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Le ali della bicicletta

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Possono tre semplici azioni cambiare la tua vita e mettere in dubbio tutte le tue certezze, facendo crollare il mondo che con fatica e dedizione hai costruito? È quello che succede a Linda quando, raggiunta finalmente una certa stabilità economica e sentimentale, si rende conto di vivere una vita che non le appartiene e inizia a dubitare dei pilastri su cui ha costruito la sua intera esistenza.

È la storia di come una donna, che per anni ha messo in disparte la sua persona, inizia a riappropriarsi dei suoi spazi, dei suoi desideri e della sua personalità. Perché è proprio mettendo in dubbio noi stessi e ciò che ci circonda che riusciamo a trovare il nostro posto nel mondo.

Introduzione

«Allora? Che cos’è?» Maria non vedeva l’ora di sapere se le sue preghiere fossero state ascoltate e se il voto fatto alla defunta suocera avesse avuto esito positivo. Intanto i vagiti del neonato inondavano la sala parto della clinica “Santo Stefano”, nella zona collinare di Napoli.

«Mi volete rispondere? È una femmina?» 

L’infermiera spazientita la guardò negli occhi: «Ho in mano un ago e sto cucendo la tua cosa! Dovresti mordere le lenzuola dal dolore!». 

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L’ostetrica con in braccio un fagotto di quasi cinque chili si avvicinò a Maria: «Quanti figli hai?».

«Due, ho due maschietti.» 

«È una femmina!» disse sorridendo.

«Grazie, grazie!» disse Maria fra le lacrime di un’indescrivibile gioia, ringraziando la defunta suocera per avere esaudito il suo desiderio e tenendo fede al suo voto. «Si chiamerà come sua nonna, Ermelinda.»

«Ma perché la portate via?» 

«Tranquilla, Maria,» rispose l’ostetrica «la portiamo un po’ in giro per mostrarla alle altre colleghe! Questa bimba non sembra nemmeno una neonata per quanto è grossa! E poi è così buffa con la testa completamene pelata!»

Ermelinda però era un nome troppo impegnativo, anche per una patatona di quattro chili e ottocento grammi. All’epoca della nonna non era un nome così insolito e poi i suoi genitori avevano deciso di dare a tutti gli otto figli nomi che cominciavano con la lettera “E”: Ersilia, Esterina, Elvira, Ermelinda, Enrico, Ernesto, Eugenio, Eduardo.  

Io, invece, sono sempre stata per tutti soltanto Linda.

Sono nata e cresciuta a Napoli, in una famiglia semplice, dire borghese sarebbe eccessivo. Mia madre casalinga, figlia di custodi di palazzo e mio padre conducente di autobus, “figlio d’arte” perché mio nonno guidava i tram. Sono l’ultima di tre figli, unica femmina. Con noi vivevano anche mia zia paterna, mai sposata, “signorina”, come si usava dire ai tempi e mia nonna materna. 

La prima immagine che mi salta agli occhi della mia infanzia è di una bimbetta paffuta, bionda e riccioluta, ma questo ricordo è più che altro legato alle foto che mi ritraggono, mentre nella mia mente è ancora vivo il ricordo di mia cugina Patrizia, di quattordici anni maggiore di me, in braccio alla quale ripetevo le lettere dell’alfabeto. 

Di me dicono che fossi una bimba quasi prodigio, pare che già quando ero molto piccola fossi in grado di esprimere frasi di senso compiuto, laddove i miei coetanei a mala pena mettevano insieme qualche lettera. La cosa mi ha sempre lusingata, una delle poche cose che mi ha sempre reso fiera di me è il fatto di essere stata precoce, nel parlare come nel cantare e soprattutto nel fare domande! 

