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L'anarchia della civetta - Misteriosa storia di disperati amori

L'anarchia della civetta - Misteriosa storia di disperati amori

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

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Consegna prevista Dicembre 2022
Bozze disponibili

E’ il 2063. Nina, giornalista 73enne non vedente, fa rientro dal funerale del suo primo amore e incontra Assunta: le due non si conoscono personalmente, ma – in un viaggio in taxi senza un’apparente meta – Nina comincia a parlarle del suo passato.
Torna al 2019, anno in cui ha deciso di “sparire” per non perdere di mano la sua vita: è una “misteriosa storia di disperati amori” nel mirino di una telecamera che si concentra su giovani adulti fermi ad un bivio esistenziale. Davanti e dietro alla decisione di Nina, infatti, si intrecciano le scelte del suo compagno Fabrizio e dei suoi amici Carlo, Luna e Roberto.
La vicenda si traduce, così, in una storia di grande coraggio, libertà e solidarietà, soprattutto “al femminile”, quando nell’ “ultrafuturo” tutto tende a ripetersi.

Perché ho scritto questo libro?

Si cresce con un disegno di noi e si vive cercando di realizzarlo, ma ad un certo punto la realtà può porre ad un bivio, lastricato di crisi e compromessi: c’è chi li accetta, chi si ostina a non farlo; in ogni caso ci sono rinunce e passi avanti. Partendo da Nina, l’idea è di raccontare tutto il trasporto che si vive a quel bivio; quelli che cedono alle circostanze, per amore e libertà di farlo, e quelli che – per gli stessi motivi – non lo fanno.

Copertina della fotografa Roberta Beneduce.

ANTEPRIMA NON EDITATA

2063, Un'ora dall'atterraggio

1.

«Ho aspettato il dimagrimento per gran parte della mia vita!» – la flebile voce tratteggiò l'aria fino al vaso di fiori sistemato davanti all'ultimo morso di una sfogliatella. Fu quel fiato a tagliare l'atmosfera surreale dell'aeroporto semivuoto, appena graffiato dall'aroma del caffè e da quell'anelito d'amore.

Nina era rimasta sola. A molti anni di distanza dalle convinzioni di giovane adulta, a pochi istanti di lontananza dalle dovute considerazioni.

Anche Assunta era rimasta sola: la sola addetta di quel turno al risto-bar dove si trovavano e quel tono sommesso le danzò nello spazio dello sguardo, mentre era intenta a sparecchiare le stoviglie reduci delle cene servite.

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«Prego? » 

«Io sono una di quelle che non l'ha rincorso, il dimagrimento intendo, chiaramente se l'avessi fatto forse sarei stata in forma prima o poi»  – rise Nina – «Io l'ho proprio a-spet-ta-to» – scandì «come si aspetta  un atto dovuto dalla vita, come un regalo di trasformazione che mi dovesse essere concesso. Sa cosa facevo spesso da piccolina? Lo affidavo come un desiderio a centinaia di stelle cadenti, la formula era più o meno questa: “fammi dimagrì il tempo sufficiente per una minigonna o un abito aderente e far crepare d'invidia tutti quelli che mi hanno sempre presa in giro per la mia mole!”» – e riprese a ridere rivedendosi in quelle scene buffe e lontane.

Poi aggiunse: «Di quanta poca forza di volontà ha goduto questo mio obiettivo…ed eccomi qua: la mia trasparenza è sempre stata più morale che fisica!». E prese a girare in senso antiorario il caffè che le era stato appena servito.

Assunta, imbarazzata e presa ad asciugare i bicchieri, continuava a chiedersi quale sarebbe stata la replica giusta per non sembrare indifferente né concedersi una confidenza che potesse sembrare fuori luogo.

Una parola, però, andava detta. Sempre. Il suo capo era stato categorico: «In questo aeroporto prendono forma i passaggi di persone che rincorrono il loro destino: potrebbero ripassare e, se dovessero farlo,  devono ricordare con piacere di tornare da noi!». Parlando per slogan come d'abitudine, aveva infilato nella testa sua e di tutti gli altri dipendenti, questo motto: “Partenze, atterraggi e destini, caffè e quattrini!”.

