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La dea di fango

La dea di fango

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Ottobre 2024
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In una misteriosa stanza sotterranea, i tasti di una macchina da scrivere battono una storia in tempo reale: una ragazza, Giulia Crissantu, si getta nel laghetto di Tule, un paese della Sardegna, e il fratello gemello Salvatore tenta di salvarla; ma Giulia muore. O almeno, sarebbe dovuta morire. Invece quando la tirano fuori dall’acqua non è morta. Ma non è neanche viva; è caduta in una catalessi che nessuno sa guarire. E mentre il suo corpo trasuda fango, anche il paese di Tule si trova bloccato in una magica arsura che secca le membra di persone e animali.
Alla ricerca dell’anima della sorella, Salvatore vivrà una vorticosa avventura che, fra passaggi dimensionali, sciamane e inquisitori, creature della mitologia sarda, grandi amori e grandi errori, lo condurrà al cospetto di Urxìa, la “Dea di fango” che plasma la vita di tutti gli esseri. E sfocerà in un’indagine sul destino e sulla scrittura, nel tentativo di fermare la macchina che elabora inesorabilmente il fato dei due gemelli.

Perché ho scritto questo libro?

Nel romanzo ho voluto intrecciare il fantastico con la realtà quotidiana dei personaggi attingendo, sulla base delle mie passioni, alla mitologia sarda, all’archeologia, e alla filosofia; con l’intento di creare una storia trascinante ed emozionante che faccia allo stesso tempo meditare il lettore su argomenti che mi stanno particolarmente a cuore: esiste un modo per cambiare la storia della propria vita o siamo burattini nelle mani di un Autore che tira i fili del nostro destino?

ANTEPRIMA NON EDITATA

Fango

Tramonto di fine aprile, luce di Venere, la prima stella a nord.

O forse era un satellite.

L’aria fresca già sputava fuori la notte, e mi sentivo più stordito del solito mentre chiudevo il grande cancello di ferro con la scritta PAX: lavorare dieci ore dentro un camposanto è come risalire da una miniera, ne esci ogni volta da sopravvissuto.

Ho fatto scattare il lucchetto, e la vita mi è parsa lontana e assurda, un’illusione come un sogno di fango placcato d’oro. In realtà avevo estremo bisogno di una doccia bollente per togliermi di dosso l’energia negativa dell’ultimo funerale, tutta l’angoscia dilapidata dai parenti, i mugugni e le soffiate di naso, gli sbaciucchiamenti, i profumi dozzinali mischiati al sudore; e l’odore dei fiori, i fruscii della plastica che li avvolge. I borbottii vuoti, e il baccano dei tacchi delle donne vestite per bene, al funerale come al matrimonio. E così sia.

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Due morti in un solo giorno, troppi per un mercoledì qualsiasi, per un solo becchino, per quello sputo di paese che si faceva chiamare Tule. Due vecchi rinsecchiti, senza più sangue né acqua, deceduti a causa di un morbo dell’aridità che colpiva l’intero paese da quasi due anni, da prima che cominciassi a giocare a Caronte. Una specie di arsura magica, un flagello misterioso che ti ciucciava via i liquidi e bloccava i muscoli; e il fatto era che tutti mi detestavano perché ero stato io a scatenarlo. Così credevano almeno, e gli davo ragione, per sentirmi un po’ eroe, un po’ vittima. Li avevo ricambiati accettando il posto vacante di beccamorto in paese: un venticinquenne fuori di testa che avrebbe vegliato sui loro morti come un avvoltoio. D’altronde nessun altro aveva intenzione di ammuffire tra fantasmi e fuochi fatui, mentre io fuggivo i vivi, da misantropo certificato, e così via.

Mi consolavo con il fatto che almeno i morti non consumavano il tempo, lo lasciavano tutto a me: il tempo per pensare, per leggere e scrivere, soprattutto il tempo di provare a capire quale follia mi fosse caduta addosso, da dove arrivasse quel morbo, fino a intuire dove saremmo tutti andati a finire; persino il tempo di studiare ogni tanto una pagina di filosofia, non sia mai che riuscissi a prendermi quella benedetta laurea, mancata a due soli esami dalla meta per passare a fare il traghettatore d’anime.

Due anni prima però non ero così. Non ero un becchino.

Ma niente era così, due anni prima.

Tuno, un anziano fox terrier a pelo duro che mio padre aveva trovato e regalato a me e mia sorella Giulia, ha fissato per un po’ il satellite prima di saltare dentro il fuoristrada. “È ora di andare a casa”, voleva dire. Ho acceso i fanali e messo in moto; ho guidato lentamente lungo la provinciale in discesa. Il camposanto, infatti, si trovava sull’altipiano di Urxìa da dove dominava il paese di Tule, a due chilometri di curve di distanza attraversando un boschetto di lecci.

