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La sensibilità delle farfalle

La sensibilità delle farfalle

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Dicembre 2022
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Cosa ho sbagliato? Perché non sono come gli altri? Perché non mi capiscono? Cosa è questo peso che mi porto dentro, che mi fa sussultare, annaspare nella vita di tutti i giorni? Perché mi perdo nei piccoli dettagli, mentre gli altri non li vedono neppure? E vengo sovrastata da ogni emozione, anche da quelle che non sento mie, che invadono il mio petto gravandomi addosso … perché?
Queste domande accompagnano Celeste nel suo percorso di formazione, tormentandola, sfinendola. E quando apprende di appartenere a quel 20% di popolazione di Persone Altamente Sensibili – PAS, incomincia la nuova sfida di comprendere e rispettare sé stessa e le differenze che caratterizzano questo tratto genetico di personalità.
Non sarà semplice. Ma non sarà più sola.

Perché ho scritto questo libro?

Perché vorrei che tutti conoscessero questa caratteristica per scoprire che, forse, il proprio compagno, il figlioletto, quel caro amico non è strano … ma semplicemente PAS (Persona Altamente Sensibile)!
E mi auguro che attraverso una voce, una trama possa giungere in maniera più diretta alle persone che ancora ignorano la loro natura di PAS.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La sensibilità delle farfalle

Monica Piccolo

PREFAZIONE

Sentire. Sentire ogni singolo raggio di sole che scalda il viso, la minima inflessione nella voce, nel volto dell’interlocutore, la pena nell’ululato del cane alla catena, i ricordi d’infanzia riaffiorare col profumo di una torta.

Sentire arrivare ogni emozione, dritta al petto, come onde di una marea mai stanca, che travolge in una sorta di apnea emotiva. Bisogna saper trattenere il fiato, lasciare che passi per non rischiare di essere trascinato via.

Si nasce già provati, logorati da pensieri infiniti che formano un groviglio di strade tortuose senza indicazioni né precedenze da rispettare. E così una persona ipersensibile (PAS – Persona Altamente Sensibile, iperefficiente mentale) per ogni singola parola, per la semplice scelta di un comportamento da attuare, rischia di rimanere ingarbugliata tra i propri pensieri, dove ogni decisione comporta uno stress mentale non indifferente.

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Questa caratteristica, che non ha nulla di patologico, ma così difficile da gestire, influenza la vita di molte persone (circa il 15-20% della popolazione, secondo gli studi di Elaine Aron) delle quali la maggior parte, ignara di possedere tale particolarità, attraversa la propria esistenza con un senso di inadeguatezza e frustrante disagio. Alla costante ricerca di un’utopica giustizia e fortemente inclini ad una marcata empatia, si ritrovano ad affrontare mille difficoltà per trovare e mantenere un precario equilibrio tra loro stessi e il resto del mondo.

Il mio intento dunque, nonostante la complessità, è di provare ad aprire una finestra sull’uragano di sentimenti e percezioni qual è la vita di una persona ipersensibile, raccontando con fantasia la trama e i personaggi, ma con la massima fedeltà al realismo le sensazioni provate.   

Non siamo fatti per apparire, ma per percepire.

                                                                              Una Persona Altamente Sensibile

UNO

L’angolo della bocca si piegò, fugace, in un sorriso.

Ne era soddisfatta, eccome, era riuscita nell’intento di disturbarmi, di far cadere su di me la colpa di quella zampa di stoffa che ora penzolava dalle sue mani, spargendo imbottitura ai suoi piedi.

Osservai il mio peluche, un cagnolino rossiccio, che mi guardava triste con il suo unico occhio superstite, quasi fosse dolorante per l’amputazione sofferta.

Qualcosa di sconosciuto esplose nel mio petto, lacerandolo.

Un nugolo di sentimenti mi premeva lo sterno, la pancia contratta procurava dolore fisico, la gola occlusa mi faceva mancare l’aria. Due grosse lacrime bagnarono le mie guance paffute, lasciando sfogare dalla mia bocca un urlo straziante.

Tutti i bambini ammutolirono e la maestra Linda si bloccò di colpo, come raggiunta da una scarica elettrica.

Era convinta di aver visto la scena, di aver risolto il diverbio senza commettere errori. Ma si era voltata a guardarci solo quando il danno era stato fatto e aveva ascoltato quella piccola vipera di Elisa che prontamente si giustificava “Volevo solo giocare con lei, ma ha iniziato a tirare il peluche, me l’ha strappato di mano”.

Eppure sono sempre stata una bambina timida, introversa, non cercavo gli altri, preferivo stare in disparte, osservare il mondo e cercare di capirlo, in tutte le sue sfumature. Imparai che anche così si poteva non essere accettati, si veniva additati come strani, diversi, solo perché non si cercavano le stesse attenzioni.

