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La Città

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Su un vasto promontorio, ai margini di una foresta senza confini, sorge una Città che sembra obbedire solo a se stessa. Governata da un intrico di uffici e da una burocrazia cieca e soffocante, è un organismo vivo e refrattario a ogni tentativo di ordine definitivo.

Da anni l’architetto Rigaretta tenta di tracciarne la planimetria completa, ma il suo lavoro si scontra con le Case Vecchie, un quartiere abbandonato che cambia forma di continuo, rendendo impossibile ogni misurazione. Attorno a lui si muovono figure diverse e complementari: Mezzapaglia, collaboratore disilluso e mordace; Viola, la giovane nipote illustratrice; Torciferro, orologiaio e inventore; Calcaterra, enigmatico ex cacciatore di streghe; e Cosimo, il nuovo tirocinante appena giunto in ufficio.

Insieme, saranno costretti a fare i conti con una Città che influenza chi la abita, piegandone le scelte e i destini.

Capitolo 1

Nell’ufficio dell’architetto Rigaretta

«L’architetto è pazzo» disse Mezzapaglia. «O forse non lo è» aggiunse alzando le spalle. «D’altra parte, è difficile farsi un’idea chiara su queste cose.» Fece un profondo tiro di sigaretta. «Per quanto mi riguarda, ho smesso di farmi domande da tempo.»

Cosimo era seduto su uno sgabello girevole piuttosto scomodo. Cercava di prestare attenzione al discorso dell’uomo panciuto che aveva di fronte, ma l’ambiente in cui si trovava lo distraeva.

L’ufficio dell’architetto Rigaretta era ampio e di forma circolare. Le pareti erano celate dietro numerosi schedari, pile di incartamenti stretti tra loro da ragnatele, e colonne di faldoni impolverati che si alzavano storte sino a toccare il soffitto. Al centro di questo si apriva un lucernario: una cupola di vetro che sporgeva all’esterno, simile all’occhio ottuso di una rana puntato verso il cielo, come a fissare una libellula.

Lo sguardo di Cosimo cadde su un quadro poggiato a terra, inclinato contro un armadio. Vi era ritratta la Città. Le pennellate di colore, spesse e decise, rendevano con efficacia l’immagine del vasto promontorio su cui si estendeva una fitta schiera di edifici: un’enorme verruca di roccia che spuntava al di sopra di una pianura interamente coperta da un bosco impenetrabile. Le pareti verticali grigio-ocra di quel porro sfacciato contrastavano con il verde scuro, quasi nero, che si espandeva senza ostacoli fino alla linea dell’orizzonte. E sopra il verde, un cielo carico di nubi color crema, più scure negli strati inferiori. A fatica si poteva scorgere il punto in cui le mura di pietra, fiere e massicce, si staccavano dal promontorio, aumentando artificialmente l’altezza di quel blocco naturale. Le mura racchiudevano l’agglomerato urbano della Città: dall’impasto cromatico del dipinto emergevano l’armoniosa irregolarità dei tetti degli edifici, puntellati di rosso, arancione e nocciola, e le torri tronfie che si allungavano fuggendo verso l’alto, come a volersi separare da quell’ammasso denso di umanità.

Nell’ufficio l’aria era appesantita da un odore pungente di muffa e dalla calura estiva. Dovrò attendere ancora per molto? si domandò Cosimo con gli occhi fissi su un angolo del quadro, dove uno stendardo, reso con un’unica pennellata di rosso, dava l’impressione di essere mosso dal vento. In quel preciso momento la porta d’ingresso si spalancò, sollevando un mulinello di polvere dal pavimento e facendo oscillare un lampadario a dodici bracci. Un vecchio dai movimenti nervosi fece il suo ingresso.

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«Ah, bene, l’architetto è arrivato» disse Mezzapaglia. «Ci sono novità?» Sorrise sornione, come se conoscesse già la risposta.

«Eccole, le tue novità. Già.» Rigaretta sventolò un rotolo di fogli.