Tutti i bambini sono soliti chiedere di tutto e di più, ma se mi si potesse identificare in un avverbio, sarebbe “perché”. Questo credo sia l’aspetto che maggiormente ha contribuito a delineare il percorso della mia vita e determinare le mie esperienze. È stato soprattutto quello che ha consentito alla bambina Linda di rimanere viva e continuare insistentemente a fare domande alla ragazza Linda e poi alla donna che aveva preso il suo posto anche quando lei, crescendo e diventando adulta, distratta dagli eventi prima e presa da mille preoccupazioni poi, ha finito per trascurarla lasciando molte delle domande inascoltate. Questo fino ad arrivare a un momento dell’esistenza in cui, trovata una dimensione di vita più serena, tutte le domande senza risposta della bambina Linda hanno cominciato nuovamente a far capolino nella mente di una donna ormai adulta, che non ha potuto fare a meno di ascoltarle e cercare essa stessa una risposta, spesso difficile e che avrebbe aperto altri mille interrogativi stravolgendo tutte le sue certezze fino a quel momento. 

Era stato solo l’inizio di una tempesta le cui conseguenze non avrebbe mai potuto lontanamente immaginare! 

Alcuni ricordi d’infanzia li rivivo con disagio, come quello in cui mia madre è distesa a terra e mio padre su di lei picchiandosi a vicenda, ricordo quanto fossi spaventata! Una paura alla quale non puoi fare a meno di fare l’abitudine perché farà da sfondo alla tua infanzia. Litigi futili e periodici, burrascosi, senza un giustificato motivo se non la mancanza di una reale comunicazione. L’abitudine a risolvere i problemi con le urla, le bestemmie di mio padre, talmente urlate che a momenti raggiungevano davvero i diretti interessati. Di sicuro raggiungevano la signora del terzo piano, che prontamente veniva a bussarci, mossa da un misto di preoccupazione e curiosità e magari dalla voglia di poter avere l’aneddoto da raccontare a parenti e amici, meglio se davanti a un buon caffè.

Da bambina non mi piaceva mio padre, lui era quello che si arrabbiava sempre senza motivo, quello imprevedibile e di cui tutti, quando lui usciva di casa, parlavano male alle spalle, spesso lo criticavano e a volte lo deridevano. Allora non lo capivo, ma questa cosa avrebbe messo a dura prova la mia autostima.

Oggi, pur senza negare i suoi innumerevoli difetti e il suo carattere a dir poco difficile, gli sono profondamente grata per tutto quello che in modo silente mi ha insegnato e trasmesso. È strano, perché non mi ha mai fatto discorsi o prediche, eppure ciò che mi ha trasmesso mi è così chiaro, semplice e concreto che potrei elencarlo punto per punto, anzi lo faccio:

– Eduardo de Filippo e l’amore per il teatro. Ascoltavamo le sue commedie con le audiocassette e non ce le perdevamo mai in TV. Eduardo è stato, è e sarà sempre un punto di riferimento nella mia vita, il teatro un luogo magico in cui tutto può succedere;

– il bene e il male sono troppo relativi per etichettarli, c’è bisogno dell’uno per riconoscere l’altro;

– c’è sempre tempo per una tazza di caffè (il suo troppo dolce e poco carico, ma sempre gradito);

– le medicine non servono, il limone è un toccasana per tutti i mali;

– non bisogna mai giudicare gli altri. Mio padre parlava con tutti, ma proprio tutti;

– non serbare rancore. Lui, dopo una litigata furiosa, usciva a fare una passeggiata e quando tornava tutto era come prima…. Be’, magari un chiarimento non sarebbe stato male, ma alle volte è utile anche guardare avanti senza fossilizzarsi su questioni inutili;

– se una musica è bella ti entra nell’anima e ti fa piangere, allo stesso modo fa un film, un disegno, una frase o una qualsiasi forma di arte;

– il senso dell’umorismo è la migliore qualità dell’essere umano;

– anche se hai quattro anni, puoi andare al cinema a vedere 007 Live and let die. Fatto;

– anche se hai quattro anni puoi andare al cinema a vedere L’inferno di cristallo. Fatto anche questo;

– si può fare a meno della carne.

Tutti questi sono i tratti fondamentali della mia personalità oggi e sono quelli che mi tengo stretta perché in qualche modo mi consentono di sentirlo ancora al mio fianco, più di quando ci fosse realmente. A quei tempi, non pensavo a tutti gli argomenti che avremmo potuto affrontare assieme, perché ero troppo impegnata a dargli torto su tutto e a guardare solo i suoi lati negativi.

