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La Geisha Tatuata

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Consegna prevista Maggio 2027
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Isabela ha 19 anni e porta sulla pelle una storia che non racconta a nessuno. Sul braccio, il volto misterioso di una geisha nasconde una vecchia cicatrice, il segno di qualcosa che appartiene al passato. Sin da bambina vive accanto a una madre costretta a prostituirsi e impara troppo presto che anche l’amore può avere un prezzo, che la violenza può confondersi con il possesso. Oggi studia Psicologia e cerca di costruire un futuro diverso. Francesca le insegna il valore dell’amicizia, Roberto quello della fiducia, mentre Igor porta nella sua vita l’ombra del possesso e della gelosia. Poi il passato torna.
Isabela deve affrontare la domanda che attraversa la sua vita: i figli sono destinati
a ereditare le ferite dei genitori o possono spezzare quella catena?
La Geisha Tatuata è un thriller psicologico sulla violenza, l’identità e la rinascita: il viaggio di una donna che smette di sopravvivere e sceglie finalmente di vivere.

Perché ho scritto questo libro?

“La Geisha Tatuata” è nata prima che conoscessi davvero alcune delle ferite che raccontavo. La vita, negli anni, mi ha costretta a comprenderle. Quando ho riaperto quel vecchio manoscritto, non ero più la ragazza che lo aveva iniziato. Ho riscritto Isabela con gli occhi della donna che sono oggi, trasformando dolore e consapevolezza in parole. Perché si può attraversare la violenza senza appartenerle per sempre e nessuna ferita dovrebbe avere l’ultima parola.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La geisha occupava quasi tutto il braccio. Il volto era inclinato leggermente verso il basso, incorniciato da capelli neri raccolti in un’acconciatura elaborata. Le labbra erano rosse, precise, intense. Lo stesso rosso compariva nell’ombretto che allungava gli occhi, rendendo lo sguardo elegante e fiero. Tra le mani stringeva una spada, non sollevata per colpire, ma tenuta davanti al corpo come una linea di confine. Dietro di lei si alzavano le fiamme, rosse, arancioni, scure ai bordi, e seguivano le irregolarità della pelle intrecciandosi alle vecchie ustioni, trasformando ogni cicatrice in una lingua di fuoco. Alcuni petali neri e rossi si disperdevano lungo l’avambraccio, fino quasi al polso, dove il disegno terminava in linee più sottili. Il tatuaggio non nascondeva la pelle ferita. La incorporava.

Roberto alzò gli occhi verso di lei, chiedendole silenziosamente il permesso. Isabela annuì. Lui sfiorò il bordo del disegno con la punta delle dita, non la cicatrice, la geisha.

«È bellissimo.»

Isabela lo guardò. «Il tatuatore non voleva farlo.»

«Perché?»

«La pelle era troppo danneggiata.»

A diciotto anni era entrata nello studio con una fotografia piegata dentro la tasca e un’idea che non aveva intenzione di abbandonare. Il tatuatore aveva osservato a lungo il braccio. Le ustioni erano vecchie, ma la pelle restava più sottile, irregolare e delicata. In alcuni punti il tessuto cicatriziale era duro, in altri quasi trasparente. L’inchiostro poteva reagire male, non fissarsi in modo uniforme, irritare la pelle, richiedere più sedute. Lui glielo aveva spiegato con calma. Le aveva detto che non era un lavoro semplice. Che il disegno avrebbe dovuto seguire le cicatrici e non combatterle.

Isabela aveva ascoltato tutto. Poi aveva tirato fuori la fotografia. Una geisha con una spada. Fiamme sullo sfondo. Rosso sulle labbra. Rosso sugli occhi. Rosso nel fuoco.

«Lo voglio su tutto il braccio.»

Il tatuatore l’aveva guardata come si guarda qualcuno che non ha ancora compreso quanto dolore dovrà sopportare. Le aveva detto che non sarebbe stato facile. Che ci sarebbero volute più sedute. Che avrebbe potuto far male. Isabela aveva sorriso appena.

«Il dolore lo conosco.»

Quella risposta non lo aveva convinto. Ma aveva capito che non l’avrebbe fatta cambiare idea. Avevano lavorato per mesi, una seduta alla volta, con pause lunghe per lasciare riposare la pelle. Il disegno era nato seguendo ogni cicatrice, ogni piega, ogni parte più fragile. Non come una copertura, ma come una seconda pelle costruita sopra la prima.

Roberto continuava a osservare la geisha. «Perché proprio lei?»

Isabela abbassò gli occhi sul proprio braccio. «Perché tutti credono di sapere cosa sia una geisha.»

Fece una piccola pausa.

«La guardano e vedono una donna bella. Truccata. Elegante. Pensano che esista per essere osservata.»

