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La sedia del maestro Gori

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Consegna prevista Agosto 2027
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Il maestro Gori è un giovane pianista che vive con una zia e una cagnolina di nome Perla in un’anonima frazione di un paese di campagna che si chiama solo Borgo. Glauco Gori sta preparando il concerto della sua vita: le “Variazioni di Goldberg” di Johann Sebastian Bach.

Si dice che Glauco Gori interpreti le “Variazioni di Goldberg” meglio di Bach in persona. Ma nessuno lo può negare o confermare. Non le ha mai eseguite in pubblico, né in sala di registrazione.

Glauco, fin dall’infanzia, convive con una serie di piccole nevrosi, ossessioni, manie, un insieme di disturbi psicopatologici del tutto innocui per sé stesso e per gli altri, che hanno il solo svantaggio di rendergli la vita un po’ complicata. Un bel po’ complicata. La maggior parte di queste fisime ruota intorno alla musica, al pianoforte, alle sue mani.

Ok. Ho già detto troppo. Non vi racconto cosa c’entra la sedia. La sedia del titolo. Può essere la protagonista di un romanzo, una sedia?

Perché ho scritto questo libro?

Perché sono astemio, non fumo, non bevo caffè, non mangio dolci per via del diabete, evito i latticini e i formaggi, non compro i gratta e vinci, non mi piace stare al sole né fare il bagno al mare, mi vesto con gli stessi vestiti, non mi arrabbio con nessuno e non dico mai: “te l’avevo detto”. La scrittura è l’unico vizio che mi concedo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

1. Ai fini della consegna.

Suonò il citofono. Il corriere aspettava davanti al cancello con uno scatolone in mano. Suonò il citofono. Suonò il citofono. Il corriere fece per risalire sul furgone quando il portone si aprì lentamente e ne uscì un uomo in vestaglia e pantofole, maglione di lana grossa sopra la vestaglia, sciarpa, papalina, barba incolta, spettinato, leggermente turbato. Il maglione era rattoppato sui gomiti. Indossava dei guanti grigi a mezze dita. Era metà ottobre.

«Ho sentito. La smetta di suonare, per cortesia.»

«La signora Rita Gori?»

«No.»

«Certo che no. Intendevo… ad ogni modo, potrebbe firmare lei? Le spiace?»

«No.»

«Nel senso che non le spiace, o che non può firmare?»

«Non sono Rita Gori.»

«Non ha importanza. Ai fini della consegna posso tranquillamente… mi scusi? Mi scusi?»

Glauco rientrò in casa.

2. Le carote.

Il pianoforte di Glauco, uno Steinway CD trecentodiciotto, era posizionato su un tappeto indiano al centro del salotto, con la seduta rivolta verso un’ampia vetrata che dava sul terrazzo, al primo piano di un condominio di sette piani. Glauco viveva con la zia Rita e una cagnolina meticcia che assomigliava vagamente a un Border Collie. Glauco aveva trentun anni. La zia settantatré. Perla due.

«Zia, posso darle una carota?»

«No. Oggi ne ha mangiate tre. Poi le viene la diarrea.»

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3. La corda.

Perla usciva due volte al giorno. Alle sei del mattino andava al parco con la zia a salutare i suoi amici cani entro il perimetro del cosiddetto sgambatoio. Prima di mettere il guinzaglio saltava sul divano e leccava Glauco sulla guancia, per salutarlo. Poi, alle diciotto, Glauco le faceva fare il giro dell’isolato. Faceva la cacca e la pipì sempre nello stesso punto: la pipì davanti al tabaccaio, la cacca nell’aiuola di fronte alla pasticceria. Sapeva dare la zampa e fare la capriola. Mangiava crocchette di salmone e patate, mischiate con le verdure bollite che preparava la zia. Sedano e zucchine. D’inverno anche i cardi e i finocchi.

Glauco dormiva sul divano perché la casa era piccola e c’era solo un letto. Perla dormiva nel suo giaciglio accanto al divano. Ogni tanto, di notte, provava a salire sopra a Glauco, ma lui la mandava giù.

Quando Glauco suonava il pianoforte, Perla si accucciava sul tappeto indiano e lo stava a sentire. Glauco non sbagliava mai una nota. Però, a volte le sbagliava apposta per vedere se Perla alzava la testa, e infatti la alzava. Perla conosceva tutto il repertorio di Bach a memoria, riusciva a distinguere Mozart da Beethoven, apprezzava Brahms, Hindemith, Sibelius, Strauss e Schönberg. Odiava Chopin. Anche Glauco odiava Chopin.

«L’essenza di Bach è il contrappunto.»

Perla fissava Glauco. In quanto cane, non aveva del tutto chiara la tecnica compositiva del contrappunto.