Della mia prima infanzia ricordo una culla dalla tela blu e dalla quale un giorno, a detta di mia madre, sono venuta fuori da sola quando ancora gattonavo senza camminare, scavalcando e poggiandomi sul letto matrimoniale che si trovava di fianco. Pian piano ero poi arrivata a terra e avevo gattonato fino alla porta di entrata che era aperta per far asciugare il pavimento appena lavato. La oltrepassai e cominciai a salire le scale – noi abitavamo a piano seminterrato – fino ad arrivare al terzo piano, dove la signora – sempre lei – mi raccolse riportandomi dalla mamma, tra gli sguardi increduli del vicinato. Diciamo che non si può dire che non ci facessimo notare.

Ho pochissima memoria dei miei fratelli, soprattutto di quando noi tre eravamo assieme da piccoli e la cosa strana è che nemmeno loro ricordano molto. Un velo di oblio deve averci fatto rimuovere dei passaggi; loro, pur essendo rispettivamente di cinque e otto anni più grandi di me, non hanno saputo fornirmi dettagli. 

Io – credo si sia intuito – detesto i misteri irrisolti e ho provato a dare una risposta a questo oblio, una risposta che non mi ha soddisfatta ma che può essere una spiegazione plausibile. 

Tre, anzi, quattro lutti nel giro di quattro anni hanno fatto da sfondo alla storia della mia famiglia negli anni Settanta: il primo è stata la morte della fidanzatina di mio cugino a soli diciannove anni, per un’incidente con l’auto; pochi mesi dopo mia nonna, due anni dopo mia zia a soli quarantotto anni e due anni dopo mio zio – il marito –, fratello di mia madre, alla stessa età. La mia famiglia e soprattutto quella dei miei cugini che vivevano nel nostro stesso condominio ne era uscita devastata! 

Un periodo in cui è probabile che tutti gli altri ricordi siano stati rimossi o che in qualche modo siano passati in secondo piano. E probabilmente non hanno avuto il tempo di riaffiorare, prima di essere nuovamente rimossi da un altro evento traumatico accaduto nel 1980 che ha sconvolto le vite di buona parte dei cittadini della Campania e della Basilicata: il terremoto dell’Irpinia. 

Fortunatamente la mia famiglia ne è uscita illesa, ma la paura è stata davvero tanta e le nostre vite ne sono state profondamente sconvolte. Per anni è stato il principale argomento di discussione tra le persone, con racconti di fuggi fuggi, scene grottesche e tragicomiche di guarigioni miracolose o persone ingessate dalla testa ai piedi che sono riuscite a fuggire prima degli altri. Con un po’ di fantasia si poteva raccontare di gessi rimasti vuoti con su la scritta “Torno subito”!

Tornando a me, volendomi descrivere da più grandicella, sono sempre stata troppo o troppo poco. 

Troppo chiacchierona da bambina, quando a volte avrei dovuto star zitta, come spesso mi faceva notare lo sguardo severo di mia madre se dicevo qualcosa fuori luogo o se contraddicevo, per sincero amore per la verità, qualche sua bugia “a fin di bene” (seguiva cazziatone). 

Troppo cicciona, quando ero in leggero sovrappeso. Avevo il viso a palloncino e le guance paffute, la gioia delle signore che da piccola mi davano affettuosi pizzicotti che io detestavo, come detestavo le mie guance e spesso la mia immagine allo specchio, sebbene avessi bei lineamenti, due occhioni tra il castano e il verde, una pelle invidiabile rosea e liscia e labbra carnose. Ma non riuscivo a vedere oltre la mia ciccia. 

Troppo poco attraente, da adolescente, troppo timida e troppo goffa, troppo poco delicata come ragazza, cresciuta con due fratelli e avendo avuto come migliore amico di infanzia un maschio (il figlio della solita signora al terzo piano). Avevo poco delle movenze aggraziate e del linguaggio femminile, anche se giocavo con le bambole, perché ho sempre preferito il senso dello humor dei ragazzi e ben presto ho imparato a fare le loro stesse battutacce.

Ma adesso voglio presentarvi la mia famiglia.

