La danza nel cassetto è una sorta di diario che corre lungo il filo rosso della passione per Tersicore. Luoghi, personaggi ed eventi si intrecciano tra loro in un susseguirsi di emozioni alle quali la protagonista si abbandona risucchiando il lettore in un vortice temporale, in un rimbalzo continuo tra l’oggi e l’ieri. Una ragazzina spensierata insegue gioiosa i suoi sogni tra una piccola provincia sonnolenta affacciata sul mare e un’elettrizzante New York. Cresciuta tra romantiche scarpette da punta e seducenti pailettes, Maria si troverà però a dover sperimentare il dolore e l’assenza che la faranno precipitare in un torpore indolente. Paradossalmente sarà l’angosciante lock down dovuto alla pandemia a risvegliarla e a riaccendere in lei la scintilla della creatività. Così, alla ricerca dell’equilibrio nel disequilibrio, la danza le si appaleserà nella sua vera essenza donandole un nuovo sguardo sulla vita e sulle cose.
Perché ho scritto questo libro?
Potrei dire che questo libro si è scritto da solo mentre cercavo altro. Attraverso un percorso di ricerca sollecitato dal lock down la danza mi si è manifestata come essenza di tutte le cose e quindi anche della scrittura. Quella passione, apparentemente sopita, era tornata a esplodere sotto una diversa forma che oggi ritrovo in ogni gesto e in ogni respiro e il racconto, sviluppandosi secondo un percorso dinamico, è stato esso stesso elemento intrinseco delle ricerca.
ANTEPRIMA NON EDITATA
INTRODUZIONE
Lasciarsi inghiottire dal silenzio. Ecco cos’è stato: a un certo punto ho perso le parole. Sentivo il peso opprimente delle pareti. Sembrava volessero stringersi intorno a me segnando confini invalicabili; avvolgendomi; intrappolandomi; rubandomi l’aria in un’atmosfera claustrofobica. Ne ero certa: prima o poi mi sarebbero cascate addosso. Sarebbe potuto accadere in ogni momento di quel tempo sospeso che si espandeva a dismisura. Nella consapevolezza di un’impotenza assoluta; smarrita nell’attesa che il mostro ripiombasse nell’antro dal quale era tragicamente apparso; in un’allerta perenne, mi trascinavo con animo angosciato in quella distorta dimensione spazio–temporale. Come in una pellicola che scorre a rallentatore, l’esistenza procedeva pigra strascicandosi – dimessa – non soltanto in quell’area d’azione greve, in quelle stanze, in quella casa che odorava di rancore e di cose non dette; ma anche nelle vene e nell’animo; mentre dalla finestra la città, immobile, mi appariva come in una tela di De Chirico dove il tempo sembrava essersi fermato. E quando, in balia del torpore che narcotizzava la vita, il piede stava per affondare sul pedale del freno, improvvisamente un turbamento, come un fremito, mi scosse cominciando a sollecitare un bisogno che sembrava ormai sopito. All’improvviso ogni movimento, ogni gesto e – ancora prima – ogni segmento o frammento d’azione cominciò ad acquistare un senso profondo. I micromovimenti diventavano via via ossigeno, aria, energia come se una minuscola particella potesse contenere il germe di un più ampio agire; come se in quel dettaglio si manifestasse la ragione intrinseca del tutto. Sapevo bene come il corpo racconti a bocca chiusa un pensiero che defluisce – nostro malgrado – da gesti, movenze, sguardi o posture. Ma viverlo nell’asprezza della quotidianità e leggerlo nella ferocia delle relazioni esclusive o nella spietatezza dei rapporti rubati ne amplificava la percezione. Echi di suoni sordi rimbombavano in quegli spazi sempre più angusti, rimbalzando tra le crepe dell’anima e gli interstizi del cuore. Così, risucchiata nel gorgo tacito dell’incomunicabilità, riemergevo con la forza di un’altra parola che affiorava risuonando sorda e grave ma, al tempo stesso, alta e vibrante. Una danza emotiva e libera diventava racconto di un’essenza, nascendo per spiegare altro quando le parole dette erano ormai tutte svanite.