Così si decise: «Signora, mi perdoni la franchezza: lei è davvero una bellissima donna! » –  disse in fretta, ma cortesemente, recuperando l'ultimo bicchiere.

«Cosa crede che non lo sappia? Lei è molto ingenua, ragazza mia: non ho parlato di bellezza, ma di dimagrimento!»

«Mi scusi!» – si affrettò, allora, Assunta.

«Mi porti una sambuca con tre chicchi di caffè!»

«Subito!» – ed in effetti in un secondo fu di nuovo accanto a  quello sguardo perso tra i ghirigori del vaso intarsiato che campeggiava al centro del tavolo.

Era davvero molto tardi e a consumare in quel locale era rimasta solo lei.

Ringraziandola con un sorriso sul volto, Nina la confortò sull'eventualità di aver commesso una gaffe.

«E' difficile capire perché veniamo al mondo, intendo dire perché proprio noi, in quel preciso momento ed in quello specifico luogo, figuriamoci se volessi accanirmi sul come…eppure ogni tanto mi capita…».

«Cosa? » – fece impunemente Assunta, stregata da quella voce melodiosa. Una sfrontatezza che guidò il vassoio dal grembo del grembiule alla bocca spalancata dello stomaco e poi del viso.

«Penso»  – disse  Nina accompagnandosi col primo sorso del suo ammazza-caffè – « che la vita mi debba ancora qualcosa di inaspettato, per tutto quello che ho investito per essere quella che sono.  Per aver capito che alla fine di ogni frase, bella o brutta che sia, ci sta sempre bene un sorriso. Per aver capito che non esistono pareri modesti, ma tutti ego riflessi e relativamente importanti. Per aver capito che le persone se le conquisti con le parole e le attenzioni le hai fatte tue per sempre, almeno fino a quando qualcuno non farà meglio di te in un'opera di costante persuasione sociale, che tutti, ma dico proprio tutti, involontariamente o consciamente perpetrano ogni giorno. Questo l'ho capito a mie spese, non ti pare che qualche chilo in meno Madre Natura avrebbe dovuto regalarmelo?!».

Per Assunta, giovane trentatrenne, una laurea in materie “Assurdistiche” – così come le definivano il gruppo culturale contemporaneo “Scettici del 2063” –  e  lezioni di ripetizione alle porte per rinverdire le abilità della patente di guida del monopattino, il ragionamento di quella donna sconosciuta cominciava a farsi tortuoso e accattivante.

Quella presenza così insolita ed inaspettata le faceva porre tante domande. Non riusciva a spaventarsene, né a tentare di tenerla alla larga. Sapeva di diverso, si consesse anche di definirla strana, e se glielo avesse chiesto sarebbe rimasta anche tutta la notte ad ascoltarla. D'altronde quella stanchezza tipica di una giornata da ripensare – senza che neanche se ne fosse accorta – era scivolata via.

«Niente di strano che siano state proprio queste convinzioni ad avermi gonfiato, ad avermi moltiplicato l'ego: chi capisce, o quanto meno ci prova, non è mica sempre felice!»

Assunta, ancorata a quella voce, continuava a rimare in piedi accanto a Nina.

«Tutto sommato, però, mi vedo meglio vittima di un'ingiustizia fatale: io avrei dovuto essere destinata alla magrezza e qualche architetto celeste, ma anche verde, rosso, blu o giallo, deve aver dimenticato di mettere l'appunto a margine del mio disegno. Me lo vedo il progetto su carta millimetrata e tutti gli accorgimenti sul bordo: donna, alta, spalle larghe, seno piccolo, fianchi larghi, piedi dalla pianta larga, però le diamo il ginocchio da ballerina e un bel collo del piede, a cui corrisponde un calcagno esteso. Viso: ovale, gote alte, fronte alta, occhi allungati e azzurri, capelli biondi, naso sporgente e le regaliamo un'arcata sopracigliare già naturalmente definita ad ali di gabbiano, orecchie non a sventola, labbra carnose e fossetta sul mento. Tutto questo sarà portato a spasso da una corporatura robusta, per un'immagine vagamente abbondante. Una scrupolosità indiscutibile. Diciamoci pure, però, che destinarmi ad una taglia quarantadue e toglierla ad una di quelle silhouette che culminano in un viso impietoso,  non sarebbe stato uno sproposito! ».

