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La vita di Guido. Una storia sospesa

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Consegna prevista Gennaio 2027
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Il 1° giugno 1960, nella sua stanza alla Cartiera di Foggia, il direttore Guido Tatafiore viene ucciso da un operaio. Il delitto sembra chiudersi in poche righe di cronaca: un gesto improvviso, un caso destinato a essere dimenticato. Ma dietro quella morte si nasconde una storia molto più grande. Una storia che attraversa trent’anni di Italia: il fascismo, l’autarchia industriale, la guerra, i bombardamenti del 1943, l’8 settembre, la difficile ricostruzione del dopoguerra. La Cartiera di Foggia non è solo una fabbrica: è il centro di un mondo fatto di lavoro, gerarchie, tensioni e segreti, in cui si intrecciano vicende personali e nodi irrisolti della storia nazionale. Attraverso i ricordi della famiglia Tatafiore, gli archivi e le tracce lasciate nella memoria della città, questo romanzo ricostruisce una vita e prova a interrogare una verità che non si è mai davvero chiusa. È la storia di Guido. Di una famiglia. Di una città. E di una verità rimasta sospesa nel tempo.

Perché ho scritto questo libro?

Avevo 12 anni quando vidi arrivare alla cartiera il carro funebre che riportava il corpo di Guido Tatafiore. Ricordo il volto distrutto di sua figlia, intravisto dal finestrino dell’auto su cui viaggiava. Anni dopo seppi che quella ragazza dai lineamenti così tristemente belli si chiamava Roberta. Ritrovai lei e quella storia, trent’anni dopo, negli occhi di sua sorella Luciana, incontrata casualmente a Roma. Da allora è nato il bisogno di dare voce a Guido, troppo in fretta dimenticato.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Ci sono verità che respirano appena sotto la superficie del tempo, invisibili ma in attesa. È destino di certe storie restare sospese, come ombre sulle vite di chi le ha attraversate, o come un veleno lento che non smette di scorrere.

La vicenda di Guido Tatafiore è una di queste: una ferita mai rimarginata che pulsa sotto il peso di decenni di silenzio e paura.

Primo direttore della Cartiera di Foggia, chimico di rara integrità, era un uomo immerso in un’epoca in cui i segreti erano armi e la verità un rischio. Ma la storia ha un modo tutto suo di riaffiorare.

Sua figlia, Luciana, è stata custode silenziosa di quel peso. Insieme a lei, oggi, mi ritrovo a ripercorrere quei passi, a interrogare i misteri che avvolgono quel passato.

Quella di Guido non è solo la storia di un uomo: è la storia di una famiglia, di una città, di una fabbrica e di un Paese che forse non ha mai fatto davvero i conti con le proprie ombre.

Perché la verità non muore: attende, si infiltra nella memoria e ritorna.

Foggia, 1° giugno 1960 – L’ultima alba

“La verità non sta in un solo sogno, ma in molti sogni.”

(Pier Paolo Pasolini)

La Capitanata, quella mattina, sembrava palpitare in silenzio. Foggia si risvegliava portandosi addosso le sue cicatrici. A quasi vent’anni dai bombardamenti del 1943, la città non si era mai davvero ricomposta: muri rifatti in fretta, spazi vuoti, crepe che nessuno aveva colmato. Era una città sospesa. Guido Tatafiore era già sveglio.

Aveva dormito poco. Il caldo e i pensieri non gli avevano dato tregua. Dalla finestra dell’alloggio alla Cartiera guardava i campi oltre le mura. Lì dove la vita sembrava piena, il passato restava in agguato.

Nell’Italia che iniziava a sognare il boom economico, alla Cartiera le mani degli operai sapevano ancora di fatica, carta e polvere. Per Guido ogni pietra raccontava una storia.

Quando, nel 1958, era tornato da Roma per riprendere la direzione, aveva trovato una fabbrica che resisteva tra burocrazia, finanziamenti incerti e un sistema ancora segnato dalle ombre del passato.

Dietro ogni decisione mancata, percepiva qualcosa di più. Silenzio.

Accanto a lui, Augusta dormiva.

“Ti alzi già?” mormorò. “È ora.”

“Non portarti troppi pensieri dietro.” Guido sorrise appena. “Ci proverò.”