La maestra si fece ridare la zampa mozzata e con dolcezza me la porse.

Aprii la mia mano sudaticcia per riavere il maltolto e, insieme alla zampa, mi ritrovai con un senso di giustizia tradita, di solitaria estraneità a quel mondo d’infanzia. Mi sentii come se avessero staccato una parte di me.

“Maria Celeste, mi ha detto la Maestra Linda che hai litigato con una tua compagna. Perché?” mi salutò mia madre all’uscita dalla scuola, prendendomi decisa la mano e tirandomi al suo fianco.

Maria Celeste, sempre il nome completo utilizzava per rivolgersi a me, mai un nomignolo, una dolcezza. Anche un semplice abbraccio per lei era eccessivo. Sembrava che bruciassi, che potessi ustionarle le mani con la superficie della mia pelle. Perciò mi teneva a distanza, congelando tutto ciò che di affettuoso potesse richiedere un rapporto madre e figlia. Con il ghiaccio che interponeva tra di noi alimentava il mio senso di vuoto, di solitudine, di abbandono. Mi sentivo responsabile di quel amore che mi veniva negato. E allo stesso tempo la mia sete di affetto accresceva, non riuscendo a dissetarmi alla sua fonte.

Sfuggii il suo sguardo, ignorandola.

Non avrebbe capito, era chiaro, non voleva mai capire. Per lei l’importante era evitare grane, diverbi, scocciature. Nient’altro.

Strinsi in una mano il peluche e nell’altra la zampetta. Non l’avrebbe riaggiustato lei, non ci avrebbe neanche guardato. Il pensiero più bello che potevo avere in quel momento, arrivò come un piccolo raggio di luce ad illuminarmi i cupi pensieri: sarebbe stata la nonna ad accomodarlo.

Appena arrivammo in casa mi fece togliere il soprabito e il grembiule di scuola, poi si fermò davanti a me e mi prese il viso per fissarmi negli occhi.

“Allora?” incitò a risponderle.

Divincolai il viso dalla sua stretta e la guardai di sotto in su.

“Elisa ha tirato la zampa e l’ha rotta” cercai di giustificarmi, indicando il cagnolino di peluche abbandonato sulla cartella.

“Non voleva litigare, voleva solo giocarci anche lei.” Sentenziò.

Sentii una prevaricazione inaccettabile nei miei confronti, voleva sminuire le mie sensazioni e portare la sua totale indifferenza riguardo l’accaduto a concludere il confronto con me.

Il problema di fondo, con cui mi scontrai, è che la maggior parte degli adulti non riesce ad accettare che anche i bambini possano provare sentimenti complessi ed arrivare a comprendere situazioni e comportamenti dissimulati.

“No! L’ha fatto apposta! Non voleva giocare, solo punzecchiarmi!” urlai, pestando i piedi.

“Maria Celeste fila in camera tua e impara a non rispondere, maleducata!” sibilò mia madre, indicandomi la stanza.

Afferrai la cartella e il peluche e corsi in camera, chiudendomi la porta alle spalle.

Rimasi così, aggrappata al mio cagnolino, seduta sul mio letto, singhiozzante, senza pace.

Le ombre a poco a poco si distesero finché l’unica luce che rischiarava il soffitto della mia cameretta non rimase quella fredda dei lampioni stradali.

La testa mi pesava, le lacrime esaurite avevano seccato le mie morbide guance. Ogni pensiero era scomparso, lasciando la mia mente vuota e dolorante. Mi abbandonai sul mio cuscino, esausta.

Mi svegliò un bagliore. La porta aperta che incorniciava la figura di papà.

Si sedette sul letto e mi prese le mani. Il calore delle sue si diffuse lungo le mie braccia portandomi un tepore benefico in tutto il corpo.

Mi accarezzò la testa, poi sollevò il peluche mutilato.

“Questo si aggiusta, lo sai?” sussurrò con dolcezza.

Sapevo che non avrebbe capito che quello non era il vero problema, che era stato solo la miccia che aveva propagato un malessere più complesso, più profondo. Che aveva acceso in me la presa di coscienza di essere stata vittima di un’ingiustizia, il disagio di sentirmi diversa dagli altri che non mi avrebbe più lasciato.

Ero solo una bambina, sollevare pensieri del genere lo avrebbe sorpreso, destabilizzato ed allontanato da me. Preferii trattenerli e, come sempre, rimanere in silenzio, cercando solo l’affetto di quella carezza.