La risata di Assunta fu incontenibile eppure sommessa, tanto da non interrompere Nina che, col suo sguardo incantato ed un sorriso accennato, continuò nella sua ironica filippica.

«Sai cara, diciamo che comunque me ne sto facendo una ragione. Questa condizione esistenziale mi ha concesso il privilegio di riconoscermi qualche merito: non rumoreggio quando mangio, né quando bevo, il che mi sembra prezioso soprattutto in virtù dell'odio che ho sviluppato nei confronti di chi lo fa, il che sembrerebbe dimostrare, secondo recenti studi scientifici, che la mia intelligenza sia sopra la media. E non finisce qui… So parlare molto velocemente, anche a bassa voce, pur avendo un tono sostanzialmente molto alto e a tratti atrocemente squillante. So ascoltare diversi discorsi contemporaneamente e tener sott'occhio praticamente tutto ciò che mi circonda, il che dovrebbe rendermi attenta ed affidabile. Non mangio le unghie, né le pellicine, azione sporca ed isterica che mi infastidisce al solo rumore di quei peli rigidi che si spezzano sotto incisivi ingialliti dalla pigrizia di non usare dentifricio, collutorio e filo interdentale, e su cui si depositano altri germi nascosti in quella peluria neretta che si forma sotto le dita: gli onicofagi dovrebbero finire al bando del buon costume!».

«Mi scusi…» – si decise a dire Assunta decisamente divertita – « le porto qualche altra cosa?».

«Sì,  mi porti un' altra sfogliatella, un altro caffè e un altro ammazza-caffè! ».

«Sono subito da lei! »

Nina non si interruppe.

«Le mie mani sono enormi. Se ogni centimetro di uno dei miei arti, il destro mi sembra decisamente più portentoso, raggiungesse lo strato epiteliale di qualunque individuo, finirebbe violaceo. Per questo mi sono sempre impegnata ad avere delle mani ordinate, pulite, sistemate, perché di base non sono state ritratte per passare inosservate. La circonferenza di ogni dito, poi, corrisponde ad un numero che si aggira tra il venti ed il trenta. Non ho mai confessato la misura esatta per non demoralizzare qualche aspirante corteggiatore che volesse omaggiarmi di un gingillo: sarebbe molto costoso, sai, come starmi accanto d'altronde. Sono oltremodo esigente. Una donna impegnata ed impegnativa!»

Su questa frase rientrò in sala la solerte Assunta che servì l'ordine per poi afferrare avidamente il suo taccuino. Quelle parole l'avevano travolta e non voleva proprio dimenticarle. Erano  esattamente quelle che avrebbe voluto rivolgere a quella specie di capo che si ritrovava a non pagarle mai lo straordinario e a tardare su ogni stipendio mensile. Se ne avesse avuto occasione gli avrebbe vomitato volentieri addosso le sue convinzioni sul costo, sul valore e su come meritassero d'essere trattate le donne e gli uomini onesti lavoratori e quella forma era esatta per farlo. La penna percorse il foglio velocemente e consegnò all'inchiostro quell'illuminazione finalmente indelebile, quando il pensiero rimbalzò sul fidanzato.

Le sembrò di sentire l'ansia che quel suo amore stava avvertendo aspettandola fuori al balcone di casa. Sicuramente si stava chiedendo perchè stesse tardando.

Si erano conosciuti in aeroporto, durante una pausa sigaretta, lui era il proprietario della libreria della galleria commerciale. Bello era bello – la sua età era davvero indegna di pesare sulle spalle di un corpo così atletico e un viso privo di rughe –  simpatico lo era parso sin da subito, poeta da dedicarle romanze appassionate non poteva proprio immaginarlo, anche se quel mondo di libri avrebbe dovuto suggerirglielo. Superfluo aggiungere che la differenza d'età – seppur di dieci anni – non aveva alcuna rilevanza.  Lo amava davvero tanto, era il suo primo vero amore.

