Nell’ufficio l’aria era appesantita da un odore pungente di muffa e dalla calura estiva. Dovrò attendere ancora per molto? si domandò Cosimo con gli occhi fissi su un angolo del quadro, dove uno stendardo, reso con un’unica pennellata di rosso, dava l’impressione di essere mosso dal vento. In quel preciso momento la porta d’ingresso si spalancò, sollevando un mulinello di polvere dal pavimento e facendo oscillare un lampadario a dodici bracci. Un vecchio dai movimenti nervosi fece il suo ingresso.
«Ah, bene, l’architetto è arrivato» disse Mezzapaglia. «Ci sono novità?» Sorrise sornione, come se conoscesse già la risposta.
«Eccole, le tue novità. Già.» Rigaretta sventolò un rotolo di fogli.
«Immagino non siano buone, visto che la settantacinquesima versione è quasi completata.» Il sorriso di Mezzapaglia divenne un ghigno divertito.
Rigaretta non rispose. Appoggiò la borsa a tracolla e il rotolo di fogli sulla scrivania, quindi oltrepassò un tavolo da disegno e si portò davanti alla finestra. Se ne stava ritto, a gambe divaricate, le mani intrecciate dietro la schiena. La giacchetta e i pantaloni che indossava lasciavano intravedere un corpo ossuto e spigoloso, simile a quello di una marionetta.
«Quanta vanità nei nostri sforzi. Già. Comincio a pensare… ecco… mi sto convincendo, sì, che tu abbia ragione.»
«Meglio tardi che mai.» Mezzapaglia riaccese la sigaretta, che nel frattempo si era spenta.
«Sarebbe più onesto dare fuoco a tutto… ecco… e farlo sparire, questo ufficio ammuffito.»
Mezzapaglia non sembrò dare troppa importanza alle parole dell’architetto.
«La settantacinquesima versione. Già. Puoi archiviarla.» Rigaretta sospirò. «Quelli che ti ho appena portato… ecco… sono i primi dati relativi alla settantaseiesima versione.»
Mezzapaglia gettò il mozzicone di sigaretta sulle assi consumate del pavimento e lo spense col piede. Staccò il foglio dal tavolo da disegno e lo piegò in tre parti. Prese una matita, scrisse qualcosa sul frontespizio, quindi, con tono canzonatorio, dichiarò a voce alta: «Settore N-24, settantacinquesima versione, quasi otto settimane di lavoro: archiviata!». Da uno schedario tirò fuori una cartella azzurra, la aprì e vi infilò il foglio.
Rigaretta si girò verso il suo assistente. «Archiviata. Sì. Bene» disse. La testa calva, la pelle pallida e ben distesa, il ciuffo di barba bianca che gli cresceva sul mento, gli occhi azzurri che si muovevano freneticamente: tutto, nel volto dell’architetto, poteva ricordare una lucertola albina, a eccezione della barba, che ricordava quella di una capra.
«Vedo che oggi… ecco… abbiamo un ospite» disse Rigaretta.
Il suo sguardo si posò finalmente su Cosimo, che si alzò di scatto dallo sgabello.
«Ah, già» rispose l’omaccione. «Lui è… vediamo…» Si grattò le folte basette. «Come hai detto di chiamarti?»
«Ehm, Cosimo» rispose l’ospite.
«Certo, Cosimo» riprese Mezzapaglia. «È un tecnico fresco di studi. Lo hanno mandato quelli dell’Ufficio Funzioni. A quanto pare abbiamo un nuovo collaboratore.»
«Collaboratore?» esclamò Rigaretta, stupito. «Ma noi non abbiamo bisogno di alcun collaboratore!»
«A dire il vero,» disse Cosimo intimorito «io sarei… sarei qui per il mio tirocinio.»
«Tirocinio?»
«Un tirocinio di nove mesi» precisò Cosimo. «Si tratta di un periodo di… insomma, per fare pratica, prima dell’assegnazione definitiva.»
«Ma sì, architetto, il tirocinio» intervenne Mezzapaglia. «Fare pratica: è una trovata recente dell’Ufficio Funzioni.»
«Oh. Già…» disse Rigaretta. «Ai miei tempi si cominciava a lavorare e basta. Sì.» Quindi chiese a Cosimo: «E una volta finito il tirocinio… ecco… a quale ufficio le piacerebbe essere assegnato?».