Avrei percorso il centro dell’abitato come ogni sera, perché i miei avevano preferito lasciare la casa dei nonni nella zona vecchia per una a tre piani sulla strada per la città. Ed eccolo, avrebbero detto i paesani fumando fuori dal bar, con occhi semichiusi e mani secche per quel morbo, vecchi beoni con la pancia rotonda dalla birra sgasata; ecco il figlio di Giuseppe Crissantu con il suo fuoristrada da strambo, sempre disperato per la bella sorella annegata.

Invece, dopo aver percorso appena quattrocento metri dal cimitero, ho dovuto letteralmente inchiodare all’altezza dell’incrocio con lo sterrato che a sinistra s’inoltrava nel pianoro fino ai piedi del Monte Uddè. Le ganasce hanno sfrigolato, e mi sono sistemato gli occhiali da ipermetrope scivolati sul naso, mentre Tuno appoggiava il muso sul cruscotto. Ha abbaiato fiacco per farmi credere di non aver paura, ma si è acquattato in un baleno sotto il sedile. Brutto segno.

I fari illuminavano qualcosa di bianco che si agitava al centro della carreggiata a cinquanta metri da noi. Una forma che si faceva e disfaceva continuamente. Ho attivato gli abbaglianti più volte ma non si spostava; proseguiva a picchiare l’aria con delle protuberanze laterali che assomigliavano ad ali. Ero ormai abituato al panico, persino al ridicolo, e sapevo che non potevo perdere neppure un’occasione di capire se quello che accadeva potesse avere a che fare con mia sorella. Così ho aperto la portiera, ho lasciato in moto e sono uscito; lo scarico del Defender per poco non mi ha ammazzato. Ho tossito forte, e quell’affare a trenta metri da me si è voltato.

Aveva una testa, un becco lungo come un uccello; una specie di airone. Non conoscevo alcun volatile più alto di me. Apriva e chiudeva le ali bianche freneticamente ed emetteva versacci sordi nella mia direzione come a dirmi qualcosa. Una venatura viola luminosa spiccava al centro del suo petto. Mi sono avvicinato, ma quello ha cominciato a muoversi con passi pesanti, una zampa dopo l’altra imboccando la pista in direzione del Monte Uddè; ha provato a prendere la rincorsa, si è voltato a strillare, come a spingermi a seguirlo, ha cercato di volare ma ha perso le ali, il becco, è caduto a pezzi; infine ha preso fuoco, bruciando completamente come una Fenice.

Solo che non è rinato.

Di lui è rimasto un mucchietto fumante come un sogno goffo che non sai che farne, un miasma di melma putrida e terra abbrustolita. In quasi due anni al cimitero ne avevo visto di cose strane, anime vaganti, ombre di voci. Ma niente di simile. Che diavolo era? Gli aironi d’altronde non sono fatti d’argilla. O forse sì.

Mio dio.

Giulia?

Ho messo la prima e sgommato. Sono arrivato in paese in un attimo. Porca miseria!, ho detto a voce alta per dare un’eco alla paura che mi raschiava la mente, mentre rallentavo per attraversare il centro stranamente deserto: quello era uno degli uccelli di Giulia! Lei amava modellare l’argilla, era ossessionata dalla scultura. E tra le sue ultime opere c’era proprio un airone, sì, un po’ rozzo, l’aveva dipinto di bianco, con gli occhi arancioni e con una macchia viola al centro del petto come un cuore! Sì, doveva essere un suo segnale, come una preghiera: sono ancora viva, perché non vieni a cercarmi? Oppure era soltanto la milionesima allucinazione.

Ho parcheggiato il fuoristrada davanti all’ingresso del laboratorio di mio padre, ma Tuno non voleva uscire da sotto il sedile. L’ho lasciato lì e sono entrato nella falegnameria per salire le scale interne fino alla sala. Ho sbattuto forte la porta per farmi sentire: “Salvatore, il beccamorto di Tule è tornato! Osanna nell’alto dei cieli!”, e per far tremare le mura con il mio rancore represso. Ma era soltanto una posa, un tentativo di credere che avessi ancora una vita, carne e ossa, e che non sarei mai finito bruciato in un secondo come quell’airone. Perché sentivo da almeno due anni che il mio destino sarebbe stato quello di essere sacrificato, crocifisso. Aspettavo solo di sapere chi l’avrebbe fatto.

