François era nato nella primavera del 1756, all’inizio della guerra dei sette anni, in un piccolo paese di campagna nei dintorni di Clermont Ferrand, da papà Gilbert e mamma Emilie. I suoi genitori erano di umile estrazione sociale, papà Gilbert faceva il ciabattino e riparava scarpe per la piccola borghesia dei dintorni, mentre mamma Emilie si occupava della casa e dell’educazione di Francois. Nei periodi fortunati, a Gilbert capitava di realizzare qualche paio di scarpe per alcuni aristocratici del luogo, o per gli ecclesiastici, incrementando così le esigue entrate del suo lavoro. Francois era un bambino molto intelligente, ma non aveva avuto l’opportunità di studiare a lungo, giusto alcuni rudimenti della lingua francese scritta e orale, nonché qualche nozione di aritmetica e geometria. Le lezioni gli erano state impartite da un ecclesiastico, padre Joseph, a cui Gilbert aveva confezionato due paia di scarpe, e per le quali non aveva richiesto nessun compenso, tranne la disponibilità del religioso a fungere per qualche tempo da precettore per suo figlio. A partire dal decimo anno di età Gilbert decise di portare con sé al lavoro François, in modo tale che imparasse precocemente le tecniche di riparazione delle calzature, e la gestione dell’attività. Gilbert pensava che dopo la sua dipartita suo figlio avrebbe potuto proseguire la conduzione della bottega, guadagnandosi così da vivere onestamente. A François però non piaceva quel lavoro, e detestava fin dalla tenera età quei nobili parassiti e petulanti, che si lamentavano continuamente del lavoro di suo padre, e spesso non volevano pagare, adducendo le scuse più assurde. Spesso Gilbert lo portava nelle dimore di questi aristocratici, che vivevano nel lusso e trattavano in modo sprezzante la servitù, per la prova delle calzature. Era in quelle situazioni che l’animo esacerbato di François rifiutava l’idea di proseguire l’attività paterna. L’attrazione per la matematica e la scienza in generale, che padre Joseph gli aveva trasmesso, nelle poche lezioni impartite, lo avevano convinto che lui se ne sarebbe andato via da lì appena possibile, e che avrebbe trovato il modo di studiare, per cambiare quel destino infame che suo padre aveva minuziosamente preparato per lui.
Fu al compimento del quattordicesimo anno che la vita di Francois prese una direzione imprevista. Durante una delle solite visite presso la tenuta di Charles – Philippe conte d’Auvergne, per la prova di un paio di stivali, François decise di punire l’arroganza e l’insolenza del nobile. Le calzature, molto particolari, erano state commissionate a Gilbert per la partecipazione del conte ad un importante evento, l’annuale battuta di caccia organizzata da Louis – Philippe conte di Blois, nella sua tenuta. Il conte d’Auvergne era stato più irritante del solito, aveva insultato più volte Gilbert, perché a suo dire gli stivali non erano sufficientemente comodi. Il povero ciabattino aveva lavorato molti giorni su quelle calzature, impiegando le pelli più morbide reperibili nella regione, e modificando più volte il manufatto, secondo le esigenze sempre più assurde del nobile, che appariva ad ogni prova sempre insoddisfatto. Ritornando verso la bottega più abbattuto ed umiliato del solito, Gilbert disse a suo figlio – Forse sono troppo vecchio, prova ad occuparti tu delle modifiche, magari l’opera delle tue giovani mani riuscirà a soddisfare le esigenze del conte. – Francois acconsentì di buon grado, senza battere ciglio alla richiesta del padre. Dedicò tutta la sera e la notte successiva ad apportare alcune modifiche ai tacchi ed alla punta dello stivale. Mentre completava l’opera decise di piantare un chiodo arrugginito sotto il tallone dello stivale, in modo che la sua punta, per effetto del rialzo posto all’altezza del tallone, non fosse immediatamente percepibile. Lo scopo era quello di ottenere subito il pagamento del manufatto, posticipare il fastidio prodotto dal chiodo alla sola durata della battuta di caccia, e rovinare così la giornata al conte, esponendo il giovane rampollo al pubblico ludibrio della nobiltà invitata all’evento. Il mattino seguente, quando Francois si recò nella tenuta del conte per l’ennesima prova, trovò l’aristocratico pronto ad inveire preventivamente contro di lui, per la scarsa qualità del suo lavoro, ma al contrario questa volta gli stivali calzarono a pennello. Il nobile si compiacque del fatto che il suo abbigliamento originale ed elegante, avrebbe prodotto nei nobili presenti alla battuta di caccia un’esplosione