«Be’, credo che potrebbe andarmene bene uno qualunque» rispose timidamente. «Ma spero nell’Ufficio Edificazioni…»
«Abbiamo qualcuno a cui piace progettare!» esclamò divertito Mezzapaglia.
«Interessante. Sì. Anche se quelli delle Edificazioni… ecco… non so che dire. Già. Non fanno altro che buttare giù e costruire. Non è così?» L’omaccione annuì con un cenno della testa. «Mi chiedo come facciano con i permessi. Sì. Riescono sempre a piegare la Tradizione a proprio vantaggio.»
«Hanno un buon gruppo di interpreti quelli là!» sentenziò Mezzapaglia, grattandosi energicamente il mento spinoso. «E con gli interpreti giusti si hanno tutte le strade aperte!»
«Già. Servirebbe a noi un buon interprete… ecco… per tirarci fuori da questo incubo» disse Rigaretta. Quindi si rivolse a Cosimo, passando dal lei al tu: «Ragazzo mio, qui caschi male! Già. Proprio così. Qui non imparerai… ecco… a progettare. Imparerai a riconoscere l’insensatezza di ogni progetto. Ah! L’ho detto!». Rigaretta rise, mostrando la sua dentatura perfetta.
«L’insensatezza di ogni progetto?» chiese Cosimo disorientato.
«L’insensatezza!» insistette l’architetto.
«Benvenuto nell’ufficio più fallimentare della Città» disse Mezzapaglia sogghignando.
«Ecco… non si tratta soltanto del nostro ufficio» ribatté Rigaretta. «Se falliamo noi, fallisce l’intera Città!» esclamò con la sua voce stridula.
Cosimo si sentiva confuso e guardava i suoi due interlocutori, ora l’uno, ora l’altro, senza riuscire a venire a capo di quel discorso. Mezzapaglia, seduto malamente sullo sgabello, si era messo a girare una nuova sigaretta. Era un uomo di mezza età, piuttosto corpulento, dal viso largo e pieno. Aveva un cespuglio riccio di capelli neri e si era fatto crescere due folte basette brizzolate, oltre ai baffi. Indossava un paio di pantaloni marroni, consumati sulle ginocchia, e una camicia azzurra macchiata in diversi punti, i cui bottoni sembravano messi a dura prova da una pancia generosa.
Rigaretta iniziò a camminare pensieroso. Intorno a lui aleggiava un’atmosfera teatrale.
«Consideriamo un caso concreto. Così capirai la vanità… ecco… e l’insensatezza di cui parlo.» L’architetto si fermò davanti a Cosimo. Si passò la mano sulla testa calva, forse per conferire maggiore intensità al momento e profondità a quanto stava per raccontare.
«Stamattina sul presto sono salito sulla Torre dell’Edera. Sì. E ho guardato la Città dall’alto. Ci sei mai stato?» domandò a Cosimo.
«Ehm… no.»
«Oh. È un vero peccato. Si vede proprio tutto. Già. È incredibile come questa piccola noce… ecco… questo modesto e insignificante grumo di edifici… questo intrico di vicoli e piazzette, possa essere così profondo. Già. Insondabile.» Cosimo cercava di prestare attenzione a quelle frasi frammentate e si sforzava di assumere un’espressione seria, sebbene l’atteggiamento dell’architetto fosse così drammatico da risultare quasi comico. Mezzapaglia ascoltava con poco interesse, come si può ascoltare un racconto già sentito più volte. «Dalla Torre dell’Edera si vede viale dei Cento Gatti. Sì. E più a nord, i tetti delle Case Vecchie… ecco… un fitto mosaico di coppi sbeccati.»
Le Case Vecchie, pensò Cosimo. Non c’era mai stato. Sapeva soltanto che si trattava di uno dei più antichi quartieri della Città e che era stato evacuato da tempo immemorabile. Qualche decina di edifici pericolanti che giacevano nel più completo abbandono.
«Ma lasciamo le belle parole ai poeti! Dicevo… ecco… le Case Vecchie. Già. Il nostro problema. Dalla torre appaiono compatte e ben delimitate. Sì. Come nella stampa di Compassato.»
Cosimo guardò il quadro che aveva contemplato poco prima.
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