Roberto non disse nulla.

«Quasi nessuno pensa agli anni di disciplina. Al dolore. Al controllo. A tutto ciò che deve imparare per non mostrare mai la fatica.»

Sfiorò con un dito le labbra rosse del tatuaggio. «Mi somigliava.»

Roberto la guardò.

«Anche io sono stata osservata per tutta la vita da persone convinte di sapere chi fossi.»

Seguì la linea della spada. «La spada non serve per attaccare. Serve a ricordarmi che posso difendermi.»

Poi indicò le fiamme. «Il rosso è il fuoco.»

La punta del dito risalì verso l’ombretto. «È il sangue.»

Infine raggiunse il rossetto. «È la femminilità. Quella che gli altri hanno sempre cercato di usare contro di me.»

Abbassò la mano.

«Ho preso tutto quello che avrebbe dovuto distruggermi e l’ho trasformato nel colore più vivo del tatuaggio.»

Roberto rimase in silenzio.

Isabela sorrise appena. «Non volevo cancellare la cicatrice.»

«Volevi trasformarla.»

Lei annuì. «Volevo decidere io come raccontarla.»

La danza era arrivata molto prima del tatuaggio. Helena l’aveva iscritta da bambina a una piccola scuola, sperando che la disciplina potesse aiutarla a dimenticare. Invece Isabela aveva scoperto di essere brava. Molto brava. Il suo corpo sembrava conoscere la musica prima ancora di ascoltarla. Aveva equilibrio, elasticità, precisione. Le altre bambine arrivavano dopo, lei sembrava già altrove.

A tredici anni interpretava ruoli importanti. A quattordici era stata Clara nello Schiaccianoci. A sedici le insegnanti parlavano già di una futura carriera da Prima Ballerina. A diciotto la sua vita sembrava già scritta: allenamenti al mattino, scuola, lezioni nel pomeriggio, prove fino a sera. Il corpo diventava linea, armonia, controllo. La cicatrice veniva nascosta sotto maniche sottili, trucco ad alta coprenza e costumi modificati apposta per lei.

La signora Bellini, la vecchia insegnante, riusciva a trovare un problema in qualsiasi cosa. Nel modo in cui le allieve respiravano. Nel rumore delle punte sul pavimento. Perfino nella forma con cui raccoglievano i capelli.

Aveva piccoli occhialetti sottili, sempre un po’ scivolati sul naso, e un’acconciatura impeccabile, stretta e severa, come se perfino i capelli dovessero stare in ordine per rispetto della danza. Una mattina Isabela era arrivata in sala con una giacca di pelle nera sopra il tutù bianco. Aveva attraversato il corridoio con le punte ai piedi e la giacca aperta, convinta che nessuno avrebbe fatto caso a lei. La signora Bellini era rimasta immobile davanti allo specchio, poi aveva abbassato lentamente gli occhialetti e l’aveva fissata.

«Ionescu.»

Isabela si era fermata.

«Sì, maestra?»

«Vuoi ballare il Lago dei cigni o rapinare una banca?»

Le altre ragazze avevano iniziato a ridere.

Isabela aveva guardato la propria giacca. «Dipende da quanto pagano i cigni.»

La risata era esplosa nella sala. La maestra Bellini non aveva riso, o almeno aveva fatto di tutto per non mostrarlo.

«Togliti immediatamente quella cosa prima che Čajkovskij si rivolti nella tomba.»

Isabela aveva posato la giacca sulla sedia con estrema serietà. «Se si rivolta, almeno lavora sugli addominali.»

Quella volta la maestra l’aveva cacciata fuori dalla sala per dieci minuti. Ma anche dal corridoio Isabela aveva continuato a seguire gli esercizi, usando il vetro della porta come specchio. La signora Bellini le voleva bene, a modo suo. La considerava il talento migliore che avesse formato da molti anni. Proprio per questo il tatuaggio era diventato uno scandalo.

Quando Isabela era tornata in accademia, indossava una felpa larga sopra il body. Aveva il braccio ancora arrossato e protetto da una medicazione sottile. Aveva sperato di riuscire a nasconderlo. Durante gli esercizi, però, la manica era scivolata. La geisha era comparsa nello specchio. La sala si era fermata.

La signora Bellini aveva impiegato qualche secondo per capire cosa stesse guardando. Poi aveva attraversato la sala a passi piccoli e rigidi.

«Che cosa hai fatto?»

Isabela aveva abbassato gli occhi sul braccio. «Un tatuaggio.»

«Vedo che è un tatuaggio.»

Il tono della donna si era alzato.

«Ti sto chiedendo perché hai distrutto il corpo su cui lavoriamo da dodici anni.»

