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L’Algoritmo del Tempo

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Consegna prevista Marzo 2027

Un campo da basket. Alessandro, diciottenne, insegna a Sebastian — ragazzo con sindrome di Down — i rudimenti del gioco. Ogni canestro è un grido di gioia: “Ballecanestro!”
Poi il buio. Alessandro si ritrova in un futuro distopico dominato dalla Corporazione Tempus, che controlla il tempo come risorsa scarsa, lo misura in Sol e lo distribuisce come privilegio. Alessandro diventa Aelius-7. Creatività, affetti, libertà: razionati o vietati.
Incontra i Sincronici — ribelli che custodiscono non solo la resistenza, ma la verità scientifica e umana sul tempo. Accanto a Giulia, sua ancora emotiva, Alessandro capisce che il vero potere non sta nel possedere il tempo, ma nel viverlo pienamente.
Dopo vent’anni di lotta, l’algoritmo viene sconfitto. Alessandro torna a insegnare basket. Con Giulia ha una figlia, e insieme prendono in affidamento Miguel — ragazzo down, nuovo Sebastian, nuovo grido di “Ballecanestro”! Perché il tempo non si possiede. Si abita.

Perché ho scritto questo libro?

Nella mia esperienza di vita ho imparato a dare molta importanza al Tempo, all’amore e all’inclusione. Ho così costruito una trama basata su questi elementi e mettendo insieme concetti ed esperienze sia personali che di fantasia nella speranza che il lettore possa cogliere l’insegnamento di fondo: vivere consapevolmente il Tempo che ci è dato in questo Mondo, perché non tornerà.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo: L’Origine della Visione

“Sono un uomo con una disabilità evidente 

in mezzo a tanti uomini 

con disabilità che non si vedono.”

Ezio Bosso

— Citazione conservata negli Archivi Proibiti della Tempus

Estate, Anno 0 Prima dell’Era Temporale

I raggi del sole al tramonto allungavano le ombre sul campetto dell’oratorio di quartiere, tingendo ogni superficie di sfumature dorate e arancioni. L’aria calda della periferia milanese vibrava ancora del calore accumulato durante il giorno, portando con sé l’odore di asfalto caldo e il lontano aroma di cibo preparato nelle case popolari circostanti.

Alessandro non si chiamava ancora Aelius. Era semplicemente Alessandro Bassi, un diciottenne con capelli castani perennemente arruffati, occhi scuri e veloci, e il corpo atletico di chi è cresciuto in fretta: un metro e novantuno di energia mal contenuta. Indossava una maglietta sbiadita dei Chicago Bulls e pantaloncini sportivi, le sue Converse acquistate coi soldi guadagnati come educatore al campo estivo dei Piccoli Esploratori e già più volte riparate col filo da pesca perché per comprarne di nuove serve ben altro.

Palleggiava con la sicurezza naturale di chi ha imparato il basket prima delle tabelline. Destro, sinistro, crossover, dietro la schiena. Il ritmo della palla batteva sui lastroni di cemento del campetto — lastre messe insieme decenni prima, le fughe tra uno e l’altro ormai larghe come dita, con pezzi saltati sui bordi dove l’erba aveva ripreso il suo spazio. Alessandro conosceva ogni crepa a memoria: un rimbalzo imprevisto poteva tradirlo, una distrazione ai margini poteva costargli una storta.

L’oratorio San Paolo era rimasto un’oasi di relativa tranquillità in un quartiere che diventava sempre più caotico. Don Giuseppe, un prete sulla cinquantina dal viso lentigginoso segnato da rughe precoci ma illuminato da un sorriso contagioso, aveva mantenuto questo ambiente come un rifugio per chiunque ne avesse bisogno.

«Alessandro!»

La voce profonda del sacerdote interruppe i suoi pensieri. Alessandro arrestò il palleggio, fermando la palla tra avambraccio e torace mentre si voltava verso l’ingresso del campetto.

Don Giuseppe non era solo. Accanto a lui stava un ragazzo che Alessandro non aveva mai visto prima. Era più o meno sulle tredici-quattordici, di corporatura robusta e sviluppata — quasi un metro e ottantacinque, insolito per la sua età — con un viso rotondo incorniciato da capelli neri tagliati cortissimi. I suoi occhi leggermente inclinati e i tratti del viso rivelavano immediatamente la sindrome di Down.

«Ti volevo presentare Sebastian,» disse Don Giuseppe. «Lui e la sua famiglia si sono trasferiti nel quartiere la settimana scorsa. Ha una gran voglia di imparare a giocare a basket, e visto che tu vieni qui a giocare spesso dopo lo studio…»

Il ragazzo guardò Alessandro con una curiosità aperta e diretta, senza la diffidenza tipica dei nuovi arrivati. Sorrise, rivelando denti leggermente irregolari, e alzò una mano in un saluto entusiasta.

«Ciao! Io sono Sebastian. Non sono molto bravo a ballecanestro,» disse con voce calda e leggermente nasale. «Ma mi piace moltissimo.»