d’invidia, ed un conseguente violento travaso di bile. Non volendo però dare soddisfazione a Francois, mugugnò un po’ durante la prova, poi disse – Basta così! Sono stanco di misurare, ho perso fin troppo tempo, mi accontenterò di queste modifiche. – Poi riprese – Di a tuo padre che vi pagherò meno del pattuito, poiché il vostro lavoro non è stato del tutto di mio gradimento. – Il conte diede al giovane un po’ più della metà di quanto stabilito in anticipo. Francois non disse nulla, ma in cuor suo si sentì sollevato, per il tiro mancino che gli aveva riservato, pensava che in fondo se lo fosse meritato, e che il suo comportamento non fosse stato tanto diverso da quanto si aspettasse. Dopo un paio di settimane venne il giorno dell’evento, un gran numero di nobili si ritrovarono nella tenuta del conte di Blois per la caccia al cinghiale. Tutti sfoggiavano delle tenute nuove preparate per l’occasione, abiti sgargianti, maschere eccentriche e cappelli originali. Il conte d’Auvergne fu comunque il più ammirato per la fattura e l’originalità delle sue calzature. La battuta di caccia non era soltanto una tradizione, ma anche un evento mondano con molteplici risvolti sociali. Li i nobili misuravano la loro ricchezza ed il ruolo gerarchico all’interno della corte. L’evento era stato organizzato nei minimi particolari; valletti, cani, cavalli erano stati preparati minuziosamente, e le armi scelte accuratamente. Quando il suono del corno diede l’inizio alla battuta vennero sguinzagliati i cani, ed i battitori a piedi incominciarono a scandagliare la zona per stanare i grossi animali. I cavalieri al seguito del conte di Blois con i loro lucenti moschetti si lanciarono alla ricerca delle ambite prede. Il conte d’Auvergne, desideroso di acquisire maggior prestigio presso i nobili della corte, decise ben presto di abbandonare la carovana di cacciatori, per battere in solitaria la fitta boscaglia. Arrivato con il suo destriero in prossimità di un intricato agglomerato di bassi arbusti dal folto fogliame, udì distintamente il grugnito di un grosso cinghiale. Al fine di stanare l’animale, per meglio colpirlo con il suo moschetto, decise di girare intorno al coacervo di arbusti, alla ricerca della migliore posizione di tiro. Il destino volle però che il cinghiale, spaventato dal rimbombo sul terreno degli zoccoli e dal nitrito del cavallo, decise di uscire repentinamente dalla selva per attaccare il cavaliere, a difesa della sua nutrita cucciolata. Il cavallo, vista la mossa improvvisa del cinghiale si levò sulle zampe posteriori a protezione della sua incolumità, il conte d’Auvergne colto alla sprovvista non riuscì a contenere la reazione dell’animale imbizzarrito, e fu disarcionato, cadendo rovinosamente al suolo. Disgraziatamente per lui l’impatto fece penetrare il chiodo arrugginito, posto nel tacco dello stivale da François, nel tallone. Il dolore lancinante lo impietrì per un attimo, poi preso dalla concitazione dell’azione dimenticò il dolore, e tenendo sempre fisso lo sguardo sul cinghiale, tastò con la mano il terreno alla ricerca del suo moschetto. Quando sentì con le dita il calcio del fucile, con un rapido movimento lo raccolse, lo armò e fece fuoco in mezzo agli occhi dell’animale, che nel frattempo aveva iniziato a caricarlo. L’animale dopo una breve corsa si accasciò davanti ai piedi del conte. Il nobile felice per la cattura fece un richiamo per attrarre l’attenzione dei valletti, che dopo poco arrivarono in suo soccorso per il recupero della preda. Charles – Philippe, malgrado i dolori per la caduta e per il chiodo conficcato nel tallone, rimontò a cavallo e fece ritorno a palazzo. La battuta si concluse la sera con il solito banchetto dove i nobili esibirono le loro prede, frutto delle proprie abilità venatorie. Il conte di Blois non fu molto contento dell’atteggiamento tenuto durante la caccia dal suo parente Charles Philippe. Riteneva offensivo che non si fosse attenuto al galateo reale, che impone agli ospiti di lasciare la preda più imponente e di maggior prestigio al più alto in rango nella gerarchia aristocratica. Anche gli altri nobili presenti fecero al conte dei complimenti di circostanza, velati da un sottile disprezzo. Charles – Philippe si rese conto alla fine del banchetto, che il suo desiderio di notorietà aveva avuto un effetto controproducente. Il mattino seguente il conte d’Auvergne fece rientro nei suoi possedimenti. Durante il viaggio di ritorno sentì riacutizzarsi il dolore al tallone prodotto dalla ferita del chiodo, non riusciva a camminare, anche