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L'apparente felicità di Sofia

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Giulia e Sofia sono amiche da sempre. Diverse sotto tanti aspetti eppure inseparabili. Entrambe sognano l’indipendenza, una carriera appagante e il vero amore. Eppure, proprio mentre cercano quella persona con cui condividere l’esistenza, scoprono cosa significhi innamorarsi dell’uomo sbagliato, quello narcisista e manipolatore, che sceglie con cura la propria preda e ne risucchia la vitalità. Quell’uomo che si prende gioco di una persona sensibile al solo scopo di farsi adorare e venerare.

L’apparente felicità di Sofia è un romanzo attuale, che ci ricorda fino a che punto la violenza sulle donne sia diffusa e taciuta e che ci insegna a non lasciarci sopraffare dalla nostra fragilità.

La nostra amicizia

Sofia Mazzotti dipendeva da Diego, del quale era innamorata persa più di quanto potessi immaginare. 

Oggi lo so con certezza.

Il loro era un amore tale che non basterebbe un libro per descriverlo. Bello, candido, sincero e vero. 

Eppure, c’era qualcosa che non mi convinceva.

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Ho conosciuto Sofia in prima media, anche se diventai sua amica solo in terza. La nostra è stata un’amicizia molto profonda. Sofia aveva gli occhi azzurri come il cielo, i capelli biondi, con i riccioli che le si appoggiavano sulle spalle, come se fossero le pieghe di meravigliose tende in seta di eleganti finestre di un palazzo signorile. I suoi riccioli erano talmente morbidi che, quando le crescevano i capelli, continuavano a sembrare della stessa lunghezza, tanto si arrotolavano sulle spalle. 

Era bellissima.

Quando la conobbi, in realtà, non si trattò di amicizia a prima vista. Mi sembrava una dai modi troppo eleganti e raffinati, troppo diversi dai miei. Suonava il pianoforte, aveva le mani affusolate, le dita lunghissime e dritte, era slanciata, il suo corpo avrebbe fatto invidia a chiunque; era sempre profumata con fragranze ricercate, regalate da suo padre, Domenico, Tenente Colonnello della Guardia di Finanza, che lavorava e viveva a Caserta. 

La famiglia di Sofia si era trasferita a Firenze proprio per il lavoro del padre e lì erano nati gli altri due figli, Mirko e Giacomo. La mamma di Sofia, Grazia, aveva ottenuto una cattedra in lettere, motivo per il quale la famiglia, nonostante il successivo trasferimento a Caserta del padre, era rimasta a vivere a Firenze. 

Sofia era nata nel 1992, Mirko nel 1994 e Giacomo nel 1996. Il mio preferito, tra i fratelli Mazzotti, era proprio Giacomo, che tutti chiamavano Giacomino. Aveva i capelli rossi e le lentiggini; dietro all’innocente sorriso dolce, si nascondeva in realtà un teppistello di prim’ordine. Ricordo che una mattina, mentre io e Sofia stavamo studiando, prese una pallina da tennis e la lanciò contro il vetro della terrazza, che andò in frantumi; Giacomino dette la colpa a Mirko, che, molto più timoroso, non seppe fare altro che diventare rosso in volto e mettersi a piangere, portando il pollice in bocca in segno di fragilità.

Il padre di Sofia era un bell’uomo, sempre in ordine e ben vestito; la figlia doveva aver preso da lui. Per fare carriera era stato costretto a trasferirsi in diverse regioni d’Italia fin da ragazzo e per qualche anno aveva prestato servizio a Firenze. 

Grazia si era talmente innamorata di Firenze che aveva deciso, una volta ottenuta la cattedra, di non seguire Domenico, che aveva ripreso a trasferirsi in giro per l’Italia. Da quando frequentavo Sofia, ricordo di aver sempre sentito dire che suo padre lavorava e viveva a Caserta. Quando tornava a Firenze eravamo tutti felici di vederlo, io compresa, perché avevo cominciato a sentirmi parte della famiglia.

