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La Prefazione

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Consegna prevista Maggio 2027
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Il libro intreccia due narrazioni potenti e speculari che indagano il mistero dell’esistenza. Nel primo racconto, “Senza rimpianti”, chi parla è un’entità eterna, un Puro Spirito che da millenni si incarna in corpi diversi. Regolato dalle leggi del Grande Anestesista, subisce a ogni risveglio la cancellazione della memoria, ma alcune vite lasciano un graffio indelebile. Lo spirito compie così balzi temporali unici: dalla Roma del 1980 alla nave di Colombo nel 1492, fino alla Londra elisabettiana di Shakespeare. Nel secondo racconto, “La Prefazione”, la prospettiva si ribalta e scava nelle dinamiche della creazione letteraria e del destino. Tra ironia, squarci storici e profonde riflessioni filosofiche, le due opere dialogano tra loro offrendo uno sguardo inedito sulle miserie e virtù umane. Un viaggio letterario sospeso tra tempo e oblio, dove ogni frammento di memoria diventa un modo per sfidare l’eternità e riscoprire il senso profondo dell’essere uomini.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per esplorare il mistero dell’esistenza attraverso due prospettive complementari. Con “Senza rimpianti” volevo dar voce a un’entità eterna capace di guardare alla fragilità umana con tenerezza e distacco filosofico, unendo epoche lontane sotto il segno della memoria. Con “La Prefazione” ho indagato l’atto stesso della creazione letteraria e del destino. L’unione di queste due storie nasce dall’esigenza di mostrare come l’uomo cerchi da sempre di sconfiggere l’oblio.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Senza Rimpianti

Finalmente potevo vederlo in faccia. Non l’avevo mai avvicinato tanto. Ero appena uscito da quel corpo e il suo volto conservava l’espressione serena di chi non ha rimpianti. Nessuno accanto.

Ero stato in lui cinquant’anni e gli davo l’ultimo saluto sapendo come sarebbe andata: ossa e liquami, niente di più. È da voltastomaco ma è così. Lasciamolo al suo disfacimento.

Chi sono io? Sono e tanto basta. Adesso mi trovo per strada, ho immaginato di esserci e ci sono. Penso di tornare ed ecco di nuovo davanti a me quell’involucro insignificante come tutti i corpi che ho dimenticato. Una vita passata insieme e non so più come si chiama. Lo conoscevo appena, cinquant’anni sono una concessione troppo breve di frequentazione. Decidete voi il suo aspetto, io non ricordo; guardo e non lo riconosco. La sua vita com’è stata? La sua vita? Di chi? Mai visto prima.

“Il mondo è cambiato, non mi appartiene, hanno fatto di tutto per convincermi ad un addio senza rimpianti.” 

È stato il suo ultimo pensiero mentre lo stavo lasciando ma prima di chiudere gli occhi mi ha dedicato un piccolo sorriso, che poi a pensarci bene sembrava l’ammiccamento di chi sa tutto di te ma il tuo segreto se lo porta nella tomba. Invece non poteva sapere niente, assolutamente niente.

Io sono, sono sempre stato e sempre sarò, sono nel tempo senza tempo. Mentre mi abbandono al volere del Grande Anestesista, ricordo. Al mio risveglio non ricorderò nulla. Questa è la regola. Ma ci sono corpi che non posso dimenticare, che hanno lasciato un graffio indelebile su di me, esperienze che hanno segnato il mio eterno procedere; solo pochi fotogrammi che mi aiutano a ricostruire alcune vite che ho condiviso. Prima di continuare il viaggio nel nero assoluto, lasciatemi dire. Ho tanto da raccontare. Datemi la possibilità di ricordare i tempi finiti perché… ma cosa sto dicendo? Mi perdo nei miei passati. Non so quanti ne ho avuti dalle origini del Cosmo. Sono in stalloprecipito. Addio.