«Immagino non siano buone, visto che la settantacinquesima versione è quasi completata.» Il sorriso di Mezzapaglia divenne un ghigno divertito.

Rigaretta non rispose. Appoggiò la borsa a tracolla e il rotolo di fogli sulla scrivania, quindi oltrepassò un tavolo da disegno e si portò davanti alla finestra. Se ne stava ritto, a gambe divaricate, le mani intrecciate dietro la schiena. La giacchetta e i pantaloni che indossava lasciavano intravedere un corpo ossuto e spigoloso, simile a quello di una marionetta.

«Quanta vanità nei nostri sforzi. Già. Comincio a pensare… ecco… mi sto convincendo, sì, che tu abbia ragione.»

«Meglio tardi che mai.» Mezzapaglia riaccese la sigaretta, che nel frattempo si era spenta.

«Sarebbe più onesto dare fuoco a tutto… ecco… e farlo sparire, questo ufficio ammuffito.»

Mezzapaglia non sembrò dare troppa importanza alle parole dell’architetto.

«La settantacinquesima versione. Già. Puoi archiviarla.» Rigaretta sospirò. «Quelli che ti ho appena portato… ecco… sono i primi dati relativi alla settantaseiesima versione.»

Mezzapaglia gettò il mozzicone di sigaretta sulle assi consumate del pavimento e lo spense col piede. Staccò il foglio dal tavolo da disegno e lo piegò in tre parti. Prese una matita, scrisse qualcosa sul frontespizio, quindi, con tono canzonatorio, dichiarò a voce alta: «Settore N-24, settantacinquesima versione, quasi otto settimane di lavoro: archiviata!». Da uno schedario tirò fuori una cartella azzurra, la aprì e vi infilò il foglio.

Rigaretta si girò verso il suo assistente. «Archiviata. Sì. Bene» disse. La testa calva, la pelle pallida e ben distesa, il ciuffo di barba bianca che gli cresceva sul mento, gli occhi azzurri che si muovevano freneticamente: tutto, nel volto dell’architetto, poteva ricordare una lucertola albina, a eccezione della barba, che ricordava quella di una capra.

«Vedo che oggi… ecco… abbiamo un ospite» disse Rigaretta.

Il suo sguardo si posò finalmente su Cosimo, che si alzò di scatto dallo sgabello.

«Ah, già» rispose l’omaccione. «Lui è… vediamo…» Si grattò le folte basette. «Come hai detto di chiamarti?»

«Ehm, Cosimo» rispose l’ospite.

«Certo, Cosimo» riprese Mezzapaglia. «È un tecnico fresco di studi. Lo hanno mandato quelli dell’Ufficio Funzioni. A quanto pare abbiamo un nuovo collaboratore.»

«Collaboratore?» esclamò Rigaretta, stupito. «Ma noi non abbiamo bisogno di alcun collaboratore!»

«A dire il vero,» disse Cosimo intimorito «io sarei… sarei qui per il mio tirocinio.»

«Tirocinio?»

«Un tirocinio di nove mesi» precisò Cosimo. «Si tratta di un periodo di… insomma, per fare pratica, prima dell’assegnazione definitiva.»

«Ma sì, architetto, il tirocinio» intervenne Mezzapaglia. «Fare pratica: è una trovata recente dell’Ufficio Funzioni.»

«Oh. Già…» disse Rigaretta. «Ai miei tempi si cominciava a lavorare e basta. Sì.» Quindi chiese a Cosimo: «E una volta finito il tirocinio… ecco… a quale ufficio le piacerebbe essere assegnato?».

«Be’, credo che potrebbe andarmene bene uno qualunque» rispose timidamente. «Ma spero nell’Ufficio Edificazioni…»

«Abbiamo qualcuno a cui piace progettare!» esclamò divertito Mezzapaglia.

«Interessante. Sì. Anche se quelli delle Edificazioni… ecco… non so che dire. Già. Non fanno altro che buttare giù e costruire. Non è così?» L’omaccione annuì con un cenno della testa. «Mi chiedo come facciano con i permessi. Sì. Riescono sempre a piegare la Tradizione a proprio vantaggio.»

