Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

La zona in nero - Vol. 1

La zona in nero - Vol. 1
35%
131 copie
all´obiettivo
68
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Giugno 2023
Bozze disponibili

Brugherio, 2014. Federico Galimberti è appena ritornato in città dopo un anno trascorso in Romania per lavoro. Viene a sapere che, in un bosco nelle vicinanze, è stata scoperta una fossa contenente ossa umane, oltre a pochi resti di effetti personali, appartenenti ad un numero imprecisato di persone. La stampa parla di un assassino seriale. Lo ha battezzato lo Scarnificatore, perché lascia le ossa delle vittime completamente spolpate.
Dalle foto sui giornali, Franco, un amico di Federico, riconosce un oggetto appartenente ad una persona del suo passato.
Federico e Franco, coinvolgono Rebecca, sorella di quest’ultimo e altri due amici, Alessio e Martina, ed iniziano un’indagine parallela a quella ufficiale.
Scoprono così che l’omicida è attivo da decenni, almeno dal 1963.
E’ davvero un serial killer? O forse una setta segreta di invasati? Il pericolo è dietro l’angolo, perché ad interessarsi ai delitti sono in tanti, e non tutti hanno buone intenzioni.

Perché ho scritto questo libro?

Amo la lettura da sempre. Fin da quando ero ragazzo mi sono chiesto cosa si provasse a scrivere un romanzo, a creare una storia e a metterla sulle pagine di un libro. Ho deciso quindi di provare a farlo. Ho scritto di luoghi e cose che conosco e che, in vari modi, sono per me importanti. Ho scritto una storia che parla di amicizia, di dedizione, di coesione come strumenti per combattere la meschinità, l’avidità e l’orrore.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Settembre 1963

Piero Gallarana uscì in strada con la sua camminata ondeggiante. Si fermò vicino alla sua bicicletta e si accese una sigaretta. Lanciò uno sguardo strafottente tutt’intorno, come se volesse mandare a fare in culo il mondo, diede un tiro, salì in sella, e partì pedalando forte.

Ci mise cinque minuti esatti a raggiungere il bar in centro al paese, e pochi secondi per scendere dalla bici, appoggiare in malo modo il ferrovecchio al muro ed entrare nel bar.

Trovò Carlo Neroni e Peppe Crucitta seduti ad un tavolino, con le sigarette in bocca e due bicchieri di vino davanti. Salutò con un monosillabo e si sedette accanto a loro.

Si rivolse senza troppa educazione al barista chiedendogli una birra, che gli fu portata dopo un minuto senza troppo entusiasmo. “Questa, una volta tanto, la paghi oppure segno?” Chiese il barista appoggiando il boccale sul tavolo.

Continua a leggere

Continua a leggere

“E che palle!” Sbottò Piero. “Fra qualche giorno m’arrivano un po’ di soldi e ti pago! Cazzo, neanche ti dovessi milioni! Segna, segna!”

Il barista se ne tornò dietro il bancone bofonchiando, e aggiunse il costo della birra alla lunga lista di debiti di quel giovane sfaccendato perennemente senza soldi.

Il terzetto iniziò a consultare un giornale di ippica, discutendo animatamente su quale cavallo ed in quale corsa puntare.

Ad un certo punto Crucitta disse: “Va bene trovare i cavalli giusti, però dobbiamo anche racimolare un po’ di grano da puntarci sopra, altrimenti non serve a un cazzo.”

“Io non ho una lira.” Affermò Neroni.

“Io ne ho meno di te.” Gli fece eco Crucitta.

“Se ne avevo non stavo qua.” Disse Gallarana. “Però c’è della carne al fuoco.” Aggiunse a bassa voce. Si alzò e fece segno ai compari di seguirlo. Uscirono dal bar. Ai tanti che passavano nei paraggi offrirono uno spettacolo familiare: il solito terzetto di giovani che ciondolavano attorno al bar Noseda, sigaretta in bocca, bicchiere in mano, linguaggio sboccato, atteggiamento insolente.

Anche i discorsi fra i tre erano qualcosa di piuttosto abituale, comprese le parti di essi che venivano pronunciati sottovoce. “Allora come ci organizziamo?” Bisbigliò Crucitta.

“Per me si può fare anche questa sera.” Si rese disponibile il Neroni. Gallarana alzò le spalle, emise uno sbuffo di fumo, si produsse in una smorfia e disse: “Per me prima è, meglio è, quindi vada per questa notte. Ci vediamo alle due e mezza davanti alla scuola.”

Il terzetto rientrò nel locale, non prima di aver rivolto una serie di fischi e di volgarità ad un gruppetto di ragazze che stava passando dall’altro lato della piazza.

