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Le Leggende di Kentar – Gli ultimi Cacciatori

Le Leggende di Kentar - Gli ultimi Cacciatori
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Consegna prevista Ottobre 2023
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I ricordi sono una parte fondamentale di noi, le nostre esperienze passate, le persone incontrate e gli insegnamenti ricevuti ci rendono ciò che siamo, ci conferiscono la nostra identità e quando dimentichiamo inevitabilmente perdiamo anche una parte di noi; questo i Cacciatori lo sanno, per loro
non vi è cosa peggiore che dimenticare, soprattutto se ad essere dimenticata è una persona cara. Questo libro è un viaggio tra natura selvaggia, regni secolari e affascinanti culture; Ma è anche un viaggio di redenzione, di ricerca e di accettazione attraverso il dolore, la rabbia e i dubbi
del proprio animo.
Il Massacro dei Mantelli ad opera di Grodar e degli altri regni umani sterminò i Cacciatori, il popolo atlantiano scomparve diventato un’ombra, poco più di fruscio tra le ormai silenziose fronde della grande foresta a nord del mondo.
Ora che i venti di guerra tornano a soffiare su Kentar i pochi Cacciatori rimasti dovranno affrontare i loro spettri mentre qualcosa trama nell’ombra.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro durante il primo lockdown, all’inizio era poco più di un gioco poi forse ho capito di averne bisogno, che questa valvola di sfogo mi aiutava a tirare fuori qualcosa che volevo dire ma non sapevo come.
Questo libro parla di responsabilità, di dolore interiore e non ma soprattutto di persone che cercano (chi consapevolmente chi meno) di rimediare alle loro azioni passate sulle quali nutrono rimpianti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

La pista era ancora fresca, nel fango scorse l’orma lasciata dal pesante stivale di ferro; era sulle tracce di un gruppo di urok, i mostri avevano devastato uno dei pochi villaggi umani sorti tra le fronde del Grande Bosco Ombra. Cyril voleva bene agli abitanti di quel villaggio, ogni volta che vi si recava gli regalavano vettovaglie, vestiti, gli offrivano sempre un tetto dove riposare ed erano gentili con lui; non aveva ricevuto tanta gentilezza da molto… da troppo tempo. Se i Cacciatori, avessero ancora abitato tra gli alberi della grande foresta del nord forse avrebbero potuto aiutare quel povero villaggio, ma ormai era rimasto il solo della sua antica specie, e il confine con i Monti Tetri era ampio e insidioso da battere, inoltre gli urok si stavano facendo sempre più audaci come non lo erano stati da cento anni a quella parte. Quando era giunto al villaggio, vi aveva trovato solo morte e distruzione, corpi dilaganti e case bruciate, gli animali scomparsi; sangue scuro e secco ricopriva ogni cosa, aveva sofferto, ma non ci faceva più tanto caso, ogni volta era come gettare una nuova pietra all’interno di un otre già colmo che ormai aveva smesso di traboccare. Tuttavia una domanda gli ronzava in testa, perché Agmiur il vecchio stregone che dimorava nella Fortezza Ottagonale al limitare nord dei Monti di Mezzo non aveva mandato le sue chimere a sorvegliare quella zona? Eppure gli aveva dato la sua parola. “Indagherò” si disse Cyril passando la mano sopra la corteccia di un acero brutalmente segnata dallo sfregare dell’acciaio.
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Si fermò dinanzi ad un ruscello e si chinò per bere, il suo riflesso lo guardò, mentre i rospi, alla sua vista smettevano di gracidare e sparivano nel denso fango melmoso. Il viso dal naso in giù era coperto da una maschera di pelle nera, la testa nascosta sotto il cappuccio del mantello di velluto scuro, solo gli occhi erano ben visibili, e quelli non erano occhi normali, le pupille rosse erano incastonate in iridi arrossate, attraversate da due neri triangoli equilateri, il centro della pupilla era di un nero quasi spettrale. “Oggi sono più scuri del solito” osservò preoccupato. I Cacciatori li chiamavano gli Occhi del Dolore, conferivano loro poteri unici, ma per ottenerli era necessario provare una profonda sofferenza; ne esistevano di vari stadi, c’erano gli occhi verdi, i Cacciatori li attivavano alla prima grande sofferenza della loro vita, poi divenivano gialli, a lui e sua sorella gemella si erano trasformati il giorno in cui era morta loro madre, uccisa da un urok. Avevano solo sette anni, e assistettero alla scena nascosti dentro un grande albero cavo coi rami appesantiti dai frutti, Cyril aveva solo vaghi ricordi di quel giorno, per lo più immagini sbiadite e suoni confusi. Loro padre era morto molti anni prima, a causa l’ epidemia di febbre del sale, era stato allora che gli occhi si erano accesi di verde, tutti in quei tristi giorni gli dissero quella frase, la stessa maledetta frase che li avrebbe accompagnati per tutta la vita “Troppo giovani per provare già tanto dolore”. Avevano detto tra i denti i Maestri del loro ordine quando li avevano accolti nel grande Albero Fortezza al limitare sud della foresta dove lui e sua sorella erano stati cresciuti; addestrandosi per diventare Cacciatori. Poi era giunta la guerra contro l’Imperatore Nero, era durata solo due anni ma aveva spezzato molte vite.

