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La gratitudine delle assenze

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Tra i palazzi di piazzale Siena, dove le luci restano accese e i silenzi pesano, Ludovico vive in equilibrio precario tra ciò che è stato e ciò che non riesce a diventare. Le sue giornate scorrono uguali, strette tra la casa e la presenza ingombrante della madre, dentro un tempo che sembra fermo.

Poi arriva Viola, una giovane inquieta, che porta con sé un disordine che non chiede permesso. Si incontrano per caso, in un ascensore. Un istante, uno sguardo, e qualcosa si incrina.

Quello che nasce tra loro non ha un nome. Non è amore, non è amicizia. È qualcosa che sposta gli equilibri, tracciando segni sottili ma incancellabili.

Prologo

Milano, sempre lì che si rifà il trucco, ma ogni tanto sbava il mascara e simula stoicismo imperturbabile. Clacson, motorini che sfiorano gli specchietti con la grazia di un colpo di tosse, gente che corre senza mancare l’appello alla rubrica consueta La dottrina della frenesia, il barista sotto casa ha cambiato persino il tipo di brioche, lo scopro dal primo morso; meno burro, più aria stantia di ordine indubbiamente previdente, in un talk show locale avrebbero denunciato: aumentano i prezzi, diminuisce la sostanza, tutto torna. Il caffè ustiona ma siccome mi lascio coinvolgere da una certa propensione metropolitana, seguendo l’attitudine conformista, lo bevo comunque perché fa parte del palinsesto; poi nella tasca destra chiavi (nemmeno di preciso so quali ho afferrato), imbrocco finalmente l’altro braccio della giacca mentre sono già in ascensore, mia madre dorme impassibile, tanto vale essersene andati spediti. Maglione marrone castagna ma non è tempo di vendemmia, jeans blu comprensibili se hai avuto tre minuti per pensare a cosa scegliere da indossare, uniforme da uomo che non ha certamente voglia di prediligere opzioni multiple o forse è la tenuta da battaglia di chi ha capito che le possibilità sono un trucco dell’epoca, un modo per farti credere che hai voce in capitolo mentre ti schiacciano con la suoneria di un WhatsApp alle sette e quindici del mattino.

Per strada la gente veste colori esotici, il neonato nel passeggino ha una tutina arancione che pare uscita da un video dei Jamiroquai. Il suo passeggino è nero lustrato come una berlina da politico in incognito, la madre recrimina al telefono dicendo che “c’è troppo degrado, bisogna far qualcosa”, il bambino la guarda con l’espressione di chi ha già compreso oltre la disamina demagogica e io, che mi sento vecchio dentro da quando ho imparato a mandare le mail senza salutare, penso che quel bambino ha più speranza di me, e più coraggio. Nel tragitto verso la metro, realizzo che la giornata è già piena di frasi a cui nessuno presta attenzione, cartelloni pubblicitari con font eccessivamente motivazionali, podcast in cuffia che parlano di resilienza e risveglio interiore, una ragazza che urla al fidanzato: “È sempre colpa mia, vero?” davanti a un semaforo giallo di emorragia in coda pronta a zampillare, mi domando se tutto questo faccia parte di un’allucinazione collettiva oppure è solo lunedì. E mentre uno skateboard mi sfiora la caviglia con la grazia d’un proiettile passato di traverso, penso che il vero miracolo oggi sarebbe solo questo, arrivare puntuale senza inciampare nei miei pensieri in formato PDF. Ma il prodigio più assurdo è che nonostante tutto, la stanchezza vintage, le sopracciglia degli adolescenti rifatte come una candidatura precoce a macchiare la fedina penale, l’ultima playlist di Spotify intitolata “Ricominciare da sé”… qualcosa dentro di me ancora si muove, non ha nome, non ha bandiera, non ha 5G, però c’è.

Milano mi inghiotte come sempre. Svolto l’angolo e passo davanti alla vetrina del tabacchi, sullo scaffale è esposto un portachiavi a forma di piede umano e una collezione di accendini con frasi motivazionali piene zeppe di retorica e il vecchio dietro al banco, con cui ho sempre un fugace scambio, sta sistemando i gratta e vinci con la stessa espressione di chi archivia scartoffie, come se ogni biglietto fosse l’ennesimo faldone destinato all’oblio dell’anagrafe urbana.

