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La guerra dei dati. ll grande saccheggio digitale e il futuro delle democrazie

Quantità

Lavoriamo gratis per le aziende più ricche della storia e non lo sappiamo.

Ogni foto che pubblichiamo, ogni ricerca online, ogni acquisto sugli e-commerce genera dati. E quei dati, combinati insieme a quelli di miliardi di altre persone, valgono cifre che la calcolatrice non riesce nemmeno a quantificare. Non per noi. Per loro. Ed è il sistema su cui si regge l’economia digitale, che ha reso un pugno di piattaforme private più potenti di qualsiasi Stato democratico.

Mentre i partiti litigano su tutto il resto, mentre i governi europei balbettano e i cittadini scrollano il feed, un pugno di piattaforme private sta accumulando soldi e un potere che nessun imperatore, nessun re, nessun dittatore ha mai avuto: la capacità di sapere tutto di tutti, in tempo reale, e di usarlo per orientare desideri, opinioni, voti.

La guerra dei dati non ha la pretesa di dare tutte le risposte. Fa qualcosa di più necessario: rompe il silenzio. Perché il primo passo per cambiare le cose è che tutti – non solo i tecnici, non solo i legislatori – capiscano cosa sta succedendo davvero. Questo libro è un invito a pretendere che la politica metta finalmente questo tema al centro. Prima che qualcun altro decida per noi.

Premessa

Nel mondo sta avvenendo un cambiamento molto profondo. Lo avvertiamo tutti, ma fissarlo con precisione è difficile. Si esprime nei fatti di cronaca quotidiana, politica e non solo, ma non è un fenomeno di superficie: è la zolla tettonica che sta sotto l’attualità che sta slittando.

Quando un problema è troppo grande e ci sovrasta, siamo portati a scomporlo in tanti sottoproblemi più semplici e ad affrontarli separatamente, nella convinzione che, risolti questi, anche il problema grande andrà a posto. È un buon metodo, di solito, ma in un momento come questo, in cui stanno cambiando elementi fondamentali delle relazioni sociali, economiche, politiche e persino interpersonali e intrapersonali, in cui sta cambiando il modo di produrre e il rapporto stesso fra l’umanità e il lavoro, il risultato potrebbe, invece, essere l’opposto di quello atteso: si trovano tante soluzioni per singoli problemi ma il quadro d’insieme sfugge, impazzisce e ci travolge.

Anche se è così complesso da intimorirci, quindi, non si può rinunciare a cercare di comprendere il quadro d’insieme. Bisogna avere il coraggio di provarci.

Il fil rouge del cambiamento epocale che stiamo vivendo, quello che in molti hanno chiamato la quarta rivoluzione industriale, è il digitale. È il telefonino a cui dedichiamo cinque o sei ore al giorno. È Google Maps che ci porta nel luogo in cui vogliamo andare senza pretendere che noi sappiamo dov’è e intanto traccia tutti i nostri spostamenti. È Whatsapp o Signal che ci fanno parlare con i nostri amici; Facebook, Instagram, TikTok, Youtube che ci mostrano quello che succede nel mondo, filtrandolo mentre scrolliamo. È Amazon che sa di cosa abbiamo bisogno e cosa desideriamo. È ChatGPT che ci sintetizza i documenti troppo lunghi o che li scrive per noi, che ci spiega come reagire a un amore infelice o che sceglie i bersagli per le bombe. E, intanto, trasforma i processi produttivi basati sulla conoscenza.

Il digitale è tutto questo, ma è anche qualcosa di più profondo che riguarda il nostro rapporto con la realtà intorno a noi.

