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La piccola casa

La piccola casa
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Consegna prevista Aprile 2023
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Samira è una ragazza un po’ introversa, in perenne conflitto con sua madre, che, gelosa in modo ossessivo della figlia, fa di tutto per ostacolare le sue relazioni sociali. Arrivato il momento della partenza per la vacanza-studio, Samira si sente felice, ma anche stanca e triste, per l’ennesima incomprensione avvenuta tra le due la sera precedente. In aereo succede qualcosa di strano e inaspettato… Samira vede un ragazzo molto affascinante passare, che, solo con il suo sguardo, innesca in lei un turbinio di sensazioni e malesseri… le manca il respiro, e… si risveglia in ospedale, dopo mesi di coma. Sua madre è lì con lei, ma non la guarda e non la saluta, visibilmente sconvolta. Samira non capisce, finché il medico non le rivelerà il suo stato di gravidanza. Senza avere idea di come e quando possa essere successo, pensa di essere stata stuprata durante il suo stato di incoscienza. Sua madre invece delira e crede che la figlia sia incinta di un demone.

Perché ho scritto questo libro?

Mi è sempre piaciuto leggere e, di conseguenza, anche scrivere. Un giorno, nel 2006, d’impulso, ho buttato giù il primo capitolo, senza accorgermi che stavo iniziando un libro. Ho cercato poi di pensare alla trama, abbozzando una scaletta, ma, ogni volta che scrivevo un nuovo capitolo, puntualmente mi accorgevo che dovevo modificarla. Così l’ho buttata e sono andata avanti. Non sapevo come sarebbe finito, per questo anche il lettore non lo può immaginare.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 1 La partenza.

Venerdì 16 giugno 2006

Samira si sentiva confusa, svuotata dentro, estraniata da tutto e da tutti. Sentiva voci soffuse arrivarle addosso come piume di pulcino a solleticarle le orecchie, le ossa doloranti e staccate da sé, come se non facessero più parte di lei. Il suo cuore pulsava pesante nel suo petto, e i suoi occhi bruciavano acidi di gonfiore.

All’aeroporto, in attesa di partire per la tanto attesa vacanza-studio, sarebbe dovuta essere al settimo cielo, felice di poter andare via.

Invece no, non sentiva niente, perché la sera prima e per buona parte della notte aveva pianto a dirotto. Aveva pianto perché sua madre l’aveva insultata e umiliata e lei non sentiva di meritarselo. Lei le aveva detto che era una piccola bugiarda, mentre Samira odiava i bugiardi e non diceva quasi mai cose non vere. Quella volta, almeno, non l’aveva fatto, e non capiva per quale motivo lei non volesse crederle.

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Con l’andare del tempo l’avrebbe capito.

Adesso se ne stava lì, a guardare gli altri, i suoi futuri compagni di classe alla scuola d’inglese, ad Oxford. Si vergognava di avere gli occhi gonfi, quindi se ne stava sola, in un angolo, chiusa nel suo involucro duro come acciaio ma fragile e trasparente come cristallo, ad aspettare il suo aereo.

Aveva salutato il suo papà, l’unico che in quel momento sembrava sapesse ascoltare e credere, capire e volerle bene. Lo aveva baciato lievemente sulla guancia, aspirando a pieni polmoni l’aroma fragrante di dopo- barba, profumo di papà, profumo di sicurezza. Era sinceramente dispiaciuta di doverlo lasciare, ma felice di volare via dalla sua angoscia.

Dopo qualche ora durata un secolo, finalmente, qualcuno aveva pronunciato nell’altoparlante il numero del suo volo, e lei era salita a bordo del mezzo di trasporto più innaturale e trasgressivo per l’essere umano. Voleva cancellare la sua vita e navigare tra i cieli via da casa, dalle incomprensioni, dalle ingiustizie, dalla rabbia. Rabbia antica e ingiallita che provava verso sua madre, perché quando i suoi amici venivano a chiamarla lei, con indifferenza, diceva “Samira non c’è”, e li faceva andare via, mentre Samira era lì, ad aspettare proprio loro, per svagarsi un po’, per uscire da quelle mura sterili e incolori, per trovare qualcuno che le desse un surrogato di quell’affetto materno di cui sentiva immensamente la mancanza.