«Prendiamo una linea melodica. Non sbavare sul tappeto.»

Perla ascoltava con attenzione. Seppure sbavando.

«Per esempio, con la mano destra faccio questo.»

E Glauco iniziava a suonare le Variazioni di Goldberg, la terza variazione.

L’unica cosa che Perla amasse più delle Variazioni di Goldberg erano le carote.

«Ora, aggiungiamo una seconda linea melodica che eseguo con la mano sinistra e che si incastra perfettamente con l’altra. Il contrappunto lineare è un movimento puramente orizzontale. Non si basa sull’armonia, sulle relazioni verticali. È come se avessi una corda che si intreccia con un’altra corda. Come la tua corda. Che tra l’altro è tutta smangiucchiata, la dobbiamo ricomprare.»

Perla si guardava intorno per cercare la corda.

«Ma che ne sai tu.»

4. Un insieme di disturbi psicopatologici.

Glauco fin dall’infanzia conviveva con una serie di piccole nevrosi, ossessioni, manie, un insieme di disturbi psicopatologici del tutto innocui per sé stesso e per gli altri, che avevano il solo svantaggio di rendergli la vita un po’ complicata. Un bel po’ complicata. La maggior parte di queste fisime ruotava intorno alla musica, al pianoforte, alle sue mani.

«Zia, venerdì sera ho un concerto. Mi puoi accompagnare?»

Glauco non aveva la patente, non usava la bicicletta, non prendeva mezzi pubblici, taxi, aerei, navi, treni, ascensori, viaggiava soltanto a bordo della Ford Escort della zia. Guidata dalla zia. O a piedi intorno all’isolato quando accompagnava Perla a fare la cacca e la pipì.

«Certo. Cosa suoni?»

«Brahms.»

«Ma c’è l’orchestra?»

«Sì.»

«Chi dirige?»

«Grebenstein.»

«Oh poveri noi!»

5. Parecchi grattacapi.

Ventisei gradi centigradi. Glauco suonava alla temperatura di ventisei gradi centigradi. D’inverno come d’estate, a casa sua, in sala di registrazione, nei teatri e negli auditori. Non suonava a venticinque gradi. Non suonava a ventisette. Esigenza termica imprescindibile, che procurava parecchi grattacapi agli impresari, agli editori, ai produttori, e in primo luogo alla zia.

«Chiedo scusa, potrebbe ricontrollare la temperatura?»

«Ma certo, signor Gori. Il termometro segna ventisei gradi.»

«Mi sembra più freddo.»

«Sì, ecco… per la precisione sono venticinque punto sei.»

«Non riuscite a mantenere la temperatura stabile a ventisei?»

«Non saprei… dovremmo chiamare il tecnico del riscaldamento… io personalmente…»

«Va bene, chiamatelo.»

«È che siamo un po’ in ritardo, signor Gori, andiamo in onda fra sette minuti.»

Glauco si scusò, con garbo, e disertò il concerto.

6. Un cespuglio in mezzo al deserto.

Tutti i giorni, alle diciotto e undici minuti, quando Perla si fermava davanti al tabaccaio per pisciare, Glauco entrava a comprare le sigarette, perché la zia fumava un pacchetto di Lucky Strike al giorno, da cinquantasei anni. La cosa lo metteva profondamente a disagio siccome doveva interagire con la persona del tabaccaio, il signor Cottarelli.

«Eccolo il nostro pianista! Puntuale come un orologio svizzero!»

«Buonasera signor Cottarelli. Per favore, potrei avere…»

«Fammi indovinare: Lucky Strike?»

«Precisamente.»

«Come sta la zia?»

«Bene grazie.»

Cottarelli era alto, grosso e pelato. Niente barba, niente baffi. Era un omone liscio con la pelle sbiadita. Eppure, tra la parte inferiore del labbro e la parte superiore del mento, portava un pizzetto a mosca, appuntito. Un triangolo nero, preciso di una precisione geometrica, che spiccava come un cespuglio in mezzo al deserto. Nerissimo.

«Che donna, la zia. Le donne di una volta! Un pacchetto al giorno ed è sana come un pesce! Sai quanti smettono di fumare e si ammalano? Così di botto. Per esempio c’è coso, il nipote della signora del terzo piano, Riccardo. No, non si chiama Riccardo. Intanto chiamiamolo Riccardo, come nome di fantasia, poi mi viene, comunque questo fantomatico “Riccardo” è tornato ieri dal Pakistan e dice che ha fumato il narghilè, hai presente, coi tubi e tutto, certo, dipende da cosa ci metti dentro, ma mica uno lo deve fare di nascosto, oppure se è una sua libera scelta non sta a me giudicare, insomma, e poi in Pakistan che ci vai a fare gli ho chiesto, è un viaggio di piacere o cosa, così Renato mi fa, ecco, si chiama Renato, ha confermato il fatto che il narghilè si può fumare con o senza droghe e ci puoi mettere il tabacco o quello che ti pare, pure gli aromi, le mele o che ne so, le essenze, anche i cetrioli, per dire, dico per dire, ma poi la vita senza qualche vizio che vita sarebbe?»

