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La virtù dei bugiardi

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Consegna prevista Febbraio 2027
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«Sembrano felici»
«Sì. Fin quando non lo sono più»

L’Ispettore Francesco Mezzanotte torna a Pietranera, il paese che ha lasciato bruscamente dieci anni prima, in occasione del funerale della madre. Il rientro coincide con un brutale omicidio, compiuto con un inquietante rituale. Mentre l’indagine procede, Francesco è tormentato da sogni sempre più vividi che somigliano a ricordi rimossi.
Il romanzo è una discesa nella menzogna usata come strumento di sopravvivenza e potere. A Pietranera quasi nessuno è ciò che dichiara di essere. E, alla fine, non vince il più giusto. Vince il più abile a mentire.

Perché ho scritto questo libro?

La rabbia. È stata sicuramente la rabbia a spingermi a scrivere questo romanzo. Una relazione sentimentale andata male, vedere felici, furbi e bugiardi, la voglia di dire tutto quello che penso su questi temi in una storia di finzione. E poi l’amore per la scrittura, la soddisfazione di creare un mondo e popolarlo con una storia oscura che spero possa fare riflettere sulla realtà del mondo in cui viviamo e sull’immensa complessità delle relazioni con gli altri.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Lo scricchiolio della ghiaia sotto i piedi.

Se qualcuno avesse chiesto a Francesco Mezzanotte quale fosse il suono che più lo riportasse all’infanzia e agli amici con cui l’aveva vissuta, lui avrebbe risposto così: lo scricchiolio della ghiaia sotto i piedi. 

Questo pensiero gli attraversò la mente mentre camminava verso il buco nella terra. 

Intorno a quel buco c’erano uomini dell’impresa di pompe funebri che chissà quante volte avevano scavato una fossa per gli altri. Francesco pensò a quando lo faceva anche lui con i suoi due amici del cuore, per nasconderci dentro qualcosa o solo per passare il tempo.

Solo che questa volta indossava scarpe e pantaloni eleganti, non calzoncini e sneaker consumate, sporche di terra e arse dal sole. Nascosto dietro i suoi occhiali scuri, percepì alle sue spalle il corteo che lo accompagnava in silenzio, e non i passi dei suoi due amici che condividevano con lui quei pomeriggi nel parchetto poco distante dalla scuola, dove insieme avevano percorso centinaia di volte quel vialetto fatto di piccoli, rumorosi, sassolini bianchi. 

La ghiaia smise di scricchiolare quando si fermò a guardare l’oscurità risalire da quei due metri sotto di lui. È così che finisce sempre, vero? 

Gente che non vedeva da anni gli strinse le mani, lo baciò sulla guancia, gli diede pacche sulle spalle. Si era dovuto dare una sistemata, addirittura si era messo il profumo. Si sentì a disagio. 

Marco era l’ultimo della fila. Gli prese le braccia, si guardarono per un momento. L’amico aveva gli occhi lucidi, poi lo abbracciò. Francesco rispose timidamente alla stretta fraterna. Benché la donna che stava per essere seppellita fosse stata per tutta la vita sua madre, lui gli occhi lucidi non li aveva. 

Dopo un breve discorso del prete che Francesco fece finta di ascoltare, la tumulazione cominciò. Mentre la bara scivolava verso la terra umida aiutata dal sistema di carrucole, alzò gli occhi verso la piccola folla che stava fissando quello spettacolo che aveva sempre ritenuto assurdo. 

Tra le tante facce che non ricordava, ne vide una che sperava di non vedere. 

Massimiliano Donati si accorse che Francesco lo stava fissando e provò a salutarlo timidamente con la mano. L’uomo in lutto ai bordi della fossa lo guardò impassibile, poi tornò a osservare quegli uomini sconosciuti che stavano seppellendo sua madre. Lo preferiva di gran lunga al ricambiare il saluto di quell’uomo che, un tempo, faceva scricchiolare la ghiaia insieme a lui.  