In giorno il suo prof. di filosofia l’aveva chiamata fuori dalla classe e le aveva parlato a quattr’occhi: “Io ho capito perché socializzi poco“, le aveva detto, “è una tua scelta: tu non ti giudichi inferiore agli altri, ma, al contrario, ti reputi superiore! Però devi dare loro una possibilità, devi ‘aprire i ‘cancelli’ e uscire di casa!”.

Lei, il viso accaldato di imbarazzo e il cuore che cavalcava come un cavallo impazzito, avrebbe voluto urlare: “Come faccio se mia madre mi tiene in prigione e mi proibisce di vedere chiunque abbia meno di trent’anni?!”, ma si vergognava al solo pensiero di dover comunicare una cosa che doveva sembrare tanto assurda all’unica persona che in quel momento si stava preoccupando per lei.

Quando arrivava l’estate però, finalmente, si liberava di lei, e quell’anno, ad Oxford, sarebbe potuta uscire e fare nuove amicizie, senza rendere conto a nessuno.

Stava pensando alle parole del suo prof. e si stava rendendo conto che, effettivamente, aveva ragione: lei giudicava tante persone troppo stupide perché valesse la pena combattere per poterle frequentare.

Durante il viaggio aveva conosciuto la ragazza che le sedeva accanto, la sua compagna nella famiglia inglese che avrebbe dovuto ospitarla. Ma soprattutto aveva adocchiato un ragazzo… Sembrava un principe azzurro! I capelli biondi e leggermente ondulati, lunghi e lucidi, gli occhi tanto blu da risultare violacei, lo sguardo triste, una leggera barba bionda incolta che gli velava il volto dai lineamenti perfetti.

Leggeva un libro, e in un’ora non aveva mai alzato lo sguardo.

Mentre lo stava osservando, i loro occhi si erano incontrati. Samira, confusa, li aveva abbassati subito, e un fuoco si era immediatamente impadronito di lei, impedendole qualsiasi movimento. Presa dal panico, aveva iniziato ad osservarsi le dita, come se non le avesse mai viste prima.

E adesso cosa faccio? Mi sta ancora guardando? All’improvviso le era venuto in mente che si era messa gli occhiali scuri quella mattina…che stupida si era sentita.

Coraggio, alza gli occhi e osserva!

Il ragazzo non era più al suo posto…dove poteva essere?

Eccolo che torna dalla toilette…cosa sta facendo…i suoi occhi sono magnetici…aiuto…il mio cuore…sto male…mi sento soffocare…-

Samira aveva perso i sensi.

Stanca, sola, confusa, nel panico. Il suo organismo aveva deciso di staccare la spina, il collegamento con tutte queste sensazioni.

Adesso era tranquilla, il polso regolare, navigava nel buio.

Era la prima volta che le succedeva, e la cosa le era sembrata strana: non sapeva se fosse ancora viva, o svenuta, o addormentata. Non vedeva e non sentiva assolutamente niente. Aveva cercato di muoversi e non c’era riuscita; aveva cercato di urlare, ma la voce non era uscita.

Poi ancora il nulla: il panico l’aveva aiutata un’altra volta, riportandola nell’oblio dell’incoscienza.

Poi le sembrò di svegliarsi…

…in una stanza bianca.

Pareti bianche, letto candido, un mazzo di fiori immacolati su un tavolino abbagliante.

Indossava solo un camice, bianco.

Si alzò dal letto. Si sentiva leggera, stava bene. Niente rumori, niente finestre, i fiori emanavano un dolce profumo. Che strano: erano completamente bianchi, perfino le foglie.

Il ragazzo dagli occhi viola era lì seduto, al suo fianco, sofficemente sprofondato nei cuscini di una grande poltrona bianca. Indossava un completo che sembrava fatto di neve, ed era bellissimo.

Si alzò e si avvicinò al letto.

“Bentornata!” le sussurrò. Samira non era agitata; si sentiva benissimo, stranamente rilassata.

“Chi sei?” questa volta la voce uscì dalla sua gola, soffocata ma calda di curiosità per quella persona carica di un magnetismo straordinario.

“Sono James.” La voce di quell’Adone era sensuale e leggermente rauca.

Il ragazzo si avvicinò e con calma la baciò lievemente sulle labbra.

Samira sentì un languore allo stomaco… poi il vuoto s’impadronì ancora di lei.