Invece continuo. So di essere perfettamente anestetizzato. È come se sognassi di sognare un sogno. Sono un tridimensionale senza forma. Chi è che piange? C’è una donna accanto al letto di un tale che non conosco. Astratto, il mio pensiero è sempre più astratto. Io fuiuna formica. Non chiedetemi quando. Non lo so. Mi sembra. Ricordate che non ricordo? Ho solo delle sensazioni che mi attraversano il pensiero. Sono statosono stato? Potrei essere stato. Tutto fui. O no? Basta! Ma basta a chi? A me? Da solo me lo sto dicendo. Da solo. La solitudine è il nostro presente. In questo universo degli universi possiamo sentirci soli o straparlo? Mi state ascoltando? Grazie.

Galleggio. Sprofondo. Piumeggio.

Non ho bisogno di lanciarmi in viaggi siderali. Non è così che succede. È questo il centro dell’universo, come ovunque.

“Napoleon fuck off!” Chi l’ha urlato tanto tempo fa? Forse è stato un soldato inglese mentre il generale passava a cavallo in quel mare di sangue. Sono stato Napoleone? Sono stato il soldato? Che importanza ha? Non chiedetemi chi ero dei duenon lo so. Io fingo a me stesso di ricordare e subito dopo dimentico. Due milioni e mezzo di anni fa mi fu assegnato uno dei primi uomini, un cavernicolo, però era capace di pensare. Tutti erano in grado di pensare ma non conoscevano le parole. Era una sofferenza cercare di comunicare emettendo dei grugniti, anche un amichevole saluto suonava come una minaccia.

Cosa stavo dicendo? L’ho dimenticato. Ahsì… ora ricordo! Allora approfittiamo che la memoria stia tornando forse per un attimo e dilatiamo l’attimo così che diventi tempo a nostro piacimento.

Adesso posso cominciare. Io sonoun Puro Spirito. Se volete chiamatemi Anima, anche se mi sminuisce. Sono sempre stato, sono e sempre sarò. Non so il perché. Non l’ho ancora capito. Cercherò di conoscermi per l’eternità e questo non mi angoscia, mi rassicura perché continuerò a cercarmi sempre e ancora, sapendo che non mi troverò mai. Se ci riuscissi finirebbe tutto e non può finire.

Torniamo a lui, al suo corpo che se ne sta in disparte quasi avesse timore di disturbare. Si chiamaanzi si chiamavaRobertoPardo. Toh me lo sono ricordatoche stranonato ad Urbino nel 1930. La famiglia si trasferisce a Roma. Padre notaio. Madre, moglie del notaio. Vita agiata. Vizio del gioco. È un perdente. Nullafacente. Il babbo notaio lo assume come fattorino. Si innamora della moglie di un cliente dello studio notarile e le conseguenze infangano il nome della famiglia Pardo. Il babbo notaio lo licenzia. Per sopravvivere accetta di “recitare” in un paio di film porno e le sue prestazioni lo rendono popolare. Il babbo notaio muore di infarto.

Passano gli anni e io sempre con lui. Non lo sopportavo. Ero obbligato ad accettare i suoi difetti, a condividerli. Succede tutto nel suo ultimo anno di vita, l’8 agosto 1980, il giorno del suo compleanno. Cinquanta portati bene. Brindò a se stesso, si alzò da tavola e percorse un corridoio che si allontanava assottigliandosi. Entrato in una stanza, lontano dal farsi sentire, mi vomitò e io me lo trovai davanti che mi guardava senz’anima. Un fantoccio. L’espressione di chi vorrebbe dimenticare se stesso. Mi rituffai in lui e mi espansi fin da sentirlo ancora mio.

“Dunque tu sai!”
“Sì. Ma non lo dirò a nessuno”

Scusatereminiscenze percettive.

Adesso siamo nel presente, anche se è già tutto passato. Lo seguonon posso fare altro, sono in lui, sono lui. Apre una porta, entriamo. È una bisca clandestina. 28, 5, 33, 8, 22, 15, 19. Sono i sette pieni che ha puntato in sequenza. Tutti usciti! La vincita avrebbe potuto cambiargli la vita, invece per lui è stata letale. Che bello questo aggettivo squalificativo. Letale. Avrei potuto dire fatale, no letale! La ridico: letale. Ogni parola è un mantra, ripetuta più volte perde il suo significato, la sua identità. Letale, letale, letalevischio. Perché? Com’è nata questa parola? Perché vischio? Perché forchetta, busta, sedia, lumaca, gamba? Perché siete arrivati a tanto?

