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La zona in nero – Vol. 2

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Consegna prevista Dicembre 2024
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L’atteso seguito de La zona in nero – Episodio Uno.
Brugherio, 2014. Federico Martina, Franco, Rebecca e “il Taglia”, i cinque amici che, quasi per caso, hanno iniziato a investigare sui delitti del serial killer soprannominato “Scarnificatore” si trovano sempre più coinvolti dalle indagini e dalle storie delle vittime. Le loro strade si incrociano con quelle di tanti personaggi, fra cui una banda di criminali, un ex ladruncolo, che è unica persona che forse ha assistito ad uno degli omicidi ed è sopravvissuta, ma che che da allora ha perso completamente il senno, e un personaggio misterioso, che sembra osservare ogni cosa, e che si fa chiamare “il Professore”.

Perché ho scritto questo libro?

Amo leggere storie e ho voluto provare a raccontarne una che parlasse dei nostri tempi, e del mondo in cui viviamo. Ma anche di amicizia, come motore di ciò che è buono e antidoto all’orrore.

ANTEPRIMA NON EDITATA

[…]

Antonio Marucchio parcheggiò il suo tir sul lato della strada, in uno spiazzo sterrato circondato da prati e campi.

Scese, chiuse lo sportello lanciando un’occhiata al rimorchio, dal quale proveniva il rumore prodotto dal carico: diverse decine di maiali destinati alla macellazione che stava trasportando ad una fabbrica che produceva insaccati a qualche chilometro di distanza.

Antonio sapeva che non avrebbe dovuto fermarsi, ma, dopotutto era in anticipo di almeno un’ora sull’orario della consegna e si dissi che certi appetiti non era giusto farli aspettare troppo, per cui decise di concedersi una mezz’oretta di svago andando a incontrare “un’amica” che potesse tenergli compagnia.

Proseguì lungo il ciglio della strada per una distanza di circa 100, 150 metri fino a che non raggiunse una persona che sembrava aspettarlo. Era una donna di circa trent’anni, di colore, piuttosto avvenente, procace, vestita in modo molto, molto succinto.

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In realtà non stava aspettando proprio lui, stava aspettando che qualcuno, chiunque, le si avvicinasse e le chiedesse di fare sesso. A pagamento, si intende.

Antonio era andato a colpo sicuro perché sapeva che quella zona era territorio di lavoro di parecchie prostitute, prevalentemente africane, di cui era già stato cliente  in passato.

Si avvicinò alla ragazza, in pochi secondi si misero d’accordo sulla prestazione da fornire da parte di lei e  sul prezzo da pagare da parte di lui. Lui la seguì verso quella che sarebbe stata la loro temporanea alcova, entrando in un sentiero che portava dentro ad un filare di alberi che correva costeggiando il prato a poca distanza dal bordo della strada.

I maiali erano stipati dentro quel rimorchio, stretti e scomodi come tutti gli animali che viaggiano per essere portati al macello. Ammassati l’uno sull’altro, non avevano praticamente lo spazio per muoversi, erano nervosi per la condizione in cui stavano viaggiando ed erano spaventati. Lo sarebbero stati in ogni caso, come è naturale aspettarsi da parte di qualunque animale che, non abituato a subire spostamenti, si trova tutto ad un tratto caricato a forza dentro un container, a ridosso di altri suoi simili e trasportato verso una destinazione che non conosce, senza che nessuno abbia il riguardo di trattarlo come si converrebbe ad un essere vivente dotato di emozioni, sentimenti, intelligenza.

Ma la paura di cui era impregnata l’aria fetida dentro quel rimorchio era qualcosa di più rispetto alla paura normale, già terribile di per sé. Era qualcosa di più tremendo, qualcosa di più viscerale. Era quasi come se quegli animali sapessero che quel convoglio di cui non capivano e non conoscevano nulla, li stesse portando al macello. Ovviamente non potevano avere conoscenza di nulla di tutto ciò, ma era come se i loro geni, la memoria ancestrale delle prede, li avvisasse che al termine della strada che stavano percorrendo si trovava un predatore feroce, un carnivoro che li stava aspettando per divorarli.

Questo poi, in effetti, corrispondeva esattamente alla realtà. I maiali non sapevano che cosa fosse una fabbrica per la produzione di insaccati, ma nella realtà essa non era nient’altro che un enorme predatore che li avrebbe trasformati in cibo da distribuire, a pagamento, a migliaia e migliaia di carnivori.