Oltre a essere gentile nei modi, Sofia, era anche dolce e molto rispettosa. Quando frequentavo il liceo, in realtà, preferivo le ragazze scalmanate. Mi piaceva fare confusione, combinarne di tutti i colori e quando dovevo studiare con lei, cercavo di trasmetterle la mia voglia di trasgredire alle regole. 

Tra me e me pensavo che, se lei avesse trasgredito, anche solo un poco, mi sarebbe piaciuta ancora di più. 

Sofia aveva voti alti; quando studiavamo, ripeteva le lezioni con una proprietà di linguaggio straordinaria. Era nata il diciassette febbraio 1992. Io, invece, il nove luglio dello stesso anno. Ogni anno festeggiava il suo compleanno in campagna e mi invitava sempre. Mi ero guadagnata la simpatia dei genitori, anche se, in fondo, ero convinta di non meritarla. Quando ero ragazza ci sapevo fare, riuscivo a essere, e lo ero davvero, una bella ruffiana. Mi comportavo come se fossi la migliore; due sorrisi, due “grazie” a tavola durante e dopo il pranzo ed era fatta. I genitori delle mie amiche mi adoravano e mi consideravano la ragazza giusta da frequentare. 

Dalla prima superiore, nonostante le nostre diversità, Sofia divenne la mia migliore amica, quella a cui ritenevo di poter confidare tutto.

Cominciammo a studiare insieme e col tempo, non so bene come successe, cominciai ad appassionarmi allo studio, mentre a lei successe il contrario e con gli anni la voglia di studiare le passò quasi del tutto. 

Il nostro professore di italiano, Valerio Cameri, era strao­rdinariamente preparato e, ai miei occhi, era anche bello. Aveva una conoscenza della letteratura tale da saper rendere travolgente ogni argomento, anche il più ostico. Bravo ma anche molto esigente, talvolta duro. Ricordo un episodio in particolare, che oggi mi fa sorridere ma che all’epoca mi fece soffrire moltissimo. Il professore ci aveva dato da leggere Il nome della rosa di Umberto Eco. Avevamo un mese per terminarlo e fare un riassunto scritto sia del testo sia degli aspetti che ci avevano colpiti di più.

Il libro non lo lessi, mi limitai a guardare la trasposizione cinematografica che, ovviamente, per quanto meravigliosa e con uno straordinario Sean Connery, non poteva essere sufficiente per affrontare un’eventuale interrogazione. 

Il professore interrogò sia me sia Sofia. Lei prese nove, io tre. La cosa che più mi dette fastidio fu che essendo stata già interrogata in italiano la settimana precedente, mi ero concentrata sulle altre materie. Quando un professore ti interroga pensi che per qualche settimana ti lascerà in pace e, invece, senza neppure farlo apposta: «Oggi sentiamo Sofia Mazzotti e Giulia Narelli». 

Sofia si alzò. Io, invece, d’istinto risposi: «No, prof, oggi non vengo». 

«Perché, Narelli, che succede?»

Non potendo dire la verità, mi uscì dalla bocca un tremendo: «Oggi, ehm… ehm… ehm… io oggi… sciopero». 

Con lo sguardo di chi accetta la sfida e si prepara per un gran duello, il professor Cameri, toccandosi i baffi con la mano destra che gli copriva la bocca e guardandomi con occhi che parevano sorridere e che di solito mi facevano battere il cuore, concluse: «Perfetto, Narelli, oggi sciopera anche l’autobus numero quattro, con il quale ogni giorno torni a casa; infatti, tornerai a casa con un bel tre!». 

Piansi fino all’ora di cena, perché quel tre mi aveva abbassato terribilmente la media. Nei mesi successivi, recuperai in italiano e contemporaneamente, come se le due cose fossero esattamente congruenti, mi avvicinai a Sofia fino a diventarne la migliore amica. 