«Dai, Ludovico, oggi te lo sento che è il tuo giorno fortunato.»

«Davvero?»

«No. Ma almeno ogni tanto fai qualcosa di rischioso.»

Lancio uno sguardo contendente ai biglietti colorati allineati sul banco, “Vinci subito”, “Doppia chance”, “Sogni d’oro”, tutti nomi che sembrano presi da una televendita di Wanna Marchi o da una clinica per il sonno con problemi d’autostima.

«Ho un altro concetto di rischio» si cerca di schivare.

Il tabaccaio sorride, si appoggia al bancone, regge ancora una penna tra le dita con l’aria di chi spera che, prima o poi, possa servire a firmare qualcosa di più eccitante di una bolla di consegna, con la postura di uno che ha smesso di credere nella previdenza integrativa ma non ha perso la voglia di commentare i fallimenti altrui.

«Tipo?»

«Tipo dire a una donna quello che penso senza prima calcolare il margine d’errore» apre le danze Ludovico.

«O scegliere una corsia diversa al supermercato» asseconda il tabaccaio, in un tête-à-tête non competitivo.

«O arrestarmi quando la metro sta per chiudere le porte.»

«O prendere una strada mai calpestata per tornare a casa.»

«Però poi magari calcolo davvero male e mi perdo.»

«Già. Ma magari trovi un bar che fa il caffè decente» chiosa con ironia il gestore del tabacchi.

Lo guardo, lui ironizza solidale con me. Per un attimo sembriamo due uomini che hanno capito tutto della vita, e invece no. Solo due che hanno imparato a mentire con risultati più adeguati mentre attendono il resto in monete piccole.

«Lo prendi o no, ’sto gratta e vinci?»

Sorrido io, ora. «No. Meglio rischiare con la metro.»

Saluto e me ne vado, col passo di chi non ha acquistato nulla ma si è concesso il lusso di una conversazione che sa di sberla affettuosa, di quelle che rimettono in carreggiata il senso più indolente, nei rapporti umani, in questa città.

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1

Ludovico risale la prima breve rampa di scale che porta verso gli ascensori, suggestionato da giorni fotocopia e pensieri già ripetuti più volte al silenzio, tiene la spesa in una mano e l’altra nella tasca, le chiavi pronte nel palmo. L’intonaco delle pareti ha lo stesso tono ocra affaticato dai tempi della costruzione dello stabile e il corrimano in ferro verniciato vibra leggermente sotto una presa sfibrata, come se trattenesse anche lei un brivido di quell’abitudine inserita nel quadro giornaliero tradizionalista. Svolta finalmente a destra per prendere l’ascensore come in mille altre circostanze, ma stavolta qualcosa devia l’atmosfera. Così succede, biasima tra sé.

Lei, capelli corvini con riflessi verde giada, di quelli che sembrano usciti da una copertina di Katy Perry paparazzata nel 2014 in perfetto “green slime” ma più franchi e sinceri nel suo tono smorzato, influenzato da un certo sentore d’intemperanza atmosferica della città, come se li avesse lasciati asciugare fuori da un finestrino aperto, in coda sull’imbocco della tangenziale. Indossa una canotta smanicata dei Franz Ferdinand, scolorita ai bordi come una figurina tenuta troppo tempo nel portafoglio anche se l’attenzione viene catturata da una busta in plastica da cui spunta una maglietta dei Nirvana, una stampa nemmeno troppo eseguita con gloria, disordinata, slabbrata come se la cassiera avesse riposto il tutto dopo aver terminato il suo turno già da quindici minuti e jeans scuri un po’ strappati, con anfibi che hanno visto troppi marciapiedi, cieli scordati dalle nuvole, piogge tenui da sguardo assorto. Anche lei ha la spesa in una mano, gli auricolari nell’altra e lo sguardo marcato e al contempo composto su Ludovico. Poi, lentamente, se li sfila e nel gesto c’è una tecnica rilassata che non ha nulla di civettuolo ma nemmeno dozzinale, come se stesse togliendo un paio di guanti da sera, anche se è solo lunedì e l’androne profuma vagamente di detersivo all’ossigeno attivo. C’è un respiro impercettibile, un minuscolo cambio d’aria tra loro due, quasi una breccia nel tempo lineare e lui, che ha sempre avuto un sesto senso per le coincidenze inspiegabili, si sente esposto, come se quel momento fosse stato preparato a sua insaputa da una sceneggiatura non istruita ai preparativi. Potrebbe dire qualcosa, davvero, ha in bocca una frase apparecchiata, un’osservazione sul primo tepore stagionale, sul sacchetto della spesa che sembra troppo pesante, su quel disco dei Franz Ferdinand che ascoltava in loop l’estate del 2004 ma niente, il pensiero resta ingabbiato in gola come una monetina nel distributore sbagliato. Fino a quel: «Ciao».

