E poi c’era stata lei, Ginevra, con la quale il sogno si sforzava di prendere corpo durante lunghi anni e poi era annegato nel bagno di una palude senza appigli.
Ora, in paese, dopo le abbondanti piogge che avevano in parte rovinato le fioriture per la delusione degli apicoltori, il sole era tornato anche per Dario Pozzo, che certamente se ne compiacque, ma non più di tanto, preso com’era dal risistemare le stanze dell’ostello appena liberate quella mattina dai pellegrini francigeni. La sera erano previsti nuovi arrivi, e lui aveva tante faccende da sbrigare quel giorno. Non aveva tempo di fermarsi a osservare lo spicchio di luce ritagliato fra le pareti e i tetti delle case lungo il corso principale, dove s’inseguivano quegli stracci di nuvole candide come la loro innocenza nel cielo tinta paradiso. Dario è una mente matematica, un esperto di discipline finanziarie che si esprime al meglio nella meticolosa gestione delle associazioni di cui fa parte, un umorista malgrado certi toni accigliati, un animo tenero e generoso sepolto sotto un fascio di coperte protettive. Ma la sua vera passione è la storia locale, di cui ha scritto diversi libri. Per un certo periodo ha riversato i suoi saperi all’università. Poi si è invaghito del viaggiare lento e ogni tanto, in segreto, di qualche giovane pellegrina. Per questa ragione, e per amore del quieto vivere, si è dedicato all’ostello dei viandanti che, nella bella stagione, fanno sosta in gran numero a Santhià, quarantaquattresima tappa dell’itinerario di Sigerico, lungo la via Francigena che scende giù dalla Valle d’Aosta.
Intorno alle undici di quel mattino, transitando per piazza Roma dopo la camminata, dove mi ero fermato per il solito cappuccino, con il solito cornetto farcito con la solita composta di frutti di bosco, sto giusto discorrendo senza molta fantasia dei capricci del tempo con Dario, quando lui viene interrotto dalla telefonata di un carpentiere che sta lavorando all’ampliamento di alcuni locali in un edificio di corso Nuova Italia, una porzione di stabile che aveva acquisito per destinare all’ospitalità delle frotte di pellegrini in cammino.
«Corra subito, che prima di andare avanti è meglio che lei veda» dice la voce proveniente dal suo sempreverde Nokia.
«Arrivo, non mi metta fretta» taglia corto Dario.
L’edificio si trova a pochi passi dalla piazza, basta passare dentro un androne ed eccoci arrivati.
«Posso venire con te?» Si limita a un cenno di assenso mentre si asciuga il sudore dalla fronte con la manica della camicia; non ho capito se gli spiaccia un pochino, ma io ho del tempo da perdere e sono curioso. Un palazzo storico, un po’ pretenzioso, con un massiccio portone, stretto e alto, sormontato da un fregio in gesso, che fino a qualche anno prima aveva ospitato sotto quel fregio una targa riportante l’altisonante dicitura: “Napoleone Bonaparte primo console, superate le Alpi, i piani della battaglia di Marengo, in questa casa vegliando studiava. Addì 13 giugno 1800”.
La targa si rivelò una fake, anche se allora non si diceva così, nient’altro che il tentativo dell’intraprendente proprietario dell’epoca di far lievitare le quotazioni della sua abitazione. Il bello fu che la Soprintendenza vi prestò fede, aggiungendo vincoli ai vincoli esistenti, fino a quando qualche studioso accertò che Napoleone mai transitò da Santhià.
A ogni modo, Dario accorre infastidito all’idea di trovarsi di fronte a qualche problema di ordine tecnico. E invece la sorpresa: la parete divisoria che i muratori stavano abbattendo rivela l’esistenza di un’intercapedine, un minuscolo vano, forse un armadio a muro che venne sigillato con tutto il suo contenuto nell’intento inequivocabile di qualche avveduto artigiano di lasciare ai posteri quelle testimonianze. Dario non vuole credere ai suoi occhi: diversi plichi pieni di carte risalenti a un paio di secoli prima, delizia per il suo palato di storiografo, una visione che per la sua sensibilità supera senza se e senza ma quella di una graziosa pellegrina britannica in abitino mozzafiato.
«Per oggi il lavoro termina qui» sentenzia Dario e, di fronte a tanta risolutezza, i muratori non possono far altro che andarsene in un altro cantiere.
«Ma sappia che non torneremo prima di una settimana» bofonchiano quelli mentre fanno su i loro attrezzi. «Abbiamo anche altri clienti noi. Che fanno girare meno le palle» mormora uno con la sua bocca sdentata; lo sento benissimo, ma Dario sembra non farci caso: il bottino è troppo prezioso per farsi guastare la festa da un ritardo nei lavori.
Per farla breve, da quell’ammasso di carte contenenti ricevute, appunti, contratti, resoconti contabili, saltano fuori anche diversi fogli di un diario di viaggio appartenenti a un certo conte Filiberto Durandi, probabile cugino contemporaneo dell’insigne giurista, drammaturgo e storico santhiatese Jacopo Durandi, definito dal suo biografo Giuseppe Gasparo De Gregory “Cavaliere e Consigliere dell’Ordine Militare de’ SS. Maurizio e Lazzaro”, nonché “Presidente nella Regia Camera de’ Conti”.
Ebbene, a quanto pare, questo presunto cugino aveva la mania pure lui di scrivere e il più voluminoso dei faldoni saltati fuori dal muro come scheletri risorti a confrontarsi con un mondo del tutto cambiato – quello che ha subito attratto l’attenzione per dimensioni e magnificenza – comprende due fascicoli. Il primo riporta sul frontespizio in bella grafia, pur con qualche scoloritura causata dal tempo e dall’umidità: “Introduzione al viaggio da compiersi al santuario di Oropa – (sotto) avendo la missione di ritrovare le chiavi… (tratto scolorito) del Paradiso”.
Il secondo fascicolo raccoglie invece fogli sparsi dalla grafia minuta e poco curata, ardua da decifrare, probabili appunti vergati durante il viaggio.
Dario stenta a credere. Afferra il malloppo di carte, lo depone nel cestino anteriore della bicicletta con il delicato stupore con cui si depone un neonato nella culla e pedala come un forsennato fino a casa. È quasi mezzogiorno, ma non avverte alcun morso della fame. Il suo nutrimento è lì, in quei fogli ingialliti, fra quelle righe vergate a mano con una grafia regolare e ordinata.
Lo saluto e me ne torno a casa. Metto su l’acqua per farmi due spaghetti. In un tegame getto un paio di zucchine tagliate a cubetti con due spicchi d’aglio e una foglia di menta e le faccio saltare per sposarle alla pasta a fine cottura, aggiungendovi un’abbondante cascata di parmigiano e una punta di peperoncino. È l’unico piacere che ancora provo, quello di mettermi ai fornelli, specie quando la mia mente tocca il fondo; mi accontento di ricette elementari, salvo quando riesco a invitare qualche amico. E allora libero la fantasia. A volte esagero e non sempre mi va bene: gli amici si devono adattare al mio sregolato genio culinario.
Intanto che sminuzzo le zucchine, quel mezzogiorno di maggio del 2016, torno ossessivamente alla mia vita passata, al fatto che sono giunto a un punto morto. Urge una svolta, ma non ce la faccio, proprio non ce la faccio. Il nemico alberga nel mio cervello e mi fa perdere il bandolo della matassa. Reagisco dando spazio a un fondo di inedia che mi avvolge in fili sottili come in un bozzolo. Riuscirò mai a diventare una farfalla? E bravo scemo, lo sai che la vita della farfalla dura poco. Preferirei un giorno da leoni. Altro che farfalle. E però così la vita dura poco: opto per una vita da pecora a questo punto. O da asino, perché no?
Sì, perché lo stampino dello sfigato l’ho ricevuto fin da quando venni alla luce nel 1974, concepito nove mesi prima in una notte senza luci nelle città e per le strade, che si era in piena crisi petrolifera, ma la luna, compassionevole, aveva steso la sua luminosa coltre romantica su ogni cosa, anche sui miei genitori avvinghiati sotto o sopra le lenzuola, non saprei dire… Ho perso il filo… Dicevo… Ho ricevuto lo stampino di sfigato fin da quando, il primo giorno di vita, ancora tra le mani dell’infermiera che mi toglieva amorevolmente di dosso tutto quello schifo appiccicoso, mamma e papà, sedicenti sessantottini, mi affibbiarono il nome di Fortunato: Fortunato Ognibene, pensate un po’. Abbreviato, dopo qualche anno, in Nato. Avevano provato con Forty, ma non aveva fatto presa; diciamo che non aveva avuto fortuna, è davvero il caso di sottolinearlo. Nato invece dava l’idea di energia, potenza, come le forze armate raccolte sotto quella sigla. Così, Nato qui, Nato là, a un certo punto quello fu il mio nome. Ma dico io, che senso aveva darmi un nome per doverlo poi abbreviare fino a stravolgerlo? Tanto valeva mi chiamassero Luca, Tino, Carlo. Finiva così che a scuola, durante le festicciole o in palestra, mi prendevano in giro, ovvio: cantilenavano Nato stregato, Nato scoppiato, Nato cagato, Nato imbranato, e vai con tutte le peggiori rime che si possano ottenere col facile suffisso. Mai che dicessero Nato fortunato o anche soltanto Nato amato, Nato adorato, Nato apprezzato. Alle mie lamentele, non solo per Fortunato, nome completo con cui mi chiamava la maestra, mettendolo bene in piazza quel nome, ma pure per l’abbreviato, loro, i boomer, si giustificavano dicendo che avevo avuto la buona sorte di nascere in un momento magico, un momento meraviglioso di passione, armonia, gioiosa follia che avrebbe senza dubbio influito sul mio futuro, grazie a quel nome di buon auspicio. Abbreviato in uno da lottatore, così cercavano inutilmente di convincermi. Dicono infatti che un nome o un cognome particolare, in un modo o nell’altro, finisce per condizionare la tua vita. Figuriamoci poi se al cognome ci aggiungi il nome, sai che goduria. Fatto sta che io, Ognibene di cognome, di bene finora ne ho conosciuto poco. Mio padre diceva che sono io che non so intercettare il bene che mi viene incontro, non colgo le opportunità, in quanto si sa che la fortuna aiuta gli audaci, ma se io sono pusillanime… Che ci vuoi fare? E vai così, che l’autostima cresce! È finita che per un bel po’ mi ero rassegnato a essere uno che non ce la poteva fare. Tanto più che a scuola, ero passato al ginnasio, i miei mi inducevano a essere secchione e questo per i compagni è sinonimo di diverso. Sfigato, appunto. Nato lo sfigato, era quello che andava per la maggiore. In certi momenti non ne potevo più.
Con le ragazze, per via dell’autostima sotto i piedi, facevo fatica a farmi avanti, anche se non mancavano quelle che supplivano alla loro mancanza di avvenenza con l’intraprendenza e si proponevano con audacia, nonostante non ce ne fosse neppure una di nome Fortunata. Chissà perché i secchioni attraggono le racchie, mi chiedevo. A ogni modo ho rinunciato a imbracciare un fucile a ripetizione e fare strage della teppaglia che mi bullizzava, non era ancora di moda. Mi sono sforzato di crescere dentro e, più avanti, al liceo, quel mio tono dimesso, associato a una certa autoironia (è uno sport salutare quello di giocare a parare i colpi bassi, mi dicevo, rispondendo a tono), un’autoironia che stava diventando un indovinato maquillage per la mia timidezza (se sei timido, non nasconderlo, ridici sopra e qualcosa otterrai, e questo lo dicevo solo a me stesso), con quella linea di trucco ho finito per fare breccia anche su alcune delle più carine e sensibili alla fragilità maschile, più frequente di quanto si sia portati a pensare. Solo che i bulli erano bravi a dissimularla. Io no, ma apprezzavo quel tipo di ragazze perché non si facevano intortare dai prevedibili palestrati senza cervello; le trovavo, oltre che graziose, pure intelligenti, che è il massimo per una donna. Successe così che, grazie a loro, ero diventato capace di entrare in confidenza meglio con le femmine che coi maschi chiassosi e maneschi. Mi dicevano che possedevo un lato femminile che facilitava il dialogo, che non stonava affatto in un maschio vero. Sì, proprio questo aveva asserito Giulia con un sorriso sostenuto che non ammetteva repliche: maschio vero. Fu così che per un certo periodo la mia autostima cominciò a risalire la china e una di loro mi seguì nelle radure sotto una cascata di acacie in fiore.
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