Nella vita a contare, però, non è solo l'amore, anzi più precisamente  il “suo” amore, ma tutto quello che l'intero universo può raccontare. Quella sera la voce era di Nina.

Assunta con un messaggio liquidò Gabriele – così si chiamava quell'apprensivo compagno di vita – e tolse la suoneria ad un cellulare che di lì a poco avrebbe preso a suonare insistentemente. Ne era certa.

«Non mi sono mai accontentata di chi non mi osserva, di chi non mi ascolta, di chi non sogna insieme a me, magari un dimagrimento dovuto con tanta autoironia! Guai a prendersi troppo sul serio» – riprese Nina –  «ma questo non torna spesso nelle altre illustrazioni sparse nella mia contemporaneità. Se mi fossi fermata all'apparenza nella vita chi mai avrebbe conquistato il ragazzo più bello della scuola, chi mai avrebbe presentato sfilate di moda, chi mai, sfidando i canoni estetici, avrebbe partecipato ad un concorso di bellezza? E si parlerebbe di curvy? E si parlerebbe di belli dentro e belli fuori? E mi avrebbero riempito di complimenti gli uomini? No cara mia, nulla di tutto questo!»

«Mi scusi, ma perché dice tutte queste cose a me? »

«Lo credi davvero? »

«Cosa? »

«Che stia parlando a te? »

«Così pare, signora cara» – disse Assunta con un accenno di risentimento –  «qui ci siamo solo io e lei. Io l'ascolto molto volentieri, discuterò con Gabriele per aver rifiutato le centinaia di chiamate che tra poco travolgeranno il mio recapito, eppure lei non mi degna di uno sguardo. E' lì che continua a guardare fisso davanti a sé e… » –  fu interrotta.

«Che tu sia rimasta volentieri ad ascoltarmi e non abbia cacciato una povera vecchia come me, mi lusinga molto, ma sono solo una nostalgica che sta parlando a se stessa!».

«Ma che le succede? » – raccolse il coraggio a due mani Assunta dispiaciuta del suo impeto.

«In sella al dondolo dei giorni, sulla giostra della vita, giocano l'inquietudine e l'amore. Cercarlo, senza inseguirlo, dona quell'equilibrio che gli altri dicono non c'è, ma che è in fiore dentro ognuno. Si chiama armonia ed è tutta la bellezza che c'è ».

«Ma lei chi è? » – ribattè risoluta la giovane cameriera – «Ha bisogno d'aiuto? Vuole che le chiami qualcuno che la venga a prendere?»

«Sono Nina. Ho settantatrè anni e non so davvero se quello che dico interessi a qualcuno, ma ho bisogno di dirlo e lo dico. Sono un'ostinata? Non lo so, ma per ora mi comporto come tale! Sono una strafottente? Non lo so, ma ogni tanto so che mi aiuta crederlo. Sono una coraggiosa? In effetti il cuore non manca mai e la paura di tutto non è forse la paura di niente? Sono ambiziosa? La vita è una sola! Sono simpatica? No. Almeno non credo ». 

Assunta spalancò gli occhi esitante, Nina continuò a non voltarsi. 

«Sono Nina. Ho settantatrè anni – ti sembrano tanti eh? –  ma infondo credo di conservare intatta la mia infanzia indaco. Sono antipatica come i bambini capricciosi che ci hanno visto più lungo dei loro genitori incapricciati su qualcosa che non sono sensazioni; sono magica perché ho tutti i colori dell'arcobaleno dentro di me. Invento storie, come le bugie dei bambini che servono solo ad alleviare un presunto dolore insormontabile ».

Assunta si fece più vicina convinta che qualcosa in quella donna non andasse. Spostò la sedia e le si sedette accanto.

«Finalmente ce l'hai fatta a fidarti di me! E' difficile vero? »

Assunta abbozzò un sorriso, si mise più comoda e – seppur disorientata da quello sguardo perso nel vuoto – continuò ad ascoltarla.

