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La Stella di Niamh

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Consegna prevista Gennaio 2025
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All’ombra del monte Vom e al confine con la misteriosa foresta bianca di Oran, sorge l’affascinante cittadella di Wynnegard.
All’interno delle sue mura, un dinoccolato adolescente di nome Liam si arrangia come può, vivendo alla giornata. Del suo passato sa solo che ha perso i genitori quand’era ancora in fasce, e del suo futuro non sembra importargli troppo.
Un giorno come tanti, correndo a perdifiato per evitare qualche sonora frustata, si ritroverà faccia a faccia con un essere piuttosto strano, piccolo, rachitico, di certo non umano. Scoprirà dell’esistenza di un mondo sotterraneo in cui il male ribolle come magma incandescente, alimentato dalla sete di vendetta…

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato a scrivere questo romanzo con l’idea di farlo leggere, un giorno, ai miei figli Riccardo e Francesca. L’ho scritto per veicolare, per il tramite di un racconto “fantastico”, un potente messaggio di fiducia nei giovani. Per dire loro che la voglia di autodeterminarsi è in grado di infrangere qualunque limite imposto dalla vita. Per rassicurarli sul fatto che capita a tutti di sentirsi inadeguati, ma che non significa esserlo per davvero.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Kieran: – Fermati! Piccolo ladruncolo! –

Liam aveva gli occhi fuori dalle orbite, l’adrenalina gli scorreva nelle vene e lo faceva correre come se fosse stato inseguito da un demone. E, in effetti, Kieran il contadino, quello a cui Liam aveva appena rubato una splendida e succosa arancia, aveva proprio l’aspetto di un demone. La pelle nera come gli inferi era dura, seccata dal sole. La bocca, povera di denti, si contorceva in smorfie ripugnanti.

In paese lo chiamavano “l’Orco”, ma a lui quel soprannome non andava troppo a genio.

Gli occhi iniettati di sangue dell’Orco erano incollati alla schiena del furfantello che stringeva al petto quella maledetta arancia.

Liam aveva il fiato corto e le gambe, piuttosto esili per la sua età, stavano per cedere in preda ai crampi. L’Orco l’avrebbe preso e sarebbero stati guai.

Quell’orribile soprannome non era dovuto soltanto all’aspetto, Kieran era un bruto, uno di quelli che trovano divertenti le frustate.

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La grande porta di Wynnegard era sempre più vicina e oltre le mura c’era la strada del regno, una lunga lingua di pietre irregolari che si perdeva all'orizzonte.

L'Orco era più veloce di lui e l'avrebbe raggiunto in pochi istanti.

Wynnegard era una città isolata, a diversi giorni di cammino da qualunque altra abitazione o rifugio. Una stella lucente nell'immensità delle tenebre, collegata al resto delle terre conosciute da una sola lunghissima strada.

Partendo dalla città, questa tortuosa lingua di terra costeggiava a sinistra le pendici del monte Vom, una interminabile barriera di rocce calcaree dalle quali sgorgava un'acqua purissima, quella con cui si dissetavano i cittadini di Wynnegard.

A destra, invece, la strada delimitava il confine con la grande foresta bianca di Oran, un luogo proibito agli uomini, figurarsi ad un ragazzino.

La foresta era un fitto e impenetrabile groviglio di alberi bianchi di cui non si scorgeva la fine. Si raccontavano storie su quegli alberi, terribili leggende.

Si diceva che quel bosco fosse un luogo sacro e al tempo stesso infernale.

Tra le pallide fronde, si diceva, si celavano creature non appartenenti al genere umano, esseri antichissimi e soprannaturali, confinati chissà quanti secoli addietro nella foresta bianca, affinché fossero imprigionati dalla sua luce.

Pochi metri e Liam avrebbe terminato la sua corsa, non aveva scampo. Davanti a sé la foresta di Oran, alle spalle l’Orco.

Kieran si avvicinava camminando lentamente, come il boia che raggiunge sul patibolo il condannato a morte.

