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La traiettoria della redenzione

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Si raccontano tante storie sul Far West, tra fuorilegge, risse al saloon e cavalcate verso l’orizzonte. Però quelle sono storie: solo il Far West conosce davvero gli avvenimenti e le persone invischiate. Come la leggenda di PocaLuce Miller, il bandito a capo dei Perdidos con gli occhi sempre coperti da una benda, o quella di Condanna, la bounty killer che non incassa mai le taglie. O la leggenda del loro scontro, un duello destinato a scavare nella fragilità delle nostre certezze.

Rinascita, dolore, amori seccati al sole e il desiderio di sfidare l’ultima pallottola, destinata alla nostra traiettoria della redenzione: il Far West racconta di un tempo che fu il nostro, un tempo che fingiamo di non conoscere.

PROLOGO

Quando il vento scende in picchiata per farmi il contropelo, buona parte dei ricordi si sparpaglia per la prateria.

Quando la pioggia mi risciacqua le ferite fa scivolare chissà dove storie che invece avrebbe potuto nutrire: non rimangono che strati e strati di sudiciume affogati dalla vigliaccheria, impregnati di niente, di parole non dette.

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Non rimangono che grumi di oblio: se provo a raccontare le gesta dei miei figli la sedia scricchiola, la carabina si inceppa, il sigaro si sfalda.

Forse non ne vale la pena: i miei figli sono solo parole, sillabe sputazzate a terra in attesa che si accendano le luci del saloon.

Eppure ne avrei di storie! Di tutti i tipi! Tragiche, come quando la giovane Evelyna Williams si impiccò al ramo più alto nella tenuta dei Lawyer, proprio sotto la finestra del primogenito Alfred, il vigliacco che l’aveva abbandonata all’ottavo mese di gravidanza; o quella di Mister Vaiolo, che decise di prendersi una vacanza nella contea di Primiera Brisa e si presentò vestito a lutto in tempo per assistere all’inaugurazione della scuola.

Tragiche, ironiche, ridicole: inconsistenti, perlopiù.

E poi be’, e poi ci sono loro due: Condanna e Pocaluce Miller, i miei figli prediletti.

Parlare di loro significa oliare le inferriate della leggenda, ricordo che una volta…

Oh, al diavolo, che cosa sto aspettando?

Se c’è una storia degna di essere raccontata è proprio quella del loro scontro: la storia della silenziosa cacciatrice di taglie che non riscuote la ricompensa e del fuorilegge che lascia una poesia dentro ogni cassaforte derubata.

È grazie a storie come questa che io esisto.

Come dite? La conoscete già?

Forse non ci siamo capiti: gli altri inventano, mentre io so.

Io sono il dolore che ammutolisce Condanna, io sono il coltello che Pocaluce Miller brandisce.

Io sono il Far West.

Zitti adesso. E aprite bene le orecchie che si comincia.

ALLA LUCE DEL SOLE

Il Reverendo Arthur George Nequey,

il Pastore Bronson,

lo Stregone Tawookie Alexandro D. Dahù Indomabile,

il Primo Uomo della Comunità dei Primi Uomini,

il Predicatore McFarland,

lo Sciamano Kalilak,

il Sacerdote Robbins.

Ebbene, che cosa mai li accomuna? Un bel niente, eccetto la frase che conclude i loro soliloqui: “Andate in pace, fratelli e sorelle! Che Iddio – o chi per esso – vi protegga dall’alcol, dal peccato e da quell’incubo notturno che è Pocaluce Miller”.

Alla lista mancano i tutori della legge. Non li ho dimenticati per cattiveria, è che sono dannatamente noiosi. In confronto a loro perfino quella lagna di Geena Lacrimosa risulta uno spasso. Giocano a fare i portatori dell’ordine, ma alla funzione della domenica non tolgono il cappello, si mettono a tossire o a fare gli starnuti per evitare il segno di pace. Non immischiatevi nelle loro faccende, statemi a sentire, ma se proprio volete domandare qualche consiglio di sopravvivenza allora preparatevi a ricevere due regole:

“Evitate di viaggiare, anche di giorno. Se siete costretti, ricordate di depositare da noi gli oggetti di valore.”

“Tenete sempre in casa un’arma carica per eliminare voi e la vostra famiglia. Se i Perdidos di Pocaluce Miller attaccano la città è il modo migliore per andarsene.”

E questo è quanto.

