Nei mesi in cui l’ho scritto ho continuato a occuparmi, come faccio ogni giorno, di sostenibilità. E ho visto succedere intorno a me qualcosa che somiglia molto a ciò che succede ai miei personaggi: obiettivi rimandati, scadenze spostate più in là, impegni ridiscussi in nome dell’emergenza o della competitività. Quasi mai per malafede, ma per stanchezza, per paura, o per la convinzione ragionevole che ci sia ancora tempo. Quante volte ci siamo detti che avremmo cominciato domani, o l’anno prossimo, o appena finita questa fase? Una tregua non è una resa. È una pausa che sembra saggia, e proprio per questo quasi nessuno la mette in discussione.
Nel mondo di questo libro i re hanno accettato una pace che non è una pace. Il Sud ai popoli della Luce, il Nord all’Ombra, e nessuno sconfini. È una decisione prudente e difendibile, presa da persone che hanno visto morire troppa gente e vogliono soltanto che smetta. Guadagna tempo. Il guaio è che nessun accordo ha mai stabilito a chi appartenga il tempo, e mentre lo guadagni tu lo sta guadagnando anche chi ti sta davanti.
Contro quella prudenza si muovono quattro ragazzi che non avrebbero nessun titolo per farlo. Non sono eroi predestinati, non hanno un mandato e nemmeno un piano completo: hanno soltanto smesso di aspettare. Ho cercato di non renderli più saggi di quanto siano, perché in queste pagine la differenza tra il coraggio e l’incoscienza non è mai del tutto chiara, e le loro scelte hanno un costo che quasi sempre pagano altri. Raccontarlo in un altro modo mi sarebbe sembrato disonesto. Chi agisce sbaglia e chi resta fermo sbaglia comunque, e il dilemma che mi interessava mettere in scena è questo, molto più del ritorno di un antico male.
Ho voluto anche riportare la storia dentro le città. Nel primo libro il risveglio si vedeva soprattutto dall’alto, dai palazzi, dalle sale dei consigli e dalle fortezze; qui volevo mostrarlo dalla strada. Un porto alla foce del Rio delle Amazzoni, un mercato in cui tre popoli si pesano a vicenda mentre contrattano, gli sfollati, i traffici, i predicatori delle fedi nuove che si contendono la stessa piazza senza che nessuno li cacci. Quando il mondo cambia davvero, non se ne accorgono per primi i palazzi. Se ne accorge chi fa la fila al mercato.
Ho scritto questo secondo libro pensando alle stesse due persone a cui è dedicato il primo, e volendo dire loro la stessa cosa con una riga in più: che i sogni si possono realizzare, ma che nessuno li realizza al posto nostro mentre aspettiamo. Se il primo romanzo raccontava un risveglio, questo racconta cosa si è costretti a scegliere una volta svegli. Una scelta fa paura, però è anche il momento in cui si scopre di che materia siamo fatti. Vale per il mondo di questa storia, e credo valga anche per il nostro.
Prima
Quello che è accaduto in Risveglio, primo libro della trilogia.
Il 22 aprile 2024, mentre l’America celebrava la Giornata della Terra, il suolo si aprì in due punti del pianeta. Una voragine lunga chilometri squarciò l’Amazzonia a nord del Rio delle Amazzoni, e una seconda, lunga il doppio, spaccò la Cina dallo Xinjiang all’Hubei. Non erano terremoti. Migliaia di anni prima i Sacerdoti avevano sepolto il Male Oscuro sotto la crosta del mondo con un incantesimo, il Sigillo, e adesso il Sigillo cedeva. A corroderlo erano stati gli uomini, senza saperlo, con gli scarti delle loro fabbriche e le radiazioni. Il veleno versato per un secolo nella terra, nel mare e nell’aria era il nutrimento del nemico.
Dalle voragini salirono gli orchi, i troll, i ragni grandi quanto una casa, e nei mari si mosse il Leviatano. Ma non tornò soltanto l’Ombra. Gli elfi non erano mai scomparsi: avevano dormito ricongiunti alla natura, con gli spiriti a vegliarli, e si erano risvegliati settimane prima della catastrofe. Conoscevano le nostre lingue, la nostra storia, le nostre macchine. Avevano guardato l’umanità dimenticare.
Perché il mondo aveva dimenticato tutto. Che l’Alta Luce aveva creato prima gli elfi, poi i nani dalla roccia, e per ultimi gli uomini, come anello di congiunzione tra le due stirpi. Che dall’Ombra era sorto il Male, e che lo stregone Zarkhan aveva corrotto un essere di luce facendone Morkhal il Senza Luce. Che dalla corruzione degli elfi erano nati gli orchi e da quella dei nani i goblin, mentre gli uomini si erano corrotti nell’animo. Che la Grande Guerra era durata più di mille giorni e mille notti, e che a chiuderla era stato il sacerdote Krill, dividendo la propria corona in tre parti: un cristallo agli elfi, un cristallo ai nani, il cerchio agli uomini. Ricomposta, quella corona aveva scagliato il Sigillo; poi Krill l’aveva divisa di nuovo e restituita alle tre stirpi. Elfi e nani avevano scelto il sonno. Gli uomini avevano ereditato la Terra, e l’avevano avvelenata.