Terminata la scuola, andavo spesso a casa sua e rimanevo per pranzo. Facevamo i compiti, poi ci sdraiavamo una in terra sulla moquette verde ramarro e l’altra sul letto a fantasticare su tutto: ragazzi, professori, vestiti, sogni. Mi resi conto che stare con Sofia era per me la cosa più bella al mondo.

Pensavo continuamente a lei; spesso la sera, quando tornavo a casa e mi preparavo per andare a letto, lasciavo da una parte un foglio e una penna per scriverle lunghe lettere. Erano lettere sulla nostra amicizia, sempre farcite di cuoricini colorati, prevalentemente rossi. 

Anche Sofia si era affezionata ai miei genitori. Con mio padre scherzava sempre. Provava simpatia per il signor Narelli, come lo chiamava lei. Diceva che era un uomo simpatico e allegro, che le trasmetteva tanta sicurezza. Come biasimarla! Ricordo che Sofia si divertiva a chiedere a mia mamma di raccontarle di me, di quando ero piccola, di quanto fossi agitata e spericolata. 

Mia mamma ha sempre avuto un modo simpatico di raccontare gli eventi e stavamo spesso a ridere tutti insieme per le mie birbonate, commentando gli accadimenti come se si trattasse di atti vandalici commessi da una piccola teppista. 

Se ripenso a quei momenti, mi rendo conto di quanto fossero belli, di quanto fossimo spensierate.

Un giorno decidemmo di provare a fumare. Avevamo diciassette anni e mezzo. Prendemmo le biciclette e andammo a fare un giro al Parco delle Cascine. Durante la strada ci fermammo da un tabaccaio e comprammo un pacchetto di sigarette a testa; io presi le Merit, lei scelse le Multifilter. Pedalammo fino al Piazzale del Re e poi lungo il Viale dell’Ae­ronautica, riuscimmo a fumare un pacchetto di sigarette a testa, senza mai aver fumato prima di allora. Non era la sigaretta in sé che ci attraeva, infatti ne accendevamo e gettavamo via una dietro l’altra, quanto l’atto stesso di fumare. Poi, per paura di puzzare di fumo, prima di rientrare a casa ci spruzzavamo la lacca per i capelli (che ci eravamo portate dietro) ovunque, perfino in bocca, e via a casa di corsa, pedalando a tutta velocità per non fare tardi. Era il nostro segreto, ci piaceva fare le grandi.

Anzi, ci faceva sentire adulte. 

La nostra amicizia è andata avanti per tutto il liceo classico ed è stata presente soprattutto durante l’esame di maturità, esorcizzandone l’angoscia. 

Abbiamo studiato molto in quegli anni e ci siamo diplomate, Sofia con cento, io con ottanta. Ricordo che i cartelloni con i risultati furono esposti di sabato pomeriggio proprio all’ingresso della scuola. Noi li avremmo potuti vedere solo il lunedì successivo. Decidemmo di andare a scuola e di scavalcare il cancello. Rischiammo di essere punite, ma non ci importava affatto. L’importante era raggiungere l’obiettivo: scoprire il voto prima degli altri. 

Ci pervase un senso di gioia e di tristezza insieme. La cosa positiva era che l’estate era arrivata e la scuola era finita: per la prima volta, dopo cinque anni, non avremmo avuto compiti da fare. Non provai dolore nel separarmi dalle altre compagne di classe, perché non avrei perso l’amicizia con Sofia e ciò avrebbe attenuato il dolore del distacco dalla scuola, dagli insegnanti e dagli altri compagni, alcuni dei quali non avrei rivisto più. 

Avevamo tutta l’estate davanti a noi. 

Trascorsi qualche giorno al mare con lei e sua mamma a San Vincenzo, dove avevano una piccola casa. Adoravo andare lì, i giorni volavano e con Sofia mi divertivo un sacco. Mi faceva ridere la sua solarità, mi piaceva la sua voglia di essere bella anche perché, ritenendomi più bruttina, mi dava il coraggio di osare un po’. 