Dopo un po’ la gente cominciò ad andarsene. 

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Una volta espresso il loro cordoglio e buttata una manciata di terra su quel contenitore di legno che presto sarebbe marcito, il loro compito era finito. Francesco li guardò defilarsi uno a uno, facendo fatica a riconoscere gente che non vedeva da quasi dieci anni. Avrebbe giurato che qualcuno fosse suo compagno al liceo, ma sinceramente non gliene fregava niente. Si trovava lì solo perché l’avvocato lo aveva costretto, per tutte le questioni burocratiche relative al testamento e bla, bla, bla. 

Gli si avvicinò Marco. 

«Come stai?»

«Benone. La risposta alla tua prossima domanda è “no”»

Francesco aveva notato che Massimiliano era rimasto in disparte guardando nella loro direzione. 

Marco alzò gli occhi al cielo. 

«Sono passati quasi dieci anni…» 

«Fanculo tu, quello stronzo là in fondo e gli anni che passano. Lasciatemi in pace»

Si girò verso il lotto di terra dove sua madre avrebbe riposato per il resto dell’eternità. Pescò un lecca lecca alla cola dalla tasca e se lo mise in bocca. Poi guardò il cielo, aspettando che quei due se ne andassero. 

Marco interruppe i suoi pensieri. 

«Rossella si scusa per non essere qui ma non è riuscita a prendere il permesso. Vorrebbe farti le condoglianze stasera a cena, se ti va. Se stai bene. Se ti andasse un po’ di compagnia. Non ci hai neanche detto dove alloggi»

Francesco si rigirò quella pallina dolce e dura in bocca. Un’altra sensazione che gli ricordava di quando le cose erano più facili. Rispose al suo amico sempre dandogli le spalle.

«Solo se prometti che non mi fai sorprese del cazzo e che io sia l’unico invitato. Sai che odio i colpi di scena»

Un attimo di silenzio. Un sospiro. 

«Va bene, Fra, va bene. Ti aspettiamo alle otto. Ancora condoglianze, vecchio mio» 

Gli appoggiò brevemente una mano sulla schiena, poi Francesco sentì che Marco si allontanava sul vialetto di ghiaia. 

Aspettò ancora un minuto prima di voltarsi. Il cimitero era vuoto. L’unico rumore che si sentiva ora erano le vangate degli operai che seppellivano parte della sua esistenza.  

Lasciò il cimitero poco dopo. Salì in macchina, si tolse gli occhiali da sole e si guardò nello specchietto retrovisore: occhiaie d’ordinanza, barba ormai incolta, la stempiatura che si faceva sempre più larga. Chiuse gli occhi per un momento, abbandonandosi sul sedile di quella macchina sportiva che ormai era da rottamare come lui. Si accorse che era stato in tensione per tutto il funerale. Rilassò i muscoli della schiena, scrocchiò il collo. Sapeva benissimo che quella tensione non veniva dal fatto che stesse guardando la donna che lo aveva messo al mondo finire sotto due metri di terra.

Quella tensione era dovuta all’idea di poter rivedere Massimiliano e Beatrice.

Riaprì gli occhi, si rimise gli occhiali che gli nascondevano parte di quella faccia ormai rovinata dallo scorrere stesso della vita e mise in moto. Era ancora presto per dirigersi da Marco, l’appuntamento con quel rompicoglioni dell’avvocato era solo fra un paio di giorni e lui era costretto a rimanere lì, in quel buco di culo dove non tornava da quasi dieci anni. Decise di fare un giro. 

Aveva solo un posto dove gli sarebbe piaciuto andare. 

Pietranera era un piccolo paese marittimo dove sostanzialmente succedevano due cose: i vacanzieri lo riempivano in estate e i vecchi ci svernavano in inverno. 