perché la punta del ferro arrugginito continuava a premere nello stesso punto sulla ferita. Meditava tra sé e sé che François e papà Gilbert avrebbero pagato amaramente quell’affronto. Giunto a casa dopo un viaggio estenuante, fece preparare un bagno caldo dalla sua servitù e curare la ferita dal medico personale. Le cure ed il riposo non fecero sbollire la rabbia del conte, il quale decise di convocare padre e figlio. Giunti al suo cospetto l’ignaro Gilbert e François furono investiti dalla rabbia e dal risentimento del nobile, il quale alla fine sentenziò che non avrebbero più potuto esercitare la professione nella regione, e che François sarebbe stato bandito dalla contea seduta stante. Solo durante il rientro verso casa François realizzò quale drammatico epilogo avesse avuto il suo gesto di ribellione, sul volto di Gilbert leggeva la disperazione, avrebbe voluto ritornare indietro nel tempo per cancellare quell’atto temerario, ma sapeva che il tempo non si può invertire e che ogni azione è irreversibile. Da quel momento in poi la sua vita, che fino a quel momento era stata scandita dalla monotonia di azioni e ritmi sempre uguali, prese una direzione imprevedibile, fino ad un drammatico epilogo. Giunto a casa François prese poche cose, le mise in un sacco, salutò sua madre in lacrime, e senza dire una parola chiuse la porta di casa dietro di sé, partendo alla volta di Parigi. Il conte d’Auvergne era anche lui ignaro del destino che lo aspettava, la ferita al piede piano piano si infettò, ed il tetano si propagò a tutto il corpo. Inutili furono le cure che i molti dottori alternatisi al suo capezzale gli somministrarono. Il nobile morì tra le più atroci sofferenze in capo a poche settimane. Il giovane François arrivò a Parigi dopo un viaggio rocambolesco, un po’ a piedi, un po’ sfruttando il passaggio sui carri dei contadini o dei commercianti che trasportavano le loro merci. Arrivato nella “Città dei Lumi “si stabilì in una stamberga di Faubourg Saint Antoine, il quartiere degli artigiani e dei commercianti. Lì iniziò a cercare lavoro come apprendista calzolaio presso le botteghe artigiane più prestigiose. Si cambiò il nome e si inventò un passato che non contemplasse la sua vita precedente a Clermont – Ferrand, e men che meno agli eventi tragici connessi al suo gesto scellerato. La sua abilità gli consentì ben presto di conquistare la fiducia di Monsieur Girard, proprietario dell’atelier. La bottega era rinomata per la qualità delle sue calzature, ed era frequentata da piccolo borghesi, intellettuali, ed alcuni nobili di Parigi. In poco tempo François riuscì a mettere da parte un po’ di denaro, e questo gli consentì di affittare un piccolo appartamento, più dignitoso della stamberga in cui aveva abitato precedentemente. Nel corso degli anni successivi la vita dissoluta della capitale contagiò François, gioco d’azzardo e prostituzione, incominciarono a prosciugare le poche risorse accumulate dal giovane. In quel tempo di grande fermento prerivoluzionario a Parigi si respirava una nuova aria, la filosofia illuministica dominava nei circoli culturali, ed il libertinismo praticato negli ambienti della corte di Versailles si stava propagando anche alle classi medie e piccolo borghesi. Il giovane calzolaio, ormai quasi ventenne, si rendeva conto che non avrebbe potuto continuare a lungo a condurre quella vita scellerata, che gli stava consumando l’anima e prosciugando il portafoglio. Sentiva sempre dentro di sé il desiderio di dedicarsi a quella sua passione giovanile, che gli aveva trasmesso padre Joseph, e che per questioni economiche non aveva potuto coltivare, la scienza. Ma il primo aprile del 1776 la sua vita prese per l’ennesima volta una direzione imprevedibile. In una splendida mattina di primavera si presentò nell’atelier un giovane signore dall’età presunta di circa trent’anni, per l’acquisto di paio di calzature. Monsieur Gerard incaricò François di prendersi cura del nuovo cliente. Il gentiluomo spiegò che aveva bisogno di un paio di scarpe fatte su misura e particolarmente morbide, date le sue problematiche ai piedi. François entrò subito in sintonia con il gentiluomo, suggerendo quali pelli avrebbero potuto fare al caso suo, e quale foggia avrebbe risolto il suo problema di deambulazione. Il cliente, rassicurato dalla competenza di François, si aprì e divenne particolarmente loquace. Durante la fase di prova del manufatto il gentiluomo investì François di una miriade di domande, sul suo passato, sulla sua famiglia, e sul suo grado d’istruzione. François