Come avrete già intuito, se mi prendo la briga di raccontare le sue gesta è perché ho scoperto cosucce parecchio interessanti, grattando la pelle secca delle dicerie. Pocaluce Miller non è né il fuorilegge sadico quale appare alla luce del sole, né l’incubo informe che rende più gelide le notti. Pocaluce è altro, è il pericolo incarnato, è un nome da pronunciare sottovoce. Sottovoce, e alla luce del giorno.

Per dirla come quei buontemponi di Goldpot: “Rivolta una banca e avrai un prete, rivolta un prete e avrai il whiskey, rivolta il whiskey e avrai sventura”.

Indovinate cosa avrete una volta rivoltata la sventura?

Shhh! Mi raccomando, sottovoce…

Dunque, osservate questa scena: le montagne allungano le ombre sulla prateria e il sole, oramai a fine turno, sta programmando la serata. A guastare la quiete del picco di Saramago, l’ultimo covo dei Perdidos, dei puntini nervosi: se guardate meglio, distinguerete sette uomini.

Come vi ho detto, altrettanto sfocato è il ritratto che la gente fornisce di Pocaluce Miller: ma io sono qui apposta, no?

Miller è sui trentacinque-quaranta anni, pancia piatta da fuorilegge in fuga, senza barba. I capelli – neri, nerissimi, che sembrano immuni al passare delle stagioni – vengono rasati ogni mattina, “Così solo le idee che vogliono davvero sopravvivere si sforzano per rimanere nel cranio, le altre che si sperdano col vento”. O almeno così dice lui.

Ha una cicatrice a forma di O sull’avambraccio destro, ricordo di una lotta con due puma. Ci tengo a precisare che erano due, anche se la poesia lasciata nella cassaforte dopo la rapina a Richweed ha generato un’altra interpretazione per via dei versi:

Non c’è speranza se vivi in sottrazione

L’oro è mattanza, al soldo del padrone

Tre sono i puma fra te e la ribellione

Due sono bestie, il terzo è l’illusione.

Lo so, è una precisazione inutile, ma preferisco avere fin dapprincipio l’esclusiva sulle inesattezze.

Che altro c’è rimasto? Non è il più alto della banda, ma comunque deve chinarsi per entrare nel covo. Benji Suarez invece potrebbe anche accennare un saltello e neppure così sfiorerebbe il soffitto. E questo spiega le battutacce di Yellowboy quando con la banda incrociano il cammino di giovani mandriane: «Sposane una, magari con mezzo metro di corna ti sentirai alto come noi».

Sì, le risse si accendono più in fretta dei candelotti di James Dynamite, ma è tutta finzione: i Perdidos sono una famiglia allargata, cinque dannati che hanno vissuto senza uno scopo fino a incontrare lui, il fratello maggiore, l’uomo-demone che ha corrotto il Far West nell’istante in cui Iddio, esausto da sei giorni di Creazione, s’è deciso a socchiudere l’occhio.

Un’ultima cosa prima di tornare ai sette lassù: a volte nel racconto mi capiterà di usare verbi come vedere guardare osservare mirare scrutare, ma nel caso di Pocaluce Miller il concetto di vista va ben oltre il puro esercizio di aprire e chiudere le palpebre. La benda sugli occhi può trarre in inganno: ci vede benissimo, ma preferisce tenere a riposo il più possibile i suoi occhi bicolori, per – parole sue – “Ricalibrare i sensi fino a sentire il battito, la voce e la luce del Far West”.

Vede tutto, davvero.

Volete un esempio?

Guardate lo spazio sterrato attorno al covo, accanto a una delle entrate. Pocaluce è in piedi, mani sui fianchi e benda sugli occhi, eppure quando dice «Lì» e «Là» i due compari inseparabili – James Dynamite e George Michael Jackson – iniziano a scavare proprio dove indicato, senza spostarsi di un passo. Pocaluce se ne accorgerebbe.

Eccoci quindi di fronte a quel magnifico panorama – non sono mica di parte! – che offre il picco di Saramago. Ci sarà tempo per descriverlo meglio: è più importante che ora vi presenti i protagonisti, non vi pare?

Pocaluce Miller è in piedi, dirige il lavoro.

James Dynamite e George Michael Jackson ritagliano rettangoli di terra, senza preoccuparsi di scavare troppo a fondo.

