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La festa del ginepro

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Consegna prevista Marzo 2027

La storia di Ilia è quella di una rinascita.
Al risveglio una mattina con la ‘sua nuvola’ a darle un buongiorno diverso dal solito in un mare di ricordi, si prepara ad immergersi nella campagna umbra da guida naturalista per i suoi escursionisti. In cammino con il gruppo di nuovi amici ripercorreranno riflessioni nel suo viaggio tra passato, presente e futuro tra le pieghe di una vita che a volte può spezzare di insensatezza.
La forza che costruirà dentro di sé trasformerà le sue incertezze in ali per volare. Imparerà dalla natura a fidarsi delle sue scelte quando tutto intorno cambia, in un’atmosfera magica durante la raccolta del ginepro e la festa finale tra i casali, in cui si dipaneranno i segreti della sua vita personale.

Perché ho scritto questo libro?

Il bisogno di affermarsi è spesso spinto all’esterno attraverso realizzazioni dettate dalle convenzioni sociali di cui subiamo il condizionamento, spingendoci a decisioni che seguono aspettative piuttosto che i nostri desideri. Il rischio è ignorare ciò che sentiamo davvero, rinunciando alla parte essenziale di noi stessi. Abbiamo la scelta di osservarci dentro e trovare una via più autentica anche se scardina le nostre sicurezze. La tensione tra convenzione e autenticità è il motore narrativo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Cap. 1

L’angolo di cielo che riuscivo a intravedere dalla mia stanza, era una fetta allungata, non troppo ampia, simile ad un biscotto. Dentro, ci vedevo di tutto, la stella brillante di Venere con la luna a corteggiarla di sera, il passaggio di uccelli a stormi, le fronde ampie di un albero, albergo di ciangottii e concerti al mattino, e altre finestre che facevano da cornice e tante albe e riflessi lunari, sempre differenti. Quel giorno, al risveglio, la luce mi aveva fatto un regalo speciale, avevo visto nascere una nuvola.

Osservavo sempre dei corpi inanimati comparire e scomparire in quell’ angolo di volta celeste, ma adesso ciò che fissavo, era uno spazio vuoto dentro il quale non mi aspettavo il generarsi di qualcosa. Le forme delle nuvole, il gioco di proiezioni di sguardi trasognati, erano immagini di scherzi di fantasia, quando da ragazzi, si stava sdraiati sui prati a faccia in su a strappare disegni al cielo. Questa scena non ne faceva parte, l’angolo di azzurro se ne stava lì, limpido, tutto solo; subito dopo d’improvviso, appare tutto raggomitolato un ciuffetto appena visibile di giochino bianco vaporoso di zucchero filato, feci una corsa scalza sul terrazzo dove la vista si faceva ampia. Apparso in uno sbuffo, lentamente, il ciuffetto lievitò e prese forma spargendosi un po’ alla volta, lentamente, nell’azzurro del cielo terso, come se fosse stato soffiato da un vento impercettibile. La giornata era cristallina, tutto sembrava immobile, e quel sospiro invece, evaporò altri minuscoli ciuffetti bianchi che presero a baciarsi e respirare in ampiezza fino a che dal nulla, nello scorrere di poco tempo la vidi bene quella bella nuvola candida, nuova di zecca, spandersi nel suo chiarore, al primo gemito sotto il mio sguardo ammirato.

Quello era un giorno speciale, e mi ci volle un po’ prima di riuscire a concepire l’evento come qualcosa di banale, era l’esistenza che crea la bellezza, la resa alla contemplazione che si fa tutt’uno con l’anima e tutti i corpi visibili e invisibili.

  Sentivo spesso che il creato fosse una legenda di segnali e non mi meravigliavo delle affinità e delle sintonie fascinose che si creavano con ciò che osservavo attorno, forse erano suggestioni, ma non mi concedevo scuse, da sempre nella mia percezione c’era un dialogo tra le cose attorno e gli esseri umani, e sentivo di farne parte. Lo sapevo quando osservando le foglie umide di terra all’affacciarsi dell’ autunno avvertivo somigliassero alla fragranza dell’ aria nuova, carezzando la spontaneità dei semi e dei petali di girasole, quando il vento soffiava su un’onda per tornare poi a fare silenzio sul mare piatto al finire dell’estate, quando un raggio di luce filtrava improvviso dal cielo coperto per poi sparire di nuovo nelle prime giornate d’inverno, e ancora quando un mondo lontano allo sguardo mi appariva dentro immenso, limpido e così facile da afferrare.

Quel dialogo mi apparteneva e mi ci abbandonavo come all’ascolto di una sinfonia d’orchestra, ogni gesto, ogni momento come il ritmo incessante di un componimento armonico ineludibile.