“Inginocchiatevi e giurate su questa spada.”

Ancor una reminiscenza. Non fateci caso, poi mi passa.

Roberto Pardo si faceva una decina di canne al giorno. Ho detto canne? Sto umanizzandomi sempre più. Quel fumo drogato avvolgeva i miei pensieri,
mi sentivo appagato
mangiavo un gelato
guardavo il mondo
e andavo a fondo

Sta fumando e mi perdo con lui. Mi stordisce la spirale che mi avviluppa. Io, Puro Spirito, viaggio intorno ai miei limiti. Ho delle dimensioni indefinite. Posso occupare poco spazio. Anzi affatto. Compresso. Dilatato. Sono nello spazio.

“Mamma, perché stai sempre all’arcolaio?” scusate, è più forte di me.

Siamo ai suoi ultimi passi. Entra nella solita bisca clandestina; sta per essere ucciso. Un vecchio dalla faccia assassina lo riconosce. Ventisei anni fa Pardo ha perso con lui una grossa cifra. Invece di pagare è fuggito. Quattro coltellate. Due ai fianchi, due all’addome. L’ambulanza, l’ospedale. Niente da fare è andato. Tutto qui? Sono deluso. Speravo di più da quel corpo: ben fatto, alto uno e ottanta, quarantaquattro di piede, collo sedici. A volte sciocco, altre intelligente. Cultura da ascolto. Intuitivo. Capiva, prevedeva. Quelle quattro coltellate no, non le aveva previste.

Il mio interesse per quest’uomo si spegne nel suo sorriso. Devo confessare che mi sono servito di lui per parlare di me, per presentarmi anche se per voi sono ancora un mistero. Non importa, avrete modo di conoscermi. L’anestesia continua, si fa più profonda. Mi perdo, statemi vicino. Fatemi domande, mi piace rispondere. Il dialogo. Il mio è privo di parole ma arriva come un suggerimento bisbigliato all’orecchio di chi ascolta. Vaneggio nel buiovoglio la luce! Non mi serve la luce ma arreda. Roberto Pardogiusto? Lo sto dimenticando ma prima devo salutarlo, dire per l’ultima volta il suo nome. Addiocome si chiamava? Chiii? Roberto Pardo? Mai sentito prima. Guardi che si sbaglia. Non lo conosco.

Continua il mio viaggio verso l’Eterno Infinito senza ritorno. Sono sempre più umano, una frase simile può dirla solo un idiotaanche se un tempo lo sono stato veramente. Era l’8 agosto del 1461 quando mi assegnarono uno degli idioti dei villaggi sparsi per il mondo, precisamente a Palos de la Frontera, centro della Spagna, nell’Andalusia, in provincia di Huelva, alla foce del Rio Tinto. Adesso siamo nel 1490 e il mio idiota ha 29 anni. Nel 1492 qualcuno arriverà in America e questa data segnerà anche la fine del Medioevo. Non mi vergogno a dirlo, vado spesso col pensiero sui canali di ricerca per avere informazioni che già conosco. Tutto conosco, tutto! Ma dimentico nel momento che ricordo. Se riuscissi a isolare un solo fotogramma delle mie vite passate senza entrare in quello successivo dove dimentico, mi guardereste increduli e con rispetto. Io fui un cardinale, un boia, una principessa indiana, un ladro, una suora ma sarebbe troppo lunga la lista. Tutto fui. L’ho già detto? Può darsi.

Ecco, ci sono! L’ho fermato! Il ricordo è qui, presente, bloccato, non scappa. Sono passati due anni, nel 1492 Palos de la Frontera è in gran fermento, Cristoforo Colombo partirà da quel villaggio sul mare alla scoperta di chissà cosa. L’idiota si dirige al porto, si ferma davanti alle tre caravelle: la Nina, la Pinta e la Santa Maria, dice lentamente i loro nomi e piange. Non mi chiedete perché, comunque crea una bella immagine. Salpa la Santa Maria con l’idiota a bordo, lo ha voluto lo stesso Cristoforo Colombo perché secondo lui un idiota a bordo porta fortuna.

Eitù è il nome del mio idiota. Quando lo chiamavanoEitù! lui si voltava di scatto con una velocità tale che si ritrovava al punto di partenza. Lavori umili: lavava il ponte, pelava le patate, rammendava le vele, ma aveva anche un incarico di prestigio, portava la colazione al comandante nella sua cabina. Eitù lo faceva ridere. Colombo diceva: “A me ricarica fare colazione e ridere.” Non pensate che con quel “A ME RICArica” volesse far capire ad Eitù dove stessero andando? Si era creata una certa intesa tra i due. Si capivano, si sorridevano, una volta si sono anche dati di gomito. Mi erano simpatici. L’idiotabeh va da sé, ma Cristoforo Colombouna vera scoperta. Diciamo che erano virilmente simpatizzanti l’uno dell’altro.

Simpatia che il comandante non provava affatto per Rodrigo de Triana che si trovava come vedetta a bordo della Pinta. Non sopportava la sua superficialità nell’affrontare quel viaggio e poi lo scherzo che faceva regolarmente ogni quattro ore all’equipaggio delle tre caravelle urlando a squarciagola “Tierra! Tierra!” Colombo ci cascava ogni volta, saltava sul ponte e cercava lontano. L’idiota gli stava sempre accanto. Il comandante fissò Eitù e decise che sarebbe stato lui la voce solista per annunciare al mondo “Tierra! Tierra!”

Rodrigo de Triana a sentire chi aveva scelto Colombo rasentò il mutismo. Da quel momento Eitù fu guardato con rispetto. Tutti gli fissavano le labbra aspettando che dicesse “Tierra! Tierra!”, in qualunque zona della caravella si trovasse, anche mentre mangiava. E dillo sto’ tierra! Dillo! Come poteva? Non c’era niente in vista. Arrampicato sul pennone dell’albero maestro esasperava l’equipaggio continuando a gridare “Mar! Mar! Mar! Mar!”

Il 12 ottobre 1492, sempre arrampicato sul pennone, Eitù scrutava l’orizzonte. In lontananza apparve. Sembrava un punto. Sempre più grande, sempre più grande. Un punto esclamativo. “Tierra! Tierra!” gridò Eitù.

Il primo a scoprire l’America è stato un idiota. Cristoforo Colombo è stato il settimo perché altri cinque marinai l’avevano vista prima di lui. Il fatto fu messo a tacere, i cinque marinai dissero di non essere sicuri di aver visto proprio l’America ed Eitù raccontò, con difficoltà di articolazione facciale e vocale, di aver sentito gridare “Terra! Terra!” e non “Tierra! Tierra!”. Terra, in italiano. Poteva essere stato solo Cristoforo Colombo a lanciare quel grido.

Dopo i festeggiamenti in Spagna per la sua impresa, il comandante fu ricevuto dalla Regina Isabella che aveva finanziato la spedizione e quando lei gli domandò se fosse proprio quella la terra che stava cercando, Colombo cominciò a giocherellare con un uovo di colombasì, di colombal’uovo di Colombo è un aneddoto inventatocredetemi, io ero lì, in Eitù, che anticipando il comandante, rispose “Anche un idiota si sarebbe accorto che eravamo arrivati in America”. La Regina Isabella non riuscì a trattenere un sorriso mentre Eitù, senza sapere perché, fece la sua solita risata idiota. “A ME RICArica vedervi ridere” disse Cristoforo Colombo.

Non è stato facile per me occupare quel corpo, anche se mi è capitato di peggio. Sono stato un lebbroso, un pazzo, un suicida. Ricordo prima di dimenticare che di suicidi ne ho condivisi quattro e il fastidio che provi tu Anima, meglioPuro Spirito, è l’attesa, perché tu sai cosa gli accadrà e sei con lui nell’atto finale: impiccagione, gas, colpo di pistola alla tempia, in bocca, al cuore, tagliarsi le vene, lanciarsi nel vuoto. Queste sono le soluzioni più comuni, poi uno è libero di ammazzarsi come vuole.

Eitù pensava solo a vivere. Era tornato a Palos de la Frontera dove fu accolto come l’unico grande idiota del villaggio. Non suonava offensivo, piuttosto come una qualità esclusiva, elitaria, non da tutti. Un vanto, un montarsi la testa fino a presentare la propria candidatura come futuro sindaco. E fu eletto! E io con lui, como sempre. Anno dopo anno lo vedevo invecchiare, poche rughe, la pelle liscia, da bambino. Aveva cinquantadue anni quando si innamorò di Francisca, trentatré anni, cieca dalla nascita. La sposò. Ebbe da lei due gemelli che chiamò, con mio disappunto, Aroldo e Arnoldo. Il fatto è che durante il viaggio di ritorno dall’America, Cristoforo Colombo aveva confidato ad Eitù che sua moglie Filipa gli aveva dato due figli, Diego e Fernando. Lui avrebbe voluto che si chiamassero Aroldo e Arnoldo, come i nonni, ma alla fine vinse Filipa. Per Eitù fu un atto di fedeltà affibbiare quei due nomi ai gemelli e li chiamò così.

Per Francisca, con il suo amore di madre, era normale capire subito chi dei due fosse Aroldo e chi Arnoldo. Era cieca ma lo intuiva toccandoli. Invece per Eitù, anche se ci vedeva, era impossibile distinguere quelle due gocce d’acqua e per non confonderli, quando chiamava Arnoldo emetteva una sonora “N” che era la consonante in più tra i due nomi. Per Aroldo invece diceva una “A” molto allungata che spesso veniva scambiata per un verso di dolore o per un forte orgasmo.

“Adessen si paga per pregare? Molto cattolico. Ma sono disposizioni del Vaticano? Ahregolamento interno”.

Perché questa sensazione di vissuto in un altro corpo? Stavo scrivendo con il pensiero di quei due fratellicome si chiamano? Si sono persi nel ricordo del grande amore della mia vita, la Contessa Sofia Zamoyska, sposata, madre dieci volte, scomparsa all’età di 57 anni. Il grande amore di chi? Del Conte Jacek Dabrowski. Chi è questo Conte? Ero io! Ero dentro Jacek! Entrambi amavamo Sofia, ah se l’amavamo! Era il 1826. Scusate, vi sto confondendo con questo garbuglio di nomidate, allora non fatemi parlarepoi io non parlo, vi comunico i miei pensieri. Era un amore non corrisposto e mi perdevo in quell’unione impossibile tra anima e corpo. Ora riposa a Firenze in Santa Croce in santa pace, guardando l’altare a sinistra. È gradita una preghiera.

“Adesso si paga per pregare?”

Chi ha fatto questa domanda nell’anno 2026 davanti alla biglietteria quasi da circo del Santa Croce B&B? Sempre io! Nel corpo del giovane ragionier Primo Spingardi. Ero riuscito a condurlo là perché dovevo incontrarla un’ultima volta anche se con l’eternità tutto è destinato a ripetersi. Invece il ragioniere non ha pagato l’ingresso e mi ha portato via. Avrei voluto vederla, povera cara, quel volto smagrito, quel monumento funebre da Santa. Sono un Puro Spirito materialista? Se non lo sono, lo sto diventando. Mi correggerò. Sofia Zamoyska. chi è? La sto dimenticando. Però Jacek Dabrowski l’amava davvero se ancora mi resta un sublimato d’amore in superficie e questo deserto di dune in movimento dove mi sto avventurando per ritrovare Eitù e per rientrare in lui, sarà un altro passo verso la purificazione.

Io fui, io sono stato, io ero, io ero stato, io sono, io sarò, io sarò stato. Mi affascina, questo “io sarò stato” perché l’unione del futuro con il passato mi portano a ricominciare in eterno senza scomodare l’infinito “Essere”.