Erano circa le due e trentacinque quando il gruppo si ritrovò davanti alla scuola elementare Federico Sciviero di Brugherio, nascosti nel buio, dietro al monumento ai caduti. L’ultimo ad arrivare fu Neroni, silenzioso sulla sua bicicletta con il fanale spento.

Una volta tanto erano tutt’e tre sobri contemporaneamente. Dovevano lavorare quella notte. Serviva essere lucidi.

“Avete i ferri?” Chiese Gallarana sottovoce. Gli altri due emisero dei mugugni di assenso. Neroni mostrò la borsa che aveva a tracolla, di cui al buio si intravedeva poco più del contorno.

“Dai, muoviamoci allora.” Salì sulla bicicletta e partì. Gli altri lo seguirono. Attraversarono l’incrocio con la strada provinciale ed imboccarono quella che portava a Monza, con andatura non frettolosa, sempre tenendo i fanali spenti. A parte un camion in prossimità dello stabilimento della Candy non incontrarono nessuno; dopo di quello prati, campi, cespugli, alberi e, dopo un po’, la città.

In circa mezz’ora erano nel centro di Monza. Nascosero le biciclette in un vicolo e proseguirono a piedi, procedendo per le vie più strette e buie. Dopo qualche minuto si fermarono. Celati nell’oscurità di un vicolo che sbucava su via Italia osservavano il loro obiettivo. La saracinesca del negozio era a pochi metri da loro, dall’altro lato della strada. La tabaccheria Scotti sembrava lì apposta ad aspettarli. L’idea era semplice: forzare la saracinesca, accaparrare tutte le stecche di sigarette che potevano e fuggire via, veloci come il vento.

Ad un segnale di Gallarana si avventano sulla saracinesca come un branco di lupi affamati; con i piedi di porco entro qualche minuto la divelsero e Gallarana e Crucitta penetrarono nel negozio, mentre Neroni rimase all’esterno a fare il palo.

I due giovani, facendosi luce con due torce elettriche, riempirono i sacchi che avevano in mano con tutto quello che capitò loro a tiro: sigarette, pacchetti di sigari, di tabacco, scatole di fiammiferi, ogni cosa; Gallarana aprì la cassa, che ovviamente, a bottega chiusa, conteneva solo pochi spiccioli; arraffò anche quelli.

Non erano passati nemmeno tre minuti che i due ladri schizzarono fuori in strada, con tre sacchi di tela contenenti la refurtiva; ne diedero uno a Neroni e corsero via. Con il rumore fatto rompendo la serranda, qualcuno degli abitanti degli eleganti palazzi che si affacciavano sulla via si era sicuramente svegliato e aveva chiamato i carabinieri. Si rituffarono nella penombra delle stradine laterali e, correndo nel buio raggiunsero le bici. Salirono in sella e pedalarono forte, sempre a fanali spenti, sempre percorrendo le zone meno illuminate. Fecero una strada diversa rispetto all’andata, continuando a pedalare finché non si ritrovarono in campagna. Erano sullo stradone che portava a Concorezzo. Prima di arrivare all’incrocio del Malcantone imboccarono una vicinale che si addentrava nei campi, più buia del buio. Si infilarono dietro ad un cespuglio. Alla luce di una torcia si divisero il contante che avevano trovato in cassa: poche centinaia di lire a testa.

Si accordarono sul da farsi. Ora sarebbero andati al solito posto a nascondere i sacchi con la roba. Il giorno dopo, nel pomeriggio, Piero, con le buone o con le cattive, si sarebbe fatto dare da suo cugino il motocarro, quando questi fosse tornato da lavoro, avrebbe raggiunto il nascondiglio, preso la merce e sarebbe andato a piazzarla a Milano, in via Savona, da un tizio che conosceva lui. Il giorno successivo tutti e tre si sarebbero spartiti il ricavato della ‘vendita’.

Presero dai sacchi due pacchetti di sigarette a testa, rimontarono sghignazzando sulle bici e poi ripresero la corsa. Erano ormai le quattro del mattino.

La sera successiva Gallarana andò con il motocarro (lo aveva sottratto di nascosto al cugino mentre questi era in casa sua a cenare) al cascinotto semidiroccato in mezzo ai campi dove lui e i suoi tre compari erano soliti nascondere il frutto dei loro occasionali “lavori”. Entrò nel capanno, spostò una cassa piena di ciarpame e in terra apparvero tre assi di legno inchiodate insieme; sollevò quella sorta di botola e dalla buca che essa ricopriva estrasse i tre sacchi di tela che avevano nascosto la notte prima. Caricò tutto sul motocarro e partì.