Ho attraversato il breve corridoio tra la sala e la cucina e sono salito di corsa verso la camera da letto di mia sorella; ho spinto la porta piano. Come ogni volta mi è sembrato di entrare in un santuario, una tomba antica che odorava di candeggina e di violetta. Ho acceso la lampada sul comodino, tutto era rimasto fermo a due anni prima, e sembrava a posto: lo stesso copriletto estivo, le lenzuola rosa a puntini grigi, i poster di Beyoncé, una foto in bianco e nero incorniciata della festa dei nostri diciotto anni. La rana di creta dipinta di viola, appesa con un filo di cuoio sopra il letto, mi guardava come sempre per sfidarmi: prova ad acchiapparmi e salto via, mi diceva. Non l’avevo mai nemmeno sfiorata.

Voltandomi verso la grande libreria sulla parete opposta ho osservato per l’ennesima volta le saghe impolverate di Harry Potter e di Shadowhunters in lingua originale. E poi i libri sulla Sardegna e su altri paesi mediterranei. I miei preferiti erano i volumi di Zecharia Sitchin che lei, appassionata e studiosa di archeologia, aveva letto per dovere di cronaca e archiviato come pure fantasie, mentre a me donavano speranza per il ritorno catartico degli Anunnaki e di Nibiru. La razza umana era nata da un esperimento genetico mal riuscito, a me pareva ormai ovvio.

In terra c’erano molte delle sue sculture ordinate per tipo, qualcuna colorata, altre in terra cruda, con degli occhi enormi che sembravano volerti ipnotizzare e tutte con una macchia viola al centro del petto, come una firma. Una mania artistica iniziata intorno ai quattordici anni, mentre io cominciavo appena a farmi la barba. Le ho passate in rassegna: cani e gatti, giraffe e rane. Rondini, aquile, fenicotteri, uccelli fantastici, mostruosi. Lucertole o ramarri giganti. E poi tutte quelle Dee Madri grasse, abbondanti e inquietanti, sorridenti e con gli occhi chiusi come Budda. Proprio loro davano un’aura sacra al luogo.

Tutte le volte che le avevo chiesto perché le scolpisse così, aveva risposto che già le genti del Neolitico raffiguravano Dee Madri con quelle fattezze esagerate. Semplicemente lei continuava la tradizione ed era affascinata dall’abbondanza. La spiegazione non mi era parsa congrua, considerato quanto lei fosse magra. La ricordavo tutta seria che mi spiegava il significato “dell’ipertrofia o iperplasia delle masse adipose delle cosce e dei glutei”. Per fortuna portavo ancora il ricordo della sua voce. Nel frattempo, la mia memoria visiva ha avvertito che mancava qualcosa da quella specie di mostra zoologica. Ho cercato l’airone dipinto di bianco, anche sotto il letto. Sarà stato alto quaranta centimetri buoni, dov’era finito? Mica poteva essere volato via, fino all’altipiano. O forse sì? Poi mi sono accorto che c’era un computer portatile sulla scrivania. Era il suo, quello che la polizia aveva portato via per le indagini. Ci avevano messo quasi due anni a ridarcelo; era ora. L’ho acceso, ho aspettato impaziente. Quando si è avviato mi è apparso lo schermo blu – lei aveva una foto di noi al mare a sei anni come sfondo del desktop – e le icone dei programmi tutte sparpagliate. La cronologia era stata svuotata. Che idioti. Sono andato a farmi la doccia. Fredda.

A cena ero irrequieto, incastrato tra mio padre e mia madre. I pasti erano un momento dolente da quasi due anni. Non per la solita minestra di brodo che mangiavamo succhiando con poca voglia, piuttosto non riuscivo a stare fermo con le gambe; silenzioso come sempre, non volevo parlarne, in fondo era solo un uccello, un’apparizione folle fra le altre. Mio padre, appena tornato dal bar ed era già qualcosa che fosse soltanto brillo, avrebbe fatto troppe domande inutili; mia madre sarebbe tornata al punto riproponendo il tema “dimentica tua sorella” e mi avrebbe commiserato più di quanto non facesse ogni santo giorno. Ma prima di chiudere la sera facendosi ognuno i cavoli suoi, non ho resistito; era da tanto che non gli raccontavo cose strane.

Si sono irrigiditi. Il babbo ha sbadigliato fingendo indifferenza ma ho avvertito una luce dietro i suoi occhi alticci.

– Un airone? Sull’altipiano?

– È un po’ strano, no? – ho risposto irritato.

– Quelli volano…

– Ba’, era più alto di me.

Si è oscurato, e non gli avevo neppure detto che era d’argilla. La mamma si è alzata di scatto e si è lanciata verso il lavello frapponendo uno spazio tra lei e il resto del mondo. Come sempre da quasi due anni. Mi sono insospettito. L’ho cercata negli occhi, per vedere se esisteva ancora e se resisteva ai colpi solo in apparenza.