Forse fu per questa paura che aleggiava nell’aria, che le bestie non si accorsero subito di un pericolo più imminente rispetto a quello che li attendeva al termine del tragitto del camion. Normalmente, un animale si sarebbe accorto prima di quello che stava per succedere, quantomeno avrebbe avvertito la presenza di quella minaccia con un certo anticipo, lo avrebbero avvisato i suoi sensi.

Questo sarebbe stato vero per un animale selvatico, che avrebbe avuto questi sensi sempre al massimo dell’efficienza, requisito fondamentale per poter sopravvivere in natura. Ma anche un animale domestico, pur abituato a una condizione che rendeva superfluo il livello di allerta nei confronti di potenziali pericoli, sarebbe stato messo in allarme da quel retaggio ancestrale contenuto nella propria memoria genetica che lo avrebbe spinto verso la conservazione.

Ma i sensi ottenebrati dalla paura in cui erano immersi avevano in qualche modo distratto i maiali. Era come se la paura del viaggio avesse in qualche modo diluito al suo interno, e quindi in qualche modo nascosto, il segnale d’allarme che l’istinto di conservazione aveva iniziato ad inviare ad ogni fibra del loro corpo quando questo nuovo e più imminente pericolo si stava avvicinando.

Fu così che le bestie si accorsero della minaccia solo quando questa si trovava ormai a pochi metri. Se ne accorsero all’improvviso, quasi tutti contemporaneamente, tanto è vero che il sottofondo di grugniti e strida che animava l’interno del container cessò all’unisono.

La mente, il corpo, di quelle creature intelligenti e sensibili furono raggelati in un istante, serrati da una morsa potente, crudele e gelida più del ghiaccio. Erano forse passati due secondi da questa nuova consapevolezza che aveva accolto quelle decine di animali ammassati e rinchiusi senza possibilità di fuggire, che si udì un colpo secco e forte contro l’apertura del rimorchio; dopo un istante ne seguì un altro ancora più potente. Il metallo delle pareti del container vibrò, squassato dalla forza dei colpi e risuonò di un rumore cupo, metallico e sinistro.

Un altro colpo, un altro ancora e poi una sorta di schianto, era il rumore della chiusura che cedeva. Ci fu un attimo di silenzio, un silenzio innaturale. Era come se i prigionieri rinchiusi dentro quella gabbia di metallo avessero smesso all’istante di respirare. Poi si udì un suono ancora più fragoroso e la porta del rimorchio si aprì di schianto. Un’ondata di terrore ancora più feroce investì gli animali quando si trovarono faccia a faccia con il loro nemico. Quelli più vicini alla porta lo poterono vedere direttamente, gli altri ne potevano percepire solo l’odore, potevano udire il suono sinistro del suo ansimare rabbioso, ma questo era più che sufficiente per farli precipitare in un abisso di panico incontrollato.

A quel punto il silenzio cessò e gli animali iniziarono a strillare e a gridare come solo chi è in preda al terrore può fare.

Si alzarono delle strida talmente acute che avrebbero serrato il cuore e indotto sgomento in chiunque le avesse sentite. Poi avvenne l’attacco. Si sentì un nuovo rumore di metallo, nuove grida, il suono delle unghie delle povere bestie che cercavano in preda al panico di scappare dove scappare non si poteva, e graffiava il pavimento del rimorchio cercando una via di fuga, ammassandosi ancora di più contro le griglie che le contenevano, contro i corpi dei loro compagni spaventati. Poi si percepì nell’aria l’odore del sangue.

Antonio Marucchio corse vicino al camion più in fretta che poté. Arrivò trafelato, con il fiatone. Il rumore spaventoso proveniente dagli animali stipati nel cassone del suo automezzo lo aveva raggiunto anche nel boschetto dove si era appartato con la prostituta.

Il rumore stridulo e sinistro prodotto da quei poveri esseri terrorizzati era talmente forte che lo avrebbero sentito a centinaia di metri di distanza, se ci fosse stato qualcuno entro quel raggio al di fuori di Antonio e la sua amica, e forse qualche altra collega di quest’ultima, appartata in qualche altro tratto di quel boschetto che costeggiava il campo.