Ora era uno di quei mesi freddi e per le strade c’erano solo gli abitanti del posto, imbruttiti dal vento gelido e dal mare grigio perennemente agitato. Solo una cosa aveva smosso un po’ le acque stagnanti di quel luogo negli ultimi mesi: un morto ammazzato, un ragazzo, trovato nei boschi che separano il paese dai monti che incombono alle sue spalle. 

Francesco ovviamente aveva letto le notizie, aveva cercato di capirci qualcosa di più – deformazione professionale, probabilmente – ma alla fine aveva lasciato perdere quasi subito. Gli era persino passato per la testa di telefonare a Marco per saperne di più, ma solo a sentir parlare di Pietranera gli veniva la nausea. A quanto ne sapeva, era ancora un caso insoluto. 

Preso da questi pensieri, non si accorse nemmeno che era arrivato. Parcheggiò poco prima della sua meta, facendo gli ultimi metri a piedi. 

Baia del Riposo si estendeva davanti a lui. Era una lingua di terra che piano piano si restringeva sempre di più dentro al mare, finché non ne veniva completamente inghiottita. Lungo tutto il suo percorso c’erano delle panchine che permettevano alle persone di ammirare il tramonto che avveniva proprio lì di fronte. Il classico posto dove si veniva a pomiciare da adolescenti. 

Camminò lentamente lungo il sentiero che si snodava su quel pezzo di terra, investito dal vento pregno di odore salmastro. Respirò a pieni polmoni. Ora che viveva in una grande città non aveva più la possibilità di farlo. La Baia era l’unico posto di quella cittadina che un giorno avrebbe voluto rivedere. Aveva sempre pensato che morire qui sarebbe stato un degno finale di quella patetica vita che aveva vissuto. 

Si sedette su una panchina. La loro panchina. Con le mani in tasca e le gambe accavallate guardò verso l’orizzonte e cominciò a pensare a sua madre, a come si erano allontanati. Pensò alle corse con Max e Marco, a tutto quello che avevano passato insieme. 

Lo sapeva che non ci sarebbe dovuto tornare, in quel posto. Avrebbe dovuto trovare una scusa per non farlo, per non dare nemmeno l’ultimo saluto a sua mamma, la vigliaccheria non gli era mai mancata. Sapeva che in un modo o nell’altro tutti quei ricordi sarebbero tornati. 

Chiuse gli occhi e rivide cose che non avrebbe mai voluto rivedere. 

Prese una bottiglia di vino e un mazzo di fiori. Alle otto in punto suonò al campanello della famiglia Selva. 

Rossella gli aprì la porta. Non la vedeva da tanto tempo ma non sembrava invecchiata di una virgola. Era sempre la ragazza che aveva conosciuto tra i banchi di scuola. 

«Ciao, Roxy»

Lei gli sorrise e lo abbracciò. 

«Bentornato a casa, Fra. Le mie più sentite condoglianze» 

«Grazie»

Lo fece entrare nella villetta. La casa era assolutamente in ordine, a parte qualche gioco da bambino sparso qua e là. Porse i fiori a Rossella. 

«Bellissimi, grazie. Gli trovo subito una sistemazione. Vai pure in cucina, Marco sta apparecchiando». Poi, a voce più bassa: «È l’unica cosa che sa fare in quella stanza»

Francesco sorrise leggermente. 

«Lo so»

Per arrivare in cucina seguì l’odore delizioso che permeava la casa. Marco stava sistemando le posate. 

«Porca puttana, Fra, in questi anni hai imparato ad arrivare in orario? Hai spaccato il minuto»

In questi anni ho imparato un sacco di cose che nemmeno immagini, pensò Francesco. Ma tenne la frase nella scatola cranica. Si limitò a sorridere e ad abbracciare il suo migliore amico. Probabilmente l’unico che gli era rimasto. 

Vide che la tavola era apparecchiata per tre. 

«Dove sono i ragazzi?»

«Stasera li abbiamo spediti dai nonni. Andavano al cinema a vedere non so bene quale nuovo cartone animato. Io mi sono fermato a Il Re Leone», disse ridendo.