«Hanno un buon gruppo di interpreti quelli là!» sentenziò Mezzapaglia, grattandosi energicamente il mento spinoso. «E con gli interpreti giusti si hanno tutte le strade aperte!»

«Già. Servirebbe a noi un buon interprete… ecco… per tirarci fuori da questo incubo» disse Rigaretta. Quindi si rivolse a Cosimo, passando dal lei al tu: «Ragazzo mio, qui caschi male! Già. Proprio così. Qui non imparerai… ecco… a progettare. Imparerai a riconoscere l’insensatezza di ogni progetto. Ah! L’ho detto!». Rigaretta rise, mostrando la sua dentatura perfetta.

«L’insensatezza di ogni progetto?» chiese Cosimo disorientato.

«L’insensatezza!» insistette l’architetto.

«Benvenuto nell’ufficio più fallimentare della Città» disse Mezzapaglia sogghignando.

«Ecco… non si tratta soltanto del nostro ufficio» ribatté Rigaretta. «Se falliamo noi, fallisce l’intera Città!» esclamò con la sua voce stridula.

Cosimo si sentiva confuso e guardava i suoi due interlocutori, ora l’uno, ora l’altro, senza riuscire a venire a capo di quel discorso. Mezzapaglia, seduto malamente sullo sgabello, si era messo a girare una nuova sigaretta. Era un uomo di mezza età, piuttosto corpulento, dal viso largo e pieno. Aveva un cespuglio riccio di capelli neri e si era fatto crescere due folte basette brizzolate, oltre ai baffi. Indossava un paio di pantaloni marroni, consumati sulle ginocchia, e una camicia azzurra macchiata in diversi punti, i cui bottoni sembravano messi a dura prova da una pancia generosa.

Rigaretta iniziò a camminare pensieroso. Intorno a lui aleggiava un’atmosfera teatrale.

«Consideriamo un caso concreto. Così capirai la vanità… ecco… e l’insensatezza di cui parlo.» L’architetto si fermò davanti a Cosimo. Si passò la mano sulla testa calva, forse per conferire maggiore intensità al momento e profondità a quanto stava per raccontare.

«Stamattina sul presto sono salito sulla Torre dell’Edera. Sì. E ho guardato la Città dall’alto. Ci sei mai stato?» domandò a Cosimo.

«Ehm… no.»

«Oh. È un vero peccato. Si vede proprio tutto. Già. È incredibile come questa piccola noce… ecco… questo modesto e insignificante grumo di edifici… questo intrico di vicoli e piazzette, possa essere così profondo. Già. Insondabile.» Cosimo cercava di prestare attenzione a quelle frasi frammentate e si sforzava di assumere un’espressione seria, sebbene l’atteggiamento dell’architetto fosse così drammatico da risultare quasi comico. Mezzapaglia ascoltava con poco interesse, come si può ascoltare un racconto già sentito più volte. «Dalla Torre dell’Edera si vede viale dei Cento Gatti. Sì. E più a nord, i tetti delle Case Vecchie… ecco… un fitto mosaico di coppi sbeccati.»

Le Case Vecchie, pensò Cosimo. Non c’era mai stato. Sapeva soltanto che si trattava di uno dei più antichi quartieri della Città e che era stato evacuato da tempo immemorabile. Qualche decina di edifici pericolanti che giacevano nel più completo abbandono.

«Ma lasciamo le belle parole ai poeti! Dicevo… ecco… le Case Vecchie. Già. Il nostro problema. Dalla torre appaiono compatte e ben delimitate. Sì. Come nella stampa di Compassato.»

Cosimo guardò il quadro che aveva contemplato poco prima.

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Sergio Berardini
È nato a Trento nel 1978. Dopo la laurea in Filosofia a Venezia, ha conseguito un dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Trento, dove ha svolto attività di docenza per alcuni anni. Vive e insegna a Bassano del Grappa. È autore di libri di saggistica dedicati a Dostoevskij, Kierkegaard ed Ernesto De Martino. “La Città” è il suo primo romanzo.
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