Marucchio si avvicinò gridando, mentre si sistemava i calzoni che si era tirato su in fretta e furia mentre si alzava dal materasso appoggiato per terra dove stava giacendo con la sua amica africana. Cercò le chiavi del camion nelle tasche dei pantaloni. A causa dell’agitazione ci mise è più tempo del dovuto. Quando fu arrivato alla motrice, aprì lo sportello ed estrasse un bastone che teneva dietro al sedile. Era una precauzione che era abituato da sempre ad avere con sé, dal momento che faceva un mestiere che poteva esporlo a rapine o  ad incontri sgradevoli.

Brandendo quel robusto e pesante pezzo di legno, corse verso il retro del cassone. Il cuore gli batteva all’impazzata sia per l’agitazione, sia per la rabbia, sia per la corsa, sia per lo spavento che quei rumori così terrificanti avevano prodotto dentro di lui. Era buio, ma ben prima di arrivare in fondo al rimorchio, si avvide che il portellone di quest’ultimo era aperto e spalancato. “Chi cazzo c’è là? Fatti vedere o t’ammazzo a bastonate!” Gridò. Girò in fretta attorno al portellone, urlando per farsi coraggio e spaventare il malvivente, ma non trovò nessuno dall’altro lato. Si mosse verso il lato del rimorchio rivolto in fronte al campo, ma anche lì non trovò nessuno. Ritornò sui suoi passi, deciso ad ispezionare le condizioni del carico e quello che gli si parò innanzi fu uno spettacolo agghiacciante: gli animali erano in preda al panico, come forse avrebbero potuto essere una volta che fossero entrati nel macello che li attendeva la fine del viaggio.

Si accorse che, dei tre piani sovrapposti in cui era suddiviso il rimorchio per tutta la sua altezza, ognuno dei quali era a sua volta suddiviso in lunghezza negli alloggiamenti dove erano rinchiusi i maiali, quello più in basso era stato forzato e le bestie che avrebbero dovuto essere all’interno del box più vicino al portone non c’erano. Il camionista imprecò ad alta voce.

L’aria proveniente dall’interno era impregnata di un odore strano. Non il solito cattivo odore che emanava il bestiame dentro quei carri in poco spazio e con poca aria. C’era anche un altro lezzo, più insolito. Marucchio si fece luce con la torcia del telefonino, e subito capì cosa fosse quel fetore: era odore di sangue. Si accorse che le pareti di metallo e sbarre del box in basso erano state piegate e divelte con una forza e violenza inaudite ed in modo del tutto illogico. I suini si accalcavano come dei pazzi forsennati l’uno contro l’altro continuando a gridare, gemere a grugnire in modo stridulo e sinistro.

Sembrava che il ladro, invece di aprire semplicemente il box e portare via gli animali, si fosse divertito a creare quel disastro e a terrorizzare i maiali all’interno. Antonio scosse la testa, incredulo e anche inquieto. Estrasse il cellulare e si apprestò a comporre il numero della Polizia.

Non riuscì a finire di digitare. Aveva sentito un rumore provenire dal tetto del rimorchio. Pensò che qualcuno si stesse spostando sopra di esso. Non fece in tempo a dire nulla, che il pericolo piombò dall’alto direttamente alle sue spalle.

Marucchio si voltò, e provò un brivido pungente corrergli lungo la schiena. Sentì ogni muscolo del suo corpo paralizzarsi. Non riusciva ad emettere nemmeno un suono, neanche un singulto, mentre, in preda alla paura, cercava con tutte le sue forze di invocare aiuto verso il telefono che ancora reggeva in mano. Il suo istinto gli diceva di correre, di scappare, di difendersi in qualche modo, ma il terrore di cui era preda lo aveva trasformato in un blocco di pietra incapace di muoversi.

Arrivò il colpo, forte e potente. Un colpo dal basso verso l’alto da sinistra verso destra che lo scaraventò contro la parete del container. Poi un generale ottundimento, interrotto dal dolore lancinante a un braccio, quindi la sensazione di essere sollevati di peso. Un attimo dopo il camionista giaceva per terra, morto.

[…]

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Christian Canzi
È nato nel 1974 e vive da sempre a Brugherio (MB). Si è laureato in Scienze e Tecnologie per l’Ambiente presso l’Università di Milano-Bicocca e si occupa di sostenibilità ambientale da più di venticinque anni. Ama la natura, il trekking in montagna, lo sport (ha praticato pallacanestro e taekwondo), la lettura, il cinema, la musica e i viaggi. Ama anche coltivare la propria curiosità e i rapporti con le persone a cui tiene.
La zona in nero - Episodio uno è il suo primo romanzo, a cui fa seguito La zona in nero - Episodio due.
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