso una stampa che riproduceva la planimetria della Città. – Ecco… là! – Era incorniciata e appesa alla bell’e meglio sull’anta di un armadio.

– Non so se Compassato abbia mai toccato con mano il problema… ecco… intendo il problema delle Case Vecchie.

– Le Case Vecchie sono un problema? – si limitò a ripetere Cosimo.

– Ecco… se dovessi giudicare da questa planimetria, direi proprio di no. Le Case Vecchie se ne stanno lì, tranquille! Già. Innocenti. Invece… ecco… è l’esatto contrario! Attenzione, non sto  accusando l’ingegnere. Il suo è stato un gran lavoro. Sì. E non dobbiamo smettere di rendergli onore. – Quindi Rigaretta domandò a Cosimo: – Mi dica, lei sa chi è Compassato?

Preso alla sprovvista, Cosimo balbettò: – Ce-certamente. L’ingegnere… quello che ha fatto la riforma del catasto. E ora figura tra gli Antenati.

– Ragazzo mio, lei è scolastico, – disse Rigaretta, passando inaspettatamente dal tu al lei. – Ma non le rimprovero nulla… ecco… siamo stati tutti scolastici. È un fase necessaria della vita. Già. Vediamo se qualcosa gliela posso insegnare io. – L’architetto si schiarì la voce. – Per prima cosa… ecco… deve sapere che Compassato è stato il mio predecessore. Sì. Ha guidato questo ufficio… chissà quanti anni fa. Non ricordo. Ma questo non è importante. Ecco… che dire ancora? Era un genio della matematica. E ha realizzato la prima planimetria della Città. L’ha suddivisa in precisi settori geometrici. Già.

Rigaretta fissò Cosimo, quasi si aspettasse una reazione da questi, che tuttavia mancò.

– Vede, caro ragazzo… ecco… il nostro Compassato, nel disegnare la pianta della Città… ah, non dico questo per criticarlo… però è un dato di fatto! Dicevo… Compassato ha riportato pochi dati. Già. Ha calcolato perfettamente la superficie. E il perimetro delle mura è praticamente esatto. Ha disegnato le piazze principali, i grandi viali e i palazzi di prestigio. Ha tracciato i nuovi settori… e tuttavia… questo per noi è poco! Mancano troppe informazioni!

Mezzapaglia spalancò la bocca e si lasciò andare a uno sbadiglio sonoro. Rigaretta gli lanciò un’occhiataccia di rimprovero, quindi si rivolse nuovamente al giovane ospite: – Compassato ci ha permesso di sapere molte cose. Ma un catasto efficiente… ecco… deve per forza affidarsi a un lavoro sul campo. Sì. Strumenti in mano! Gli antenati sanno quanto ci siamo dati da fare durante questi anni di attività! Abbiamo misurato ogni viuzza, ogni aiuola, fontanella e tombino! E ora la nuova planimetria della Città è quasi completa. Non c’è mattonella che ci sia sfuggita.

Rigaretta scrutò Cosimo negli occhi..

– Ma le Case Vecchie… sì. Quelle là, al centro della Città… ecco… nel settore N-24… non si lasciano misurare.

Rigaretta si volse verso la stampa. Assorbito da quella visione si rabbuiò.

– Non si lasciano misurare. Oggi ho preso un vicolo… ecco… il Vicolo degli Scuri Chiusi.  Così riportava la targa affissa al suo imbocco. Sì. E in effetti tutte le finestre sul vicolo avevano gli scuri chiusi. Bene. Era lungo circa venti barre. Già. Il che vuol dire ventotto o trenta passi. – Quindi l’architetto si rivolse a Mezzapaglia: – Sui miei appunti è segnato tutto… daglieli.

Mezzapaglia afferrò il rotolo di fogli che l’architetto aveva poggiato sulla scrivania e li allungò verso Cosimo. Sui fogli c’erano molti schizzi tracciati a mano libera e alcune descrizioni.

– Percorro tutto il Vicolo degli Scuri Chiusi ed ecco aprirsi una piazza. Sì. Campo Ombroso. Oh, davvero un bel posto. Già. Tutto pavimentato in pietra. Con un grande platano al centro. Le abitazioni sono graziose e i portoni… ecco…  hanno tutti un colore diverso. Sì. Come puoi vedere, si tratta di uno spazio piuttosto esteso. Quanto è la superficie?

