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La maledizione di Villa Chevrel

La maledizione di Villa Chevrel
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Consegna prevista Marzo 2023
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Adolfo e Alzira, una coppia di coniugi benestanti senza figli, lasciano in eredità alle suore del Monte Calvario una dimora di pregio chiamata Villa Chevrel, sulla quale girano strane voci.
Il passato bussa alle porte dei nuovi inquilini con l’eco di presenze malvagie: una famiglia in difficoltà, tre amici in vacanza e una coppia di sconosciuti si trovano al centro di oscure vicende avvolte da una fitta nube di mistero, dove tutto ruota intorno all’inquietante figura di Ilva, la vecchia governante della villa, indecifrabili lettere dai simboli satanici e una misteriosa porta oltre la quale si celano segreti inconfessabili…

Perché ho scritto questo libro?

Costruire le fondamenta di Villa Chevrel è come raccontare le paure più nascoste dell’animo umano. Le presenze di una casa infestata diventano il perfetto catalizzatore per una messa a fuoco sulle fragilità umane, facendone emergere gli anfratti più profondi e i segreti più reconditi. Sullo sfondo di un intreccio denso di mistero e di colpi di scena, Villa Chevrel è un biglietto di sola andata verso emozioni sconvolgenti, che terranno il lettore con il fiato sospeso fino alla fine.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1910

Il postino suonava sempre tre volte, giungendo al galoppo del suo prode destriero di metallo, che si annunciava a colpi di campanello tra gli stretti vicoli d’un villaggio del sud, dietro un’alta costa del Tirreno, un luogo troppo in basso per esser Campania e troppo in alto per esser Calabria.                                          

Ma una calda mattina di fine giugno, nella nuova e prestigiosa dimora dell’antica famiglia Chevrel, all’estremo punto più a est del borgo, l’ufficiale di posta in alta uniforme si annunciò con un unico, prolungato suono del campanello, che riecheggiò dalla cantina all’attico.
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Nel buio androne della casa, dove un’unica, angusta rampa di scale conduceva al piano nobile, una strana creatura strisciò dalla porta della cucina e andò ad aprire il portone. Era la cameriera di palazzo, ed era sicuramente la ragazza più inquietante che l’intero paese avesse mai conosciuto: grandi occhi a palla racchiusi in palpebre pesanti dominavano uno squadrato faccione che a sua volta sovrastava un corpo tozzo, tarchiato, e nel suo sguardo disturbante sembrava che vi fosse stato impresso il marchio del demonio.                                                                                                                                                      

Il postino, fingendo indifferenza, consegnò la busta che aveva in mano alla cameriera, le cui labbra sottili e ricurve non si mossero neanche per esprimere un saluto, e guardò fisso l’ufficiale fino a quando non sparì con la bicicletta. I suoi piccoli passi pesanti salirono i ripidi gradini di pietra, dove tre eleganti porte a due ante si distribuivano sui restanti lati del pianerottolo: lì l’attendeva il padrone di casa: un uomo alto, ben vestito, pettinato con cura e con lunghi baffi neri in perfetta armonia con i suoi occhi scuri. Questi tese la mano, rigido, e lei, senza battere ciglio, ricambiò quello sguardo serio e diffidente, consegnandogli la lettera.                                                                                                                                                           Lo studio aveva i muri tappezzati di libri rilegati in pelle, custoditi su alti ripiani di legno, ad eccezione della parete corrispondente alla mensola del camino, alle spalle della scrivania, dov’era appeso il ritratto della famiglia Chevrel, che contava solo tre individui: l’uomo che aveva ricevuto la lettera, sua moglie, una raffinata signora dai capelli biondi e dai tratti duri, che in quel momento stava controllando le condizioni della tavola, apparecchiata per il pranzo, attenta a curare la posizione delle posate nei minimi dettagli, e la loro unica figlia, una bambina tutta sua madre ma dai capelli neri e la pelle candida, come suo padre, che adesso aveva qualche anno in più, con l’aspetto più simile a quello di una donna.

Il Signor Chevrel, accomodatosi al seggio dello scrittoio di noce, scollò delicatamente il sigillo rosso di ceralacca usando un tagliacarte d’argento con una testa d’ariete scolpita alla base, aprì la busta e lesse la lettera indirizzata a lui.                                Già pallido in volto, l’uomo diventò niveo, cereo alla luce del sole che filtrava dalle tende di pizzo del balcone aperto; i suoi occhi si velarono e le labbra tremavano come foglie al vento in un pomeriggio d’autunno.                                                         