Si sarebbe potuto dire che l'Orco stesse sorridendo, se ciò che era stampato sulla sua faccia si fosse potuto definire “sorriso”.

Kieran: – È finita ragazzino. Ora vedrai cosa succede a chi ruba la merce di Kieran –

Liam si girò di scatto, era pietrificato, i suoi occhi continuavano a cercare disperatamente una via di fuga, ma non poté fare a meno di fissare il suo carnefice.

Era abituato alle botte Liam, un ladruncolo ne prende tante. Ma l’Orco, lui non si sarebbe limitato a picchiarlo.

Kieran era sempre più vicino, non aveva fretta, pregustava la violenza che di lì a poco avrebbe scatenato.

Liam indietreggiava lentamente, ad ogni passo in avanti dell’Orco lui ne faceva due indietro. Raggiunse presto il confine. Un pallido cespuglio gli accarezzò la nuca regalandogli un brivido fresco. Era spacciato, a meno che…

L’idea peggiore che potesse balenare nella sua mente. Un barlume nello sguardo, l’Orco colse le sue intenzioni e scattò verso di lui, ma dovette arrestarsi.

Liam era già oltre il cespuglio e lui lì non avrebbe messo piede per nessuna ragione al mondo.

Kieran: – Non hai il coraggio di affrontarmi piccolo furfante, ma hai il fegato di entrare lì dentro. Scegli una condanna a morte piuttosto che una decina di frustate. Lo sai cosa si nasconde nella foresta di Oran? Non sei coraggioso, sei solo stupido. –

Liam: – Magari in questa foresta vive l’orco che mi ucciderà. Scommetto che è comunque più attraente di te. –

Kieran digrignò quei pochi denti che gli erano rimasti emettendo un suono a metà tra un urlo e un ringhio rabbioso. Ma i suoi occhi erano stranamente spaventati. La foresta bianca, evidentemente, gli faceva davvero paura.

Liam voltò le spalle al nemico e si addentrò tra gli alberi candidi con l’aria di chi ha appena commesso il più grande errore della sua vita e sa di non poter tornare indietro.

L’Orco non potè far altro che osservare, inerte, la schiena di quel ragazzino magro e dall’aria stanca che ciondolava procedendo nella foresta, vestito solo da una malconcia tunica di cotone, legata in vita da una cinta di cuoio, lo stesso di cui erano fatti gli usurati sandali che calzava.

I capelli corti e bruni di Liam incorniciavano il suo viso ancora adolescenziale e dai lineamenti dolci. Gli occhi scuri e profondi spiccavano a contrasto con la pelle molto chiara ed erano contornati da occhiaie che tradivano un profondo affaticamento dovuto alla fuga.

Era piuttosto alto per i suoi quindici anni ma, se non fosse stato per l’altezza, avrebbe senz’altro dimostrato due o tre anni in meno.

La vecchia Treasa, la donna che l’aveva cresciuto dopo la morte dei suoi genitori, gliene aveva raccontate tante di storie sulla foresta di Oran, quasi tutte spaventose a dire il vero, ma non proprio tutte. Di certo gli aveva sempre proibito di metterci piede. Chi in passato aveva osato farlo, si diceva l’avesse pagata cara.

Ripensando a quelle storie Liam sentì una goccia di sudore gelido scorrergli dalla nuca lungo la schiena. Un altro brivido, qualcosa di troppo inusuale nella calda estate di Wynnegard.

Gli alberi sembravano sempre più grandi man mano che procedeva addentrandosi nella foresta di Oran. Più alti, più imponenti, ma meno fitti.

I raggi del sole non erano in grado di penetrare quelle chiome così sature di foglie, ma la luce non mancava di certo. Era come se tronchi, rami, persino l’erba, emettessero un bagliore proprio, sufficiente ad illuminare la foresta da ogni direzione.

Liam dimenticò le storie della vecchia Treasa, si sentiva al sicuro in quel luogo. Dopotutto, come poteva essere pericoloso un posto così bello?