A settembre avremmo cominciato l’università; avevamo deciso di iscriverci a giurisprudenza, a Firenze. Eravamo entusiaste all’idea di frequentare l’università insieme, anche se non sapevamo quale sarebbe stato l’esito. Per la verità i genitori di Sofia avrebbero preferito la facoltà di medicina. Invece, senza indugi, ci iscrivemmo a giurisprudenza. Eravamo affascinate dall’idea di diventare due avvocati. 

Sofia desiderava specializzarsi nel diritto di famiglia, in particolare con qualcosa che avesse a che fare con i minori. A me, invece, piaceva il diritto penale. Insomma, nei nostri sogni ci piaceva immaginarci già come due avvocati di successo. 

Neppure i miei genitori erano entusiasti della scelta. Sostenevano che fare l’avvocato non mi avrebbe dato soddisfazioni e soprattutto, ripetevano che di avvocati era pieno il mondo e che non avrei avuto molte possibilità di successo e di carriera. 

Sofia e io eravamo, al contrario, contente e piene di speranza, tanto che spesso ridevamo a crepapelle dei desideri dei nostri genitori. 

Un pomeriggio di luglio andammo a prendere un gelato. L’aria era caldissima e i marciapiedi erano bollenti. Ci confidammo che, non appena laureate, saremmo andate a vivere insieme, presumibilmente in un’altra città.

«Giulia, quando saremo laureate andremo a specializzarci a Milano, lontane da ogni lamento dei nostri genitori, prenderemo un piccolo appartamento in affitto, divideremo le spese e ci goderemo appieno la meritata libertà.» 

«Certamente, Sofia, lontane dalle nostre famiglie che continuano a biasimarci, dalla mattina alla sera, sul nostro futuro, come se non volessero concederci la possibilità di decidere.»

Quei giorni al mare volarono e ci dovemmo separare perché dovevo raggiungere i miei genitori a Moena: non sopportavano più il caldo infernale del mare e, da qualche anno, avevano iniziato a preferire la montagna. In realtà quella fu l’ultima estate che trascorsi con loro. La sensazione era stranissima. Passavo da momenti in cui mi divertivo, ridevo e giocavo partite interminabili a scala quaranta a momenti di grande noia. 

Il tempo talvolta sembrava fermarsi e se, da bambina, mi piaceva molto camminare, a diciannove anni, invece, dovermi svegliare presto per fare lunghe passeggiate per i sentieri di montagna mi pesava, perché avevo sonno e provavo una gran fatica a uscire dal letto. I miei genitori erano contenti e mi dedicavano grandi attenzioni. A me, però, mancava Sofia.

Ero figlia unica al contrario di lei e forse, ciò rendeva la sua assenza ancora più dolorosa, perché mi sentivo davvero sola. Con i miei genitori avevamo preso uno Schnauzer gigante, Sailor, che adoravo. Lo consideravo un grande amico e in certi momenti sembrava che capisse che mi mancava terribilmente la mia amica. Ricordo che un pomeriggio, in montagna, mi sedetti per terra a osservarlo, dopo un po’ di tempo trascorso ascoltando la musica, e scoppiai a piangere da sola, senza neppure una valida ragione. Sailor si alzò e lentamente si avvicinò ancora di più, quasi a cercare un contatto, mosse il naso a destra e a sinistra, vicino al mio viso, come faceva quando cercava un biscotto e poi mi leccò tutta la faccia asciugandomi le lacrime come per farmi smettere di piangere. Lo strinsi forte a me e gli dissi che mi mancava la mia amica, le nostre risate e che, per quanto i suoi occhietti marroni nascosti dietro la frangia sempre perfettamente allineata mi trasmettessero tanto amore, a me mancava la mia migliore amica, quella che mi faceva ridere e con cui potevo parlare di tutto. E sapevo che anch’io le mancavo. Ne ero certa. Il cellulare prendeva a tratti e mi ritrovavo a girare con il telefono in aria per trovare un punto nel quale vi fossero almeno due tacchette per la linea. Quando riuscivo a collegarmi a una rete Internet, partivano quei dieci minuti di messaggi a non finire, nei quali, per la maggior parte delle volte, non riuscivo né a finire un discorso, né tanto meno a imbastirne uno nuovo; la stessa cosa capitava a Sofia, così quando la sera rileggevo tutti i suoi messaggi e tutte le mie risposte, ne veniva fuori una conversazione insensata.