                        

                                                        

                                                             Cap.2

                    

In effetti lo era un giorno particolare, ero sveglia intenzionalmente a guardare lo schiarirsi del cielo alla prime luci.

Non vedevo l’ora di andare oltre le finestre e i vicoli, tra i campi e le radure dove la terra era un po’ più grezza e ondulata dalle zolle. Sentivo addosso la leggerezza di trovarmi in una di quelle domeniche accoglienti in cui la vita appare lieta e ben disposta, il mondo un luogo ospitale e piacevole, senza ingiustizie.

Feci un balzo dal davanzale da dove si intravedevano in lontananza i campi con le balle di fieno. Semine, viti e pioggia erano le chiacchiere dei primi caminetti accesi la sera, anticipavano le cotture alla brace, intanto che l’estate schiudeva le porte ad un ridente autunno. Versai il latte nel bicchiere, odorando una treccia di fichi secchi e noci avvolte in foglie di alloro ad essiccare.

–Domenica di sapori, che meraviglia! Pensavo ad alta voce pregustando una regale tavola campagnola, piena di gente, risate, contadini, ospiti ed amici che sarebbero arrivati a breve. Con lo sguardo illuminato ancora sentendo stelle e grilli nel loro frinire stridulo e luccicante, amplificai l’allegria intonando un canto solitario come lo sbadiglio di una mesta fiera finalmente all’ aria aperta. Si udiva l’abbaiare dei cani, man mano che il sole si alzava e non pensavo a niente, il cielo ormai schiarito completamente, animava la giornata di lavoro e di svago che era stata programmata a dettaglio.

Mi misi a camminare danzando, presi una bracciata di legna da sistemare sotto al caminetto e tagliai delle fette di pane che disposi in un tovagliolo con del formaggio fresco. Sul tavolo un foglietto con degli appunti sul luogo di raccolta per gli avventori e gli abitanti dei borghi limitrofi e le tappe della giornata, il buonumore si stava trasformando in attività. Pressai tra le dita una bacca di ginepro verde e masticai amaro. Che stravaganza, una pianta così aromatica in un duello di spine e tripudio vivace di aspro e succulento!

Il gusto amarognolo, in quella giornata di festa era amplificato da sensazioni che mi riportavano indietro negli anni quando nella naturalezza di idee gioiose e pensieri lievi, me ne andavo in giro in moto a ‘spumeggiare’ la mia esistenza di ventenne come un torrente in piena, cogliendo l’interezza del sentirsi liberi con un entusiasmo che mi faceva apprezzare ogni piccolo momento. Un fiore insegue la luce, io inseguivo i miei sogni in quegli anni, senza neppure identificarli nella fatica di doverli realizzare. I soli momenti che mi accigliavano erano quelli in cui mi capitava di trovarmi in mezzo a discussioni che mi apparivano, tra bugie o parvenze di contraddizioni, prive di ideali. Erano gli anni ’70, gli anni ‘creativi, gli anni di Marcuse e della contestazione giovanile del mondo occidentale, del trionfo della frase di Andy Warhol, ‘ più che fare, conta comunicare’, e io la incarnavo tutta, ma erano anche gli anni della musica pop e rock e dei figli dei fiori.

Mi risultavano opprimenti, certe discussioni, quando sentivo potessero rappresentare una minaccia alla mia indipendenza, e anche a quella degli altri, una premessa a ritrovarsi soggiogati, sottomessi da qualcosa, peggio a qualcuno, senza neppure volerlo. In quelle circostanze diventavo veemente,  colta da virulenza alcuni mi definivano ‘selvatica’, dato il fervore che ci mettevo, a confutare, con le più calorose argomentazioni con discernimento profondo se pure opinabile, manifestando una mia personalità determinata; almeno ci provavo, poi me ne tornavo nel mio mondo sopra le nuvole, dopo aver fatto a brandelli chiunque avesse ostacolato il mio ‘seme’ di verità, quello in cui a parer mio, ognuno doveva trovarsi come condizione di pieno possesso della sacralità di espressione di individuo libero, inteso come fatto naturale, imprescindibile.

Riaffioravano nella pace interiore, nel medesimo fare radioso che mi apparteneva, i ricordi delle condizioni di stallo, come negli scacchi, in cui mi ero ritrovata, nel bel mezzo del mio racconto giovanile a ruota libera, in quelle condizioni di attesa e inattività che mi avevano incupita in uno scomparto di ombre, nell’incapacità di trovare risposte, vie d’uscita, soluzioni alternative, tantomeno risolutive, ad eventi che avevano rotto l’incanto di quel mondo.