raccontò la storia che si era inventato, evitando accuratamente di dire la verità, solo su un aspetto non mentì, il suo basso grado d’istruzione e la sua passione mai sopita per le scienze ed in particolare per la matematica. A quelle parole il gentiluomo strabuzzò gli occhi, e dopo un sospiro esclamò – Ah! molto interessante, io mi chiamo Jean Louis e faccio parte dell’Academie des sciences, mi occupo di matematica avanzata, ed in particolare i miei studi si rivolgono al calcolo delle probabilità. – François rimase per un attimo sbigottito, non sapeva come proseguire la conversazione, si sentiva in soggezione rispetto al suo interlocutore, ma allo stesso tempo bramava conoscere nello specifico quali fossero i risultati delle sue ricerche. Non sapeva però se sarebbe stato in grado di comprendere, date le sue scarse conoscenze in materia. Dopo un attimo prese coraggio e balbettando esclamò. – Che …che meraviglia, mi piacerebbe tanto apprendere i segreti del calcolo probabilistico, ed in particolare quali possono essere le sue applicazioni al gioco d’azzardo. – L’accademico rispose – In effetti è proprio questo il campo d’applicazione delle mie teorie, mi occupo della probabilità condizionata, applicata al gioco delle carte, dei dadi o della roulette. – A quel punto il giovane calzolaio non resistette e disse – Oh! Quanto mi piacerebbe approfondire questi argomenti, ma… ma penso di non essere all’altezza. – Jean Louis, che ormai era entrato in uno stato di empatia con François, in tono bonario rispose, – Non ti preoccupare tutti possono apprendere se messi nelle condizioni ottimali, ed anche se hanno il precettore adeguato. – Poi scoppiò in una fragorosa risata, infine riprese – Se sei così motivato posso istruirti io, vedrai che con un po’ di lezioni serali apprenderai quelli che sono i rudimenti principali del calcolo probabilistico. – François sentì in quel momento che quell’incontro avrebbe cambiato di nuovo il corso della sua esistenza, e che la sua vita si sarebbe ricongiunta con quell’idea di futuro che aveva coltivato da bambino. Nei mesi successivi François incominciò a frequentare la casa di Jean Louis, al posto dei bordelli e dei postriboli del quartiere Saint Denis, dove si praticava il gioco d’azzardo. Per Jean Louis, che era un illuminista, François era la prova vivente delle teorie razionalistiche, che preconizzavano la possibilità, attraverso la cultura, dell’emancipazione sociale di ogni cittadino, specie se proveniente dalle classi sociali più deboli. Più i giorni passavano più il desiderio di conoscere si acuiva, spesso il giovane rientrando a casa dopo le lezioni serali, rimaneva in piedi a riflettere sulle nozioni apprese, dormendo sempre meno. Al mattino era sempre molto stanco, e la qualità del suo lavoro scemava giorno dopo giorno. Monsieur Girard incominciò a mostrare segni di nervosismo e di insoddisfazione per il lavoro svolto da François. Fu dopo alcune settimane che la febbre del gioco d’azzardo riprese ad impadronirsi dell’animo del giovane calzolaio. Il suo risentimento nei confronti della nobiltà francese, unito al ricordo delle umiliazioni subite dal padre, fecero riemergere prepotentemente il desiderio di applicare le nozioni apprese sul calcolo delle probabilità al gioco delle carte. Aveva però bisogno di un banco di prova per sperimentare se quelle teorie avessero realmente un riscontro pratico. Decise così di riprendere a frequentare i luoghi sordidi della corte dei miracoli parigina, e di giocarsi a carte i propri risparmi, nell’intento di moltiplicare le sue finanze e di abbandonare la vecchia professione di calzolaio. Un cliente della media borghesia, anche lui succube del gioco d’azzardo, gli aveva segnalato una casa da gioco che poteva fare al caso suo. Il luogo si trovava nel Marais, al confine tra la zona malfamata del quartiere e quella abitata dalla buona borghesia parigina. Era il luogo perfetto dove cominciare la sua scalata sociale, là dove le due classi dei comunardi e dei borghesi si incontravano per condividere i vizi della capitale, in quel periodo di forte fermento sociale prerivoluzionario. Al calar delle tenebre François si addentrò nei meandri del quartiere, attraverso i suoi tortuosi vicoli stretti, alla ricerca della casa da gioco. Nelle viuzze strette e desertiche a quell’ora si respirava un’aria malsana, e l’unico rumore udibile era lo scalpiccio sul selciato dei suoi passi brevi e frettolosi. Giunto all’indirizzo indicato trovò una casa dall’aspetto anonimo, la porta d’ingresso in legno era