Mi scrisse che a San Vincenzo aveva incontrato un ragazzo di nome Gaetano, che si faceva chiamare Tano, e che tra loro due era nata una storia, un “flirt estivo”, dicevamo. Lo descrisse come un gran figo, simpatico e soprattutto molto attraente. Mi scrisse messaggi brevi, forse anche per paura che qualcuno potesse leggerli, ma mi mettevano una grande curiosità che si incastrava tra i nostri sogni e il desiderio di sapere e conoscere. Le chiesi di vederlo e riuscì a mostrami una sua foto: era moro, abbronzatissimo, con un fisico atletico, con i capelli lunghi sulle spalle; nella foto era in costume, un costume verde acqua. Insomma, mi piaceva anche senza conoscerlo e la invitai a raccontarmi tutto. Ridevamo anche senza vederci e ciò rendeva particolare quello che c’era tra noi: riuscire a ridere e trasmettere i nostri pensieri, senza incrociare i nostri sguardi, come se la nostra amicizia attraversasse il cielo, creando la scia bianca di un aereo immaginario che, incastrandosi tra il rosso e l’arancio del sole che tramonta, saluta il giorno. 

Gaetano, anzi Tano, era siciliano e dunque si sarebbero separati a breve tornando ognuno a casa propria. Ma le promesse, soprattutto a diciannove anni, erano pane quotidiano. Rientrammo entrambe mercoledì 24 agosto e trascorremmo tutto il giorno successivo chiuse in camera mia a chiacchierare, senza interruzione, di Gaetano e dei suoi baci, delle promesse fatte e dei sogni da realizzare. Ricordo ancora la data perché il 25 agosto è l’anniversario di matrimonio dei miei genitori che, di solito, festeggiano a cena fuori. Non ci schiodammo da camera mia neppure per la cena; eravamo sudate da capo a piedi. Camera mia si affacciava sul verde dei lungarni e la sera si muoveva un po’ di aria, ma quella sera sembrava soffiare il Simùn, con la sua temperatura alta e l’estrema secchezza. 

Il nostro programma era che l’estate successiva saremmo andate in Sicilia, a Messina, dove viveva Gaetano. E lì avremmo trascorso le nostre prime vacanze da sole. Che meraviglia, la sola idea mi faceva venire i brividi. 

Non che Moena non mi piacesse più, ma avvertivo una strana sensazione, una crescente necessità di indipendenza dai miei genitori. Stare con loro mi piaceva tantissimo, ma non appena cominciavamo a fare qualcosa insieme, avvertivo un’insolita pesantezza che dalla testa si diramava sulle spalle. Cosa stesse accadendo non lo so, ma i conflitti con mia madre e mio padre divennero sempre più frequenti e accesi. Rispondevo male, soprattutto a mia madre, per ogni cosa che accadesse e che non mi tornava. Sembrava che fosse diventata un bersaglio sul quale scagliare tutte le freccette, rigorosamente con punta d’acciaio, stabilizzate nel volo da alette, in modo che la loro punta andasse a colpire proprio il centro del bersaglio, il suo cuore. Dopo che l’avevo maltrattata, del tutto inspiegabilmente, mi prendeva la voglia di stringerla forte e di dirle che l’avrei amata per tutta la vita, più di ogni altra persona al mondo. Ma non riuscivo a farlo e, sempre del tutto inspiegabilmente, le portavo rancore, che passava solo quando lei, accusando il colpo finale, si allontanava da me, fingendo che io non esistessi.

La cosa che mi consolava è che anche Sofia provava lo stesso senso di ribellione verso i genitori e ciò mi consolava a tal punto che finivo per ritenere di avere sempre ragione. 