Nel guardarmi adesso sapevo che c’è un’impronta visibile sul volto delle persone che esprime ciò che si è, che si espande nel corpo, nel modo di parlare, di camminare, di agire, quasi a trasportare i propri spazi di vita nel miracolo della vita stessa. Zufolavo con le dita sulle ciocche di capelli ramati striati di bianco scomposti sul viso da riccioli cadenti, diversamente da allora sapevo quanto fosse importante conoscersi ed amarsi.

-Le cose devono maturare in modo genuino, pensai, con ancora in bocca il gusto pungente della bacca colta fuori stagione.

Mi girai guardando verso valle attraverso i vetri, quanta bellezza in quella tela incorniciata dalla pietra grezza della finestra, una terra ridente, ricca di vegetazione su verdi manti di prati, inseguiti da filari di cipressi e alberi smerigliati dalla luce che sembrava fluire pura sulle miserie del mondo, tra ruscelli che si sentivano scorrere con l’immaginazione, quando non era possibile vedere le discordanti note di cascate che si trovavano dappertutto, ineguagliabili tra quelle zolle e rocce, come il rotolarsi di preziosi diamanti.

Ci si specchiava in trasparenza in quel paesaggio umbro, in cui le colline sembravano fecondare ogni genere di pianta da sollecitare la curiosità di studiosi botanici. Uno scenario che cambiava di continuo pur apparendo equilibrato nel suo ricercato ordine di cura estetica.

Riflettevo sembrasse inverosimile, osservando un paesaggio così perfetto da sembrare immobile, credere al cambiamento delle cose sull’onda di circostanze imprevedibili, di forze esterne. In natura come per le persone, aldilà delle scelte proprie, e con quale rapidità poi, fino a travolgere, drasticamente, qualsiasi prospettiva. Anche dopo molti anni, quasi non potevo crederlo possibile, davanti all’ammirazione di tanta perfezione. Credevo negli obiettivi, nei risultati ottenuti con le fatiche minuziose giornaliere, nell’impegno personale.

Mi riconoscevo nelle parole degli antichi greci, ‘Kambein’, curvare, il significato contrario

all’adattamento, il richiamo continuo della mente alla flessibilità ma come forza incisiva per costruire il proprio destino con la forza della propria volontà.

Una riflessione particolareggiata, su questo assioma presupponeva l’uso di una virgola, mi sarebbe risultato fatale, infatti, scoprirne l’essenzialità di contenuto.

Ne denudai la fragilità affrontando gli errori fatti sulla scia dell’intervento di altri sul mio percorso, di coloro che troviamo sul nostro cammino e che condizionano a nostra insaputa il nostro agire. Lo avrei imparato osservando le farfalle, iniziando dalla contemplazione della loro giocosità. Ne basta uno che si monta la testa, e i giochi sono fatti, la propria risolutezza si trova a tergiversare su intoppi di varia natura. Negli anni trascorsi, che riaffioravano magicamente, forse con l’avvento della nuvola, proprio nel periodo più acerbo, grazie alla vivacità della giovinezza sarei stata pronta a stravolgere tutti gli schemi, in barba alle convenzioni, se necessario, con tutta l’energia che avevo in corpo, per dedicarmi a realizzare le mie aspirazioni, con la voglia ardente di superare ogni ostacolo, per perseguire sogni e ideali, ma andavo incontro a un meccanismo di azioni incompleto, aspre come la bacca appena assaggiata.

Mi trovavo già, malgrado la totale esuberanza, senza saperlo, in un ginepraio.

Il sincronismo con il presente aleggiava rinnovando strane rievocazioni, tutt’attorno a quel profumo fruttato, energico, che si era levato come incenso insieme all’aroma di rosmarino e di cedro della pianta che si trovava all’ingresso del cortile vagheggiando fin dentro casa.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Silvana Chirico
Nasco a Reggio Calabria dove avvio studi artistico - musicali e studio pianoforte al Conservatorio di Musica Francesco Cilea.
È del 1988 la Laurea In Lingue e letterature straniere moderne.
La passione per la poesia e la scrittura è parallela agli studi giovanili di musica.
Dal 1987 intraprendo collaborazioni in pubblicazioni giornalistiche.
Insegno Educazione musicale e in seguito inglese. Insegno per un ventennio in Umbria inglese, e all’Università di Perugia come Tutor di Tirocinio nella Facoltà di Filosofia. Trasferita in Calabria sono Docente di Tirocinio e formatore presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria.
Ho pubblicato Raccolte poetiche, ‘Una Postilla – la mano per una matita’ con cui ho partecipato all’edizione di Spello Libri 2017 e ‘Nadeszda e le onde’ nel 2016. Nel 2022 pubblico il mio primo romanzo ‘Fogli di poesia’ – Ed. Albatros il Filo.
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