Alessandro sorrise involontariamente, contagiato dall’energia genuina. «Ciao,» rispose, facendo rimbalzare la palla. «Si dice ‘pallacanestro’, o ‘basket’.»

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«Ballecanestro,» ripeté Sebastian, come se stesse assaporando la parola. «Perché la palla balla nel canestro. No? È più bella così.»

Alessandro aprì la bocca per correggere di nuovo, poi si fermò. Guardò la palla tra le mani, la guardò rimbalzare mentalmente verso il ferro, e si ritrovò a sorridere davvero.

«Sai che hai ragione?» disse. «Mi piace come l’hai chiamato. Ballecanestro sia.»

Sebastian si illuminò come se gli avessero regalato qualcosa di grande. Don Giuseppe mise una mano sulla spalla di Alessandro. «Pensavo che potresti insegnargli i fondamentali. La famiglia cerca qualcuno che lo aiuti a socializzare nel quartiere nuovo.»

Alessandro osservò Sebastian più attentamente. L’insegnamento richiedeva pazienza, una qualità che lui, con la sua energia nervosa, non era sicuro di possedere in abbondanza. Era pur sempre un diciottenne con le sue cose da fare.

Come se leggesse i suoi pensieri, Don Giuseppe aggiunse a bassa voce: «So che sei impegnato con il campo estivo, ma sarebbe importante per lui. E poi, ho parlato con la madre… ci sarebbe anche un piccolo compenso.»

Il “piccolo compenso” in tempi come quelli faceva pur sempre comodo, inutile negarlo, così Alessandro decise, tendendo la mano a Sebastian. «Ti insegnerò io.»

Sebastian afferrò la mano di Alessandro con entusiasmo, scuotendola con vigore. «Adesso siamo amici, vero? Io gli amici li tengo per sempre.»

Don Giuseppe sorrise, soddisfatto. «La madre di Sebastian, Anna, verrà a prenderlo tra un’ora. Nel frattempo, potete iniziare con i primi esercizi.»

Mentre il sacerdote si allontanava, Alessandro si trovò solo con il suo nuovo allievo. 

Lo guardava con aspettativa, le mani leggermente protese come se fosse già pronto a ricevere la palla.

«Ok,» iniziò Alessandro. «Prima di tutto, devi capire come si tiene la palla.»

Passò la sfera arancione a Sebastian, che la afferrò con entrambe le mani stringendola come se temesse potesse scappare. Le sue dita corte e tozze si distribuivano sulla superficie ruvida in una presa che era l’opposto di quella tecnica che Alessandro aveva perfezionato negli anni.

«No, non così.» Alessandro si avvicinò, riposizionando pazientemente le mani di Sebastian. «Vedi? Le dita devono essere aperte e rilassate. Il palmo non tocca la palla.»

Sebastian si concentrò intensamente, la lingua che spuntava leggermente tra le labbra per lo sforzo. «Così?» chiese, guardando Alessandro con occhi che imploravano approvazione.

La posizione era ancora lontana dall’essere corretta, ma l’intensità dello sforzo era innegabile. Alessandro esitò, poi annuì.

«Ora proviamo a palleggiare. Guarda me.»

Fece vedere un palleggio base, rallentando un movimento che per lui era ormai automatico. Sebastian iniziò immediatamente a spingere la palla con tutto il braccio. La palla rimbalzò in modo irregolare, sfuggì al suo controllo e rotolò verso il bordo del campo, proprio verso uno dei pezzi di lastrone saltato.

«La palla è scappata!» esclamò Sebastian tra le risate, inseguendola con passo deciso scavalcando il bordo sconnesso con la naturalezza di chi non teme nulla. «Non ti preoccupare, Alessandro, vado a riprenderla!»

Alessandro non riuscì a trattenere un sospiro. Sarebbe stato un processo lungo.

Ma mentre l’ora passava, qualcosa di inaspettato accadde. Alessandro si ritrovò affascinato dalla determinazione di Sebastian. Ogni fallimento veniva accolto con una risata e un immediato tentativo di riprovare. Non c’era frustrazione, non c’era imbarazzo — solo una gioia pura nel processo stesso, indipendentemente dai risultati.

«Ancora!» insisteva Sebastian dopo ogni tentativo fallito. «Non ho ancora imparato bene. Dobbiamo riprovare.»

E Alessandro, sorprendendo se stesso, continuava a mostrare, a spiegare, a correggere, scoprendo una riserva di pazienza che non sapeva di possedere.

Verso la fine dell’ora, Sebastian riuscì finalmente a palleggiare per tre volte consecutive senza perdere il controllo. Il suo viso si illuminò di una gioia così pura e travolgente che Alessandro si ritrovò a sorridere altrettanto ampiamente.

«Ballecanestro! L’ho fatto! Ho fatto ballecanestro davvero!» gridò Sebastian trionfante, alzando le braccia al cielo. «Hai visto Alessandro? Ballecanestro!»