– Dunque, – Cosimo lesse una serie di numeri scritti in piccolo dall’architetto e dovette completare a mente la somma finale che mancava. – Se… se non sbaglio il calcolo, sono circa 450 barre quadrate.

– 450 barre quadrate, – proseguì Rigaretta. – Bene. Già. Anzi, non è affatto un bene. Perché quel Campo, se davvero esiste… ecco… dovrebbe occupare quasi metà delle Case Vecchie.

Cosimo aprì la bocca, ma non sapeva come commentare e la richiuse subito.

– Oh, io sono certo dell’esistenza di Campo Ombroso. Già. Ma il dubbio c’è sempre… ecco… perché non è possibile che esista. Sì. Guarda la stampa di Compassato. – Rigaretta puntò il dito sulle Case Vecchie. – Qui non si vede nessun Campo. Si vede soltanto un piccolo blocco compatto di tetti. – L’architetto lasciò cadere il braccio, come in segno di resa. – Ebbene, dove sta Campo Ombroso?

Cosimo sentiva aumentare la propria confusione. Non ci stava capendo nulla.

– E questa è solo una piccola parte… ecco… di quello che ho visto oggi. Già. Nel corso degli ultimi anni mi sono imbattuto in centinaia di piazze. Sì. Alcune più grandi di Campo Ombroso. Piazze, edifici, vie… tutto apparso dal nulla e poi scomparso nel nulla. Ecco… ogni volta le Case Vecchie assumono una forma diversa.

– Assumono una forma diversa? – fece Cosimo. – In che senso?

L’architetto sorrise; Mezzapaglia si puliva i denti con l’unghia dell’indice destro e non nascondeva la propria noia.

– Mi metto a prendere le misure. Sì. Magari mi ci vogliono quattro o cinque settimane. Già. A volte di più. Mi illudo che sia la volta buona. Ma quelle mi gabbano! Quando ci torno per gli ultimi rilievi… ecco… le trovo cambiate! Ad oggi siamo a settantacinque versioni differenti.

“Ma cosa sta dicendo?” si domandò Cosimo. “Mi sta forse prendendo in giro?”

– Ma quello che più mi irrita… ecco… è che in questa città di indifferenti nessuno… – Rigaretta inghiottì nervosamente la propria saliva. – Nessuno si cura di questo! Sono tutti ciechi! E sordi alle mie parole! Sì. È mai possibile che soltanto io mi accorga della follia che ci circonda? Già. La follia nella quale viviamo e ci muoviamo!

– La follia nella quale viviamo? – ripeté Cosimo, sentendosi chiamato in causa.

– La follia! La follia! – insistette in modo concitato l’architetto. – Sì, insomma, qui nessuno sembra accorgersi… ecco… o preoccuparsi di questo fatto! – E urlò: – Al centro della Città c’è un abisso!

Cosimo non poté fare altro che guardare con stupore Rigaretta. A quel punto, Mezzapaglia si accese la sigaretta e allargò le braccia per stirarsi. Quindi si alzò. Si portò accanto a Cosimo e gli diede una pacca sulla spalla. – E con questo, credo sia giunta l’ora di andarcene in osteria, – disse.

– Oh. Ecco… – disse Rigaretta, riprendendosi dal suo furore. – È quasi sera. Già. Andate pure voi due, che siete giovani. Andate. Io invece ho una governante brontolona che mi aspetta a casa.

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Sergio Berardini
Sono nato a Trento nel 1978 e, da allora, cerco di imparare il mestiere di vivere. Nel frattempo mi sono laureato in Filosofia a Venezia (Ca' Foscari) e ho conseguito un dottorato a Trento. Per alcuni anni ho lavorato come docente a contratto all'Università degli Studi di Trento e attualmente insegno al Liceo G.B. Brocchi di Bassano del Grappa (VI). Ho pubblicato diversi articoli e saggi (tutta roba di filosofia), ma la mia vera passione è sempre stata leggere — e scrivere — narrativa.
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