“Troppe vite…” E quando gli portarono via Alice, i suoi occhi divennero rossi. Ricordava quel giorno, il peso nel petto che da dolore si tramutava in odio. Aveva pianto, pianto come mai aveva fatto prima di allora dal basso della sua impotenza dinanzi alla morte. Ma dopo essersi asciugato il viso col palmo della mano, mentre attorno a lui infuriava la battaglia e le grida si mescolavano allo sfregare del metallo, si rese conto del suo terribile fato. Poiché il liquido che gli fluiva dagli occhi non erano semplici lacrime. Denso sangue rossastro sgorgava dai condotti lacrimali e fu allora che le sue pupille divennero rosse; poco a poco una furia incontrollata si impossessò di lui. Poi ricordava solo di essere svenuto. Al suo risveglio, dopo giorni di incubi e sogni lucidi, gli dissero che il Traditore era fuggito; in seguito qualcuno gli raccontò come fosse morto assieme all’Imperatore Nero durante l’ultima battaglia, dovette crederci, volle crederci. La sua vita era andata avanti, sua sorella partita, anzi fuggita con l’uomo di cui si era innamorata, Arthur Dragan, il Re Rinuciatario, che un tempo era stato suo amico. Molti anni erano passati da allora, Arthur aveva ignorato le sue responsabilità fuggendo con Lily e nascondendosi ad ovest o chissà dove, dando inizio alla catena di eventi che avrebbe portato al Massacro dei Mantelli. Quando re Donnuban Dragonar del regno di Grodar tradì i Cacciatori sterminandoli.

“…Tutti, dal primo all’ultimo”. Gli uomini temevano la lunga vita dei Cacciatori, e ancor di più temevano i loro occhi, dono del sangue antico. Difatti i Cacciatori discendevano dagli antichi uomini di Atlantos, gli abitanti del primo impero, gli uomini dalla lunga vita dell’Isola D’Argento. Ora la gente chiamava quella contrada sperduta nell’immenso Mare Esterno l’Isola Devastata, un arcipelago di morte e rocce spoglie, dove lava, pirati e Kraken erano gli unici sovrani incontrastati, ma non era sempre stato così. In passato, fu la cosa di più grande e maestosa che l’uomo avesse mai potuto immaginare. “…O almeno così mi hanno raccontato”. Dopo la caduta dell’isola i sopravvissuti si rifugiarono sulle coste di Kentar, e incontrano gli uomini mortali donando loro nuove conoscenze e sapienti consigli che li fecero progredire in fretta. Sessanta erano gli atlantiani sopravvissuti alla caduta dell’antico reame, questi erano benedetti col dono della lunga vita, infatti gli atlantiani crescevano come persone normali sino al raggiungimento della loro piena forza fisica, poi era come se il tempo rallentasse e il loro corpo smettesse di invecchiare secondo la logica degli uomini mortali.