logora, consumata all’altezza del battente. Bussò tre volte, poi attese un attimo, dall’altra parte una voce gli chiese la parola d’ordine che lui prontamente riferì, come da indicazioni ricevute dal cliente della bottega di monsieur Girard. L’interno della casa era molto più curato e dal piano superiore si sentivano voci e risa di persone. L’uomo all’ingresso fece cenno di salire lungo le scale, al primo piano François percorse un lungo corridoio in penombra, poi al fondo intravvide le luci di un ampio salone. Il corridoio connetteva tra loro diverse sale dell’abitazione, ed in ognuna si praticava un gioco d’azzardo differente, roulette, dadi, giochi di carte. François si fermò al tavolo dove si praticava il gioco del Faraone, molto in voga presso la corte di Luigi XVI, ed amato anche dalla borghesia parigina. Il giovane calzolaio aveva preparato minuziosamente la sua prima uscita, dopo le lezioni di calcolo delle probabilità impartite da monsieur Jean Louis. Sapeva che non solo avrebbe dovuto iniziare con piccole puntate, per studiare le dinamiche dei giocatori e del banco, ma anche osservare eventuali movimenti sospetti durante le diverse fasi di gioco. Al tempo molti erano i bari che frequentavano le bische clandestine, ivi compresi i nobili della corte. Le strategie che doveva utilizzare dovevano essere adattabili alla situazione contingente, ed oltre a memorizzare le carte uscite, doveva saper riadattare le puntate calcolando rapidamente la probabilità di vittoria, condizionata all’esito della mano precedente. Il mazziere iniziò con la disposizione delle tredici carte sul tavolo ovale, François pretese che il banco utilizzasse un mazzo nuovo e controllò che le carte non recassero sul dorso nessun segno distintivo, poi prima di bruciare la prima carta smazzò sotto gli occhi guardinghi degli altri giocatori. Al tavolo erano presenti individui di diversa estrazione, quasi tutti appartenenti alla piccola e media borghesia, accomunati della febbre del gioco d’azzardo, e disposti a dilapidare le loro piccole o grandi fortune sul tavolo verde. Il Faraone era un gioco di carte ad alto rischio per i giocatori, poiché la probabilità di vittoria era fortemente sbilanciata a favore del banco, ma per un giocatore esperto, capace di modificare le puntate durante la fase del gioco poteva essere anche un’ottima opportunità, a patto che sapesse scegliere la strategia più opportuna. Durante le prime estrazioni delle carte dal mazzo diversi giocatori persero ingenti somme, François aveva mantenuto un atteggiamento prudente, perdendo però buona parte dei soldi che aveva a disposizione. Fu però durante le ultime mani che la fortuna, mista alla sua abilità di contare le carte, fece svoltare l’esito della partita. Il giovane ebbe la sensazione che la carta successivamente estratta, cattiva per il banco sarebbe stata la regina di cuori, decise così di puntare tutto quello che gli rimaneva su quella carta. Quando il banco girò lentamente la carta, ci fu dapprima un silenzio irreale all’interno della sala, poi un sospiro di stupore dei presenti, alla vista della regina di cuori distesa sul tavolo da gioco. François raccolse la vincita e nelle puntate successive indovinò tutta la sequenza delle carte, vincendo una piccola fortuna. Conscio del fatto che a parte la sua abilità, si era verificato un autentico miracolo, decise di ritirarsi prima di perdere tutto nelle partite successive. L’arcigno proprietario della casa da gioco non gradì la scelta di François, e cercando di costringerlo a continuare, per rifarsi della perdita subita, lo prese per un braccio, ma il giovane divincolandosi dalla presa dell’energumeno, si scapicollò lungo le scale e riuscì a fuggire. Corse senza voltarsi indietro per la paura che qualcuno lo inseguisse, dopo aver zigzagato per un po’ nei vicoli del Marais, nell’oscura notte parigina, prese la direzione di casa con il cuore che gli batteva ancora forte in gola. Giunto finalmente a casa, ancora incredulo per quanto accaduto, si distese sul letto e si mise a fissare il soffitto, ritornando con la memoria alla sequenza accelerata degli eventi che avevano cambiato la sua esistenza. Nella sua mente si formarono le immagini di suo padre e sua madre nella umile casa di Clermont Ferrand, poi la figura del conte d’Auvergne, mentre inveisce contro di lui e suo padre, infine la partenza da casa alla volta di Parigi e l’incontro provvidenziale con l’accademico di Francia, che gli aveva disvelato i segreti del calcolo probabilistico. In quel momento però raggiunse la