Quelle parole avevano ferito Isabela più di quanto fosse disposta ad ammettere.

«Non l’ho distrutto.»

«Una Prima Ballerina non può presentarsi sul palco con un braccio del genere.»

«Un braccio del genere?»

«Non fare la provocatoria.»

La maestra aveva indicato il tatuaggio come se fosse una macchia.

«Il pubblico guarderebbe quello. Non la linea. Non il movimento. Quello.»

Isabela aveva sentito riaccendersi una rabbia antica. Per anni il pubblico avrebbe guardato la cicatrice. Adesso avrebbe guardato la geisha. In entrambi i casi, nessuno sembrava interessato a guardare lei.

«È il mio braccio.»

La signora Bellini aveva chiuso gli occhi per un istante.

«Il corpo di una ballerina appartiene alla danza.»

Isabela aveva sostenuto il suo sguardo.

«Il mio appartiene a me.»

Quella frase aveva chiuso tutto. La maestra le aveva detto che non avrebbe più potuto partecipare agli spettacoli principali. Che il tatuaggio avrebbe compromesso i costumi, la linea del corpo, l’immagine della ballerina. Non l’aveva cacciata con un urlo. Era stato peggio. Le aveva parlato con la delusione di chi crede di aver perso qualcosa che gli apparteneva.

Isabela aveva preso le scarpette, la giacca di pelle e il borsone. Era uscita dall’accademia senza voltarsi. Aveva pianto soltanto quando aveva raggiunto la strada. A diciotto anni aveva perso in pochi minuti il sogno su cui aveva costruito tutta la propria vita.

Camminò per ore, senza una meta. Le scarpette da punta erano ancora dentro il borsone e le sembravano improvvisamente il simbolo di una persona che non esisteva più.

Fu il rumore dei colpi a fermarla. Un suono secco. Regolare. Diverso dalla musica. Entrò nella palestra quasi senza sapere perché. L’odore la colpì subito: sudore, gomma, canfora, guantoni consumati. Non c’erano specchi enormi né corpi allineati. Nessuno cercava la perfezione. Le persone cadevano, sbagliavano, ricominciavano. In fondo alla sala un atleta colpiva il sacco. Ogni calcio produceva un suono pieno. Concreto.

Isabela rimase a guardare. Per la prima volta vide un corpo che non cercava di essere bello. Cercava di essere efficace.

Igor le si era avvicinato con un asciugamano intorno al collo. «Ti sei persa?»

Isabela aveva guardato il proprio tutù che spuntava da sotto il cappotto.

«Probabile.»

Lui aveva indicato il sacco. «Hai mai tirato un pugno?»

«No.»

«Si vede.»

Isabela lo aveva fulminato con lo sguardo. Igor le aveva mostrato come chiudere la mano. Il primo pugno era stato terribile. Debole. Storto. Quasi ridicolo. Il secondo leggermente migliore. Al terzo, qualcosa dentro di lei aveva trovato un posto.

«Nella danza mi insegnavano a rendere il mio corpo bello» raccontò a Roberto. Si fermò un attimo. «Io avevo bisogno che il mio corpo imparasse a difendermi.»

Non aveva abbandonato la danza perché non la amasse più. L’aveva lasciata perché non riusciva più a vivere dentro un luogo in cui il valore del suo corpo dipendeva dallo sguardo degli altri. La Muay Thai le aveva insegnato il contrario. Che il corpo non era una decorazione. Era un confine. Un’arma. Una casa.

Isabela aveva impiegato anni per capire che il proprio corpo non era soltanto il luogo in cui il trauma si era depositato. Poteva diventare anche il luogo della guarigione. La danza le aveva insegnato il controllo. La Muay Thai le aveva insegnato il confine. La geisha aveva unito entrambe le donne. La ballerina e la combattente.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Angela Distefano
Mi chiamo Angela Distefano, ho 43 anni e vivo a Catania, città di lava e di mare, dove il senso della famiglia ha radici profonde. Sono laureata in Lettere e Psicologia, due strade diverse che mi hanno condotta nello stesso luogo: dentro le parole e dentro le persone. Scrivo da quando ero ragazza e la scrittura è sempre stata il mio rifugio. La Geisha Tatuata nasce quando ero molto giovane ed è rimasta a lungo nel cassetto della memoria. Oggi la rileggo con gli occhi di una donna che ha conosciuto la fragilità e scoperto quanta forza possa nascondersi proprio dove pensiamo di esserci spezzati. Cerco ostinatamente la luce anche nelle storie più buie: credo nelle rinascite, nelle seconde possibilità e nel lieto fine. La Geisha Tatuata è il mio primo romanzo: il coraggio di trasformare una cicatrice in una storia che merita di essere raccontata.
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