I primi Cacciatori vivevano in media trecento anni e per la maggior parte di questi il loro corpo restava giovane e forte, solo quando si avvicinavano alla fine dei loro giorni le membra iniziavano a deperire rapide come stoppie bruciate dal fuoco; i loro antenati di cui anche Cyril e sua sorella facevano parte, avevano ereditato questa peculiarità, oltre ovviamente agli Occhi del Dolore “E di questi ultimi ne avrei volentieri fatto a meno”. Cyril si passò un dito sotto gli occhi, mentre il vento strisciava tra i rami degli alberi. Tuttavia, già molto tempo prima del Massacro dei Mantelli, la vita degli atlantiani si era ridotta, dopo appena un paio di generazioni la maggior parte non superava i cent’anni di età. Altri invece mantenevano la lunga vita, ma invecchiavano come normali esseri umani. Questo aveva portato ad avere un numero sempre minore di Cacciatori validi alla lotta, poiché, seppur per loro, la vita fosse allungata dalla magia contenuta nel sangue antico, le membra divenivano stanche e deboli ancor prima di compiere il primo secolo di vita. Cyril ne aveva visti tanti ridursi così, forti menti in corpi infermi, stanchi e fatiscenti erosi dal tempo per cui la morte era l’unica soluzione. Come se non bastasse, il seme atlantiano non attecchiva più come una volta e i bambini erano diventati una rarità, un tesoro “…Da proteggere ad ogni costo” Cyril strinse i pugni sussurrando insulti a se stesso. Alcuni Maestri del suo ordine attribuivano la causa di tale indebolimento ai numerosi incroci con gli uomini mortali, che avevano indebolito il sangue atlantiano, altri invece davano la colpa al dissolvimento della magia nel mondo iniziato nella prima era con lo sterminio dei draghi e poi proseguito con la fuga degli Stregoni. Solo lui è pochi suoi vecchi compagni mantenevano almeno apparentemente il dono della lunga vita “Dono” rise Cyril “Maledizione” si corresse scuotendo la testa. Dopo il Massacro dei Mantelli era rimasto solo, abbandonato tra le fronde della foresta ed era tornato a soffrire, tutti quelli che conosceva erano morti e lui…Era stato inutile, come per Alice. Soffrì così tanto che i suoi occhi divennero come mai aveva visto prima, e solo le antiche leggende del suo popolo ne accennavano. Le iridi si arrossarono e spettrali triangoli neri apparvero ai lati della pupilla col vertice rivolto verso il centro dell’occhio, e scoprì poteri unici di cui mai aveva sentito parlare. Infine aveva accettato il suo destino; era l’ ultimo sopravvissuto dei Cacciatori e anche unico baluardo rimasto contro le ombre oltre i Monti Tetri. “Qualcuno deve continuare a farlo”. Si era detto. “E poi, non saprei che altro fare, io sono questo, l’ultimo atlantiano di Kentar, l’ultimo Cacciatore di Bosco Ombra”.