consapevolezza che non tutto può la ragione ed il calcolo, ma che alcuni eventi sono frutto del caso, o forse di una certa predestinazione, di cui noi cogliamo solo alcuni aspetti in modo intuitivo. La visione nella sua mente della regina di cuori, prima della sua estrazione ne era un esempio lampante. Mentre si rigirava nel letto, nella speranza di prendere sonno, rifletteva sul fatto che la sua vita si potesse riassumere in pochi momenti, quelli che l’avevano cambiata irrimediabilmente, e che quei pochi istanti erano in realtà diluiti in un lungo continuum temporale di azioni meccaniche, pedanti e ripetitive, non molto diverse da quelle degli animali, atte soltanto alla sopravvivenza. Nei giorni successivi riprese il suo lavoro in bottega, ma la sua mente era continuamente rivolta verso quella sera, ed in particolare all’istante in cui il destino aveva preso per l’ennesima volta una strada imprevedibile. Cercava di mettere a fuoco quale fosse stato il motivo che gli avesse fatto propendere per la decisione di puntare tutto sulla carta vincente. Non trovò nessuna spiegazione razionale, ricordava di aver calcolato la probabilità in base alle carte uscite precedentemente, ma poi aveva deciso di agire seguendo un impulso irrazionale, quasi che avesse avuto una visione. Alla fine, ritornando indietro con i pensieri, focalizzò che nella sua mente si era formata l’immagine di un soffice gomitolo di lana, a cui erano legate tutte le carte del mazzo, che lui aveva poi dipanato mentalmente. Le carte così si erano dispiegate davanti ai suoi occhi nella sequenza in cui sarebbero state estratte. Non era stato solo un processo di calcolo probabilistico, c’era qualcosa d’irrazionale che la sua mente non riusciva a comprendere. Dopo aver resistito alla tentazione per qualche sera, divorato dal pensiero ossessivo di mettere alla prova di nuovo quel suo sesto senso, decise di uscire alla ricerca di una nuova sala da gioco clandestina. Dopo aver a lungo peregrinato nella notte parigina, trovò un sordido locale dove si giocava d’azzardo, nella zona di Saint Lazare. Il luogo era frequentato dalla feccia di Parigi, ladri, bari e prostitute. François aveva portato con sé poco denaro, voleva verificare se poteva contare su quella capacità di premonizione, o se l’evento di quella sera era stato solo occasionale. Trovò un tavolo dove stavano giocando a Biribì, un gioco importato dall’Italia che aveva spopolato anche in Francia, e che era l’antesignano della roulette. Aspettò un po’ prima di puntare su un numero, voleva capire se il gioco fosse truccato e come si dispiegassero i numeri nell’estrazione. Poi ebbe la solita visione, ma questa volta decise di fare una sola puntata, per evitare in caso di vittoria di dover fuggire, dopo aver fatto saltare il banco, come aveva fatto la volta precedente. Era infatti consapevole che in quella zona di Parigi avrebbe potuto rimetterci la vita, e lui non era intenzionato a mettere fine alla sua esistenza in quel modo. Mise tutto quanto aveva in tasca sul numero diciassette, quando il banco estrasse dal sacchetto quello stesso numero, François ebbe la certezza che quanto gli era capitato non era il frutto del caso, ma un dono che avrebbe dovuto mettere a frutto nel migliore dei modi. Prelevò dal banco la sua vincita, che ammontava a sessantaquattro volte la puntata, poi si allontanò rapidamente dalla bisca, prima che qualcuno potesse fare domande o rapinarlo. Nei mesi successivi François si divideva tra il lavoro nell’atelier di Monsieur Gilbert, e le serate passate ai tavoli delle sale da gioco della Parigi libertina e prerivoluzionaria. Per paura di insospettire i gestori delle case da gioco, o gli altri giocatori, cercava di contenersi effettuando puntate oculate e piccole vincite, che comunque alla fine di un paio di mesi gli consentirono di accumulare una discreta somma. Fu allora che nella sua mente prese forma un nuovo progetto, quello di abbandonare Parigi e girare l’Europa, alla ricerca di nuove esperienze, nuovi tavoli da gioco e ricchi o nobili da spennare. Per poter essere introdotto nella nobiltà, e nei circoli ristretti dell’aristocrazia Europea, aveva bisogno però di possedere titoli nobiliari che lui non aveva, così decise di rivolgersi ad un falsario che gli confezionò ad arte un nuovo nome ed un improbabile titolo di Barone. François cambiò identità per l’ennesima volta. Come prima tappa decise di recarsi a Venezia dove i piaceri della vita mondana ed il gioco d’azzardo attiravano ancora avventurieri da tutte le parti d’Europa.
