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La rosa del meridione - Storia di una vita

La rosa del meridione - Storia di una vita

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Dicembre 2022
Bozze disponibili

Delinda muore in una clinica in provincia di Vicenza durante la prima ondata della pandemia causata dal virus Covid-19, senza poter dare un ultimo saluto ai suoi cari. L’impervio cammino della sua vita si è concluso. Il nipote Giulio ottiene il permesso di vederla un’ultima volta ed è proprio accanto al corpo di Delinda che avviene l’incontro tra il ragazzo e l’anima di sua nonna. Inizia così un dialogo tra i due durante il quale Delinda racconta per la prima volta a Giulio i capitoli della sua esistenza. Ripercorre una vita vissuta tra Cerenzia e Dueville, incastonata tra alcuni degli eventi più significativi del ‘900, interamente dedicata alla famiglia e al lavoro, segnata da incolmabili vuoti, intensi stravolgimenti emotivi e importanti cambiamenti. Un romanzo biografico e psicologico che permette, attraverso le parole di Delinda, di rivolgere lo sguardo alla storia recente e passata del nostro Paese.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro nasce dalla necessità di rendere meno opprimente un dolore, nasce da una perdita affettiva. Spesso mi sono ritrovata a scrivere delle riflessioni ma è stato proprio durante la pandemia che ho deciso di ascoltare quella piccola vocina che ripeteva assiduamente nella mia testa: “Nei tuoi testi c’è qualcosa che va oltre il semplice scorrere delle parole”. Delinda mi ha aiutata a mettere insieme i vari pezzi del puzzle della mia vita ed a raggrupparli in un’unica opera, la mia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1

La luce

Il silenzio incombe, non capisco dove mi trovo, sono confusa. Mi sento in viaggio, come se qualcuno mi stesse trasportando in un nuovo mondo senza il mio consenso. Una luce intensissima colpisce il mio volto e nonostante sia calda sento freddo, vorrei coprirmi, imprigionare il calore della mia pelle rannicchiandomi ma non sento il mio corpo. Cerco di toccarlo, non riesco. Tento in tutti i modi di allontanare la confusione che mi ha travolta, raduno i ricordi per capire dove mi trovassi prima che venissi sopraffatta da questa strana sensazione ma, non ricordo. Sento un altro brivido, chiudo gli occhi. Una voce inizia a sussurrarmi qualcosa, all’inizio indecifrabile per poi diventare sempre più comprensibile.                                                                                                                                                      

«Solo chi ti ha davvero amata in vita, potrà sentire la tua voce e vedere la tua anima, credere nel tuo ritorno.»                 Non comprendo. Riapro gli occhi con la speranza che questa sensazione sia solo dovuta ad un brutto sogno, ed è così… per fortuna. Respiro di sollievo.

Mi trovo in una stanza dalle pareti azzurre di fronte a un letto sul quale sta riposando una gracile anziana dai capelli bianchi e dal colorito cianotico mentre un giovane in divisa è seduto accanto a lei con la testa tra le mani e piange, piange a dirotto, farfuglia qualcosa tra le lacrime difficile da intuire; la sua figura trasmette un’energia familiare, riconosco in lui delle caratteristiche che mi riportano alla mente una persona molto cara e vengo trascinata da un sentimento quasi confidenziale nei suoi confronti ma non riesco a capire chi sia. Ha appena tolto le mani dal viso e proprio in quel momento mi sembra di distinguere nella sua persona dei particolari oggettivamente inconfondibili. Per avere certezza che la mia ipotesi sia corretta, mi sposto nella stanza per guardare meglio il suo volto. È lui, avevo ragione, è mio nipote Giulio.                                                

