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La stanza dei gigli

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Laura Gaggiano, giovane funzionario del ministero dell’Interno, viene inviata al commissariato di polizia di Voghera per indagare sul presunto suicidio dell’agente Marco Pietrini. L’arrivo in Oltrepò è da subito movimentato: l’incontro di Laura con il commissario Roncalli coincide con il rinvenimento di un cadavere in un casolare abbandonato a Zavattarello. Due casi apparentemente distinti tra loro, ma con un denominatore comune: un’indagine irrisolta di molti anni prima.

Una scia di omicidi accompagnerà il risveglio delle ombre di un passato lontano e doloroso, una matassa che Laura dovrà dipanare con il suo ingegno e le sue capacità investigative, oltre che con l’aiuto di un elemento che finora aveva sottovalutato: il gioco di squadra. 

Capitolo I

10 giugno 2020

«Scusi, ha da accendere?»

«Non fumo» rispose Laura senza alzare la testa dal libro.

Erano passati già tre anni dall’ultima volta che aveva comprato un pacchetto di Marlboro, poteva ritenersi soddisfatta.

Un istante dopo, l’altoparlante che annunciava il treno delle 7:30 per Como richiamò l’attenzione del suo interlocutore, che si precipitò sul binario gettando a terra la sigaretta ancora intatta.

La donna si alzò, chiuse il romanzo che stava leggendo e si avviò verso l’edicola.

«Per favore, il Corriere e La Settimana Enigmistica

«Fanno tre euro e venti centesimi» disse il giornalaio allungandole il sacchetto con gli acquisti.

Laura estrasse il quotidiano: prima pagina dedicata agli attentati terroristici. Talmente frequenti da aver reso le persone avvezze a convivere con la paura. Un po’ di politica nazionale, qualche querelle tra partiti e infine un po’ di cronaca nera.

Finalmente l’annuncio del convoglio delle 7:45 in partenza dal binario sei. La donna gettò il giornale e la rivista nella borsa, e si portò verso la banchina.

Quando la raggiunse, la gente era già stipata in attesa di salire. Odiava viaggiare con i mezzi pubblici, soprattutto carica di bagagli. Per fortuna, il capotreno fu così gentile da aiutarla a issare le due valigie sino in cima alle scale del vagone. Si sedette nel primo posto libero a disposizione e riaprì il libro che si era portata per il viaggio. Il tragitto era breve, ma un paio di capitoli sarebbe riuscita a leggerli.

Continua a leggere

Continua a leggere

«È libero?» la disturbò una voce alle sue spalle.

Laura si limitò a fare cenno di sì con la testa. Non aveva voglia di fare conversazione, l’unica nota piacevole del viaggio su rotaia era rappresentato dal poter leggere in santa pace sullo sfondo dello scorrere della Pianura Padana.

«Dove è diretta?» domandò il vicino di posto.

«Voghera.»

«Allora è fortunata, l’aspetta un viaggio breve…» disse slacciandosi la giacca. La donna non poté non notare che al primo respiro profondo un bottone dell’orrenda camicia a quadri avrebbe potuto staccarsi.

Si limitò a un breve accenno di sorriso e lasciò cadere la conversazione nella speranza che l’uomo si scoraggiasse. Non fu così. Dopo qualche secondo di silenzio ripartì all’attacco.

«Torna a casa?»

Già, quel “panzone” non aveva nessuna voglia di mollare la presa.

«No. Sono di Milano.»

«Viaggia per lavoro?»

«Sì» replicò lei rassegnata.

«E si fermerà molto a Voghera?»

«Non credo questo la riguardi» sbottò scocciata.

«Già… Ha ragione» si scusò l’uomo. «L’Oltrepò è una bella zona. Lei ci è mai stata prima?»

La donna scosse il capo.

«Peccato. Se si ferma a Voghera abbastanza a lungo, non perda l’occasione di visitare le colline. Il buon vino è, da solo, una buona ragione per una gita.»

Dal colore del suo naso doveva essere un intenditore.

«Me ne ricorderò» disse Laura sforzandosi di risultare gentile.

«Ma che maleducato che sono, non mi sono nemmeno presentato» proseguì lui allungando la mano. «Sono Pietro Bellini, geometra in quel di Cava Manara, vicino a Pavia. Lei si chiama…?»

«Laura…» sibilò la donna, stringendo mal volentieri la mano grassoccia e sudaticcia del geometra.

«Piacere, Laura.» Poi, lasciandole la mano, si frugò nelle tasche e ne estrasse un portafoglio strapieno di cartacce. Da quella confusione uscì un cartoncino stropicciato. «Ecco! Le lascio il mio biglietto da visita. Così, dovesse aver bisogno di qualcosa o le servisse una guida per l’Oltrepò, sa come rintracciarmi.»

Difficilmente avrò bisogno di lei, pensò la donna, ma si limitò a un «Grazie».

Il capotreno annunciò la fermata dell’uomo. Lui si alzò e al suo posto rimase solo l’odore di un dopobarba scadente.

Arrivata a destinazione, senza essere riuscita a finire nemmeno un capitolo, Laura scese dal treno. Il giorno prima, il suo capo le aveva dato un biglietto con il nome del suo contatto su Voghera, ma spulciando nella borsa non riuscì a trovarlo. Niente, sparito. Maledetto vizio di scaraventarci dentro le cose.

Decise di approfittarne per un caffè nel bar di fronte alla stazione. Le serviva un appoggio dove analizzare il contenuto della sua sacca con calma. A fatica trascinò le due valigie sino al primo tavolino libero. Nonostante i numerosi viaggi, non aveva ancora imparato a razionalizzare il contenuto dei suoi bagagli. Il “non si sa mai, potrebbe servire” era la vocina che l’accompagnava mentre sceglieva dall’armadio un golfino di lana nel mese di giugno.

Fuori dal locale, solo qualche impiegato in attesa di andare in ufficio e un paio di ragazzini vocianti che sembravano intenzionati a bigiare la scuola, magari approfittando di un treno per la Liguria. Data la calda temperatura di quei giorni, anche Laura, come i ragazzini, avrebbe preferito restare sul treno e proseguire fino al mare. Una giornata perfetta per un bel bagno rigenerante.

I suoi pensieri furono interrotti dalla barista. Una giovane in jeans strappati e sorriso smagliante.

«Cosa le porto, signora?»

«Un caffè, grazie.»

Con calma estrasse il contenuto della borsa e lo depose sul tavolino. Vecchi biglietti della metro, pieghevoli di una mostra, forcine per capelli, fazzolettini di carta, raccolta punti del supermercato, borsellino, smartphone, Cronache del ghiaccio e del fuoco e un accendino. Ecco, pensò, stamattina avrei potuto fargli accendere.

Ma niente biglietto. Poi le si accese una lampadina, aprì il portafoglio e trovò il post-it stropicciato con il recapito del suo contatto. Compose il numero al volo.

«Bianchi?»

«Sì, signora, sono io, è…» la linea era disturbata.

«Bianchi, sono in stazione. L’aspetto al bar appena fuori dall’ingresso principale.»

«Sto arr… arrivando…»

Linea interrotta. Approfittò dell’attesa per occuparsi delle pulizie di primavera della sua shopper rosso fuoco, regalo di Natale della mamma, nonché unico tocco di colore di tutto il suo outfit. Raccolse le cartacce in un mucchietto e le gettò nel cestino.

Trascorsi dieci minuti, vide una Punto blu parcheggiare davanti al bar. Il suo autista era arrivato. Sceso dall’auto, corse a salutarla. L’ultima volta che si erano visti, lei fumava ancora, quindi erano passati almeno tre anni. L’aiutò a caricare le valigie nel baule. Bianchi era un uomo sulla quarantina, non molto alto e un po’ sovrappeso. Gentile nei modi e sempre disponibile. Si erano conosciuti per lavoro, ma come succede spesso, le promesse di restare in contatto erano state disattese.

«Come sta, Laura? Tutto bene il viaggio?» chiese abbassando il volume della radio.

«Bene, grazie. È stato un viaggetto breve. In realtà non ci sarebbe nemmeno stato il bisogno che mi trasferissi qui.»

«Come sta sua madre?»

«Sempre in forma. In questo momento è in crociera ai Caraibi. Dice che il sole e il caldo le fanno bene alle ossa» rispose Laura cercando nella borsa il cellulare che nel frattempo si era messo a squillare. «Mannaggia» disse. «Quando finalmente lo trovi, smette di suonare. Era l’ufficio.»

«Vuole che l’accompagni subito al lavoro o preferisce prima passare a lasciare i bagagli?»

«Se non le spiace, Bianchi, preferirei passare prima da casa. Poi, se non ha tempo di aspettarmi, raggiungo da sola l’ufficio, più tardi.»

«L’aiuto volentieri, ne approfitto per vedere se in casa funziona tutto. È chiusa da anni, è meglio controllare.»

Laura gliene fu grata.

Di epoca romana, Voghera era una cittadina ai piedi delle colline, divisa tra il Pavese, l’Alessandrino e il Piacentino; a quell’ora del mattino sembrava una vecchia signora sonnecchiante. Laura aveva mentito a Bellini, conosceva bene la sua meta, ricordava ancora il mercato nella piazza del Duomo e i suoi negozietti riparati sotto i portici, il tè con i biscotti nella pasticceria di via Emilia e la biblioteca Ricottiana dove sua nonna la portava a scegliere i libri per l’estate.

Giunta a destinazione, scaricò i bagagli e salì le scale in pietra di un palazzo liberty nei pressi del dismesso Tribunale.

L’appartamento al primo piano era la sua nuova casa.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Ilaria Bono
Nata a Voghera nel 1982, dopo aver conseguito la maturità scientifica e la laurea in Giurisprudenza, si dedica alla professione legale. È da sempre appassionata del genere noir, dalle ambientazioni realistiche degli autori italiani come Giorgio Scerbanenco e Sandrone Dazieri, alle atmosfere cupe degli autori francesi come Fred Vargas. Nel 2015 frequenta un corso di scrittura creativa a cui segue la raccolta Supermarket di racconti al neon. Nel 2016 partecipa al concorso letterario “Città di Casteggio”, vincendo con il racconto noir "L’appartamento 4b".
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