«Sono Nina. Ho settantatrè anni e vorrei che le persone avessero una data di scadenza, come per il cibo che amiamo, che consumiamo prima che sia troppo tardi. Sarebbe tutto più semplice… »

«Signora Nina, ma perché fissa il vuoto? » – s'incuriosì in buona fede Assunta.

«Anche se ti guardassi, mia cara, non ti vedrei. Sono cieca ed i pensieri non li cerco, anzi me li suggerisce una cara vecchia amica: quell'esperienza che – atterrando poco fa –  mi ha fatto rimettere i piedi per terra!»

«Oh cielo, lei è cieca e viaggia da sola?»

«Non ho nessuna difficoltà, ho avuto così tanto tempo per guardare il mondo che lo ricordo a memoria passo, passo…»

L'espressione della giovane cameriera fu esattamente quella che Nina descrisse.

« Ora il tuo volto è catturato dallo stupore, la tua espressione è stirata in una smorfia e ti senti di essere stata così inopportuna che vorresti sprofondare in un buco nero o morderti la lingua, ma infondo perchè dovresti vergognarti della tua curiosità? Non mi hai mica sottoposto ad un fuoco incrociato di domande impertinenti come la più ardita delle pettegole da battaglia!»

Riserso entrambe. Nina dei suoi toni leggeri e Assunta di sollievo.

«Non preoccuparti tu non hai pregiudizi, lo sento» –  riprese quella sorprendente settantatreenne – « è solo che non sai che ad una disabilità fisica, momentanea o permanente che sia, può corrispondere un'iperabilità del cuore in grado di orientarci come una bussola ed è questo che può aiutarci ad affrontare gli ostacoli che non la nostra condizione, ma la miopia degli altri ci impone. Certamente sarebbe stupendo se fosserro abbattute tutte le barriere architettoniche, figlie di paramentri di egoismo imposti da una mentalità lenta, ma tant'è che intanto è meglio affilare il cuore!»

«Come una spada?» –  credette di dire stupidamente Assunta.

«Giusto, il cuore è un'arma che come tutte disegna il suo condottiero!».

Assunta aveva incontrato la vita e la morte, la gioia e la tristezza, la robustezza e la bellezza, l'amore e l'odio, la certezza e lo smarrimento. Erano tutti lì quei profili, come ombre cinesi danzanti per lei, che si sentì bambina smarrita alla corte dell'imperatore cinese per cui le ombre nacquero a portare consolazione.

Aveva incontrato Nina, abile pupara di emozioni, solida narratrice di impressioni, avvenente domatrice di eccitazioni per riporle al guinzaglio del ragionevole dubbio.

Assunta fu percorsa da un brivido di incontrollabile coraggio e quando si accorse che Nina non le era più accanto sentì un grande vuoto.

Si tolse di corsa il grembiule, afferrò la borsa, lanciò un cenno di saluto al collega del nuovo turno e le corse dietro.

Appena fuori si imbattè in una telefonata di Gabriele. Non l'aveva avvisato neanche di essere uscita da lavoro e così l'ostinazione delle abitudini stava prendendo il sopravvento. Non riusciva proprio a rinunciare a quei riti che tanto fanno bene all'anima. Assunta imprevedibilmente riattaccò. Per lui ebbe solo un messaggio fugace, con il quale gli promise delle spiegazioni e cercò di tranquillizzarlo sull'imprevisto che stava inseguendo. Nel mentre, infatti, continuava ad allontanarsi seguendo i passi di Nina, che non le lasciava molto distacco con la sua andatura malferma.

Assunta non tentennò neanche per un attimo sull'appagare Gabriele o se stessa.

Toccava a lei.

Recuperò su Nina, le si fece vicino e in uno slancio quasi incontrollato le disse: «Nina, che dice se le faccio compagnia mentre torna casa…?».

2022-05-04

Aggiornamento

Non pensavo di pubblicare questa foto. E' un attimo di intimissima speranza. La bravissima fotografa Roberta Beneduce è riuscita a catturarlo. Così ho pensato che fosse l'ideale per dimostrare la gratitudine che voglio tributare a tutti quelli che hanno dato fiducia al mio nuovo romanzo preordinandolo, leggendolo in anteprima e condividendo le loro impressioni a riguardo con parole davvero sempre molto belle – almeno finora! Continuo a sperare: che siate ancora in tanti, che vogliate leggerlo, che cerchiate il confronto, che facciate vostra – come per ogni libro – anche questa storia! GRAZIE!