«Non saprei.»

«Dico male?»

«No.»

7. Una strana creatura mitologica.

Glauco non si era mai seduto, mai, e non sedeva, per nessuna ragione al mondo, su una normale panchetta per pianoforte, panchetta che usano tutti i pianisti normali del mondo. Suonava solo sulla sedia che gli aveva costruito suo padre, da bambino. Era un seggiolino di legno, vecchio e malconcio, basso, senza imbottitura sulla seduta e sullo schienale, bassissimo, che lo portava ad assumere una posizione del tutto non convenzionale per un pianista del suo calibro, aggrappato alla tastiera come un koala, con il naso che sfiorava i tasti. Se lo portava dietro dappertutto. Dicevano che Gori fosse una strana creatura mitologica: mezzo uomo, mezza sedia.

«Maestro, prima di concludere l’intervista vorrei porle un’ultima domanda, se è d’accordo.»

«Ma certo.»

«La consideri una mia curiosità personale, in qualità di suo devoto ammiratore.»

«Volentieri.»

«Potrei sapere per quale ragione è così affezionato a questa sedia?»

«No.»

8. Un cassetto che non apriva da anni.

Tutti i giorni della vita di Glauco si svolgevano allo stesso modo. Mattina. Dalle otto alle dieci si esercitava per migliorare l’agilità delle dita, cercando di ottenere una pulizia estrema delle note. Dalle dieci alle tredici si dedicava al repertorio di Bach, Mozart e Beethoven e, all’occorrenza, a seconda dei suoi impegni lavorativi, di Brahms, Hindemith, Sibelius, Strauss e Schönberg.

Pranzava con la zia e alle quattordici si rimetteva al piano. Le quattro ore pomeridiane erano dedicate esclusivamente allo studio delle Variazioni di Goldberg, un’opera scritta da Johann Sebastian Bach per il clavicembalo, a metà del Settecento. Portava Perla a fare i suoi bisogni. Cenava, si faceva la doccia, cincischiava per un’ora e alle ventidue si coricava.

Cosa sono le Variazioni di Goldberg. Un’architettura modulare di trentadue brani. Un’aria iniziale, un’aria finale, e in mezzo trenta variazioni sul tema. Glauco non consultava lo spartito. Mai. Lo teneva in un cassetto che non apriva da anni. Conosceva ogni nota, ogni pausa, ogni trillo, ogni legatura, ogni crescendo. Le Variazioni lo sfiancavano. Non si stancava di suonarle. Lo distruggevano. Mai. Gli facevano mancare il respiro, gli facevano tremare il cuore, gli davano le vertigini, un senso di estasi mistica e di claustrofobia.

Secondo alcune voci alimentate da un condomino indiscreto, mediocre sassofonista, tale signor Palmerini, Glauco Gori interpretava le Variazioni di Goldberg meglio di Bach in persona. Ma nessuno lo poteva negare o confermare. Non le aveva mai eseguite in pubblico, né in sala di registrazione.

9. Rapporti con i fonici.

Poh-poh-poh poh-PAAAAAAH!

Quando suonava, Glauco non poteva trattenersi dal canticchiare ad alta voce. Tale comportamento, deplorevole, inaudito per un pianista professionista normale, disapprovato fin dagli anni del conservatorio, criticato dai critici, deprecato dai direttori, detratto dai detrattori, gli creava alcuni inconvenienti, soprattutto nei rapporti con i fonici. Di Gori non esistevano registrazioni pulite.

Era venerdì diciotto ottobre.

«Signor Gori, quando è pronto può iniziare. Chiudo la porta.»

Dentro alla sala di ripresa, che era un cubo di vetro, c’era il silenzio assoluto. Glauco si sedette. Indossava un cappotto marrone e la sciarpa. Portava dei guanti grigi a mezze dita. Alzò le mani sulla tastiera. Le dita erano ferme, come le dita di marmo di una statua.

Il tecnico aspettava paziente davanti al mixer. Aveva lavorato duramente per microfonare il pianoforte. Il giorno prima, in preda al panico, si era rivolto ad un collega, fonico di grande esperienza.

«Ho bisogno di un parere.»

«Quello che vuoi.»

«Devo microfonare un pianoforte.»

«Cosa registri?»

«Una sonata di Beethoven.»

«Non puoi usare i soliti omnidirezionali?»

«Devo pulire il suono.»