Per riportare in vita i nani, agli elfi servivano i discendenti dei due antichi regni umani, e li trovarono lo stesso giorno, ai due capi del continente. Matthew Pride, ventiquattro anni, fotografo ufficiale della Casa Bianca, erede del Regno del Nord: la sera del 22 aprile la luce del cristallo elfico lo riconobbe e gli consegnò il dono della Memoria, la conoscenza di tutte le epoche passate. Awa, diciannove anni, arawak del Rio Negro, erede del Regno del Sud: durante il terremoto la foresta si piegò sopra di lei per proteggerla, e nello stesso momento inghiottì suo padre Naven, l’ultimo familiare che le restava. Non si erano mai visti, e il loro sangue era nemico, perché il Nord corrotto aveva anticamente sottomesso e depredato il Sud. Servivano entrambi, e insieme, perché le loro mani aprissero la pietra.
Salparono verso il Sudafrica su due navi. Awa dal Brasile, con re Arun, suo figlio Aurel e il mago Ginrod; Matt da Washington, con l’ambasciatore Leha e con Kate Broen, vicepresidente degli Stati Uniti, che rinunciò alla carica per accompagnarlo. In mezzo all’oceano il Leviatano si schiantò contro lo scudo del cristallo, e per la prima volta nella storia la luce cedette. Kate finì in mare insieme a diversi elfi. Non fu ritrovato nessun corpo.
Intanto il mondo si sfaldava. Nuovi terremoti in Canada e in Europa, tsunami sulle coste atlantiche, blackout, telecomunicazioni a pezzi, città che si svuotavano. A Bruxelles nacque una coalizione del Nord, mentre Russia e Cina rifiutarono di entrarci e trattarono per conto proprio; l’Africa aprì le sue basi, il Sud America accolse gli elfi, l’Oceania si chiuse. Agli eserciti toccò accettare la cosa più difficile, che le armi moderne, con i loro metalli e le loro radiazioni, rendevano il nemico più forte, e tornare all’acciaio, all’arco, al corpo a corpo.
John Carter, presidente degli Stati Uniti, aveva paura. Zarkhan gli era apparso in semiveglia prima ancora che gli elfi bussassero alla sua porta. Davanti al Parlamento europeo usò un messaggio d’allarme di Leha per insinuare che gli alleati fossero deboli, e propose di scendere a patti con il più forte; poi ordinò attacchi nucleari sul Maghreb e attorno alla voragine brasiliana, che favorirono nuove emersioni. Nella Città Proibita ormai occupata dall’Orda uccise di propria mano il presidente cinese Guo Ma, e alle isole Svalbard andò a riprendere la Spada Nera di Morkhal, nascosta là dove non cala mai la notte. Aul, elfo mutaforma, lo seguì in forma di aquila e vide ogni cosa.
A metà maggio, in una montagna del Sudafrica, Matt e Awa posarono insieme le mani sulla pietra del risveglio, e Garin Rossomartello aprì gli occhi. Con lui si svegliarono tutti i nani della Terra: le fucine si riaccesero, nuove montagne emersero in Africa e in Sud America, e il re dei nani, furioso con l’umanità ingrata ma vincolato all’antica alleanza, scese a valle a sedersi al tavolo degli elfi.
Con la Spada Nera, Zarkhan riportò indietro Morkhal, ma soltanto come spettro, perché a restituirgli un corpo serviva un potere pari a quello della Corona di Krill. Fu Carter, raccontando del cristallo, a rivelargli che la corona esisteva ancora ed era divisa in tre. Morkhal ordinò di cercarla, affidò la caccia a un mutaforma appena riemerso dalle profondità, Knall il Traditore, e fece risorgere la fortezza di Kan-Drar sulla Città Proibita.
Delle tre parti, i popoli della Luce ne avevano una sola, il cristallo elfico custodito da Leha. Il cristallo dei nani era nascosto in Brasile da tempo immemorabile, e nessuno spiegava perché. Della corona degli uomini non si sapeva più nulla da migliaia di anni.
Al confine di Suez la guerra si insabbiò in emersioni notturne senza fine. Una notte l’Orda straripò e Aul trasfigurò per volare a chiamare i rinforzi; Arlok, generale di Morkhal, lo abbatté con un dardo nero e ne profanò il corpo davanti agli occhi di Aurel. Poi comparvero gli spettri di Morkhal e Zarkhan, con un’offerta: il Sud ai popoli della Luce, il Nord all’Orda, e nessuno sconfini.
Il 6 giugno, dopo il funerale in mare di Aul, il concilio accettò. Matt e Awa si astennero. Nei mesi che seguirono il Nord fu ridotto in schiavitù e ogni sollevazione a favore degli elfi venne repressa nel sangue, mentre il Sud ricostruiva, addestrava, fondeva armi e aspettava, perché i re avevano deciso che il tempo lavorasse per loro. Nessuno volle vedere che stava lavorando anche per il nemico.