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ALL’ALBA DEL NUOVO MILLENNIO
Erano trascorsi diciotto anni da quando la morte di mio padre aveva scavato un vuoto che niente avrebbe più potuto alleviare. Era successo in una calda giornata di fine millennio quando la scuola era chiusa per le vacanze estive. Il novantanove era stato un anno impegnativo per mia madre, divisa tra me e lui che, nonostante la malattia, tutte le sere veniva a prenderci per riaccompagnarci a casa. Allora Sergio lavorava fino a tardi. Faceva sostituzione ferie nella redazione del quotidiano del quale presto sarebbe diventato una firma e il turno finiva quando il giornale andava in stampa. Abitavamo tutti sullo stesso pianerottolo. Il balcone della nostra cucina guardava di fronte quello dei miei genitori mentre accanto vivevano Andrea e Federica. Come sempre, ogni domenica, mia madre aveva trovato anche il tempo – e la forza – di andare a trovare la sua. Mia nonna era un’anziana signora autosufficiente e non intendeva rinunciare alla sua autonomia, alle sue passeggiate, alle sue piantine grasse e ai suoi pomeriggi fatti di tè con le amiche e di partite a ramino. Non voleva saperne di trasferirsi e di lasciare la sua vecchia casa di Augusta dove, bambine, io e Matilde avevamo trascorso le nostre estati spensierate, respirando dalla finestra l’odore del mare che più giù, a pochi metri di distanza, si infrangeva sugli scogli diffondendo nell’aria il suo profumo e spargendo gocce di sale che, come cristalli, brillavano sul davanzale adornato di aloe e code di topo.
Quel tre luglio del novantanove, seduta in balcone sul dondolo che mi aveva regalato Sergio, con le mani poggiate sul mio ingombrante pancione mi divertivo ad ascoltare i calcetti che, sempre più insistenti, lo deformavano come fosse fatto di plastilina. Quando, a un tratto, un dolore lancinante mi allarmò. Ero sola in casa e, spaventata, decisi di passare da mia madre. Mi aveva aperto Matilde che era andata a farle compagnia. Guardandomi mi disse di non entrare in camera da letto. Lodovico non ce l’aveva fatta per un pelo a diventare nonno. Se n’era andato nello stesso momento in cui quello spasimo straziante mi aveva tolto il respiro. E quella fitta era stata il suo ultimo saluto. Il cancro se l’era portato via due mesi prima della nascita di quello che sarebbe stato il maggiore di cinque nipoti e che, con i suoi occhi azzurri e le fossette sulle manine, aveva immediatamente spazzato via il tanfo di morte dalle nostre vite. Luca aveva deciso di venire al mondo nello stesso giorno in cui, un anno prima, avevo visto mia madre piangere quando, di fronte all’esito impietoso degli esami, nessuna speranza era più concessa. Prossimi all’arrivo di un millennio presuntuosamente proiettato verso la felicità, in un assolato primo giorno d’autunno, un bellissimo mazzo di fiori aveva dato il benvenuto alla nuova vita. Disposti con grazia in un prezioso vaso di cristallo posato sullo Schimmel – che riempiva un salotto decisamente troppo piccolo per ospitare un mezza coda – si specchiavano sulla lucida superficie nera cosparsa di spartiti. Quel pianoforte col tempo avrebbe visto due minuscole manine trasformarsi e allungarsi sempre più sulle ottave abbracciandole, racchiudendole, accarezzandole. Non era mai stato per noi un mobile sul quale esporre foto di famiglia o orrende bomboniere. Sui suoi tasti ingialliti per quasi vent’anni era stata scritta la nostra colonna sonora. Poi, d’un tratto, in una domenica d’ottobre che sarebbe rimasta per sempre impressa nella mia memoria, si era trasformato nell’oggetto del contendere.