I giorni a scuola si fecero un po’ più lunghi, mentre in classe riuscivo a concentrare la mia attenzione alle lezioni, durante la ricreazione il mio unico scopo era quello di diventare invisibile agli altri bambini e lo vivevo come un gioco in compagnia di una gracile e solare bimbetta, Sonia, che sembrava potesse rompersi al sol guardarla. Aveva radi capelli biondi e vaporosi che incorniciavano un viso gentile, portava gli occhiali con un occhio incerottato e un orribile apparecchio ortodontico, comunemente chiamato “baffo”. Nessuno la voleva attorno, non era abile nei giochi di squadra e più di una volta, durante la scelta dei compagni, le squadre si completarono escludendola dalle formazioni.

Riuscivo sempre a non essere presente in quei frangenti, il mio rifugio era il più delle volte il bagno, dove anche lei arrivava in lacrime a cercare riparo. Quelle lacrime amare erano anche un po’ le mie. E quando mi trovava tra i rubinetti riusciva a far sorridere quella bocca piena di ferraglia.

Non ammettevo che venisse allontanata, che i bambini la evitassero quando si sedeva sulla panchina, alzandosi, sghignazzando e canzonandola. La vedevo fragile e vulnerabile. Così mi sedevo al suo fianco e facevo di tutto per farla ridere e servendo pan per focaccia a quei piccoli mostri.

“Se ti scappa forte, alzati prima!” urlavo dietro a chi si alzava schifato e lei rideva, riempiendomi i polmoni di commozione. Proteggevo lei, come non mi riusciva a fare per me stessa.

Alcuni pomeriggi li passavamo insieme, mia madre non trovava mai il tempo di potermi accompagnare a casa sua, perciò era Sonia che veniva a giocare da me non appena i suoi genitori potevano portarla in macchina.

Dopo i compiti, passavamo il tempo a giocare con i Mini Pony che portava con sé (e ne aveva di bellissimi), a pasticciare con il Dolce Forno o con i pastelli colorati con Gira la Moda. Aveva una grande manualità, le piaceva dipingere e la sua specialità era disegnarmi sul volto o su parte di esso delle ali di farfalla, come fosse una maschera di carnevale. Queste decorazioni avevano vita breve: non dovevano essere viste da mia madre, perciò non appena le terminava, ci chiudevamo in bagno dove potevo ammirare la sua creatività attraverso lo specchio e poi dovevo cancellarle a malincuore, fissandomele indelebilmente tra i miei ricordi più cari.

Un pomeriggio di inizio Dicembre, mi fece prendere posto al tavolo dove posizionò un foglio bianco e una penna a testa e si sedette di fronte a me.

“Scriviamo le nostre lettere a Babbo Natale” annunciò seria.

La scrutai in volto, stava dando molta importanza al rito che stava per compiere e lo voleva condividere con me. Ne fui enormemente orgogliosa, era come se con quel gesto volesse sancire la nostra Amicizia ed io di Vere Amicizie non ne avevo mai avute fino ad allora. Non mi ero mai fidata di nessuno, presa com’ero dai tentativi di passare inosservata per non venire additata come “strana” agli occhi degli altri bambini. Ed ora lei mi riconosceva la sua Amicizia.

Ci mettemmo a scrivere un piccolo elenco e dopo poco lei alzò la testa e mi chiese se avevo finito. Annuii e per tutta risposta incominciò a leggere la sua lista di giocattoli desiderati. Rimasi sorpresa dal numero e dalla precisione dei nomi elencati. Quando terminò, fissò il suo sguardo in attesa di sentire i miei.

“Ma non avevi detto che volevi anche una Barbie?” chiesi, non avendola sentita nell’elenco.

“Ah, sì, ma sono già tante le mie richieste e non credo che Babbo Natale me le porterà tutte” ammise.

“Leggi la tua di lista” sollecitò.

Presi in mano il mio foglio e strofinai la carta tra le dita con un po’ di imbarazzo.

“Caro Babbo Natale,

    Quest’anno volevo ringraziarti per avermi fatto incontrare Sonia che è diventata mia amica e le voglio bene. Per favore non farle smettere di volermene.

E fai in modo che il mio papà lavori di meno e stia più tempo con me.

Mi piacerebbe ricevere un cane vero, questa volta.

Grazie”

Poi stappai di nuovo la penna e aggiunsi una frase.

“Cosa stai scrivendo?” chiese, allungando il collo sopra il mio foglio.

Alzai gli occhi e le sorrisi complice.

“Ho aggiunto una Barbie, così se me la porta la do a te”.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Monica Piccolo
Quando nel 2018 mi è capitato tra le mani un saggio sulle persone ipersensibili, con stupore ed un bel po’ di inquietudine mi sono vista riflessa in quelle parole. Ho cominciato così ad approfondire quest’argomento, scoprendo a poco a poco me stessa.
Grazie al brevetto di educatore cinofilo conseguito nel 2010 ho inoltre potuto constatare che anche Amèlie, uno dei miei due cani, possiede la mia stessa particolarità. Un mondo ricco di sfumature si è spalancato davanti ai miei occhi.
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