Mio padre Carmine: un uomo dall’aspetto rotondo, senza capelli se non ai lati della testa, grassoccio e per niente muscoloso, un viso che lasciava trasparire bei lineamenti, con grandi occhi azzurri. Del carattere ho già accennato all’inizio, non era una persona semplice, abitudinario, poco coerente, con grosse difficoltà ad affrontare i problemi. L’abitudine in famiglia era di risolverglieli appena sorgevano, se non prima, in modo da non sentirlo nemmeno brontolare. Aveva il senso di responsabilità della famiglia, è stato un gran lavoratore, onesto e irreprensibile, ma per nulla attento ai bisogni dei figli perché sapeva che a quelli ci avrebbe pensato mia madre.

Mia madre Maria: una bella signora, appesantita da uno stile di vita fatto di tanto cibo e poco movimento, un bel viso squadrato, naso un po’ pronunciato, occhi castano-verde e labbra carnose. È sempre stata una donna molto curata, con smalto rosso sulle unghie delle mani e pettinatura alta con tinta bionda inamovibile, dato l’incalcolabile quantitativo di lacca. Fervente cattolica, mi ha trasmesso una fede incrollabile. Anche ora, a distanza di anni, permane, pur essendo in me totalmente trasformata a seguito di una profonda crisi spirituale e una lunga ricerca, che mi ha reso una persona con profondo senso della spiritualità ma lontana da ogni religione. Ovviamente assieme alla fede mi è stato trasmesso anche qualche tabù. Caratterialmente, mia madre è sempre stata una donna energica e positiva, che sapeva prendere in mano le situazioni. A tratti poteva apparire troppo invadente – ma a fin di bene – con i figli presente e affettuosa, con me forse un po’ troppo severa, nel tentativo inconsapevole di plasmarmi a sua immagine e somiglianza.

Mia zia Maria: una donna di circa sessant’anni, prima sorella di mio padre e di quattordici anni più grande. Lo ha cresciuto facendogli da mamma dopo la morte della nonna avvenuta quando mio padre aveva solo nove anni. Non si è mai costruita una sua famiglia, ha speso la sua vita prendendosi cura dei fratelli, in particolar modo di mio padre. Aveva i capelli bianchi, grandi occhi azzurri, un bel viso. Semplice, gioviale, affezionata alla famiglia e con uno spiccato senso dello humor.

Mia nonna Concetta: una figura piccola ed esile, sui settant’anni, capelli grigi raccolti a tupè, viso magro e scavato, profondi occhi azzurri. Di lei ho pochissimi ricordi, anche se limpidi, ma del suo carattere non saprei dire molto se non dai racconti di mia madre, perché pur essendo relativamente ancora giovane, era già molto poco lucida.

Mio fratello Fernando: di quando lui era in casa ricordo davvero poco! Più grande di me di quasi otto anni, un adolescente magro e belloccio, dall’aspetto afroasiatico, labbra carnose e occhi a mandorla, capelli castani e ricci. Spesso in conflitto con i miei genitori. È andato via di casa a diciotto anni, quando io ne avevo appena dieci e non ricordo di aver mai giocato insieme. Entrambi avevamo dentro un’inquietudine non ben definita, ma la differenza di età prima e la lontananza fisica poi ci ha impedito di confrontarci e comprenderci. Abbiamo dovuto attendere l’età adulta per poterci finalmente confrontare e dirci quanto ci volevamo bene.

Mio fratello Rosario: il mio alter ego, il mediatore, la mia certezza. A casa eravamo cane e gatto, litigavamo sempre perché lui mi prendeva in giro e io mi offendevo terribilmente, lui lo sapeva e lo rifaceva apposta, ma eravamo sempre insieme e ci siamo divertiti tanto. Era un bimbetto paffuto e cicciottello, occhioni tondi, labbra carnose, praticamente ero io ma in versione maschile. Sempre allegro e sorridente, con un grandissimo senso dell’umorismo che adoravo e adoro tutt’ora e che caratterizza un po’ tutti i membri della mia famiglia, me compresa.

Un pesciolino rosso vissuto sei o sette anni. 

Un gatto che andava e veniva da casa nostra.