Forse stavamo diventando donne e, per quanto difficile da spiegare, i miei genitori costituivano ai miei occhi quasi un ostacolo. E per quanto io mi sforzassi di non capire, la vita mi avrebbe portata, con gli anni, ad allontanarmi da loro, senza che vi fosse bisogno di affrettarsi. 

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2021-06-12

Aggiornamento

Mancano solo 15 copie all'obiettivo....che gioia! grazie ai miei amici che mi stanno sostenendo! grazie davvero.
2021-06-11

Aggiornamento

Sono felice di comunicare ai miei sostenitori/amici che la campagna di raccolta pre-ordini ha raggiunto il 91%...direi che ci siamo quasi!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    un tema di grande attualità, esposto con uno stile fresco ed una scrittura molto avvincente. una lettura che consiglio a tutti. mi piacerebbe vederne una trasposizione cinematografica, sotto forma di corto sociale, per eventuale diffusione anche nelle scuole e diffondere ed alimentare la sensibilità all’argomento trattato. tutti dobbiamo imparare a cercare e trovare la forza di non osare quando non si deve osare

  2. (proprietario verificato)

    Fare una recensione per me è semplice, sei mia sorella, ti conosco benissimo. Ma è al tempo stesso difficile perchè non voglio nè posso cadere nel banale: leggete il libro è bello, così sarebbe troppo scontato.
    Hai trattato un tema che ci riguarda, tutti, uomini e donne, un tema che è indipendente dal sesso, ma che è legato a una delle parole in cui dovremmo credere davvero ossia il rispetto, perché è solo attraverso il rispetto che si può vivere liberi, senza manipolazioni, senza paure o angosce. Solo attraverso il rispetto si può amare davvero. E il rispetto riguarda tutto, dall’amicizia, all’amore, dal rapporto con i genitori a quello con i figli. L’apparente felicità di Sofia non è, purtroppo, solo un romanzo. E’ attualità, dura, dolorosa tragica. E allora invito tutti a leggere il tuo romanzo proprio per cogliere in pieno il tuo invito, ossia quello di riuscire a non osare. La forza di non osare deve diventare il modo per riuscire a fermarsi in tempo, sempre.
    Lorenzo Cecconi
    Vai avanti cosi Sorella mia…! Sei forte!

  3. (proprietario verificato)

    In ognuna di noi c’è una Sofia ed una Giulia, un dualismo di forza e fragilità , di libertà adulta e matura e dipendenza infantile. e ogni tanto la vita rimescola le carte per insegnarci che il dualismo va compreso e accettato con se stessi. Grazie per aver dato voce, eleganza e spessore a questa sottile lotta titanica che avviene dentro ognuno di noi senza giudizio e confronto tra i due lati della stessa medaglia, al mondo sommerso e oscuro della violenza, di cui il femminicidio è la punta dell’iceberg di una violenza psicologica insidiosa, silenziosa e quotidiana. un modo sommerso e a molti sconosciuto nelle sue dinamiche manipolatorie. siamo anime complesse, abbiamo in seno paradossi e contraddizioni e niente suona più sensato e vero dell’invito ad avere il CORAGGIO DI NON OSARE

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Silvia Cecconi
nasce nel 1971 a Firenze, dove attualmente risiede. Dopo essersi laureata in Economia e commercio, dal 2004 svolge la professione di dottore commercialista. Nel 2020 pubblica il suo primo romanzo, "La mia amica blu", con il quale si aggiudica una menzione d’onore al Premio di Poesia e Narrativa “Ti meriti un amore”. Partecipa, ricevendo un diploma di merito, ai concorsi promossi da Apollo Edizioni per la realizzazione di un racconto da inserire in diverse antologie pubblicate nel 2021. Nel gennaio 2022 il suo racconto "Epicedio" viene selezionato per la realizzazione dell’Antologia Parole Sussurrate, edita da Temperino Rosso Edizioni.
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