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Le avventure di Delio e Giumatto – Vol. 2

Le avventure di Delio e Giumatto - Vol. 2
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Cuore del nuovo romanzo è la ricerca della mamma da parte di Delio, il bambino orfano che nel corso della prima avventura s’era risolto a costruirsi un babbo di stoffa, Giumatto, per uscire dalla solitudine sofferta in collegio. In questa parte seconda babbo e figlio ne vedranno delle belle. Dopo la partecipazione con i Maghi Erranti a uno spettacolo itinerante dagli esiti disastrosi, dopo una parentesi scolastica, tutta da ridere, nel corso della quale Delio maturerà la decisione di andare alla ricerca della mamma, dopo che Giumatto sarà costretto a travestirsi da ballerina per compiacere le pretese di una folle regista di teatro, ecco i due di nuovo in cammino, questa volta con un obiettivo. Incontreranno nuovi personaggi e vecchie conoscenze, rischieranno la vita, saranno sfruttati e ingannati da loschi figuri, si troveranno nel mezzo di una lite coniugale, vivranno disavventure di ogni genere, ma alla fine il viaggio porterà nei loro cuori la pace tanto desiderata e meritata.

Perché ho scritto questo libro?

Dopo aver narrato le vicende di un bambino che si costruisce un babbo, rovesciamento di Pinocchio, m’è venuto naturale immaginare un seguito dove lo stesso bambino parta alla ricerca della mamma, nel rovesciamento del mito omerico della ricerca del padre. Tutto qui parla di me in senso trasfigurato. Il racconto è “venuto fuori” come un filo da un gomitolo, in modo lineare, in un’atmosfera di gioia felicità e facilità creativa. Spero che tutto questo, nella lettura, passi, vi contagi, vi diverta.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

Delio raggiunse la propria tenda. Si sdraiò sulla branda, accanto al braciere freddo, e chiuse gli occhi. Aveva la testa confusa. Troppe emozioni contrastanti. La festa della mamma, che a scuola tanto aveva divertito gli altri bambini, era stata per lui occasione di dolorosi ricordi. Ci aveva provato, a rivedere la mamma con l’occhio della mente, ma il volto di lei, un volto affilato, sorridente e triste, come l’effige di un quadro lasciato in una soffitta, sbiadiva, spariva. Forse aveva ragione chi diceva che era stata un cavolo, e lui cresciuto all’ombra delle sue larghe foglie. Una cicogna stanca di volare che lo aveva sgravato in cima a un tetto. La spuma bianca di un’onda che, dissolvendosi, lo aveva generato dal mare. Un baco da seta passato dalle sembianze di farfalla a quelle di bambino. Forse aveva ragione chi gli aveva detto di lasciar perdere, che la vita è nell’oggi, che il passato non esiste più. Ma si può forse fuggire da un passato che non si è vissuto? Si può ignorare un amore mai consumato, mai dimenticato?

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Che freddo il letto. Che cupo il mondo.

“Quanto vorrei sognarti, mamma” pensò, e, senza nemmeno preoccuparsi di fare cena, si addormentò…

…la mamma apparve a Delio come una confusa, nebulosa visione di donna china su di lui come in preghiera. Con occhi scuri e sottili, capelli ramati e spumeggianti, un viso gocciolante di trucco. Ma perché lo scuoteva a quel modo? Perché cercava di svegliarlo? Perché non lo abbracciava, come Delio avrebbe tanto desiderato?

Aprì gli occhi.

“Delio” disse una voce.

Delio sentì il contatto di un corpo, il calore di una alito, un forte odore di vodka.

“Delio. Deliravi.”

Davanti a lui c’era una specie di gitana. Una donna un po’ tracagnotta vestita di rosso, con una lunga gonna tutta trini e pizzi e un bel petto pieno. Portava orecchini, collane, anelli.

“Mamma!” biascicò Delio, ancora nel sonno.

“No, Delio, quale mamma! Sono io, Giumatto.”

“Mamma. Come sei bella.”

“No, Delio. Sono Giumatto, il tuo babbo.”

“Il mio babbo si è perso, non lo troviamo.”

“Sono tornato, sono qui.”

“Io però non ricordo di aver fatto al mio babbo le poppe.”

“Sono pompelmi.”

Giumatto svuotò il reggiseno, comparvero due pompelmi. Delio sbadigliò. Si strofinò gli occhi. Aprì e chiuse le palpebre come per mettere a fuoco, corrugò la fronte. Riprese contatto col mondo.

“Mi prepari una spremuta?” domandò con la gola secca.

“Buona idea!” rispose Giumatto.

“Perché ti sei vestito così?” chiese, squadrando il babbo dalla testa ai piedi.

“È una lunga storia, ora mi cambio.”

“Fortuna che sei tornato. Qui le cose si mettevano male.”

Delio raccontò per sommi capi quel che era successo a scuola, poi arrivò al sodo.

“Ho da dirti una cosa importante, babbo. Ho deciso di cercare la mia mamma.”

Giumatto trasecolò.

“Cosa cosa?”

“Voglio trovare la mia mamma.”

“È bastato un solo giorno di scuola per ammattire?”

“La scuola c’entra, ma non come pensi tu.”

“Non puoi costruirti una mamma come ti sei costruito un babbo?”

“Non sarebbe la stessa cosa.”

“Insomma. Cosa posso fare per farti cambiare idea?”

“Nulla. Puoi aiutarmi a cercarla, se lo vuoi. Lo vuoi?”

“No” disse Giumatto.

“Sì” disse l’ombra a Giumatto.

“D’accordo” disse Giumatto a Delio.