Darma: una cucciola di pastore tedesco che mia madre riuscì a prendere con fatica e dopo probabili lunghe litigate con mio padre che ovviamente non la voleva. Lei le aveva comprato una cuccia a casetta bianca che era stata messa nel nostro terrazzo. Darma era dolce e mansueta ma visse molto poco, perché se ne andò ancora cucciola nell’agosto del 1980, mentre noi eravamo in vacanza e lei era a casa con mio padre e mia zia. Non abbiamo mai saputo le cause della sua morte, ma è probabile che fosse stata avvelenata da una vicina di casa con problemi psichici. Ancora oggi quando guardo negli occhi la mia cagnolina Mitsu mi viene in mente la piccola Darma e mi si stringe il cuore. 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Rosario Pennone

    (proprietario verificato)

    Perdere via via i punti cardine su cui si è costituita un’esistenza è traumatico. Recuperare quanto si è fatto di buono e, sulle ceneri ancora fumanti di quei punti cardine perduti, ricostruire la propria vita non è semplice, né scontato; è un percorso lungo e tortuoso, spesso inconsapevole che deve necessariamente passare per la sincerità.
    Con Le Ali Della Bicicletta Linda Pennone ci mostra il suo personale percorso verso la consapevolezza e verso la tanto agognata (da noi tutti) serenità.
    Piccoli e grandi traumi personali e familiari, ci vengono serviti con ironia e delicatezza. Nei ricordi dell’autrice troviamo la sua famiglia, i suoi amici, i suoi affetti, e attraverso le persone e gli avvenimenti scopriamo i suoi sogni, le sue paure, le sue delusioni.
    Tutti i fatti raccontati, tra l’altro con uno stile pulito ed essenziale, sono veri.
    La lettura scorre veloce, Le Ali Della Bicicletta si fa leggere tutto d’un fiato.
    La bellezza di questo scritto sta nella sincerità estrema, l’autrice ha deciso coraggiosamente di mettersi in gioco come sanno fare solo i veri scrittori.
    Fra qualche sorriso, molte riflessioni e un po’ di commozione si arriva alla fine quasi senza accorgersene. La chicca finale, a coronamento di tanto guardarsi dentro, la splendida, intima e intensa
    “Lettera a mio padre”. Leggendola, con le lacrime agli occhi, l’ho rinominata
    “A Babbo Morto”. Sono sicuro che l’autrice mi perdonerà l’ironica irriverenza, semplicemente perché il babbo a cui lei parla è anche il mio.
    Grazie Linda per averci raccontato il tuo viaggio.

  2. Mauro Gandini

    (proprietario verificato)

    Ho aspettato… e sono riuscito ad aggiudicarmi la 200ima copia!!! Ora spero di leggerlo presto! :-))

  3. Stefania D'Angeli

    (proprietario verificato)

    “Le ali della bicicletta” è quasi un diario personale, quasi una confessione in cui chiunque può identificarsi, seguendo i pensieri ed i tumulti interiori dell’io narrante.
    E’ la sincera autobiografia di Linda, una Donna che ha saputo guardare in faccia dolorosi cambiamenti ed si è orgogliosamente reinventata e trasformata. Perché si sa, scrivere di sé è la cosa più difficile, ma Linda l’ha fatto: la storia che sviscera fluida attraverso le pagine è la dimostrazione di come (cito l’autrice) “a volte siano i piccoli gesti a determinare i grandi cambiamenti nella nostra vita”, proprio come la bicicletta, per lei un simbolo di rinascita e di consapevolezza. Il suo romanzo introspettivo è un inno a questo cambiamento, un invito ad ascoltare il proprio io e le proprie necessità, ad imparare a perdere il controllo, se necessario, ma soprattutto è un invito a perdonarsi, con un epilogo dolcissimo e profondo che merita di essere incorniciato!

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Linda Pennone
nasce a Napoli nel 1969. Di formazione umanistica, collabora per diversi anni con l’Ateneo Federico II, occupandosi di orientamento universitario. Nel 2011 si trasferisce con la sua famiglia a Bergamo, dove attualmente vive e lavora. Attratta da tutto ciò che ha a che fare con la creatività, si dedica sin da bambina alla realizzazione di ritratti a matita. La scrittura rappresenta da sempre un modo per dar voce alle sue emozioni. Le ali della bicicletta è il suo primo libro o, come lei ama definirlo, il suo primo “ritratto a penna”.
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