Non era realmente necessario un mezzo del genere per trasportare quel magro bottino, ma perfino uno come Gallarana, che non era un genio, capiva che andarsene in giro in bicicletta o sul tram con tre sacchi di tela pieni di sigarette avrebbe potuto attirare l’attenzione. Percorse tutto il sentiero campestre fino a giungere sulla strada, qui si fermò perché si accorse di aver bisogno di orinare. Scese dal carro e si mise a pisciare a bordo del sentiero, senza curare di ripararsi. Una donna di mezza età passò in bicicletta lungo la strada e, vedendolo, alzò gli occhi al cielo e scosse la testa, sconsolata. Finito che ebbe di annaffiare l’erba, il giovane si accese una sigaretta e fece per aprire lo sportello del veicolo, in quel momento gli si avvicinò un cane. Era nero, di taglia piuttosto grossa. Lo aveva già visto da quelle parti, era un randagio buono e tranquillo che bazzicava le cascine in cerca di qualcosa da mangiare. L’animale gli si avvicinò scodinzolando. Piero lo allontanò bruscamente con la mano; il cane insistette a farglisi vicino, in cerca di qualcosa da mangiare e magari di una carezza, guardandolo con occhi buoni; il giovinastro gli rifilò un calcio nelle costole ed un altro sulla coscia ed il cane si allontanò guaendo. Gallarana salì sul carro ridacchiando dei lamenti della bestia, accese il motore e partì.

Erano le 22.30 passate quando Piero tornò a casa. Ci tornò per modo di dire perché, per evitare di dover discutere con il cugino della faccenda del motocarro, arrestò quest’ultimo lungo la strada, davanti alla casa di corte dove viveva con la famiglia, nella frazione di Baraggia, e si allontanò, deciso a rincasare ad una ora più tarda, quando sarebbe stato sicuro che Stefano, suo cugino per parte di padre, dormisse e non potesse rompergli i coglioni.

Si diresse verso il centro del paese, facendo un giro un po’ più largo per i campi ed evitando accuratamente di passare vicino alla bocciofila di Baraggia, dove avrebbe potuto trovarsi Stefano. Barcollava vistosamente, ed era più che naturale considerato il quantitativo di alcol che aveva ingurgitato.

Solo qualche ora prima, in Via Savona, una delle zone più malfamate di Milano, aveva incontrato il suo “amico”, nonché ricettatore Francesco Canestrelli. Era da quest’uomo di cinquant’anni, corpulento, losco e avido che lui e i suoi compari piazzavano la merce che ricavavano dai loro furti, di solito ricavandone una miseria. Quella volta non fece eccezione. Una quindicina di stecche di sigarette, una sessantina di pacchetti sfusi, una ventina di confezioni di tabacco, sette di sigari toscani e una decina di pipe fruttarono a Gallarana 5000 Lire, più o meno il 10% di quello che ci avrebbe ricavato il ricettatore. A Piero questo trattamento economico non era piaciuto. Si era ribellato ed erano volate parole grosse. Era pronto a saltare addosso a Canestrelli, che non si sarebbe tirato indietro, ma dall’altra stanza erano arrivati un paio dei suoi guardaspalle che avevano sollevato di peso il giovane, lo avevano malmenato un po’ e poi lo avevano scaraventato in strada. Questi aveva minacciato Canestrelli ed i suoi, ma il ricettatore si era messo a ridere sguaiatamente e aveva detto:”Pirla che non sei altro! Ringrazia il cielo che oggi sono di buon umore e ti lascio tornare a casa sulle tue gambe…Tanto lo so che la prossima volta che avrai bisogno di soldi tornerai qui strisciando, sei un pezzente e quello rimarrai.” Poi era rientrato sbattendo la porta della bottega fronte strada che usava come base.

Gallarana era in preda all’ira. Rovesciò a calci un paio di bidoni dell’immondizia e si allontanò imprecando. In quel momento avrebbe volentieri infilato un coltello nello stomaco di Canestrelli, se ne avesse avuto la possibilità. Non era nuovo ad accessi di rabbia del genere, come quella volta che aveva preso a pugni il pappone di una prostituta che secondo lui, dopo la scopata, voleva fargli pagare più del pattuito. Aveva rifilato un paio di schiaffi alla donna e messo al tappeto il rucheta che era intervenuto per difenderla. Il giovane iniziò a camminare per smaltire la rabbia. Entrò in una taverna puzzolente che incontrò lungo la strada e spese 500 Lire del suo scarno malloppo ubriacandosi con un paio di litri di vinaccio, quindi tornò a recuperare il suo mezzo di locomozione.

Piero decise che avrebbe fatto la cresta sui soldi ricevuti; avrebbe detto a Neroni e Crucitta che la vendita aveva fruttato 4500 Lire, che divise in tre significavano 1500 Lire a testa, che andavano ad aggiungersi alle 260 Lire a testa che avevano recuperato dalla cassa della tabaccheria. Una volta raggiunto il paese entrò in un’osteria e, sentendosi in grana, ordinò due grappe che si bevve quasi d’un fiato una dietro l’altra, poi riprese a girare senza meta. Aspettò fino all’una meno un quarto, quando era sicuro che nella corte tutti dormissero, prima di dirigersi verso casa, lento e barcollante come solo un ubriaco può essere.