Camminò a lungo senza una direzione precisa, senza un punto di riferimento, senza un sentiero da poter seguire.

Ad un certo punto, gli alberi si fecero più distanti tra loro lasciando spazio a una vera e propria radura.

E fu proprio lì che lo vide.

Un essere piccolo di statura, non raggiungeva i settanta centimetri, vestito d'una tunica di cuoio scuro, rachitico, ingobbito, era appoggiato a quello che sembrava essere un grosso piccone in ferro battuto. Sulle spalle aveva un enorme sacco di liuta, pieno zeppo di chissà cosa e decisamente sproporzionato rispetto alla sua esile figura.

Era visibilmente stremato e, con ogni probabilità, si stava concedendo una breve pausa prima di riprendere chissà quale faticosa mansione.

Sembrava innocuo, doveva esserlo.

Liam decise di avvicinarsi a lui ma bastò un passo, un impercettibile spostamento d’aria e l’essere si voltò di scatto verso il ragazzo.

Liam lo osservò bene in volto, non era umano.

Aveva due occhi neri enormi e rotondi, una bocca e un naso minuscoli e il cranio, non abbastanza sviluppato, era completamente glabro.

Il minuscolo essere emise un grido stridulo contorcendo il viso in un’espressione demoniaca che fece raggelare il sangue del ragazzo.

Liam si pentì istantaneamente della sua scelta, le frustate dell’Orco sarebbero state cento volte meglio. Quella creatura l’avrebbe certamente massacrato di lì a poco.

E invece, l’essere si girò di scatto e con una velocità sovrumana prese a correre furiosamente verso il tronco di un gigantesco albero dalle fronde bianche. Sembrava volesse sfondarlo con la testa ma, quando fu prossimo alla corteccia, quella si spalancò all’istante lasciandolo entrare in un oscuro tunnel che si sviluppava verso il basso, poi, quando la creatura fu entrata, si richiuse con altrettanta fretta.

Ci volle qualche secondo prima che Liam riordinasse le idee, poi si avvicinò cautamente all’albero e la vide: un’imponente porta di legno che sembrava scolpita all’interno del tronco. Non aveva maniglie, né serrature, ma si riuscivano chiaramente a distinguere i contorni di una porta e dietro di essa, pensò, si nascondeva tutto ciò che aveva ascoltato nelle storie della vecchia Treasa.

2024-04-09

Aggiornamento

Un immenso GRAZIE, solo questo. Sono senza parole e la cosa, in effetti, non è un buon segno per l’autore di un romanzo, ma tant’è. Abbiamo disintegrato il muro dei 200 pre-ordini in soli 6 giorni e quindi, grazie a voi, è successo qualcosa di magico: il romanzo verrà pubblicato! La sola idea di vederlo sugli scaffali delle librerie mi solleva di peso e mi fa vivere in sospensione, ad almeno dieci centimetri da terra (forse è per questo che si parla di “sostenitori”🤔). Ora viene il bello. La partenza è stata bruciante e abbiamo già stravinto la prima sfida, ma questo è un triathlon. Sulla prossima bandiera a scacchi il numero stampato è 250. Non chiedo altro se non di continuare a “sostenermi”. Grazie di tutto Vittorio

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Vittorio Maria Pelliccioni
Mi chiamo Vittorio, classe '88, orgoglioso pugliese trasferito al nord subito dopo il liceo. Di giorno interpreto un noioso avvocato della city milanese ma, quando sopraggiunge l'oscurità, mi rivelo al mondo come tenebroso autore di romanzi. Che siano libri, film o videogames, da sempre mi affascina tutto ciò che è "fantastico" e da anni mi diverto a confinare la mia immaginazione tra le pagine dei miei scritti. Mi rivolgo principalmente ai ragazzi, ai giovani, verso cui nutro sconfinata simpatia e su cui riverso ogni speranza di rivalsa sociale. Poiché sono certo che non vi sia nessun altro, al di fuori dei giovani, in cui valga la pena riporre tutta la fiducia del mondo.
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