Benji Suarez è a due passi da Pocaluce, intento a ravvivare i suoi coltelli: di tanto in tanto guarda il fratello maggiore, gli domanda «Vero che ne lascerai un po’ anche a me?».

Lampo Jones se ne sta in disparte, all’interno del covo, disteso in diagonale tra la sua brandina e quella di Benji; ronfa, ma se venisse svegliato direbbe pressappoco: “Riposo i pugni”. Procurategli una rissa, qualche cranio da frantumare, e lo vedrete sorridere; ditegli che c’è da discutere strategie, da torturare uno sceriffo, e insomma, come dire: non è che non vuole, ma lo sbadiglio…

Donald Nebraska, noto come Yellowboy, è seduto a gambe incrociate accanto al bottino, pronto per suddividerlo in sei parti uguali. Il suo sogno è aprire un’armeria dove terrà solo modelli di Yellow Boy, originali o assemblati da lui. Certo, ha sentito che nelle metropoli al di là delle terre selvagge vendono prodotti fucili più pratici e capienti, ma lui ha giurato fedeltà al suo primo fucile.

Questa è dunque la banda al completo.

Per quanto riguarda il settimo individuo – lo sceriffo di San Genesio de la Frontera, George McAnthony – lo trovate legato a un cactus, cinque passi alla sinistra di Pocaluce, a metà strada tra l’entrata del covo e lo scavo di James Dynamite.

Fra tutti è il meno loquace, ma c’è da capirlo, con un bavaglio pieno di terra che gli riempie la bocca e col continuo «Se urli ti taglio la gola» che quel mattacchione di Suarez scandisce a intermittenza mentre affila le lame.

Gli occhi castani dello sceriffo, due palle che premono per fuggire dal volto, guardano a turno ognuno dei fuorilegge alla ricerca di una salvezza impossibile.

«Destra o sinistra?» Pocaluce si avvicina, gli slega il bavaglio.

Il rapito tossisce terra e saliva, non riesce a prendere fiato con regolarità.

«Decido io, allora. Destra, il panorama è migliore. Soprattutto in questo periodo: la primavera da quassù è ipnotica, non trovi? È uno scorpione che scodinzola alla luna. Ah, James, ci pensi tu?»

Dynamite fa sì con la testa, rientra nel covo per tornare in seguito alla buca di sinistra – quella che ha scavato – con tre sacchi.

I sacchi si svuotano, la buca si riempie di teste, braccia, gambe e altre membra sparpagliate.

Pocaluce accarezza la fronte dello sceriffo, asciuga il sudore. «Li hai mai allenati? I tuoi vice non sono riusciti a sparare neppure una volta.»

Chiede in prestito il coltello da caccia di Benji, preme con la punta sul mento dello sceriffo, scendendo lungo la trachea. L’ostaggio deglutisce, riesce a balbettare un «Pa-pa-pazzo».

Benji ride, ricorda al fratello maggiore che un po’ di divertimento toccherà anche a lui, glielo ha promesso.

Pocaluce annuisce, senza voltarsi, dopodiché abbassa la benda.

Come dire: inizia lo spettacolo.

«Sbrighiamoci. Manca poco al tramonto e ci sono cose che bisogna fare alla luce del sole.»

Pocaluce osserva il luccichio della lama. «Pazzo, dici? Pensi che sia divertente, che nessuno di noi vorrebbe trascorrere la notte altrove? Il fatto è che, mio caro e dolce sceriffo, ci dev’essere pure qualcuno che si fa carico di certi lavori.»

Affonda con entrambe le mani il coltello nella clavicola destra della vittima. Mezza lama sparisce; quando la ritrae una bolla di sangue scoppietta, inzuppandogli i polsi.

Lo sceriffo urla e piega la testa in avanti, Benji lo schiaffeggia per impedirgli di svenire. «Non t’azzardare!»

McAnthony ansima, dalla ferita il sangue continua a scendere lungo il braccio, gocce che aprono una via, rallentano, vengono coperte e superate da altre gocce.