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Ma cosa ci fa mio nipote ai piedi di un letto a piangere e farfugliare parole senza senso? Sono stupita, confusa e per questo mi fermo un attimo a riflettere. Vederlo così avvilito e non riuscire a capire che cosa sia successo mi spezza il cuore e una lacrima solca il mio viso, cerco di catturarla con le mani ma non riesco a toccare il mio volto, come se fossi trasparente. Inizio a capire che forse il suo stato d’animo e la sua disperazione siano dovute ad un evento che mi riguarda in prima persona, sicuramente mi è successo qualcosa che ha scatenato una reazione incontrollata. Dopo essermi resa conto di aver rivolto insistentemente il mio sguardo solo su Giulio e di aver trascurato la donna al suo fianco, vengo duramente colpita da una scarica che mi costringe ad un passo indietro vacillante. Finalmente, dopo qualche minuto passato a cercare di capire che cosa stesse accadendo in quella stanza, un flashback mi catapulta nei ricordi… mi ritrovo in una stanza dalle pareti azzurre, sdraiata su un letto a parlare con mio nipote, lui in divisa, io respiro a fatica, mi sento stanca, molto. Ritorno in me, penso.                                                                                                                                                                         «Devo sedermi un attimo.»                                             Guardo Giulio e poi il mio corpo, il mio corpo e poi Giulio, cado nello sconforto. Quella signora con le mani adagiate sul ventre e una collanina con il crocifisso che scende lungo il petto sono io, proprio io… Delinda. Ho capito tutto, mi sono spenta così come si spegne una candela una volta giunta la luce del sole.

Mi alzo dalla sedia e cerco di toccare mio nipote, di abbracciarlo, di confortarlo, ma non riesco; lui non percepisce la mia presenza, non sente il rumore dei miei passi e neanche io d’altronde. Una cosa però non mi è chiara: se io non ci sono più, perché c’è solo lui accanto a me? Dove sono i miei figli e i miei nipoti? Esco dalla stanza per cercare qualcuno che possa rendersi conto della mia presenza e che possa darmi spiegazioni su cosa stia accadendo in quella benedetta clinica. Vedo in lontananza un’infermiera con una strana tuta, gli occhialini, i guanti e la mascherina; corro verso di lei per cercare di fermala e parlarle ma, come se fossi un fantasma, non si ferma e continua a camminare. Ma perché? Ah, che stupida… se Giulio non mi vede, neanche gli altri possono farlo, però dovrò pur trovare un modo per scoprire qualcosa. Mi dirigo di nuovo verso la mia stanza ma per il corridoio sento alcune voci.               «Il decreto è stato firmato… non ci sono più mascherine… andrà tutto bene.» e capisco che quei suoni provengono dalla sala d’attesa. Sono lì, i televisori sono accesi, ora so tutto. Un maledetto virus sta mettendo in ginocchio tutta l’Italia, migliaia sono i morti e i restanti della popolazione o sono contagiati o in quarantena; ora capisco perché i miei figli non sono accanto a me insieme a Giulio, capisco perché non siano venuti a darmi forza e infatti mi rendo conto che nell’ultimo mese, durante i miei rari momenti di lucidità, non ricordo di averli rivisti. Se tutto questo non fosse successo, non mi avrebbero lasciato morire da sola, ne sono più che sicura, anzi ne sono certa.                                                                    Rientro in stanza e Giulio è ancora lì, come posso consolarlo? Ho provato a toccarlo ma niente, non si volta. Aspetta… non ho provato a parlargli! Potrei provare ma ho paura che possa spaventarsi, però devo rischiare, questo è l’unico modo che mi è rimasto, l’unica alternativa affinché capisca che sono qui, con lui.

Pronuncio il suo nome e sorprendentemente smette di disperarsi ed alza il viso. È attonito, pensa che la mia voce sia frutto della sua immaginazione e nuovamente china il capo sul lettino, allora ricomincio.                                                                         «Giulio, sono io, la nonna.»                                                   A questo punto lo scatto è repentino, sicuro e, certo di non avere immaginato nulla ma di avere percepito realmente la mia presenza, alza il capo rivolgendolo verso di me, o meglio verso il punto della stanza dal quale ha sentito provenire la mia voce. Ha gli occhi rossi, gonfi dal pianto incessante, le gambe tremanti; appena capace di mantenersi in posizione, si alza dalla sedia e muove i primi passi verso di me, barcollante, come un bambino che ha appena smesso di gattonare.                                                                           «Giulio, non mi riconosci? Sono la nonna, perché piangi per me? Io sono qui, non ti lascio.»                    

Ci separano pochi passi ormai, ma d’un tratto si ferma, indietreggia, spalanca gli occhi, le gambe tremano sempre di più, il suo volto rosso per il pianto si è trasformato in un foglio bianco.                                                                     

«Se mi ha riconosciuta, perché è così spaventato e, soprattutto, perché non viene verso di me?»                    