In quel momento, una donna di mezza età dai capelli castani raccolti in uno chignon si avvicinò al campo. I suoi occhi, dello stesso colore di quelli di Sebastian, si illuminarono vedendo l’entusiasmo del figlio.

«A quanto pare ti stai divertendo,» osservò con un sorriso, avvicinandosi ai due.

«Mamma, guarda! Sto imparando ballecanestro!» esclamò Sebastian, tendendo la palla verso di lei. «Alessandro mi sta insegnando tutto di ballecanestro!»

«Lo vedo, tesoro.» La donna si voltò verso Alessandro, tendendogli la mano. «Tu devi essere Alessandro. Sono Anna Sinclair, la madre di Sebastian.»

Alessandro strinse la mano della donna, notando la fermezza della sua presa. «Piacere, signora.»

Anna osservò il figlio che continuava a palleggiare. «Non l’ho mai visto così entusiasta per uno sport,» commentò. «Devo avvertirti che Sebastian ha alcune limitazioni fisiche. Il suo cuore non è forte come dovrebbe essere.»

Alessandro annuì. «Faremo solo esercizi leggeri. E ci riposeremo spesso.»

Alessandro pensò all’offerta. C’era qualcosa di contagioso nell’entusiasmo di Sebastian, nella sua gioia incondizionata per il semplice atto di far rimbalzare una palla nel canestro.

«Mi piacerebbe,» rispose infine. «Quando possiamo iniziare un programma regolare?»

Mentre osservava madre e figlio allontanarsi mano nella mano, Alessandro non poteva immaginare come quell’incontro apparentemente casuale avrebbe influenzato non solo le sue prossime settimane, ma l’intera traiettoria della sua vita.

Quell’estate scorse lentamente, come devono scorrere le estati quando si ha diciott’anni e il mondo sembra ancora abbastanza largo da contenerli tutti. Tre allenamenti a settimana sul cemento dell’oratorio, con Sebastian che progrediva a modo suo — lentamente, irregolarmente, ma con una gioia che non diminuiva mai.

Verso fine agosto, Alessandro si fermò a osservare Sebastian che tirava al canestro. Il pallone sfiorò il ferro, rimbalzò sul bordo crepato del lastrone più esterno, uscì di pochissimo.

«Domani parto per qualche giorno,» disse Alessandro. «Ma quando torno, continuiamo. E devi promettermi che nel frattempo non ti fai storte su quei bordi.»

Sebastian annuì con serietà assoluta. «Promesso. Li conosco tutti a memoria, i buchi.» Poi sorrise. «Diventerò bravo come te a ballecanestro, Alessandro. Anzi no — diventerò bravo come Sebastian.»

«Sarai migliore,» rispose Alessandro, arruffandogli i capelli. «Perché hai qualcosa che io non ho.»

«Cosa?» chiese Sebastian, curioso, inclinando la testa di lato.

«Passione pura. Giochi solo per la gioia di giocare. Vivi la ballecanestro nel momento esatto in cui esiste.»

Sebastian rifletté su questo con quella serietà da filosofo che lo prendeva ogni tanto. Poi annuì, soddisfatto.

Il sole continuava la sua discesa verso l’orizzonte, allungando le ombre sul campo vuoto, e da qualche parte in lontananza le campane dell’oratorio suonavano l’Ave Maria.

Al suo ritorno dalle vacanze, Don Giuseppe lo aspettava all’ingresso con un’espressione che Alessandro non aveva mai visto sul viso del sacerdote: pesante, silenziosa, rotta solo dalla carità di uno sguardo.

«Alessandro.» Una pausa. «Sebastian non è più con noi. Il Signore l’ha chiamato a sé. Purtroppo il suo cuore…»

Alessandro rimase fermo sul marciapiede, il borsone della palestra ancora in mano, il sole ancora caldo sulla nuca. Non disse nulla. Guardò il campetto vuoto, le sue fughe di cemento allargate, il bordo saltato dove due settimane prima Sebastian aveva detto che conosceva tutti i buchi a memoria.

Ballecanestro…

La parola rimase lì, sospesa nell’aria come una nota tenuta troppo a lungo, finché le campane non ripresero a suonare.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Massimiliano Bravin
Nato a Milano nel 1966, sono cresciuto in periferia, tra case popolari e mille contraddizioni. Vivo a Bergamo da 30 anni e sono sposato con 2 figli. Ho trascorso oltre trent'anni nel mondo aziendale, accumulando esperienza in settori diversi e sviluppando una visione pragmatica - credo - del lavoro e delle persone. Dopo circa trent'anni ho scelto - fedele alla mia continua ricerca - di condividere esperienza e competenze acquisite: dovendo raccontare di cosa mi occupo, faccio il Mental Coach nello sport e il Docente nella formazione finanziata. C'è una parola che uso spesso quando parlo del mio lavoro: consapevolezza. Non come concetto astratto, ma come punto di partenza concreto per qualsiasi cambiamento reale. E' anche il filo conduttore della mia storia professionale. Scrivere è un altro modo di allenare il pensiero e condividere ciò che osservo del mondo: persone, esperienze, vita.
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