«Sopporta, sopporta… non hai mai fatto altro, non è così? Hai sopportato una vita intera. Hai sopportato mentre la tua stella ti dava la forza per dire agli altri cosa fare, cosa è giusto e cosa sbagliato. Hai sopportato la miseria della tua gente, dico bene? Sai chi siamo. Sai anche che quest’uomo – Pocaluce indica George Michael Jackson, il quale strizza l’occhio verso lo sceriffo – ha scoperto la tua bravura, dice che sei un maestro di sopportazione. Hai sopportato chi ti pagava sottobanco per violentare le figlie del Reverendo, hai sopportato le lamentele delle famiglie quando tu e i tuoi vice rubavate i risparmi e gli stalloni più belli, hai sopportato i federali quando ti hanno dato la stella ricordandoti che “Ora puoi fare quello che vuoi, fino a nostro nuovo ordine.” Povero piccolo sceriffucciolo, quanto hai dovuto sopportare! E per cosa? Per sopportare la vista dei tuoi vice fatti a pezzi, per sopportare una morte che non sarà indolore.»

Pocaluce gli incide la fronte, spinge fino a sentire il cranio; Benji blocca la mandibola dello sceriffo impedendogli di gridare mentre Pocaluce, una mano sul coltello e l’altra a mantenere in trazione il cuoio capelluto, straaappa lo scalpo. Con la lama raschia i grumi di sangue per scoprirne il rosa pallido della carne, dopodiché lo getta insieme ai resti dei vice.

Suarez allenta la presa, lo sceriffo sente il sangue seccarsi in faccia, nelle narici, sulle labbra: lo shock e il dolore non gli permettono di maledire il torturatore. Detto tra noi: ha senso maledire un demone?

Pocaluce indietreggia di due passi, con l’indice si sostiene il mento mentre osserva la sua creazione che prende forma.

McAnthony prova a non piangere, senza successo: il cranio gli prude, il continuo pulsare in testa si fa sempre più forte. «Bastardo, vedrai che…»

Il sangue in bocca lo costringe a tossire.

Pocaluce raccoglie un pugno di terriccio e lo passa sulla lama appiccicosa, rende il coltello a Benji. La benda copre di nuovo gli occhi. «Ti credi superiore, vero? Ti credi nel giusto? Dalla parte dei buoni? Ti credi necessario?» Pocaluce è adesso di fronte allo sceriffo e con le mani gli regge la testa che penzola in avanti. «Io sono necessario. Io sono il Male. Non è la stella che porti a tenere a bada gli istinti della gente. Sono io. Io sono la paura, ed è la paura che comanda.»

Pocaluce si dirige verso la fossa.

«Come ti dicevo, ti ho lasciato la visuale migliore. C’è una distesa di papaveri gialli, oltre il fiume. Bellissima, bellissima. A volte mi ci perdo, lì nel mezzo. Questa terra è una poesia in continuo divenire. È solo un consiglio, certo, però credo che morire guardando un campo di papaveri al tramonto sia meno doloroso.»

Benji è di tutt’altro avviso, e per rimarcare che sarà lui a finire lo sceriffo stringe la corda, ridacchiando quando sente le spine del cactus penetrare nella schiena. Lo sceriffo ha un sussulto; quello che invece gli manca è la forza di urlare.

«Braccia, teste… questa notte puma e coyote faranno baldoria.» Pocaluce passeggia in circolo sopra le membra. «Perlomeno da cadavere sarai utile. Il Far West ci sorprende ogni giorno, a volte concede persino una seconda possibilità. Povero, povero sceriffucciolo… cos’è che hai detto? “Vedrai che?” Il problema,» coi polpastrelli spolvera la benda «è che siete ciechi, ciechi, ma continuate a vedere troppo.»

Suarez aspetta la fine del discorso: si sente ispirato da quelle parole, tanto che prima di recidere la vittima da spalla a spalla per scuoiarla ha l’idea di recuperare il distintivo e conficcargli una punta nell’occhio sinistro, premendo fino a far collassare il bulbo.

Vi risparmio le azioni successive.

Con il calare delle tenebre svanisce l’interesse di Pocaluce per lo sceriffo. Si ritira nel covo, in silenzio. È l’ora in cui il buio torna a ricordargli chi era: l’immagine che lo aspetta sotto la benda è quella ricorrente di lui bambino che a notte fonda si intrufola nella tenuta dove nascondono gli infetti, raggiunge il letto della madre e, senza preoccuparsi del vaiolo, le racconta cos’ha imparato a scuola, cercandole negli occhi quelle carezze che le mani amputate dal morbo non possono più dargli.

 

Non c’è benda che ripari dai ricordi.

