Com’era davvero l’infanzia di una bambina nell’Unione Sovietica? La ragazza sovietica accompagna il lettore in un viaggio autentico attraverso gli occhi di una bambina che cresce in un Paese che oggi non esiste più. In un mondo rigidamente regolato dall’ideologia comunista, dove il futuro di ognuno sembra già scritto, la protagonista reinventa il proprio futuro. Capitolo dopo capitolo, il racconto della sua quotidianità offre uno spaccato della società sovietica degli anni Settanta e Ottanta, lontano dagli stereotipi e dai giudizi. Con ironia e sensibilità, il romanzo intreccia la memoria personale alla grande Storia, ricordandoci che l’amore della famiglia, la speranza e la determinazione possono aprire strade che sembravano impossibili.
Perché ho scritto questo libro?
Ho scritto questo libro perché ho sentito il bisogno profondo di raccontare la mia storia, nata in un Paese che oggi non esiste più, attraverso gli occhi della bambina sovietica che sono stata e quelli della donna che sono diventata. Un mondo fatto di speranze, affetti e di una realtà dalle molte sfumature, dove la grande Storia si intreccia con la vita quotidiana e i ricordi diventano un ponte tra passato e presente. La persona che sono oggi lo deve, in parte, a quella bambina e ai suoi sogni.
ANTEPRIMA NON EDITATA
CAPITOLO 4
EDIFICIO A FORMA DI “H”
La scuola di Leningrado, dove ho studiato per quasi dieci anni, era un edificio all’avanguardia per l’epoca in cui era stato costruito. La sua pianta ricordava una grande “H”: le ali laterali si elevavano per quattro piani, mentre la parte centrale era più bassa. Il tutto era collegato da larghe scale in cemento armato, con robuste ringhiere in metallo. Ancora oggi, riesco a visualizzare con sorprendente nitidezza la disposizione dei piani e dei passaggi, come se fosse un edificio che non hai smesso di frequentare.
Il grande atrio accoglieva gli studenti con lunghe panche in legno massello, dove ci si cambiava le scarpe prima di entrare, seguito dal guardaroba, ancora più imponente. Nelle stagioni fredde era assolutamente indispensabile per poter lasciare i pesanti cappotti di lana, spesso fradici di pioggia o di neve che durante il tragitto da casa a scuola ci ricopriva completamente.
I lunghi corridoi, verniciati di una tonalità di azzurro denso, si susseguivano uniformi, interrotti solo dalle porte che conducevano alle classi, tutte uguali tra loro. Ogni piano era destinato a una specifica fascia d’età degli alunni, come se volesse creare un ordine rigoroso non solo nell’edificio, ma anche nella nostra vita scolastica. Sbagliare piano significava perdersi in un dedalo di aule piuttosto anonime, rischiando di non trovare la propria classe se non si prestava attenzione ai numeri progressivi sulle porte.
L’unico elemento tra le aule, color giallo pallido, che ci permetteva di distinguerle, erano i ritratti appesi alle pareti. Nelle classi di letteratura russa troneggiavano i volti solenni dei grandi scrittori, mentre nelle aule dedicate alle materie scientifiche, le immagini dei matematici più illustri. Le aule di geografia, invece, erano adornate da grandi cartine del mondo, con confini che si aggiornavano di rado, come se la realtà politica fosse immutabile.
La vera eccezione era la classe di chimica. Qui, sul muro principale, dominava l’immancabile tavola periodica di Mendeleev, i cui elementi sembravano custodire segreti mai del tutto svelati. Ai lati della stanza, imponenti scaffali in legno proteggevano, dietro vetri polverosi, file ordinate di provette e alambicchi. Oggetti affascinanti, testimoni silenziosi di esperimenti che, nella realtà, non si svolgevano quasi mai.
Nel corridoio centrale, che con la sua linea orizzontale collegava le due linee verticali della “H”, si trovavano il temutissimo studio del preside, la stanza dei professori e pochi altri uffici amministrativi. Era un luogo di passaggio, certo, ma da evitare, perché se ti trovavi lì, significava solo una cosa: eri sicuramente nei guai.
Al pianterreno, in una delle ali dell’edificio, si trovava un’enorme palestra con spogliatoi annessi, dove facevamo le ore di ginnastica; nell’ala opposta, di dimensioni speculari, c’era una mensa gemella, con le cucine sul retro. Con pochi kopeiki (4), che mi davano i genitori, nel buffet della mensa si potevano comprare dei pirozhki, soffici panzarotti ripieni, dolci o salati, o il kompot, una bevanda dal colore giallino, quasi trasparente, preparata a base di uva spina lessata. Tuttavia, il cibo della mensa, che veniva distribuito attraverso la scuola, era abbastanza abbondante e tutto sommato accettabile, perciò riuscivo spesso a mettere da parte qualche rublo.
Sono arrivata in quella scuola all’inizio del secondo trimestre della prima elementare. Ero impacciata, estremamente timida. La classe era gremita di bambini, un brusio continuo. Mi presentarono brevemente e mi feci strada fino all’unico banco libero.
Ho ricordi piuttosto sfocati e confusi di quel primo anno, ad eccezione della maestra: anche lei timida, giovanissima, poco più che una ragazza di ventidue, forse ventitré anni, fresca di laurea in pedagogia all’Università di Leningrado. Ci osservava con uno sguardo un po’ impaurito, cercando di mantenere il controllo — esattamente come io guardavo lei, perché mi sentivo smarrita, sradicata dal mio mondo di prima. Il trasferimento nella grande città, i nuovi amici che dovevo ancora trovare, la nostalgia della mia vecchia scuola… tutto era così forte da farmi venire voglia di piangere.
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