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La scuola è qualcuno che ti aspetta - Insegnare a leggere e a scrivere a un bambino con autismo

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Alessio è un bambino con autismo in procinto di iniziare la scuola primaria. Il suo percorso scolastico è costellato di difficoltà: ogni giorno è una nuova sfida che, con pazienza e determinazione, può portare alla scoperta di sé e degli altri e al raggiungimento di tanti traguardi, piccoli e grandi, un passo alla volta. Emilia, insegnante di sostegno e voce narrante, racconta la sua personale esperienza sottolineando come la collaborazione di tutti – compagni di classe, genitori, insegnanti e quanti operano nella scuola – sia di fondamentale importanza. 

PREFAZIONE

Le storie si comprendono pienamente solo alla fine. Ora che sono giunta al termine della scuola primaria e che Ale è sbocciato nella sua bella umanità ed è riuscito anche a imparare molte cose, tra cui leggere e scrivere, usare il computer e iniziare a relazionarsi con i compagni e con le altre persone, sono certa della bontà dell’esperienza vissuta. 

Desidero raccontare questa incredibile avventura umana e professionale nella speranza che possa essere di aiuto per quei bambini con gravi disabilità dello sviluppo, che sembrano avere poche chance di imparare. Questa esperienza può offrire degli spunti utili per proporre un percorso scolastico positivo e per provare a raggiungere gli obiettivi didattici di base. Inoltre, vuole essere un profondo messaggio di speranza: anche dai bambini più gravi è possibile aspettarsi il meglio e coltivarlo nel tempo attraverso la competenza, la tenacia, la pazienza e l’affetto. Essi possono fiorire e portare il loro luminoso contributo nel mondo, dotati come sono di una sensibilità unica e della capacità di mobilitare le nostre energie migliori. 

Ogni bambino è diverso, è un mondo, un universo; tuttavia, anche nell’ambito dell’insegnamento è molto importante condividere le proprie esperienze educative e didattiche per approfondire quelle costanti e quei riferimenti che ci permettono di proporre una scuola sempre più viva e appassionante nell’incontro con l’altro. Per un insegnante è necessario poter conoscere le esperienze altrui per trarne idee, spunti, suggerimenti, metodi che, adattati, rielaborati e integrati con altri, possano contribuire alla preparazione di un progetto educativo e didattico confezionato “su misura” dell’alunno unico e irripetibile che si ha in carico.

Penso che alcune idee di fondo, che emergono da questa esperienza, possano essere utili non solo agli insegnanti, ma anche ai genitori, ai nonni e a tutte quelle persone che svolgono un compito educativo nei confronti di bambini che hanno delle disabilità.

Ho redatto la maggior parte delle pagine al termine della prima classe primaria, di cui ho parlato in maniera più approfondita. Mi sono soffermata soprattutto sul percorso svolto nell’ambito dell’insegnamento della lettura e della scrittura e dell’integrazione scolastica. Poi ho aggiunto una breve panoramica sugli anni successivi per dare un quadro sintetico e complessivo di questa bella esperienza professionale e umana.

Questo testo si presenta in una forma narrativa e didattica, per contemperare differenti esigenze comunicative. È un libro narrativo perché vuole raccontare un’esperienza di vita, un percorso umano e professionale, è un testo di didattica perché vuole comunicare i passi concreti che lo hanno reso possibile. Dal racconto perciò si possono ricavare molti suggerimenti pratici e numerose indicazioni operative per l’attività didattica e per l’integrazione scolastica degli alunni con autismo e con capacità intellettive gravemente compromesse.

Ad alcuni questo duplice registro potrà sembrare strano, ma è proprio lavorando come insegnante di sostegno che ho imparato a dover superare alcuni schemi mentali per cercare nuove soluzioni, più adatte ad accompagnare i “miei” alunni per le loro strade uniche e originali.

Durante la stesura del libro il mio PC ha spesso e volentieri sostituito autistici con artistici. Forse il mio computer, a sua insaputa, ha espresso una grande verità su questi bambini.

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COLLOQUIO CON L’INSEGNANTE
DI SOSTEGNO DELLA SCUOLA MATERNA

 

Giugno 2010. Alla fine dell’anno scolastico la preside mi ha comunicato che a settembre avrei insegnato ad Alessio, un bambino di prima elementare, autistico, ipercinetico, con sindrome oppositiva, disprassico e con una compromissione delle capacità intellettive di grado medio. Già solo la diagnosi ti stroncava come una fucilata.

Lavoro come insegnante di sostegno dal 1998. In questi anni ho seguito una bambina tetraplegica, una bambina sorda, un ipovedente, un bambino iperattivo, bambini con disturbi del linguaggio, con ritardi mentali, psicosi, disturbi affettivi relazionali gravi provocati da violenze o da pesanti situazioni familiari. Non avevo mai seguito un bambino con autismo, era la prima volta ed ero molto preoccupata. 

Ho chiesto subito di poter incontrare l’insegnante di sostegno della scuola materna per poter avere un prezioso passaggio di informazioni. Lei mi ha riferito in maniera molto precisa e dettagliata quello che riteneva più significativo del bambino e quali erano state le sue conquiste durante la sua permanenza alla scuola materna. Riporto la sintesi di quella conversazione.

Ale spesso si isola, si chiude, fatica a entrare in rapporto con le persone ma se lo chiami fa capire di aver sentito, se lo sgridi cambia espressione, ha comunque una forma di interazione con gli altri.