La rete stradale francese nella seconda metà del XVIII secolo, contava ancora un numero ristretto di arterie praticabili. Le strade reali si diramavano a raggiera da Parigi, per raggiungere le più importanti città del paese, e da lì una ragnatela di minuscole stradine provinciali, spesso dissestate dalle intemperie, le collegavano con i piccoli borghi dei dintorni. Per raggiungere il sud della Francia erano necessarie alcune settimane di viaggio e le zone più impervie erano spesso frequentate da briganti, che depredavano i viaggiatori dei loro averi. Un posto su una diligenza era molto costoso e le stazioni di posta erano collocate lungo il percorso a piccole distanze, per consentire il cambio dei cavalli, ed ai passeggieri di riposare un po’ a casa della durezza del viaggio. Mediamente un convoglio riusciva a percorrere un centinaio di chilometri al giorno, e le differenti tratte venivano percorse soltanto in alcuni giorni della settimana. François, per paura di essere derubato, aveva escogitato un sistema che gli consentiva di attaccare, con una sorta di mastice da calzolaio, il sacchetto contenente i suoi denari sotto la pancia della carrozza, e di recuperarli la sera prima della sosta presso la locanda della stazione di posta. Dopo molti giorni di viaggio la diligenza arrivò in prossimità delle Alpi, alla stazione di posta i pochi viaggiatori che dovevano attraversare le montagne vennero trasbordati su una carrozza più piccola ed incominciarono la tortuosa ascesa verso il valico del Moncenisio. Via via che il percorso si faceva più irto la strada lasciava il posto ad un sentiero sempre più stretto ed accidentato, a quel punto il conducente arrestò il convoglio nei pressi di una piccola stazione di posta dove i Marrons, guide alpine dell’epoca, smontarono l’abitacolo della carrozza e lo montarono su delle pertiche. I portantini più nerboruti si caricarono sulle spalle il peso di un paio di passeggeri, mentre François, memore delle sue umili origini, preferì proseguire a dorso di mulo l’ascesa verso la sommità del colle. François si sentiva tradito dalla vita, che a suo parere gli aveva riservato una gioventù di miseria ed umiliazioni. La rabbia e la frustrazione gli avevano plasmato addosso un carattere irruente e collerico. Era conscio del fatto che non fosse mai stato veramente felice nella sua vita, o forse non ne conoscesse nemmeno il significato. Le relazioni che aveva avuto con le donne di Parigi erano sempre state di tipo mercenario, e dell’amore descritto dai poeti e dai letterati non aveva mai nemmeno percepito il sentore. Mentre saliva verso la vetta, contemplando dall’alto le meraviglie del panorama circostante, che vedeva via via rimpicciolirsi, rifletteva sulla condizione umana. Le forme delle cose nel fondo valle, strade, case e villaggi apparivano come costruzioni in miniatura, e l’andirivieni di uomini e merci assomigliava sempre più al brulicare di un esercito di formiche. La via Francigena che portava in Italia era frequentata anche da mercanti, contrabbandieri e pellegrini. La presenza di questa varia umanità lungo il cammino, per un po’ lo distrasse dal pensiero ossessivo che lo aveva perseguitato in tutti gli anni dell’adolescenza, quello di vendicarsi di tutte le angherie subite dalla nobiltà francese. L’ascesa verso il colle, e la conseguente discesa verso la valle di Susa, impegnò l’intera giornata dei viaggiatori. Al far della sera il piccolo convoglio si ritrovò in prossimità dell’abbazia di Novalesa, al tempo luogo di ristoro fisico e spirituale dei molti pellegrini che attraversavano il valico nei due sensi. L’abbazia era gestita dai frati Cistercensi, che già da lungo tempo avevano sostituito i fondatori appartenenti all’ordine dei Benedettini. François chiese ospitalità per la notte, e gli fu assegnata l’unica celletta rimasta libera. Durante la frugale cena serale un monaco si avvicinò al tavolo di François per domandargli quale ragione lo portasse da quelle parti, e quale fosse la sua destinazione finale. Il giovane, che non aveva mai più rivelato la sua identità ad alcuno, dal giorno in cui aveva abbandonato la casa paterna a Clermont Ferrand, decise di narrare la sua storia. Alla fine del racconto si sentì come sollevato, il religioso lo guardò con aria severa e lo ammonì dicendo – Cambia strada figliuolo finché sei in tempo! la rabbia che ti porti dentro, unita al desiderio di vendetta ti condurranno alla perdizione –. François rimase indifferente al monito, come se la profezia del religioso non fosse indirizzata a lui, con un gesto di cortesia si congedò dal monaco, e si ritirò nella sua stanzetta. Il giorno seguente di buon’ora riprese il cammino, giunto ormai in pianura salì sulla prima diligenza disponibile alla volta di Torino. Lungo la prima parte del tragitto incontrò ancora molti pellegrini, alcuni di loro fecero tappa presso l’imponente e suggestiva Sacra di San Michele, poi giunto nella capitale del regno Sabaudo le strade si divisero. I pellegrini proseguirono verso sud, mentre François si inoltrò nella pianura padana attraversando prima Milano, poi Verona per poi giungere dopo alcuni giorni a Venezia.
La Venezia della seconda metà del Settecento era una città già avviata sul viale del tramonto, a causa della perdita d’importanza nello scacchiere del commercio marittimo con i paesi dell’oriente. Al contrario i Veneziani avevano sviluppato un desiderio spasmodico di consumare la vita. Nella città si assisteva ad un fiorire di attività artistiche che spaziavano dal teatro alla musica, per le calli s’incontravano indovini e giocolieri, e negli angoli più suggestivi i pittori ritraevano le meraviglie del paesaggio lagunare.
François prese alloggio presso la locanda Al San Luigi, nella Calle del Remedio, e spacciandosi per un nobile facoltoso francese, cercò di carpire informazioni dal proprietario della locanda sulle abitudini e sui piaceri della vita mondana, praticati dalla aristocrazia veneziana. Il proprietario con un velo di reticenza gli spiegò che non c’era nulla da raccontare, che a Venezia tutto si svolgeva alla luce del sole, e che ben presto camminando per le calli avrebbe capito tutto da solo. In effetti passeggiando per la città e navigando attraverso i canali François si rese conto che la moltitudine della popolazione veneziana, inserita in quella struttura della città, non consentiva una netta separazione tra le classi sociali. Nobili, borghesi e popolani vivevano gli uni accanto agli altri senza soluzione di continuità, mescolandosi nelle calli, nelle piazze e negli eventi mondani. Al giovane calzolaio, divenuto impropriamente aristocratico, piaceva molto questo ambiente in cui tutto si mescolava, e che garantiva un’interazione continua tra il popolo e l’aristocrazia. Il legame forte tra il popolo ed i governanti faceva sentire tutti partecipi del destino della Serenissima, come in una sorta di democrazia. Dopo qualche settimana, anche François incominciò a frequentare i casini dove si svolgevano i più importanti eventi culturali, musicali e letterali, nonché feste sontuose dove incontrare l’aristocrazia veneziana. In una radiosa mattina di tarda primavera François, camminando lungo piazzetta San Marco, s’imbatté in un giovane pittore che stava immortalando la bellezza della laguna. Istantaneamente fu rapito dalla singolarità del dipinto, il giovane pittore mostrava un talento inusitato, le forme ed i colori sembravano uscire dalla tela e prendere forma nello spazio circostante. Decise così di fermarsi e di osservarlo all’opera senza disturbare, dopo poco il giovane artista si accorse di lui e lanciandogli un’occhiata di sguincio disse – Le piace? François piegando la testa un po’ di lato, per osservare meglio l’insieme dell’opera e darsi un’aria d’intenditore rispose – Si è interessante! – . Il pittore riprese – Ho bisogno di guadagnare dei soldi, sarebbe interessato ad acquistarlo?
François – No grazie! Sono di passaggio non saprei cosa farmene!
Il pittore – Allora potrei farle un ritratto!
François – No, no grazie!
Il pittore – Ho proprio bisogno di denaro, la prego sono schiavo dei miei vizi, il gioco, le donne e la bella vita mi stanno rovinando!
François ci rifletté su per un attimo poi fece un pensiero e rispose – Va bene, sono disponibile ad acquistare la sua opera se tu mi introdurrai ai piaceri oscuri della città, sai anche io sono divorato dal demone del gioco, e vorrei conoscere i luoghi dove i Veneziani danno libero sfogo ai loro vizi più riprovevoli.
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