Apre i battenti prima di Ludovico, ha una voce più sommessa di quanto pensasse ma senza esitazioni, come chi ha già deciso che ogni saluto è solo un ponte minimo per attraversare l’imbarazzo della condivisione di uno spazio ristretto. L’ascensore sale.

«Ciao.» Così, per ora, è abbastanza. Lei condensa a sé la busta della spesa, si scosta una ciocca da dietro l’orecchio e si avvia verso casa, le chiavi già pronte all’appello e lui la scruta mentre passa davanti alla porta come se fosse la protagonista di un film francese in cui non succede nulla, ma ogni apparente piccolezza pulsa silenziosamente. Ha la sensazione che quel gesto, lo spostare la ciocca, si ripeterà nei suoi pensieri per giorni, in momenti assurdi come mentre fa la fila alla posta o mentre scola i tortiglioni che avrebbero dovuto interrompere la cottura un minuto prima. Lei scompare dietro la porta e il silenzio che resta è diverso da prima, strepitante di quel contenuto mistico che né è stato. Ludovico resta lì, come uno che ha perso il treno e finge che fosse una scelta voluta, o come uno che ha trovato una fotografia non sua in un libro di seconda mano e decide di non domandarsi nulla perché preferisce immaginare piuttosto che intendere. Poi prima di premere il pulsante dell’ascensore nuovamente, dal quarto al sesto piano, lo attende una calma quasi artificiale, come se tutto dovesse sgonfiarsi in progressione, tornare a una compostezza da cartella delle scartoffie. La porta si riapre con un lamento meccanico e lui ritorna dentro, si appoggia alla parete di fondo con un braccio teso, come se dovesse impedire all’ascensore di crollare verso lo stomaco dell’androne. L’ascensore sale al sesto piano, si ferma con uno stridio e per un istante trattiene il fiato, come se la ragazza potesse riapparire, come se tutto fosse un intermezzo narrativo più che un movimento urbano, ma la porta si richiude. Infine il sesto, finalmente, la sua fermata. Ma c’è un leggero ritardo nell’uscita, come se la sua volontà avesse necessità di un secondo passaggio per riconciliarsi col corpo. Le chiavi gli sfuggono per un attimo di mano. Le riprende, e il rumore cristallizzato contro la ringhiera gli sembra una sveglia improvvisa, amplificato come in un momento cruciale di un film dove la scena era rimasta assai muta, quando il suono è più importante del gesto. Ha voglia di sedersi, di non dire nulla per un paio d’ore, di registrare mentalmente ogni dettaglio di quel viso visto per pochi secondi, ogni inflessione della voce, ogni tremore della luce sul pavimento. Ha voglia di reprimere tutto, perché conosce accuratamente il prezzo di certi entusiasmi non autorizzati ma sa anche che quel breve scambio ha già cambiato qualcosa, e non sarà facile rimetterlo al suo posto.