In ufficio lo attendevano problemi irrisolti. “Buongiorno, ingegnere.” “C’è l’operaio Giovanni Cicciotti.” “Fallo entrare.”

Appena varcò la soglia, qualcosa cambiò. Le parole iniziarono normali. Poi si incrinarono.

I toni si alzarono. E poi il grido.

Quando la porta si aprì, era già finita. Il corpo di Guido Tatafiore era a terra, il sangue si allargava sul pavimento. Giovanni Cicciotti era immobile, il coltello ancora in mano.

In quell’istante, il tempo si fermò.

Il 2 giugno 1960, Foggia si svegliò in un clima sospeso.

Le edicole si riempirono presto. Il titolo era netto: “Il Direttore della Cartiera assassinato da un operaio.” Una frase. Troppo poco.

La città si fermò. Nei bar, nei mercati, nelle case, tutti si chiedevano:

Perché? Alla Cartiera, nella cappella, era stata allestita la camera ardente.

Operai, cittadini e conoscenti passavano in silenzio.

Le figlie erano lì. Luciana, composta. Roberta, con uno sguardo spezzato. Bruna, immobile.

Accanto a loro, Augusta. Quel dolore non era solo familiare. Era della città.

La versione ufficiale era chiara: Un gesto improvviso. Un delitto chiuso. Ma non era così semplice.Il 1960 era un anno sospeso.

Un Paese che voleva mostrarsi moderno, ma portava ancora dentro le ombre del fascismo e della guerra.

Le tensioni crescevano. La democrazia cercava equilibrio.

E in quel contesto, la morte di Guido Tatafiore rischiava di diventare solo un fatto.

Da archiviare.

Ma alcune storie non si lasciano chiudere. Restano.

Quel 2 giugno 1960 vivevo a Foggia da meno di tre anni. Ci ero arrivato da Bari nel 1957, a nove anni, con una valigia vuota e un padre che guidava locomotive a vapore.

La nostra casa era in via Redipuglia, proprio di fronte alla stazione. Due stanze, un bagno, una cucina piccola. Eravamo in otto. Eppure ci sembrava il centro del mondo.

Il quartiere era popolato da famiglie di ferrovieri. Gente povera, ma solidale. Si divideva tutto.

Fu lì che la notizia arrivò come un tuono. Per giorni non si parlò d’altro. Anche noi ragazzi volevamo capire. Con le nostre biciclette raggiungemmo la cartiera.

Davanti ai cancelli c’era una folla immensa: forze dell’ordine, operai, giornalisti.

Una donna anziana raccontava del figlio morto in guerra e di come il direttore l’avesse aiutata.

“Era un uomo buono,” diceva. “Lo hanno ammazzato come una bestia.”

Poi la folla si aprì. Arrivò il corteo. L’auto con la bara. Dietro, quella dei familiari. Non vedemmo tutto. Ma l’auto rallentò. E in quell’istante, i miei occhi incontrarono quelli di una ragazza affacciata al finestrino. Uno sguardo segnato dal dolore. Un volto che non avrei mai più dimenticato. Molti anni dopo seppi che quella ragazza era Roberta, la più piccola delle figlie di Guido. Aveva diciassette anni. La sua vita, da quel momento, era già cambiata.

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Dario Corsico
Sono un ultrasettantenne che non aveva mai scritto un romanzo. Questo è il primo e, con ogni probabilità, sarà anche l’ultimo. Non per mancanza di storie — quelle non sono mai mancate.
Sono nato a Bari, ho vissuto a lungo a Foggia, lavorato a Pisa e trascorso metà della mia vita a Roma, dove vivo tuttora. Quattro città, quattro stagioni dell’esistenza, un unico filo: lavoro, persone, memoria.
Sono stato capostazione e quadro nelle Ferrovie dello Stato e, dopo la pensione, ho contribuito a trasferire le mie competenze ai giovani che entravano nel mondo ferroviario dei treni Italo.
Ho conosciuto binari, treni, stazioni, orari, norme e soprattutto persone. Ho scritto articoli tecnici e di storia contemporanea, senza dimenticare ciò che conta: le persone . Il resto del tempo lo dedico, alla lettura, alla musica, all’impegno sociale: è lì che, ne sono convinto, restiamo umani.
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