Il giorno seguente Gallarana si svegliò tardi. Litigò come sempre con la madre, una donna rozza e ignorante che non aveva mai saputo trovare altro modo di dialogare con l’unico figlio se non attraverso sbraiti e schiaffoni. Era così quando lui era bambino, continuava ad essere così ora che che aveva 24 anni, con l’unica differenza che ora sbraitava anche lui e, ogni tanto, qualche schiaffone glielo rendeva.

Piero fece colazione con un pezzo di pane e un bicchiere di vino rosso, poi uscì dalla stamberga dove viveva. In mezzo alla corte incrociò suo zio Gastone, il padre di Stefano, che lo rimbrottò per la storia del motocarro dicendogli che il cugino era andato su tutte le furie quella mattina quando non aveva trovato il mezzo in cortile; Piero lo mandò a quel paese e se ne andò. “Che cazzo, neanche me lo fossi venduto il tuo motocarro. Ma vaffanculo.” Bofonchiò.

Incontrò i suoi due amici al solito bar. Si appartarono in un angolo e diede loro la loro parte di bottino. Passarono il resto della giornata a bere, fumare sigarette e programmare scommesse ai cavalli. Era evidente che, entro un giorno o due, i tre balordi avrebbero buttato i quattro soldi che avevano in tasca in alcol e cavalli.


Il giorno dopo, era un mercoledì, andarono tutti e tre all’Ippodromo di San Siro, sperando come ogni volta di fare il colpaccio. Come tutte le altre volte non vinsero una lira, finirono i soldi in brevissimo tempo e tornarono a casa arrabbiati e delusi. Utilizzarono gli ultimi spicci rimasti per sbronzarsi facendo “il giro delle sette chiese” per le taverne di Brugherio.

Neroni e Crucitta, verso mezzanotte e mezza decisero che ne avevano avuto abbastanza e se ne tornarono barcollando a casa. Gallarana no. Era troppo arrabbiato. Di una rabbia violenta e cieca, che veniva dal profondo. Non era solo per non aver vinto alle corse; non si trattava solo della frustrazione di veder sfumare, come era già avvenuto innumerevoli volte, il frutto del suo “lavoro” senza ottenere il benché minimo risultato. Era la furia interiore di un giovane uomo costretto ai margini da sempre, che odia tutto e tutti perché incolpa tutto e tutti della propria condizione di derelitto.

Vagabondò per un po’ per le vie di Brugherio con un’andatura ondeggiante conferitagli dal vino che aveva in corpo. Mentre camminava imprecava, a volte sottovoce, a volte gridando.

Orinò sulle ruote di un’automobile parcheggiata lungo la strada, quindi si stese su di una panchina e si addormentò; si svegliò dopo un quarto d’ora e iniziò a cantare una canzonaccia; riprese a girovagare, prese a sassate un lampione, inseguì per prenderli a calci un gruppo di gatti randagi, finendo invece per ruzzolare per terra; iniziò a bussare ai portoni delle case e a scappare via. Trovò un albero con un giovane ramo sporgente a bassa altezza; vi si appese e cominciò a dondolarsi fino a quando il ramo si spezzò. Tolse foglie e rametti e ne ricavò un bastone. Con quell’arma iniziò a colpire tutto quello che incontrava sul suo cammino: alberi, cespugli, cestini dell’immondizia, il cassone ed i fanali di un camion parcheggiato a bordo strada. Ma la rabbia c’era ancora. Quella non passava mai.

2022-09-16

Aggiornamento

Ritratto di scrittore

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “La zona in nero – Vol. 1”

Condividi
Tweet
WhatsApp
Christian Canzi
Mi chiamo Christian Canzi e sono nato il 24 marzo del 1974. Vivo da sempre a Brugherio, fra Milano e Monza. Ho frequentato il Liceo Scientifico e successivamente mi sono laureato in Scienze e Tecnologie per l’Ambiente presso l’Università di Milano-Bicocca. Gli anni del liceo sono stati un periodo fondamentale, in cui ho intessuto legami di amicizia che durano ancora oggi. Nutro un grande amore per la natura e l’ambiente nelle sue varie forme. Mi occupo di sostenibilità ambientale da più di vent’anni. Mi piace trascorrere tempo all’aria aperta, amo la montagna ed il trekking, lo sport (ho praticato pallacanestro e tae kwon do), l’arte, la lettura, il cinema, la scienza, la musica, gli animali e la storia. Ho una grande passione per i fumetti e l’animazione, in particolare (ma non solo) per quelli giapponesi. Amo viaggiare, e visitare posti dove non sono stato, anche vicini a dove vivo.
Christian Canzi on FacebookChristian Canzi on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie