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Le avventure di un’Assistente Sociale di Montagna

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Veronica, una giovane assistente sociale, si ritrova a vivere la sua prima esperienza di lavoro in uno sperduto paese di montagna, destreggiandosi tra le sue strade al volante di una Fiat 128. Oltre alle conseguenze della legge Basaglia, i contratti precari e gli ostacoli burocratici, deve affrontare i suoi primi casi. Il più spinoso riguarda Francesco, un bambino che, in seguito alla morte della madre e al trasferimento dai nonni, inizia a creare problemi a scuola. La sua è una delle tante storie delicate che Veronica deve imparare a gestire e in questa grande avventura non mancano le sue incasinate vicende sentimentali.

10 APRILE 1992

“Licantropia-Asse I DSM IV Delirio di trasformazione zooantropica.”

«Ma che cazzo, mi hanno fatto uno scherzo! Questa è una cartella clinica e questa la firma dello psichiatra. Accidenti a loro, sanno che sono qui da sola…»

Presi il telefono e chiamai il DSM, cercai Giorgio che aveva firmato la diagnosi e che avevo conosciuto solo qualche giorno prima.
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«Pronto, Giorgio? Sono Veronica, la nuova assistente sociale.»

«Oh, certo, mi ricordo di te. Buongiorno, come va?»

«Scusa, ma sono qui a Serravalle e sto leggendo le cartelle cliniche prima di andare a fare le visite domiciliari. Ho visto quella di Rino Boncompagni, hai scritto licantropia, mi vuoi prendere in giro?»

Seguì una risata fragorosa: «Ah, ah, ah, no, è una forma di psicosi, ma non preoccuparti, Rino è l’omino più buono del mondo!». La voce era calda e rassicurante, quello di cui avevo bisogno.

Tra le novantatré cartelle che si trovavano nello schedario del servizio sociale, la maggior parte contenevano una relazione della psichiatria. La voce “ex Op” indicava gli ex degenti dell’ospedale psichiatrico che, con la riforma Basaglia, erano tornati nelle loro case, assistiti dal servizio sociale. Alcuni erano rimasti in manicomio anche per trenta o quarant’anni ed erano letteralmente cresciuti e invecchiati lì; al loro rientro spesso le case erano vuote, nel frattempo i familiari potevano essere morti o essersi trasferiti altrove.

Quel piccolo comune di montagna aveva un territorio piut-tosto vasto, tante piccole frazioni di case sparse. Le strade non erano tutte facilmente percorribili con la vecchia Fiat 128, auto di rappresentanza che il Comune mi aveva fornito per effettuare le visite domiciliari. Non c’era il navigatore allora e io non avevo neppure il cellulare, dovevo prendere bene le informazioni dal vigile urbano o dalle persone che incontravo per strada. Oggi mi verrebbe un attacco di panico a inoltrarmi così in quei luoghi senza cellulare, ma allora eravamo diversi, eravamo abituati a sopportare l’ansia, a risolvere i problemi al momento.

«E allora perché licantropia?» insistetti, visto che la sua spiegazione non mi aveva chiarito nulla.

«Perché nelle notti di luna piena,» rispose Giorgio con pazienza «Rino crede di trasformarsi in un lupo ma non fa male a nessuno. Adesso con la terapia è piuttosto compensato, non manifesta comportamenti pericolosi per sé e per gli altri, e l’assistente domiciliare fa un buon lavoro!».

«Continuo a non capire… Cos’ha a che fare questo Rino con i licantropi? Non avevo mai sentito questa diagnosi, esiste davvero una malattia che si chiama licantropia?»

«Allora, diciamo che il nostro Rino è molto sensibile alle fasi lunari o forse crede solo di esserlo. Nelle notti di luna piena diviene irrequieto, smania, sente l’impulso irresistibile di spogliarsi e, indipendentemente dalla temperatura esterna, di uscire di casa e correre nel bosco a perdifiato.»

«Oh, madonna!»

«Ma a differenza di quello che vediamo nei film sui licantropi, non gli spuntano peli e zanne né diventa violento contro le persone o gli animali. Si tratta in sostanza di un delirio di trasformazione, crede di essere un lupo e si comporta di conseguenza.»

«E sei sicuro che non faccia male a nessuno?»

«Viene trattato con farmaci antipsicotici e la cura funziona. Se farai delle ricerche in proposito potrai trovare casi di serial killer che desideravano cibarsi di carne umana, ma nonè questa la situazione, ti assicuro che puoi stare tranquilla. Rino è buono.»

«Chi ci garantisce che prende i farmaci regolarmente?»

«Senti, anche quando non prendeva farmaci non ha mai fatto male a nessuno, non è un soggetto violento. In ogni caso, se ti fa stare più tranquilla puoi andarlo a trovare quando c’è Adelina, l’assistente domiciliare che gli somministra i farmaci, così sei sicura che non ti mangia.» E scoppiò ridere.

«Molto divertente» risposi sconsolata «ma voglio vederlo scritto su un libro!».

«Il manuale di igiene mentale lo dovresti tenere in ufficio.»«In quale dei tre uffici dei tre luoghi diversi dove lavoro? Vago per stanze date in prestito, quella usata dall’oculista, dal pedia-tra e meno male che non c’è il lettino del ginecologo… quello sarebbe imbarazzante! Non mi sembra di avere un luogo tutto mio per lavorare, ma conto poco, sono solo una precaria.»

«Già, hai ragione! E lassù sei da sola… Venerdì quando vieni per la vostra riunione del servizio sociale, passa dal mio am-bulatorio così ne discutiamo meglio, poi c’è una situazione nuova di cui vorrei parlarti.»

«Bene. Intanto domani inizio con le visite domiciliari per conoscere alcuni utenti. Pensavo di cominciare con quelli che abitano in paese e Rino sta proprio qui sotto. Ho visto che l’assistente domiciliare è a casa sua verso le 8.30, andrò a quell’ora anch’io, così mi presenta a Rino. Non mi sembrebbe corretto presentarmi in casa sua senza che mi conosca. Potrebbe scambiarmi per un venditore ambulante e mangiarmi in un solo boccone… ah, ah, ah!»

Giorgio non smetteva di ridere ma aveva capito il mio imbarazzo.

«Allora ci vediamo venerdì. Ciao e grazie mille» conclusi.

«Figurati, sono a tua disposizione, ci mancherebbe. A venerdì, ciao.»«Uff!» sbuffai. Ma questi, quassù non vengono mai alle prime visite domiciliari con gli assistenti sociali? Se si andasse insieme a fare la prima visita non sarebbe meglio? Io vado lì e che gli dico? Sono la nuova assistente sociale? Quante ne avranno viste in questi anni, chissà quanto tempo resistono qui… qualche mese forse. Venerdì chiederò a Giorgio di venire con me, pensai. Ma perché le cose da dire mi vengono sempre in mente dopo, quando è troppo tardi?

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Commenti

  1. Milena Corsetti

    (proprietario verificato)

    È scorrevole e ben scritto. Finalmente una narrazione autentica e distante dagli stereotipi sulla professione di assistente sociale.
    L’ho letto d’un fiato e lo consiglio!

  2. Rosa Oliviero

    (proprietario verificato)

    Elisabetta complimenti molto bello, si legge benissimo tratti argomenti molto belli e i ricordi riafforano.
    Grazie !! A presto

  3. (proprietario verificato)

    Ho ricevuto la bozza e l’ho letta un po’ in diagonale, riservandomi una lettura piu’ approfondita a quando avro’ il libro cartaceo. Umanamente mi ha colpito molto la vicenda di Francesco. In generale io la definirei un’opera eclettica, che mi ricorda appunto l’eclettismo delle opere trascendentaliste americane, forse anche per l’ambientazione montana. Non solo un diario quindi, ma uno stile di raccontare dei fatti in fondo “scientifici”, attraverso le voci e gli occhi dei loro interpreti privilegiati, quelli che li vivono sulla propria pelle, spesso anche loro malgrado. Mi ha colpito anche la laconica conclusione: un film intenso, vissuto in ogni suo singola sfumatura, in cui la protagonista esce di scena troppo presto e che desira che nulla di quello che ha imparato e che potrebbe trasmettere vada perduto. Mi riservo un’analisi piu’ approfondita dopo la lettura del cartaceo.

  4. (proprietario verificato)

    Ecco: un ottimo nutrimento per le radici personali! Direttamente dalla Grande Madre!

    Avendo letto una prima stesura però mi sento di consigliarlo sia a chi lavora nel settore del sociale, per i riferimenti storici e le esperienze specifiche in cui potersi identificare, sia per chi non è affatto coinvolto in tale settore, per l’universalità di altre esperienze in cui potersi identificare 🙂

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Elisabetta Borghesi
nasce nel 1961 ad Anghiari, un piccolo paese arroccato su una collina ai piedi degli Appennini, nell’estremo est della Toscana. Per venticinque anni lavora come assistente sociale, facendo esperienza di tossicodipendenze, minori e handicap. Nel 2012 lascia la professione per dedicarsi ai settori della cultura e del turismo nel suo paese di origine. Nel 2018 diventa guida ambientale escursionistica e organizza trekking, con predilezione per gli Appennini.
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