Commenti

  1. Enrica Orlando

    (proprietario verificato)

    “Ho visto Nina volare, tra le corde dell’altalena, un giorno la prenderò, come fa il vento alla schiena”
    Anche chi non conosce Antonia De Francesco e non sa del suo amore per De André, non avrà difficoltà a sentire le parole di questa canzone, mentre legge “L’Anarchia della civetta”.
    E non solo perché la protagonista si chiama Nina, che pure molto ha a che fare con quel “mastica e sputa” raccontato da Faber.
    Piuttosto perché la vera protagonista della storia di Antonia è la libertà.
    Nina, civetta anarchica di questo romanzo, si muove agile tra passato, presente e futuro, dondola tra gli avanti e indietro della vita, proprio come si fa su un’altalena, dove ti diverti, sia quando sali, sia quando scendi, perché l’importante è rimanere con i piedi ben scollati da terra, che puntano alle nuvole.
    Ed è molto difficile fermare chi sa dondolare bene, perché c’è sempre un momento in cui l’altalena sembra più vicina e a portata di “acchiappo”, ma è proprio allora che l’altalena ti sfugge e torna lontana. Solo il vento può accompagnare chi sa dondolare come Nina, perché solo il vento si accompagna bene a chi è libero.
    L’altalena di Nina sono le parole.
    I dialoghi, i pensieri, i viaggi verbali tra ricordi, ammissioni, divagazioni, riflessioni, conclusioni, descrizioni: le parole sono quello che permette a Nina di volare.
    Le parole di Nina sono la sua altalena, perché grazie alle parole riesce ad attrarre, farsi seguire e inseguire, ma senza essere mai afferrata. A Nina basta scambiare poche battute con uno sconosciuto in treno, per farsi aprire le porte di un teatro, di una nuova amicizia, di una nuova vita. Con un caffé al bar riesce a convincerti a seguirla e a sentire la storia della sua vita.
    Quando smette di parlare, si ferma tutto il mondo intorno a lei. Quando parla a se stessa, sfogliando le pagine della sua memoria, è capace di rinascere.
    Perché saper usare le parole ti rende consapevole.
    E Nina è consapevole di se stessa, nel bene e nel male.
    Il peso specifico del romanzo è tutto in questa potente e ricca massa di parole che esplode ritmicamente fino alla fine, lasciando spazio anche a colpi di scena e dinamiche che sanno di libro giallo ma soprattutto di amore.
    Il super potere di Nina, e di Antonia, è la comunicazione che rende appunto liberi. È l’anarchia di chi osserva con gli occhi grandi della civetta. Perché l’anarchia di Nina è civetta: Nina si piace anche quando sta male, Nina sa di piacere, sa quello che vuole e lo insegue, come tutti quelli che sognano.

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Antonia De Francesco
Antonia De Francesco, nata a Formia (LT), si laurea, nel 2009, in “Media e Giornalismo” all'Università “Cesare Alfieri” di Firenze e comincia a collezionare le prime esperienze giornalistiche in radio, siti di informazione on-line, quotidiani e tv locali e un'agenzia di stampa nazionale.

Nel 2013 è all'Accademia d'arte drammatica “Silvio d'Amico” di Roma per frequentare un master di I livello in “Critica giornalistica”; nel 2019 consegue la laurea in “Editoria e Scrittura” all'Università “Sapienza” di Roma; nel 2021 consegue la qualifica “Eipass Social Media Manager”.

Giornalista pubblicista, impegnata sul portale “Temporeale.info”, ha messo su un personale progetto editoriale “NarrAnto.it” e collabora con due periodici culturali: “Art Special Day – Mi faccio di Cultura” e “Dialettica tra culture”.

Già autrice dei romanzi “Nelle pagine di Sofia” e “L'Animologo”.
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