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Gli unici strumenti che la natura ci ha dato per conoscere il mondo sono i cinque sensi: non sono sempre affidabili ma soprattutto sono limitati. L’umanità ha fatto di tutto per aumentare la propria capacità di conoscenza della realtà, inventando strumenti sempre più sofisticati in grado di potenziare i nostri sensi. Il digitale è l’ultimo stadio di questo processo e contiene tutti gli altri. È, però, qualcosa di più della somma dei tanti strumenti e di tutte le app che sfruttano la tecnologia digitale. È uno strato, inedito, che avvolge la realtà interponendosi fra noi e il mondo, e che, a poco a poco, sta cercando di diventare l’interfaccia unica dei nostri sensi e la nostra capacità di conoscere e di agire. Come dice Floridi: “Le opportunità e i rischi di Internet si possono capire solo se si coglie il fatto che da decenni Internet non è più soltanto un sistema di comunicazione ma è soprattutto la struttura portante di un habitat che stiamo costruendo ma al quale ci stiamo anche adattando”.

Se oggi ancora non è del tutto così, è però ben chiaro che la strada è quella.

L’impatto di tutto questo, che sia strisciante e progressivo come la marea o improvviso e devastante come uno tsunami – o entrambi –, è economico, sociale e politico e investe in profondità il modo di lavorare e i rapporti fra le persone, arrivando a modificare il corpo e le abilità umane.

È questa la zolla tettonica che si è messa in moto e mette a rischio le nostre case e le nostre città.

Nella comunicazione e nell’immaginario collettivo, questo fenomeno è sostanzialmente ricondotto all’Intelligenza Artificiale e alla potenza degli algoritmi. Tema indubbiamente affascinante. Tutti i guru della tecnologia e, a riporto, i commentatori, gli esperti, le imprese, i consulenti sono concentrati su questo.

Sono strumenti di cui è chiara e indiscutibile la proprietà. Parlarne crea il mito e fa business. Più se ne parla, meglio è.

Questo libro, invece, si occupa di questa rivoluzione partendo dai dati, perché proprio i dati sono alla base di tutto, sia da un punto di vista tecnico – non ci sarebbe l’AI senza le sterminate basi di dati su cui viene addestrata – sia da un punto di vista economico, perché sono i dati sugli (e degli) utenti – raccolti da Facebook, Whatsapp, Amazon, Youtube, Linkedin, Tiktok – che hanno generato la potenza delle big tech e ne hanno reso e ne rendono possibili i giganteschi profitti accumulati negli ultimi quindici/venti anni.

I dati sono il nutrimento che le radici della grande pianta del digitale cercano nel terreno. Le mille radici sottili che inseguono per decine di metri l’acqua e la terra buona, e succhiano senza fermarsi mai, estate e inverno, notte e giorno: i milioni di app, i social, le ricerche online, le piattaforme che raccolgono dati di ogni tipo, incessantemente. La terra buona e l’acqua, da cui il nutrimento viene estratto, siamo noi. Ed è difficile negare che il nutrimento sia nella terra, appartenga alla terra, sia la terra.

Se gli strumenti, le app, l’AI, gli algoritmi appartengono alle big tech che li hanno creati, i dati appartengono a noi. Parlarne troppo offusca il mito: genera domande, non business. Quindi se ne parla meno. Anzi, meglio non farlo.

Parlare dei dati significa guardare il fenomeno in tutti i suoi aspetti, non solo nella prospettiva tecnico-economica: la governance della tecnologia, innanzitutto, e poi il rapporto fra la pianta e la terra che fornisce quel nutrimento, che nessun altro può dare, senza poi beneficiare dei suoi frutti.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Sergio Fumagalli
Laureato in fisica alla fine degli anni ’70, si immerge fin da subito nella grande rivoluzione informatica, lavorando in una grande multinazionale americana. Alla conoscenza e all’esperienza tecnologica associa la passione politica, che lo porta, alla fine degli anni ’90, in Parlamento. Digitale, innovazione e diritti rimangono al centro dei suoi interessi anche al termine dell’esperienza parlamentare, quando inizia un’attività di consulenza alle imprese sui temi della privacy e della sicurezza, collaborando, tra l’altro, con l’Autorità Garante allora presieduta dal Professor Rodotà. Ha continuato ad approfondire il tema anche in anni più recenti, con particolare attenzione all’etica del digitale, scrivendo su testate giornalistiche professionali (Cybersecurity360, ESG360, Agenda Digitale) e realizzando a quattro mani con A. Ciccia, il manuale Privacy - Guida agli adempimenti (IPSOA).
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