– Ma’, quando ci hanno ridato il portatile di Giulia?

– S-stamattina, – ha soffiato lei da lontano.

– Ho visto che dalla camera manca una delle sue sculture, – mi è uscito, il cuore in tempesta.

Si è voltata a guardarmi, cercando di mantenere saldo il suo stato da semicosciente.

– Ho… Ho preso uno di quegli animali, quello più grande.

– E dove l’hai messo?

– Sono… Sono passati quelli della parrocchia e mi hanno chiesto qualcosa per la pesca di beneficenza. Non avevo altro e gli ho dato uno di quei cosi… Tanto a che servono?

Mi sono alzato dalla sedia con una grande voglia di prenderla a schiaffi.

– Ma scherzi? Cioè, hai dato un pezzo di Giulia per una lotteria del… del cavolo?

Ha fatto spallucce, sul bordo del pianto, e come un automa si è voltata a cercare qualcosa nell’acqua sporca di stoviglie e detersivo. Ero nero. Avrei giurato che l’avesse fatto apposta, che stesse tramando o nascondendo qualcosa, anche se la sua apatia cronica ostentava il contrario. Non era più capace di volare, mia madre. Era stata una donna forte, il succo dolce della mia infanzia e dell’adolescenza, la grande roccia sotto cui ripararmi nei giorni di pioggia. Eravamo uniti, io e lei. Due anni prima. E se fingeva? Probabilmente tutta quell’indolenza era una maschera per smorzare l’immensa sofferenza. Ma la realtà sembrava peggiore, il suo vero intento pareva distruggere ogni traccia della figlia, perché aveva perduto la speranza di vederla viva tra noi e non ne voleva più sapere. C’era da capirla; per colpa di Giulia aveva smarrito tutto, lavoro, amicizie, talento e senno. Intanto che pensavo così, lei si è voltata con le mani avvolte dalla schiuma come un orrendo essere degli abissi, e ha parlato con occhi bassi.

– Andrai da lei anche domani mattina?

La punta d’ansia tradiva la sua delusione. Per me.

Mi sono rifugiato in camera, ho appoggiato gli occhiali sul comodino e mi sono buttato sul copriletto. Dormivo vestito perché dentro le coperte mi sentivo annegare, impotente come quel pomeriggio in cui avevo perso Giulia.

Ho pensato all’airone sull’altipiano, e sono crollato, finendo nella stessa orbita di riflessioni di tutte le notti, nello stesso istante e nello stesso luogo che mi ossessionava da quasi due anni: un pomeriggio appiccicoso di agosto, la cricca di ragazzi che cammina verso il “laghetto”, la pozza d’acqua che si trova sull’altipiano di Tule, a un chilometro dal camposanto. Andiamo a fare il bagno, a toglierci di dosso la noia di paese. Poi Giulia che molla l’ancora, e il resto accade lento, una scossa elettrica che mi attraversa il cuore e me lo squaglia in un istante, lasciando soltanto un mucchietto fumante d’argilla bruciata. E così sia.

2024-01-11

Aggiornamento

Obiettivo raggiunto! 200 grazie per il supporto a tutte le amiche e gli amici, a tutte le persone coinvolte in un progetto letterario e artistico a cui tengo tanto.
Grazie per la fiducia e grazie per la stima.
Continua la prevendita ancora per 90 giorni e abbiamo un altro obiettivo da raggiungere: 250 copie, per avere un servizio editoriale ancora migliore.
Conto ancora sul vostro aiuto e sul passaparola! E la dea di fango sarà un progetto di tutti! :-)

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Giulio Concu
Sono nato a Nuoro (Sardegna) nel 1968, dove vivo con mia moglie Ilaria e i miei figli Chiara e Federico. Dopo la laurea in Lingue e letterature straniere e alcune esperienze d’insegnamento, dal 2006 ho cominciato a lavorare presso la casa editrice “Imago” di Nuoro come editor; per la stessa casa editrice ho scritto e curato diverse opere di carattere etnografico, antropologico e archeologico sulla Sardegna. Con la casa editrice “Il Maestrale” lavoro come traduttore di opere di narrativa, e con la stessa casa editrice ho pubblicato il mio primo romanzo nel 2019. Inoltre, insegno lingua inglese in corsi per adulti. Fra le mie grandi passioni ci sono anche la pittura e la musica: dipingo a olio e suono la chitarra e la batteria; amo ogni genere di musica e in particolare il rock. Da trent’anni pratico la meditazione trascendentale e guido un gruppo di meditazione nella mia città.
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