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LONDRA E NEW YORK
[…] Londra era il centro di tutte le mode in quegli anni ma il suo clima cupo, in quell’estate dell’Ottanta, non me la fece apprezzare fino in fondo. Perché pioveva – mi domandavo – se era luglio? Perché c’era freddo e bisognava uscire con ombrello e k–way? Il confronto con New York, esattamente un anno dopo, non avrebbe potuto reggere. Fu così che, da allora, non ci sarei più tornata. La professoressa – che avevamo soprannominato Puzzola per la ciocca bianca che vezzosamente disegnava come un’onda su un mare corvino – sapeva che, non appena avessi messo piede a Manhattan, mi sarei staccata dal gruppo per recarmi immediatamente al Luigi’s Jazz Center. Unica compagnia, il mio borsone gonfio di sogni. Da Penn Station presi l’M10, il bus che mi avrebbe guidato verso la felicità. Un vociare allegro mi aveva accolto nel grande camerino dove corpi perfetti mostravano con nonchalance le loro forme mentre si spogliavano per indossare sgambatissimi body che lasciavano scoperte schiene e décolleté mentre sgargianti scaldamuscoli, poggiati su strane scarpette allacciate, avvolgevano caviglie sottili e accarezzavano colli del piede che mai avrei smesso di invidiare. Con la mia tutina a girocollo di filanca nera – chiusa da un’interminabile cerniera che correva lungo tutta la schiena – e le mezze punte rosa, entrai in quella sala enorme. Luigi guardò i miei piedi e senza spostare il suo sguardo strabico disse: “Ballet shoes in my class?” La vergogna mi accese le guance mentre sentii il peso di innumerevoli occhi sbarrati, fissi sulle mie scarpette da danza classica. Imparai presto a conoscere quei volti che avrei applaudito nei teatri di Broadway o visto in TV la sera quando, distrutta ma felice, tornavo a casa sperando che la notte sarebbe trascorsa velocemente per poter tornare a danzare il giorno seguente. Luigi era stato il maestro delle più grandi stelle di Hollywood e anche quando era ormai avanti negli anni era sempre un piacere immenso seguire una sua lezione. Una volta arrivai a sorpresa in classe. Non gli avevo detto che a Pasqua sarei stata a New York. Solitamente ci andavo in estate. Ma quell’anno mia madre, mettendo da parte la paura dell’aereo, aveva immediatamente accettato entusiasta la mia proposta: andare insieme durante quelle vacanze. Quando Luigi la vide in piedi sul ciglio della porta non riuscì a trattenere la gioia e le corse incontro chiamandola per nome. Ci abbracciammo. Poi la fece accomodare in sala e iniziammo la lezione. Era stata mia madre a trasmettermi la passione per il musical che da bambina vedevo in TV insieme a lei. Fred Astaire, Gene Kelly, Leslie Caron, Cyd Charisse: ragazzina lei li aveva visti sul grande schermo ad Augusta dove – insieme alla fine della guerra – gli Americani avevano portato la loro musica coinvolgente e i loro balli scatenati, influenzando così gusti e abitudini di quella gente che, a dispetto del piccolo paese in cui viveva, avrebbe conosciuto in anticipo le mode d’oltreoceano.