La ragazzina, lasciato il cagnolino a bere dell’acqua ai piedi della finestra del salotto, entrò nella sua camera da letto, una stanza delle stesse dimensioni dello studio di suo padre, e che prendeva luce anch’essa da un balcone. Presentava una mobilia essenziale, ma pregiata, e ad arricchire le grandi pareti bianche vi erano circa un centinaio di bambole appese, molto diverse tra di loro per aspetto, grandezza, per gli abitini che indossavano e per il materiale con cui erano fatte, che spaziava dalla semplice pezza alla rara porcellana. Ne prese una, la più grande e la più bella appesa di fronte alla porta di accesso, la abbracciò forte e poi, guardandola, le domandò:                                                                                                          

“Io e te staremo sempre insieme. Non è vero?”                                                                                                                      

Chevrel, ancora seduto in poltrona, accartocciò il foglio con entrambe le mani e chinò il capo, portandosi i pollici alla fronte per la disperazione, e dopo un po’ i suoi occhi si posarono sul primo cassetto in alto a destra della scrivania. La padrona di casa entrò nella camera padronale, più ampia e più luminosa di quella di sua figlia, con i muri e il soffitto decorati con gusto e un arredo sontuoso, e la prima cosa che saltò all’occhio fu che il letto era stato sistemato con sufficienza… con un atto compulsivo afferrò le coperte di seta e lo disfò con veemenza.

“Quell’inutile idiota!” esclamò sprezzante, riferendosi alla sgraziata servetta.                                                                 

Chevrel aprì il cassetto in alto a destra della scrivania, dov’era contenuto, insieme a varie scartoffie, un revolver che aveva comprato in Sud America nell’88, quando ancora spalava carbone per conto dell’industria che lo avrebbe promosso a direttore, segnando così la sua fortuna.                                              

Tirò la pistola fuori dal cassetto e la caricò con sufficienti proiettili da mettere fuori gioco una pattuglia di carabinieri, girò il tamburo, chiuse la canna e si infilò la punta in bocca…                             

All’esterno della palazzina dominava il silenzio, senza che un solo alito di vento scuotesse il verde fogliame o fastidioso brusio di passanti turbasse la quiete, e il rumore dello sparo rimase impresso per sempre nei timpani del vicinato, più della lunga ed insolita suonata del postino. Schizzi di sangue e pezzi di cervella imbrattarono il ritratto di famiglia, e la testa vuota di Chevrel crollò sul piano dello scrittoio, che in pochi secondi venne inondato di sangue.

Lo studio si trovava nel remoto angolo a nord-est della casa, ed era accessibile tramite una porta in comunicazione con la gran sala da pranzo e un’altra che collegava lo stretto vano scala della soffitta: dai due usci comparvero rispettivamente moglie e figlia del padrone di casa, che avrebbero ricordato quella scena da deste e dormienti per tutto il resto della loro vita.

La Signora Chevrel si strappò la faccia con le unghie e urlò disperatamente con quanto fiato aveva in gola, e lo stesso fece la povera fanciulla, che si accasciò a terra, con il volto inondato di lacrime, e l’angoscia aumentò solo quando trovarono il coraggio di avvicinarsi al cadavere dissanguato, con il retro del cranio fracassato dalla pallottola e il cervello disfatto, poi guardarono in alto, al ritratto di famiglia, dove un brandello di cervella era rimasto attaccato, coprendo la testa di Chevrel, e il sangue fresco che colava sulla moglie e sulla figlia.                                                                                                                      L’inquietante cameriera fece capolino dalla porta da cui era entrata la signora, con la stessa identica espressione di pochi minuti prima, in netta contraddizione al pianto straziante delle due donne di casa. I suoi grossi occhi si spostarono prima sulla lettera, zuppa di sangue, dal contenuto ormai illeggibile, poi sul sigillo di ceralacca della busta aperta, dov’era realizzato un pentacolo rovesciato…

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Sembra promettere molto bene. Ne ordino 3 almeno lo distribuisco anche ad amici

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Andrea Incerto Leone
Il mio nome è Andrea, e sebbene sia consapevole di dovere la mia vita alla scienza, che mi ha ispirato a seguire lo studio di una disciplina medica, ho sempre lasciato grande spazio alla fantasia e alla creatività, da sempre mie fedeli compagne di viaggio. Il mio forte orientamento alla politica e al management, che mi ha permesso di diventare presidente di una società e segretario di una confederazione, nonché la sensibilità verso l'arte, costituiscono l'ingranaggio fondamentale per raggiungere obiettivi volti al benessere del singolo e della collettività. La passione per la scrittura nasce dall'istinto di catapultare il lettore in uno scenario completamente diverso dal grigiore della realtà quotidiana, accompagnandolo in un mondo frutto della mia immaginazione, in grado di rivisitare luoghi e personaggi del passato e adattarli in una visione più poliedrica, eterogenea e accattivante.
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