2021-03-18

Aggiornamento

NOTE SULLA STESURA DEL ROMANZO. Scrivere è fare a botte. La traiettoria della redenzione mi ha costretto a un estenuante combattimento con il linguaggio, nel tentativo di mettere alle corde la voce sgusciante del Far West. Sono consapevole – e lo ero anche prima di iniziare con la stesura del romanzo, ci mancherebbe – che sfidare il linguaggio è una impresa al limite della follia, che nella migliore delle possibilità posso tutt'al più strappare un pareggio ai punti. Non importa: era – è, sarà – mio dovere rimanere in piedi. Dovere, sì. Il dovere di ChiScrive risiede nel tacito patto con ChiLegge: “Abbandonati tra le pieghe di questo mondo, non troverai parole o immagini innocue.” Scrivere è roba da equilibristi. In ogni romanzo esiste un filo che unisce ChiScrive e ChiLegge; compito del romanzo è raggiungere ChiLegge percorrendo quel filo, unico modo per superare il precipizio dell'incomprensione. Sì, il filo in questione è fatto di parole, parole che ChiScrive utilizza per creare il mondo all'interno del romanzo. E qui sta la fatica: se ChiLegge reputa quelle parole approssimative, inesatte, superficiali, deboli o prive di conflitto, il filo si spezza, il romanzo precipita, lo sguardo di ChiLegge volge altrove. La voce del Far West ha voluto fin dalla prima pagina mostrare che se esiste davvero un equilibrio, beh, questo non è altro che la somma di infiniti squilibri. Una voce burbera, talvolta sbrigativa e inconcludente, ma essenziale per portarci al silenzio che merita una buona storia. Dico portarci perché la stesura del romanzo mi ha visto parte non sempre attiva: sono convinto che la leggenda di PocaLuce Miller e Condanna sia stata scritta attraverso me, non grazie a me. O meglio: è stata scritta per ChiLegge. Per quanto mi riguarda, questo romanzo ha smesso di “essere mio” dall'istante successivo al punto finale. I romanzi appartengono a chi li legge. Con La traiettoria della redenzione ho scritto la Ballata del caos, ma sta al lettore improvvisare il ritmo e i passi. Insomma: questo romanzo è pericoloso, quasi quanto te.

Commenti

  1. Eva Battiston

    (proprietario verificato)

    Quando un autore è bravo lo noti anche se scrive storie che esulano dalla tua confort zone. E questo è successo a me. Mi sono appassionata alla storia di Pocaluce e Condanna grazie allo stile scorrevole, ma ricco di metafore e similitudini davvero ben riuscite, perfettamente calate nell’epoca e nell’atmosfera.
    Il Far West si respira fin dalle primissime righe, concreto, e il lettore si trova catapultato lì.
    E il narratore? Inizialmente temevo non mi sarebbe piaciuto, che fosse uno di quelli esterni e petulanti che esistono solo per inondarti di informazioni. Niente di tutto questo: a raccontare la storia è un narratore specialissimo: il Far West stesso. E ha una voce tagliente e non priva di ironia che lo rende un personaggio a tutti gli effetti. Credo sia stata una scelta vincente, perché le scene che disegna prendono vita davanti al lettore.
    In conclusione: se vi piacciono i romanzi ben scritti non resterete delusi. Se poi amate l’atmosfera del Selvaggio West, qui vi troverete proprio a casa.
    E vi consiglio di non ignorare le note: sono scorci di vita, creano un mosaico di storie che arricchiscono la lettura.

  2. Michele Rampazzo

    (proprietario verificato)

    “Non c’è un favorito fra chi si prosciuga col silenzio e chi si annacqua di parole.”
    Questa è la sfida che promette La traiettoria della redenzione. PocaLuce e Condanna rappresentano molto più delle due facce del selvaggio West, che è allo stesso tempo narratore, con la sua voce e il suo stile (questo l’ho trovato geniale) ed espediente narrativo.
    L’autore dice che scrivere questo libro è stata una lotta con il linguaggio: credo che se la sia cavata egregiamente. La storia è coinvolgente, spassosa e drammatica nei punti giusti. Consigliato!

  3. (proprietario verificato)

    Questo libro mi ha trasportata in un mondo fuori dal tempo; la trama è avvincente, i personaggi spettacolari, il finale epico. Davvero un libro geniale!

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Luca Pegoraro
Classe 1980, si dedica alla scrittura, alla musica, ai viaggi e alla corsa. “La traiettoria della redenzione” è il suo secondo romanzo e attualmente ha altre collaborazioni editoriali in corso.
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