A Matt e ad Awa non fu chiesto più niente. Non erano principi: erano state chiavi, e la serratura era già aperta. Con loro c’erano Nilad e Neiril, due gemelli elfici che nei calcoli dei re pesavano ancora meno. Erano in quattro, e avevano smesso di aspettare.
1. Lettera
Sudafrica, 15 agosto 2024
Per prima cosa aveva cercato la firma. Prima delle parole aveva bisogno di sapere da dove venivano. Poi, con il cuore ancora fuori ritmo, Leha aveva letto tutto il resto. E ora, seduto su una radice che gli alberi della fortezza avevano intrecciato a forma di panca, lo stava rileggendo per la terza volta.
Sento però il bisogno di restituirvi l’aiuto che ci avete dato. Lo pensiamo tutti e due, io e Matt.
La calligrafia di Awa era ordinata, paziente. Nessuno scrive così mentre fugge. Si scrive così quando si è deciso da giorni e si è avuto tutto il tempo di scegliere le parole.
Anche Nilad e Neiril sono con noi.
Addio.
Il primo impulso di Leha fu alzarsi e dare l’allarme. Correre da Arun, far suonare i richiami, mettere in volo ogni falco dell’accampamento prima che il sole salisse di un altro palmo sopra le fronde. Ogni ora persa aggiungeva miglia alla distanza che lo separava dai quattro ragazzi. Ma era stato capitano del più potente vascello elfico durante la Grande Guerra, e un capitano impara presto a distinguere ciò che l’istinto pretende da ciò che serve davvero. Restò seduto. Strinse le mani l’una nell’altra per fermare il tremito e fece la sola cosa che in quel momento poteva ancora fare.
Osservò.
La piccola sacca giaceva aperta nel suo palmo, così leggera e vuota da fargli male. Il tessuto non era strappato né tagliato. Il laccetto era integro. Lo fece scorrere tra le dita, lentamente, e vide il nodo.
Chiunque avesse aperto quella sacca l’aveva richiusa. E non con un nodo qualsiasi, di quelli che un ladro stringe in fretta per guadagnare tempo.
Era il nodo del custode: tre passaggi, il capo rivolto all’interno, la tensione distribuita in modo che il laccetto non segnasse il tessuto. Quello che gli anziani insegnavano ai giovani quando affidavano loro qualcosa di prezioso. Lo stesso che Leha scioglieva e rifaceva ogni sera.
Chi aveva preso il cristallo sapeva anche come veniva custodito.
Leha rimase a fissare quel piccolo intreccio di corda. Non era stato un ladro a batterlo. Era stato un allievo: qualcuno che aveva guardato, imparato, e che aveva avuto cura dell’oggetto anche mentre lo portava via. Era questo a fargli male più del vuoto nel palmo. Quei ragazzi non avevano agito d’impulso. Avevano agito con metodo, e non avevano sbagliato niente. Come se qualcuno avesse insegnato loro insieme il rispetto per il cristallo e il modo di sottrarlo al suo custode.
Chiuse la lettera lungo le pieghe e la ripose nella sacca, dove il cristallo aveva riposato per tutta la sua vita di custode. Poi si alzò, e mentre attraversava l’accampamento verso il padiglione del re si accorse che le gambe lo reggevano meglio di quanto avesse temuto.
Fu questo, più di ogni altra cosa, a dargli fastidio.
La notizia percorse la fortezza di Newlands Forest più veloce di qualsiasi falco. Non ci fu bisogno di annunci: bastò il viavai improvviso di sentinelle attorno agli alloggi dei quattro giovani, i letti in ordine, gli zaini spariti, l’arco di Awa che non era appeso al suo ramo. A metà mattina ogni elfo dell’accampamento sapeva che gli eredi dei due regni degli uomini erano scomparsi nella notte insieme a Nilad e Neiril, e che con loro era sparito il cristallo di Krill.
Quel giorno re Garin Rossomartello si trovava già alla fortezza. Era arrivato due giorni prima da Bordrum con il figlio Tharin e una piccola scorta, per uno dei consueti incontri con Arun sulle fucine e sulle difese comuni. Avrebbe dovuto ripartire quel pomeriggio, e non ripartì.
Arun ascoltò il rapporto di Leha in silenzio, in piedi, le mani appoggiate al tavolo coperto di mappe che nessuno spostava più da quando l’armistizio aveva congelato ogni fronte. Non lo interruppe una sola volta. Quando Leha ebbe finito, e sul tavolo tra le mappe rimase soltanto il biglietto di Awa, il re lo guardò a lungo senza toccarlo, come se toccarlo significasse ammettere che era vero.
“Convoca il concilio” disse infine. “Questa notte, a porte chiuse. Nessun messaggero prima di allora.”
“Gli uomini del Sud dovranno essere informati…” iniziò Leha.
“Questa notte” ripeté Arun.
Nella sua voce non c’era collera. C’era la stanchezza di un uomo a cui danno una notizia che aspettava da tempo. Leha uscì portandosi dietro quel pensiero, e per tutto il giorno non riuscì a posarlo.
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