[…] Rispetto alla casa di Londra, Mathawan era stata tutta un’altra storia. In una tipica abitazione della provincia americana e – precisamente – nel New Jersey, attraverso un vialetto alberato ero entrata con la macchina direttamente in casa. Ebbi appena il tempo di riprendermi dallo stravagante ingresso e fui accompagnata all’esterno, dove un bellissimo patio si affacciava su una piscina con un solarium che girava tutto intorno. Amici e parenti dei proprietari, i cui cognomi tradivano per lo più un’origine italiana, attendevano l’arrivo della giovane compaesana per accoglierla con un piccolo party di benvenuto. Aveva organizzato tutto Patty che, da brava donna americana, riusciva perfettamente a coniugare il suo ruolo di manager con quello di madre e padrona di casa. Chocolate cookies e Pepsi si addicevano a una ragazzina di sedici anni che si era presentata col suo vestitino di sangallo bianco e i capelli raccolti in una coda di cavallo. Tutti volevano sapere esattamente da quale parte d’Italia arrivavo. Qualcuno provò a parlare nella mia lingua ma i suoni che uscivano erano uno strano miscuglio di dialetti arcaici che mi giungevano alquanto enigmatici. Terry, un anno più piccola di me, lesse il mio disagio e mi venne in soccorso con la scusa di mostrarmi la mia camera. Entrammo in casa. La seguii lungo la scala di legno che portava al piano di sopra. Dietro una porta bianca, su un pavimento di morbida moquette lilla, stava un romantico letto a baldacchino. Apparecchiato in rosa, troneggiava al centro della stanza, cosparso di cuscini a forma di cuore e di peluche; mentre foto di quella ragazzina – che, in tenuta da cheerleader, agitava grossi pon pon colorati – ricoprivano le pareti color ciclamino. Improvvisamente temetti che, di lì a poco, avrei assistito a un’invasione di Pink Ladies provenienti direttamente da Grease. Mi immaginai con una parrucca rosa sulla testa nei panni di Franchy. In quel momento in fondo al corridoio apparve Cherie – un barboncino nero dalle unghie smaltate di fucsia e fiocchetti in pendant sparsi tra i riccioli – che, scoprii presto, avrebbe preso posto a tavola insieme a noi.
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L’ESTATE DEL ‘93
[…] Era l’estate del novantatré e il mio ragazzo di allora, medico, mi avrebbe raggiunta dopo un mese con la scusa di un corso di perfezionamento. Da quando c’eravamo conosciuti ogni settimana mi faceva recapitare a scuola meravigliosi mazzi di fiori che mia madre posizionava elegantemente in sala d’attesa, suscitando l’ammirazione di allievi e genitori per quell’uomo misterioso che lei aveva ironicamente soprannominato “il vivaista”. In trepida attesa lo avevo aspettato al numero 2121 di Broadway, all’incrocio con la settantaquattresima strada. Lo Steps Studio era lì ed era lì che, incredibilmente, mi ero ritrovata – io, italiana – a insegnare tip tap agli americani. Jimmy era molto impegnato con le prove e mi aveva chiesto di sostituirlo nelle sue lezioni. C’eravamo conosciuti l’anno prima. Avevo cominciato a seguire i suoi corsi affascinata dallo stile elegante. Nell’attesa che l’aula si liberasse avevamo iniziato a conversare, seduti sulla panca nel corridoio vicino al desk. Non so cosa lo avesse colpito di me, ma fu immediatamente gentile e amichevole. E diventammo grandi amici. Spesso andavamo a prendere un caffè insieme al bar di sotto e qualche volta, nei weekend, mi invitava a casa sua. Mark, il suo compagno, non aveva nulla a che fare con la danza. Lavorava a Wall Street ed era un uomo molto chic e pacato. Vivevano insieme nell’East Side di Manhattan, al diciottesimo piano di un elegante edificio con vista mozzafiato sull’isola. Era un tipico appartamento newyorchese, arredato in stile contemporaneo con enormi vetrate che lasciavano filtrare le luci sfavillanti della città. Nella hall mi accoglieva un portiere in livrea che mi annunciava ai padroni di casa. Al primo invito avevo portato una bottiglia di vino rosso siciliano acquistata in un’enoteca di Broadway a un prezzo che, tradotto in dollari, mi era apparso spropositato. Aprì la porta Jimmy mentre Mark stava finendo di preparare canapè e stuzzichini vari. Mi fecero visitare la casa e fu a quel punto che, senza riserve, gli confessai tutta la mia invidia. Ridemmo insieme. Poi Mark portò i cocktail e brindammo alla nostra amicizia. In quell’agosto del novantatré la proposta di Jimmy di sostituirlo nelle sue classi mi aveva lusingata. Ero rimasta sorpresa e, al tempo stesso, onorata per la fiducia che mi stava dimostrando. Ma non me l’ero fatto ripetere due volte e, tra lo stupore e l’entusiasmo incontenibile, era iniziata la più eccitante estate della mia vita.
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