No! Non interrompere! Adesso parlo io! Una reminiscenzavengono fuori da sole.

Alla fine lo trovo. Seduto a tavola, il capo reclinato, un filo di bava lo univa al piatto vuoto che aveva davanti. Senz’anima, con quell’espressione in faccia sembrava più idiota del solito. Sono tornato in lui e lui è tornato in sé. Si è alzato e siamo usciti. Al suo passaggio tutti abbassavano la testa in segno di rispetto al vecchio sindaco, come fosse un santo. Aveva 70 anni. Era stato eletto cinque volte di seguito e in trentacinque anni non aveva fatto nulla per migliorare Palos de la Frontera ma era riuscito a non peggiorarla e questa era una garanzia per i suoi elettori.

Sta camminando, arriva al San Jorge martire ed entra in chiesa, si inginocchia di fronte a una Madonna e prega la Vergine Maria a modo suo sostituendo la parola morte con trapasso. Gliel’avevo suggerita io. Lui mortale, io eterno. C’è chi passa e chi trapassa.

Eitù torna a casa e non c’è nessuno. Francisca lo ha abbandonato. O meglio, un anno fa è uscita camminando alla cieca e non è più tornata. Aroldo e Arnoldo la stanno ancora cercando. Ormai è abituato alla solitudine. Si sente stanco, non mangia e va a letto. Non riesce a dormire, si rigira tra lenzuola sudate. Si alza e va allo specchio. Un volto rosso da far paura. Si sorride. Torna a letto. Quaranta di febbre.

Sprofonda in una palude di ricordi: Eitù in mezzo a una decina di ragazzi che lo spintonano e lo prendono in giro. Anche se lo riempiono di scappellotti e sputi, è felice perché si sente al centro della loro attenzione. A casa è tutto diverso, i genitori non lo sopportano, lo guardano come si guarda un oggetto. Un giorno il padre dice a voce alta: “Un idiota, abbiamo un figlio idiota!” Questa frase per Eitù è una sorpresa. Ha un fratello! Perché gliel’hanno tenuto nascosto? Forse si vergognano di avere un figlio idiota?

Provavo per Eitù un sentimento quasi paterno e una grande tenerezza, era così sicuro di sé, delle sue capacità intellettive che mai avrebbe pensato stessero parlando di lui. Corre la sua vita tra spinte, scappellotti e risate fino all’incontro con Cristoforo Colombo e mentre la febbre sale a quarantuno vede i loro nomi incisi sulla liscia corteccia dell’albero maestro. Dov’era Colombo? Quali altre terre avrà scoperto? Si ricordava ancora di lui? Sapeva che era sposato e aveva due figli? Che fine aveva fatto sua moglie Francisca? Aroldo e Arnoldo l’avevano trovata? Domande senza risposta nel delirio della febbre che supera i quarantadue e galoppa verso i quarantatré mentre il cuore rallenta.

Quarantaquattro. Se ne stava andando e io lo abbandonavo mentre affondava con la Santa Maria, la caravella del suo primo e ultimo viaggio. Eitù sorrideva arrampicato sul pennone che dondolava al vento. L’Oceano intorno. E finalmente eccola! La sua America; quel punto esclamativo nel silenzio della casa vuota.

“Tierra, tierra!” si sente nella stanza. Vorrebbe urlarlo ma è un sussurro. Poi più niente e io lo stavo già dimenticando. Non cadiamo nel sentimentalismo per favore, non è da me, ho altro a cui pensare.

Lo so, ci si affeziona, Eitù non doveva morire così, nel forno del suo letto. Ma è l’ordine delle cose e Chi fa ordine sa cose che un corpo non sa.

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Massimo Dapporto
Dopo oltre cinquant'anni di carriera tra cinema, teatro e TV, debutto nella scrittura, portando la mia passione per l'animo umano dalla scena alla pagina bianca. In questo nuovo progetto editoriale ho voluto trasformare le storie, i personaggi e le fragilità che ho esplorato sul palco in racconti speculari che sfidano l'oblio, offrendo ai lettori una nuova prospettiva sulla nostra esistenza.
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