2025-12-04

Evento

Presentazione anteprima presso: Blume - Vigevano (PV), Via Giorgio Silva 43 Una serata di perfetto connubio narrativo e gastronomico che intreccia letteratura e cucina d’autore ispirata alla tradizione meneghina senza abbandonare la tradizione. Durante la cena, l’autore - con la presenza del mediatore Antonio Catelli - accompagnerà gli ospiti in un percorso di assaggi e letture ispirate al suo libro in campagna di crowdfunding — un viaggio tra incognite, domande e riconoscenze. Lo chef Michele Genchi e il barman del locale Filippo Dendena hanno creato piatti e cocktail dedicati, piccole interpretazioni del tema dell’assenza e del ritorno. CODICE SCONTO 10% ATTIVO NEI GIORNI 4/12 e 5/12: BLUME10
2025-10-06

Aggiornamento

Ci tengo a fare continuo dono della vostra GRATITUDINE, il weekend alle porte - grazie alla promo del 15% - ha visto viaggiare a vele spiegate il romanzo, complice il vostro contributo per arrivare alla meta, con ben 30 copie acquistate in meno di due giorni. Mancano ancora 75 giorni e lo sforzo di chi ha prestato attenzione, cura, educazione e disponibilità a leggermi incuriositi. A chi mi conosce da tempo, A chi ci si incontra grazie a brevi e piacevoli scambi, A chi non mi conosce e condivide una stima reciproca per passioni affini, Chiedo di aiutarmi a far sì che - questa storia - possa essere di spunto e riflessione su una tematica che sarà sempre eterna. Un abbraccio 🍀✨
2025-10-04

Aggiornamento

Cari lettori o curiosi, Solo per oggi 4/10 e domani 5/10 sconto del 15% sul mio romanzo "La Gratitudine Delle Assenze" in campagna di pre-ordine usando il codice OTTOBRE15. È davvero un contributo minimo sostenermi e un enorme dono potervi ringraziare uno a uno e lo farò con molteplice... GRATITUDINE.✨🙏🏼
2025-09-21

Aggiornamento

Primo giorno d'Autunno e domenica di promozione con il 15% con un enorme piacere e gratitudine verso chi ne ha approfittato e a chi ha già contribuito a dare fiducia a questa storia sia nella lettura che nella condivisione. L'obiettivo è ancora distante ma l'affetto è stato già da subito un comun denominatore, non solo per questo romanzo ma soprattutto per la condivisione con cui ho risentito persone che da tempo, per svariati motivi, non avevo più avuto onore di ascoltare. Altre, non così intime come alcune, che mi hanno dato fiducia incondizionata da subito. Il sogno di questo romanzo ha svariate ragioni che non sono solo personali, questo è un tasto, forse sottinteso, ma che è bene e giusto ribadire. Grazie 🍀 Ora spingiamo ancora, ognuno di voi con davvero poco può portare a destinazione questa storia italiana.
2025-09-18

Aggiornamento

“Sessanta copie già in tasca: grazie a chi ha acceso la miccia. Ma il fuoco vero scoppia da adesso. Ludovico ci pensa troppo, Viola se la ride. A loro modo vi ringraziano, ma non si accontentano: per farcela davvero serve arrivare a 200. E ogni nuova presenza rende più leggera l’assenza.”

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Non è semplice per me recensire questo libro, che ha suscitato una gamma di emozioni contrastanti. Credo abbia riattivato aspetti interiori che, forse inconsciamente, avevo tentato di mettere da parte, costringendomi così a confrontarmici. Particolarmente affascinanti sono i riferimenti a una Milano che non conosco direttamente, ma che, grazie alla narrazione, ha saputo incuriosirmi e coinvolgermi. Si tratta di un’opera complessa e avvincente, forse non adatta a tutti, ma in cui, a livello personale, mi sono riconosciuta profondamente.

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Davide Stolfi
È nato a Vigevano nel 1988. Lavora a Milano in ambito sanitario e scrive romanzi, spesso attraversati da musica e cinema. Ha pubblicato “Un bacio agli imprevisti” e “Agricoltura del desiderio”.
“La gratitudine delle assenze” racconta del vuoto non come mancanza ma come specchio generazionale. Gli artefici principali sono Ludovico, Viola e una Milano che assorbe.
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