Non riesce a formulare frasi di senso compiuto, ma utilizza talvolta la parola-frase, (usa cioè una sola parola per indicare il significato di un’intera frase). Comprende bene comandi brevi e concreti. Non risponde alle domande dirette, “cos’è?” o “dov’è?”, ma se gli viene chiesto di indicare un oggetto a lui conosciuto è in grado di farlo, se vuole. Possiede un vocabolario passivo molto ricco, cioè comprende più parole di quelle che effettivamente utilizza. 

L’autonomia personale è abbastanza adeguata. Il punto dolente è che non vuole mai collaborare e non fa nulla di quanto a lui richiesto. Si butta per terra e poi scappa. Ma, cosa curiosa, se non viene rincorso è lui che dopo un po’ ti viene a cercare, se nel frattempo non è stato distratto da qualcos’altro (quindi cerca un rapporto con le persone). È difficile ottenere dieci minuti in cui è l’insegnante che decide l’attività da svolgere. Vuole comandare sempre lui. È importante dunque cercare di fargli capire che non può fare tutto quello che vuole. 

Alla scuola materna stando con gli altri bambini, inserito nel gruppo classe, è diventato meno isolato e chiuso, è riuscito a comprendere lo scandirsi del tempo e delle attività, arrivando ad adeguarsi al contesto. Talvolta osserva i compagni, li cerca e li chiama per nome.

Nell’aula di sostegno non si sente contenuto e si agita moltissimo. È molto forte fisicamente ma non è aggressivo. Non ama aspettare ma vuole tutto subito. Ha dei tempi di attenzione brevissimi.

Quando è da solo con l’insegnante di sostegno, Ale è molto demotivato, invece nel gruppo classe, con molta pazienza e fatica, è riuscito a dare risposte positive. Occorre avere le idee molto chiare e imporsi con la voce e lo sguardo, altrimenti non si ottiene nulla. 

A volte cerca il contatto fisico con le persone che preferisce e che gli vogliono bene. Ha dei momenti di pianto inconsolabile e talvolta anche degli episodi di vomito e convulsioni.

A pranzo predilige pochi cibi: mangia solo carboidrati e carne. Spesso è molto stanco e ha bisogno di riposarsi. In certi giorni non riesce a fare nulla e non sta nemmeno seduto. 

Non disegna. Non sa tenere correttamente in mano le matite e i pennarelli ed è disprassico, perciò molto impacciato in tutte le attività che coinvolgono le mani.

Non si sa se riconosce i colori perché a volte sbaglia e a volte no. Non sa colorare stando in uno spazio delimitato ma li occupa tutti con lo stesso colore. Riconosce e comprende le figure. Non riesce ad eseguire percorsi di pregrafismo con matite o pennarelli. Ha una buona memoria visiva. Ama gli strumenti musicali. Vuole aprire gli armadi per tirare fuori tutto e buttarlo per terra. Quando Ale è stato in affidamento diurno, la persona che lo seguiva faticava non poco perché lui non mettesse tutta la casa a soqquadro.

Tutto ciò che è visivo lo attrae. Non disdegna di fare attività già realizzate altre volte. Ogni cosa che compie deve essere premiata e rinforzata positivamente con lodi, applausi, manifestazioni di gioia.

Alla fine di questo colloquio con l’insegnante di sostegno della scuola materna, durato un’ora e mezza circa, era ancora più chiaro che insegnare ad Ale avrebbe richiesto un notevole impegno di studio, energia, tenacia e che stava per iniziare un anno scolastico molto impegnativo.

Più volte nel corso dell’anno ho riletto e sottolineato gli appunti di questo colloquio, a caccia di spunti positivi su cui costruire, e ogni volta ho colto sfumature e considerazioni che mi erano sfuggite o a cui non avevo dato il giusto peso nelle letture precedenti.

 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    L’autrice, Emilia Gibelli, è una mia amica. Ho seguito di anno in anno i progressi dei suoi ragazzi attraverso i suoi racconti. Ogni volta che ci incontriamo mi parla di loro, delle difficoltà che incontrano ma soprattutto della relazione che è riuscita a instaurare e di quanto sia importante dare loro una possibilità, che passa necessariamente dall’ascolto.
    Lei è sempre col sorriso e non si arrende mai. E questo libro fa bene al cuore perché è pieno di speranza.

  2. Paola Castaldelli

    Ecco si parla di progetti belli, che portano bene con risultati concreti! Risultati che condividono empatia, fiducia, consapevolezza che il cambiamento esiste, anche laddove sembra che non ci sia possibilità. E invece la luce trionfa…sempre…occorre volerlo e impegnarsi!

  3. (proprietario verificato)

    Si tratta di un libro davvero completo, coniuga cornici più teoriche con ricchi spunti pratici. Emerge con forza l’umanità dei protagonisti, in primo luogo l’insegnante che si lascia coinvolgere interamente e – con ostinazione – arriva a grandi traguardi, per Ale, per se stessa, la famiglia, la classe tutta (bambini, colleghi, famiglie) e anche per tutti coloro che vivono realtà più o meno simili. Un libro che – senza negare fatiche e sconfitte – parla di speranza, costanza, impegno, ma anche creatività e capacità di tessere legami.

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Emilia Gibelli
È originaria della Liguria di Ponente, dove si diploma presso l’Istituto Magistrale di Vallecrosia (IM). Si trasferisce a Torino e si laurea in Lettere Moderne. Frequenta un corso per bibliotecari e si dedica per qualche anno alla professione di bibliotecaria presso alcune facoltà universitarie della città. Dopo due anni di formazione consegue il diploma di specializzazione polivalente nel sostegno e dal 1998 lavora a Torino come insegnante di sostegno nella scuola primaria.
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