Capitolo 2 Il risveglio.

Venerdì 15 settembre 2006

Ad un tratto la coscienza prese piede dentro di lei, sempre di più, finchè non riuscì a farla uscire dal nulla rassicurante e morbido in cui si era rifugiata. Quando si risvegliò dal lungo oblio era ancora nel suo letto bianco. Le foglie dei suoi fiori erano diventate verdi e al suo fianco c’era…sua madre!!!

Perché proprio lei? La stava perseguitando? L’aveva seguita perfino in Inghilterra? Dov’era James? L’aveva rivisto veramente? Era quello il suo nome? E suo padre, dov’era?

“Dov’è papà?” riuscì a farfugliare con la bocca arsa e secca.

Sua madre aveva gli occhi lucidi e non riusciva a guardarla; si alzò e andò via senza risponderle.

Arrivò un’infermiera con un vassoio e le porse una tazza di tè con tre biscotti; le chiese di provare ad alzarsi e se dovesse andare in bagno.

Con sorpresa Samira notò che parlava italiano. “Dove siamo?” chiese confusa.

“All’ospedale San Paolo, a Milano”

“Cos’è successo? Perché non sono ad Oxford?” L’infermiera, un donnone senza rughe e con la pelle di porcellana, rimosse lentamente i tubi che uscivano dal suo naso, le ventose attaccate al suo petto ed il catetere, mentre canticchiava tra sé, assorta in chissà quale ricetta. La sua voce calda e corposa rifletteva una golosità senza rimorsi.

“Si appoggi a me” le disse.

L’accompagnò alla toilette e Samira notò la propria immagine allo specchio: non dimostrava più i suoi 17 anni, ma almeno 10 di più. Il suo fisico non era più come si ricordava: il suo viso dal nasino all’insù e le labbra carnose sembrava essere stato accartocciato come un foglio di carta crespa e due stringhe di liquirizia le circondavano quelli che erano stati due stupendi e profondi occhi verdi. Le sue lunghe gambe snelle erano più secche, l’addome un po’ gonfio, le mani screpolate, le braccia piene di segni, e l’ago di una flebo era ancora posizionato mollemente all’interno di una sua vena.

“Che giorno è? Che ore sono? Posso riavere il mio orologio?” Chiese all’infermiera.

“Sei stata in coma per 90 giorni: oggi è il 15 settembre, e sono le 16.00.” le rispose il donnone con la sua dolce voce, in netto contrasto col fisico, ma in perfetta sincronia con i lineamenti perfetti del suo viso.

“Cosa? In coma per 90 giorni? Perché?” domandò sconvolta ed incredula Samira.

“I medici ti spiegheranno, intanto riposati.” L’infermiera andò via lasciandola sola con il suo tè.

Il primo contatto con il sapore e l’odore del cibo le diede un vago senso di nausea, ma quando la sua lingua riconobbe il primo pezzo di biscotto intriso di tè si ricordò di quanto fosse piacevole nutrirsi. Le sembrò di non aver mai assaggiato cibo così buono: dopo tutto il tempo passato a digiuno quella merenda le sembrò un cenone di Capodanno!

Ma se era stata in coma tutto quel tempo, perché adesso non c’era nessuno lì con lei? Perché sua madre se n’era andata in quel modo, senza dire una parola?

Improvvisamente percepì i suoi pensieri volare via, le sue braccia adagiarsi sulle candide e fresche lenzuola e le sue palpebre divenire di piombo, chiudendosi sui suoi occhi esausti.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Claudia Petazzoni
Sono una cinquantacinquenne un po’ fuori dal comune, o almeno ci provo. Mi piace leggere, scrivere, creare bonsai, suonare il pianoforte, collezionare monete, e lavoro a tempo pieno da quando avevo 23 anni. Sono vedova da 8 anni, ho due splendidi figli, Laura e Federico, di 27 e quasi 25 anni. Ho sempre dovuto combattere, i sentimenti che prova la protagonista del libro sono quelli che provavo io; in un certo senso penso di aver scritto un’autobiografia. Quando sono rimasta da sola i miei figli mi hanno salvato la vita, non credo che sarei sopravvissuta senza di loro, li amo infinitamente. Finalmente sto vivendo un periodo sereno, spero di avere il tempo di scrivere ancora, indipendentemente dal successo di questo libro.
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