O forse volevi evitare di spiegare a due bambini chi era quello strano zio apparso sulla porta, pensò di nuovo Francesco. Ma anche in questo caso se lo tenne per sé. 

Quando Rossella tornò da loro cominciarono la cena. Parlarono del più e del meno, intervallati da gustose pietanze e da dell’ottimo vino. Molto più che ottimo, per i gusti di Francesco. Doveva starci attento. 

«Come va a lavoro?»

Si era preparato per quella domanda. Era inevitabile che prima o poi uscisse, soprattutto quando sei a cena con un amico che non vedi da anni e che fa il tuo stesso lavoro di merda. 

«Immagino saprai del provvedimento di qualche mese fa»

Marco annuì. 

«Sì, l’ho sentito dire. Quando ci siamo scritti sei stato vago e non ho voluto romperti le palle, spero solo che vada tutto bene e che non ci siano casini»

Francesco si strinse nelle spalle. Anche Rossella lo fissava. 

«Problemi disciplinari. Mi conosci. Dovevo stare al mio posto ma non ci so stare. Ho fatto una cazzata e mi hanno messo in ufficio ad occuparmi delle scartoffie. Tutto qua»

«Sei la solita testa di cazzo. Niente di nuovo, mi pare», concluse Marco con mezzo sorriso. 

Francesco finì il bicchiere di vino. Devi starci attento, si ripeté. 

«Già. La solita testa di cazzo»

Finirono con dolce e caffè, poi si offrì di aiutare a lavare i piatti, dato che i coniugi Selva avevano la lavastoviglie rotta. 

«Assolutamente no, Fra, ci mancherebbe. Mettiamo tutto nel lavandino e poi ci pensiamo noi domattina», lo fermò Rossella. «Adesso ci mettiamo comodi sul divano e chiudiamo in bellezza con un amaro delle mie parti»

Fecero come disse lei. 

«Il tuo lavoro invece, come procede?», chiese Francesco dopo il primo sorso di amaro. Appoggiò il bicchiere al tavolino. Si impose di non finirlo, a costo di sembrare scortese. 

«Avrai sicuramente letto del casino degli ultimi tempi»

Francesco annuì. L’omicidio nel bosco. 

«Siamo nella merda, Fra. Non ne veniamo a capo e ovviamente l’opinione pubblica ci sta addosso. Sono venute qui anche le televisioni, con quelle trasmissioni da sciacalli che fanno al pomeriggio»

«Immagino. Nessuna pista?»

«Macché. Non sappiamo dove sbattere la testa», rispose Marco finendo il suo amaro. Poi guardò Francesco. 

«Sei curioso?»

«Il giusto. Non voglio immischiarmi»

Marco si alzò dal divano e guardò sua moglie. Lei annuì.

«Finisci il tuo amaro e vieni con me. Ti faccio vedere una cosa. Magari da esterno hai qualche intuizione che io e i miei uomini non riusciamo ad avere» 

Francesco sospirò. Guardò il bicchierino ancora mezzo pieno del liquore marrone scuro poggiato sul tavolino. 

«Ti servirà», disse Rossella, notando la sua indecisione. 

Prese il bicchiere e lo finì tutto d’un fiato. Poi seguì l’amico nel suo studio. 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Stefano Porta
È nato e cresciuto in provincia di Milano. Da sempre appassionato di sport, cinema e letteratura, ha cominciato a leggere a 6 anni, quando il suo idolo era Emilio Salgari. Dopo essere cresciuto un po', ha cominciato a leggere Stephen King e non ha più smesso, leggendo letteralmente ogni parola che ha scritto.
Ha cominciato a scrivere a 17 anni e nel tempo ha vinto alcuni concorsi di letteratura breve horror. Ha lasciato poi l’horror per il noir, perché gli piaceva l’idea di raccontare l’orrore ma da un punto di vista molto più reale. E l’essere umano è quanto di più spaventoso possa esistere.
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