La risposta arriva subito dopo, appena mi sposto di qualche metro nella stanza; di fronte a me adesso c’è uno specchio, capisco il perché del suo ripensamento… quello che vede non è il mio corpo terreno – in quanto è adagiato sul lettino – gli somiglia ma emana una luce particolare, quasi trascendentale che sulla terra io non avevo mai visto, forse per questo prima si è tirato indietro. Giulio scuote il capo, come per strattonare via un brutto pensiero e prende coraggio.                                                                      

«Nonna, sei tu? Sì, sei proprio tu!»                                      

Ora Giulio mi vede e capisco il motivo: gli ho dato tutto l’amore che avrei potuto dargli, così come ha fatto lui, per questo crede nel mio ritorno, la voce mi aveva informata di questo.                                               

«Nipote mio, all’inizio anch’io ho provato una marea di emozioni, angoscia, timore, sorpresa, smarrimento ma la paura più grande è stata quella di essere incapace di consolarti.»

2

La croce

Mi stringe in una morsa d’amore ma purtroppo non sento il suo abbraccio. A me basta vederlo ancora una volta, questo basta. Gli do un lungo bacio sulla fronte, non so se l’abbia sentito ma sicuramente per me ha un valore immenso; quando non sei nel tuo corpo, il tempo ha una dimensione completamente diversa, l’anima va verso un livello di completezza, si stacca dalla personalità terrena e si riempie della luce della propria essenza. È un qualcosa di straordinario, è un po’come se fossi più lontana ma mai come in questo momento mi sono sentita così vicina a lui. Per affievolire il turbamento che mi ha sopraffatta, chiedo a mio nipote di sedersi con me vicino al mio corpo; ci teniamo le mani, le lacrime continuano a cadere intrise di ricordi e di passioni che nella mia vita terrena mi hanno travolta, rendendomi la nonna che i miei nipoti amano e la mamma che tanto ama i suoi figli. Giulio mi guarda, mi fissa quasi a voler carpire qualcosa dal mio sguardo e mi pone una domanda.                                                        

«Dimmi una cosa nonna… prima che io sentissi la tua voce, dove sei stata? I tuoi occhi si sono chiusi e io mi sono sentito impotente, un bambino lasciato da solo in un pozzo buio e profondo. Ho provato un senso di vuoto che non puoi… imm… immaginare.» balbetta, non riesce più a parlare.                                                                

«Gioia mia, non so neanch’io dove sono stata ma posso provare a descriverti quello che ho visto. Ho percorso un lungo tunnel, tutto era armonico ed illuminato con una luce che nel corso della mia esistenza non avevo mai visto; sono stata trascinata ad una velocità impressionante, tant’è vero che sentivo addosso un vento talmente freddo da volermi coprire. Non percepivo il calore della pelle e tuttora non riesco. È stato come se il tempo non fosse mai esistito. Non ho modo di valutare quanto a lungo io sia rimasta lì dentro, d’altronde senza il dove anche il quanto diventa meno tangibile. Mi sono sentita in un’altra dimensione e, attratta dalla forza dell’amore di chi continua a vivere, sono ritornata, forse con il compito di aiutare a superare la mia assenza e ridurre la sofferenza di chi ha ricevuto il mio affetto e mi ha dimostrato amorevolezza ed attaccamento: voi, la mia famiglia.»                                           «Vederti ancora una volta nonna, mi riempie il cuore di gioia, sebbene all’inizio mi sia sentito particolarmente impaurito. Poi, tra la luce accecante, ho intravisto i tuoi occhi e tutto si è fermato, ho riconosciuto quello sguardo che fin da bambino mi ha sempre trasmesso un senso di protezione, di sicurezza; sai, in questi ultimi giorni, forse per la paura del domani che ha travolto un po’ tutti, ho immaginato spesso come sarebbe stato senza di te, ma ho sempre preferito perseguitare questo brutto pensiero perché, in realtà, avrei voluto che questo momento non arrivasse mai.»

«Purtroppo è arrivato, Giulio.»