«In che senso?»

«Devo registrare Gori.»

«Come?»

«Gori.»

«Non ti sento bene.»

«Ho detto che domani devo registrare Glauco Gori.»

«…»

«Pronto? Pronto?»

Glauco fissava un punto imprecisato nel vuoto. Respirò. Le dita sfiorarono la tastiera.

Primo movimento: Allegro, quartine di crome in mi bemolle, ritornello, sviluppo, ripresa. Tutto bene.

Secondo movimento: Adagio. Il finale si chiude con la consueta cadenza settima di dominante – tonica. Tutto bene.

Terzo movimento: Minuetto, schema ortodosso classico tripartito e quadritematico. Alla fine si ripete il minuetto. Tutto bene.

Quarto movimento: Prestissimo, tempi vorticosi e spediti, ritornello, mi bemolle settima, PAAAAAAAH! Poh-poh-poh pah-pah pah-pah-pah-pah POOOOOOH! Il ritorno del tema iniziale chiude il movimento e l’intera sonata.

Glauco sollevò le mani dalla tastiera. Il fonico aprì la porta.

«Grazie, signor Gori.»

«Andava bene?»

«Perfetta.»

«Ho canticchiato?»

«Non mi pare. No, direi di no. No no.»

«Bene.»

10. Magari un’altra volta.

Tutti i giorni della vita di Glauco si svolgevano allo stesso modo. A parte la domenica. La domenica non suonava mai. Alle nove riceveva la visita del signor Crescenzo, l’accordatore. Glauco riponeva in lui la massima fiducia. Nessun altro metteva le mani nel suo pianoforte. Il signor Crescenzo trafficava per un paio d’ore con le stecche, le chiavi, i cunei, con un obiettivo preciso: ottenere una meccanica rapida e scattante, esigenza imprescindibile per il Gori. Perla, in quanto cane, serissima, supervisionava l’operato del signor Crescenzo.

«Direi che ci siamo. Lo volete provare?»

«No, va bene così.»

«Ottimo, allora tolgo il disturbo.»

«Vuole fermarsi per un caffè?»

«Vi ringrazio. Magari un’altra volta.»

Il signor Crescenzo era molto riservato. Dava del voi. E non si fermava mai per un caffè. Mai.

11. Zio pera.

La domenica pomeriggio Glauco vedeva gli amici al bar del Circolo dei Repubblicani, e giocavano a Burraco. I suoi amici erano tre. Li aveva conosciuti all’asilo.

«Glauco, mi spieghi perché non hai raccolto il sette di fiori?»

«Non l’ho visto.»

«Zio pera.»

12. Fate questa telefonata.

In trepidante attesa per il Giubileo universale della Chiesa cattolica indetto per l’anno duemilaventicinque, il papa, fervente appassionato di musica classica e di Bach nella fattispecie, si aggirava per i corridoi del Palazzo Apostolico con le mani dietro la schiena, strascicando le candide pantofole pontificie sui pavimenti di porfido, scuotendo la testa, attorniato da un corteo di segretari, decani, suorine, vicari, valletti e cardinali.

«Quanti giorni mancano al ventisette settembre?»

Si fece avanti Monsignor Giovandomenico Farnese della Rovere, reggente della Prefettura della Casa Pontificia.

«Circa un anno, Sua Santità.»

«Lo so, era per dire.»

Il monsignore farfugliò qualcosa.

«Avete chiamato Gori?»

«Non ancora.»

«Che ci vuole a fare una telefonata?»

«Ecco… Santo Padre, la questione è più complessa di quanto possa…»

«Più complessa?»

«Gori è… nel senso… lo sappiamo… una…»

«Una?»

«Una personalità problematica, per usare un eufemismo, la sua eccentricità è proverbiale, forse non è l’artista più indicato per…»

«Ossia?»

«Solo per… per esempio, suona a una temperatura di ventisei gradi.»

«E allora?»

«Non è facile mantenere una temperatura stabile nella Basilica, abbiamo consultato la ditta che fa manutenzione e hanno confermato che…»

«Sono certo che troveranno il modo.»

«Poi… ci sarebbe… cioè… esige il silenzio più assoluto, basta un…»

«Lo faremo presente agli ospiti.»

«Mi perdoni… la Basilica può ospitare ventimila persone. A sette anni ha interrotto il saggio della scuola perché a una signora è caduto un fazzoletto.»

«C’è qualcuno che può suonare Bach meglio di Gori?»

Il monsignore si strinse nelle spalle e si grattò nervosamente una guancia.

«No, ecco, no, decisamente no.»

«Bene. Allora fate questa telefonata.»

Era domenica venti ottobre del duemilaventiquattro, e mancavano trecentoquarantadue giorni al ventisette settembre.

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