Attesero i Maghi per tutta la notte, scambiandosi coccole e racconti, ma nessuno si fece vivo. Giumatto si struccò, si cambiò d’abito, indossando un paio di pantaloni e un caldo maglione di lana. Delio scrisse un messaggio di ringraziamenti e di saluti, lo fissò bene in evidenza su uno specchio.

“Babbo, sei pronto?” chiese.

“Posso rispondere di no?” rispose Giumatto.

Babbo e figliolo si misero quindi in marcia. Uscirono guardinghi dalla discarica, dal paese, e camminarono in silenzio, percorrendo una strada lunga e diritta chiazzata di pozzanghere, godendosi l’aria fresca e l’arlecchinata che l’autunno stava combinando alla campagna. Ancora, dal mattino, aleggiava sui campi la bruma; la nebbia nascondeva le colline lontane, ma i colori delle foglie morenti, sugli alberi, nei rovi, o già cadute, risaltavano più vivi che mai su quello sfondo lattiginoso, come accesi dal contrasto. Il giallo, l’arancio, il cremisi, il lilla, mettevano allegria, calore, come risate squillanti sotto la serietà del cielo, e cadevano rapidi, alle folate, o lenti, dopo volteggi e capriole. I bei colori dell’autunno che strappano un sorriso anche agli occhi tristi.

“Ancora non capisco dove stiamo andando” disse Giumatto dopo qualche chilometro, saltando a piè pari dentro una pozzanghera e ridendo per tutto quel fango schizzato a inzaccherarlo.

“Non lo so. So solo che prima o poi la troverò, la mia mamma.”

“Non mi piace questa storia che ti sei messo in testa.”

“Non ci posso fare niente. E’ più forte di me.”

“Non ti basto, io?” disse Giumatto.

“Mmm…”

“Come puoi provare il desiderio di incontrare chi ti ha abbandonato?”

“Non fare il geloso.”

“Non sono geloso.”

“Sì che lo sei.”

“Mmm…”

“La mia mamma può essere in qualunque luogo, sotto qualsiasi forma. Nessuno mi ha abbandonato. Non dirlo anche tu. Non dirlo mai più.”

“Forse era una delle danzatrici che ho incontrato dopo il volo, al Petit Moulin Rouge. O forse erano tutte loro messe insieme. Non mi dispiacerebbero affatto come tue mamme, perché con loro mi sono proprio divertito.”

L’ombra di Giumatto comparve con il sole quando questo riuscì a sbucare da una piccola breccia apertasi nella nebbia.

“Piantala di dire scemenze” disse, correndo con le parole, allarmata dalla fretta che la nebbia mostrava nell’addensarsi. 

“Sto cercando di tirargli su il morale” sussurrò Giumatto.

“Mi sembra invece che tu stia cercando solo il tuo torna…”

Il sipario di nebbia si richiuse e l’ombra, con l’eclissi del sole, sparì.

“…conto” terminò Giumatto a voce alta.

“Cosa conti?” chiese Delio, distolto dai suoi pensieri e ignaro di quel dialogo.

“Le pozzanghere che mancano per arrivare dalla tua mamma.”

“E quante sono?”

“Tante. Ma poi si asciugano.”

“Mi chiamo Delio, e lui è il mio babbo, Giumatto. L’ho costruito non so dire quando, qualche tempo fa, in Collegio, perché sono orfano, dicevano una peste, e nessuno mi adottava, e visto che ero stanco di vedere che i miei amici invece venivano adottati e andavano via sul più bello, allora mi son detto: perché aspettare qualche anima buona che non arriverà mai? Un babbo posso farmelo da me! Ed eccolo infatti qui presente in persona, il mio babbo di stoffa. Ma non ditegli che è di stoffa, per carità! Perché si arrabbia se si sente chiamare pupazzo. Poi sono finito a scuola, perché altrimenti il mio babbo lo mettevano in prigione, e ci sono capitato proprio il giorno della festa della mamma. E tutti gli altri bambini a disegnarla, la loro mamma, a dedicarle pensierini, tutti tranne me, perché io una mamma non ce l’ho, me l’ha dovuta prestare Puntiddo, la sua, un lungo serpente con la bocca spalancata contro un criceto. Allora, non sapendo che fine abbia fatto la mia, mi è venuta l’idea di trovarla, e col babbo mi sono messo a cercarla, anche se lui all’inizio non era d’accordo. Mi diceva: costruiscitela come hai fatto con me, ma costruire una mamma è impossibile, dunque ci siamo messi in cammino, abbiamo incontrato tante persone, ma niente: la mia mamma non poteva essere Rosalinda faccia di cavolo, già occupata con altri figli in una vita complicata, e neanche una cicogna, perché non mi riesce di volare, e neanche la spuma del mare, troppo fredda, e neanche mamma Ebano, un’imbrogliona di prima categoria, e neanche la signora Maide, la cattiveria in persona, e nessuno insomma, ed ora eccoci qui, in questo cimitero. Comincio a pensare che la mia mamma debba essere morta per forza, altrimenti si sarebbe fatta viva. Puoi forse aiutarci a trovarla con le tue grandi ali di farfalla, che dall’alto le cose si vedono meglio?”

 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giuseppe Giacalone
Giuseppe Giacalone nasce a Milano nel 1975 e dal 2017 vive in Toscana, a Scandicci. Svolge il lavoro di maestro di scuola dal 1999. Con bookabook ha pubblicato il racconto lungo "Leo e la balena" (2020). "Le avventure di Delio e Giumatto" è il suo primo romanzo.

MARCO SANTAGOSTINI, nato a Milano nel 1975, scopre presto la passione per il disegno, per poi capire di voler fare il maestro, professione che, dopo una laurea in Scienze della Formazione Primaria, esercita ancora con entusiasmo a Cesate, in provincia di Milano, dove vive con moglie e figli.
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