«Non ero pronto nonna e non lo sono neanche adesso… La tua improvvisa perdita mi ha trafitto, come un pugnale infisso nel petto, con una forza tale da farmi perdere istantaneamente il respiro. Solo adesso sono tornato a respirare. Per me sei aria, sei vita, sei speranza, così come per i tuoi figli e gli altri tuoi nipoti.»                                                              Sentire queste parole pronunciate da Giulio, un ragazzo timido, riservato, restio ad esprimere i propri sentimenti ad alta voce, mi fa pensare che non siano parole di circostanza in quanto parole così profonde possono essere pronunciate solo con la voce dell’anima, che ognuno di noi ha ma che difficilmente usa. Da un lato il suo modo di parlare, la sua commozione, la sua sensibilità, dall’altro la mia condizione “particolare”, contribuiscono in questo frangente nel farmi sentire impotente; sono tante le cose che vorrei dirgli. Potrei parlargli del domani, del futuro che ha davanti e delle difficoltà che potrebbe incontrare ma che senso avrebbe, io non ci sarò nel suo futuro… almeno, non fisicamente. Giulio non capisce il mio stato d’animo, forse è meglio così. Per evitare che si insospettisca, decido di continuare a parlare con lui per cercare di togliermi qualche dubbio.                                                                                   

«A proposito, dimmi… tua madre e i suoi fratelli hanno saputo che… non ci sono più?»                      

Non si aspettava questa domanda e forse neanch’io mi aspetto la risposta. Avrei ben volentieri evitato un dolore in più, avrei preferito non sapere ma la risposta arriva, più pesante di un macigno.                

«Sì nonna, non puoi immaginare questa notizia quanto dolore abbia provocato nel cuore dei tuoi figli e quanta afflizione nelle loro menti. La parola “pace” per loro non esiste, li capisco. Io ho avuto la fortuna, grazie alla divisa che porto, di venire a darti un ultimo bacio da parte di tutti. Avrebbero voluto tanto starti vicino, come hanno sempre fatto, ma il virus che ci ha colpiti continua a percuotere tutti senza distinzione e, non venendo a farti visita sono riusciti a proteggerti, almeno dal virus.»                                  

Sapere che i miei figli stanno soffrendo mi riempie di ansie. Una smania irrefrenabile colpisce le mie mani e le mie gambe, come se una forza estranea mi spingesse ad andare da loro ma, consapevole del fatto che se decidessi di spostarmi dal luogo in cui mi trovo magari potrei non trovare più Giulio al mio ritorno oppure, d’altra parte, per ragioni a me sconosciute, potrei non incontrare comunque i miei figli, decido di rimanere con lui.                                    

2022-06-24

Aggiornamento

SIAMO IN EDITING! "La rosa del meridione - Storia di una vita" subirà alcune letture complessive da parte dell'editor che la casa editrice ha deciso di assegnare al mio manoscritto. L'editing è una delle fasi cruciali di questo emozionante percorso, durante la quale le modifiche apportate al testo contribuiranno a "costruire" il libro definitivo che tra qualche mese andrete a leggere. Io sono molto emozionata, voi? Seguiranno altri aggiornamenti. A presto.
2022-06-04

Aggiornamento

La campagna di crowdfunding è terminata. Potrete comunque continuare a preordinare la vostra copia per ricevere il romanzo prima che arrivi in libreria. Grazie a tutti per il sostegno.
2022-04-28

Aggiornamento

Ho deciso di intraprendere questo percorso con la consapevolezza che, così facendo, mi sarei esposta moltissimo perché sono consapevole di aver messo tutta me stessa in questo libro, incluse le mie fragilità, le mie insicurezze, anche i miei punti di forza.
Credo da sempre nella forza della scrittura e delle emozioni ma forse per la prima volta nella mia vita, grazie alla storia di Delinda, ho realmente creduto che qualcosa di mio potesse diventare vostro, ho realmente creduto nella realizzazione di un sogno che, grazie a voi, diventerà realtà.
Vorrei ringraziavi tutti, uno per uno, per l'affetto che avete dimostrato nei miei confronti, per l'interesse e l'attaccamento che avete dimostrato nei confronti della storia di Delinda e per le bellissime parole che mi avete sempre dedicato. A presto.

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Maria Giovanna Torchia
Maria Giovanna Torchia nasce a Crotone nel 1999, vive a Cerenzia.
Frequenta il corso di Laurea magistrale in Farmacia presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro.
È appassionata di fotografia, pittura, architettura, romanzi storici e musica.
Adora viaggiare, visitare musei e trascorrere, quando possibile, qualche ora nelle librerie per godere del profumo dei libri. La pandemia la costringe a riavvicinarsi ad un’amica con la quale non trascorreva parecchio tempo: la scrittura. Ritrova così un rifugio sicuro dove le emozioni possono essere rivelate nella loro massima intensità senza il timore di alcun pregiudizio.
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