Solo gli elfi di Eragast e Agmiur lo aiutavano nella sua missione, ma essi badavano principalmente ai loro territori e non coprivano più foresta di quanta non rientrasse sotto la loro influenza. E Bosco Ombra era davvero immenso. Bevve un lungo sorso e riempì la borraccia di pelle, poi tornò sui suoi passi, sopra di lui il sole iniziava a tramontare dipingendo con fantasiose sfumature cremisi il cielo perennemente nascosto dai fitti rami del bosco. Doveva darsi una mossa, gli urok non erano certo esseri che potevano scoraggiarsi con il buio, dopo la Grande Guerra contro l’Imperatore Nero solo pochi gruppi di quei mostri avevano il coraggio di passare le montagne per compiere qualche razzia nei villaggi al limitare settentrionale del bosco, ultimamente però si spingevano più a sud come se fossero animati da un nuovo coraggio “Sanno che non c’è più nessuno in grado di fermali…” si disse mentre seguiva la pista lasciata dalle sue prede. Trovò nuove tracce, i mostri non si muovevano furtivi, qualunque Cacciatore con un minimo di esperienza li avrebbe trovati; ma le sue prede erano veloci e se avessero raggiunto le montagne non avrebbe più potuto inseguirli. “Solo un pazzo va da solo fin laggiù”. Dai segni sul terreno capì che dovevano trascinarsi dietro qualcosa, forse una donna che avevano rapito al villaggio, ma sembrava più grande e sopratutto divisa su più urok; tuttavia non vide sangue sulle orme. “Che strano” pensò tastando con la mano il solco lasciato dal piede della sua preda. Attraversò qualche cespuglio di oleandro e dei rovi schiacciati sotto il peso di calzari corazzati; un odore gli trafisse il naso mescolandosi agli aromi del sottobosco. Era fumo, il legno doveva essere di quercia e frassino con altri rami secchi che però non riuscì ad identificare causa la distanza, sentiva che si stava avvicinando e se davvero erano stati tanto stupidi da aver acceso un fuoco allora voleva dire che presto li avrebbe trovati. Si fermò sotto un cedro, aveva udito un regolare battito d’ali sopra la testa, un corvo dal nero piumaggio, grosso quanto un aquila e dagli occhi rosso sangue planò silenzioso verso di lui, Cyril tese il braccio destro e l’animale si appollaio fiero sopra esso.

-Aristoteles, eccoti finalmente, dimmi li hai trovati?- -Gra a nord gra fuoco gra accampamento gra- Disse il corvo tra un verso e l’altro. -Bravo bello- il ragazzo accarezzò il collo del volatile, lisciando le piume corvine. -Grazie, ora portami da loro!-. Il corvo spiccò in volo e si appollaio sopra un acero dalle foglie rossastre che cresceva contorto difronte a Cyril, poi aprì l’ala destra come se volesse indicare una direzione ed emise un verso gracchiante. -Sei più sveglio di molti uomini amico mio- Cyril rise e dopo aver frugato nella bisaccia nascosta sotto il mantello, lanciò al corvo un pezzo di pancetta; l’animale afferrò al volo la carne col lungo becco nero e inghiotti velocemente il boccone. Il volatile lo condusse nel mezzo di un querceto, Cyril osservò il suolo pieno di orme, le tracce erano fresche e ben visibili, inoltre l’odore del fumo era sempre più intenso, percepì anche altri odori tra cui gli inconfondibili aromi del sangue e dell’acciaio. Ad un tratto il corvo planò davanti a lui e aprendo l’ala sinistra indicò un punto ove gli alberi si facevano più fitti, le radici si avvinghiavano tra loro spaccando il terreno e nascondendo enormi funghi giallognoli. Aristoteles non gracchiò ma mosse il becco nella direzione delle fronde, allora Cyril capì. Si arrampicò su una quercia e furtivo come un ombra passò da un albero all’altro, il suo passare tra le fronde non generava alcun rumore.“Un bravo Cacciatore è furtivo come un topo, e letale come un drago” gli ripeteva sempre Spetrov, il suo anziano maestro guercio. Giunto sopra una grande quercia secolare, il naso nascosto sotto la maschera gli fu pervaso dagli odori del fumo e della carne cotta, guardò oltre le fronde, sette urok con armature d’acciaio e spalliere chiodate arrostivano sopra il fuoco i resti di un cavallo, altre parti dell’animale si trovavano accanto al focolare dentro grossi sacchi di pelle “Ecco perché non c’era sangue” si disse tra sé “Stanno imparando a non lasciare troppe tracce”. Pensò, quasi complimentandosi con le sue prede.

Esaminò i suoi obiettivi. Uno di loro stingeva a se una lancia seghettata e uno scudo rotondo di legno nero sul quale era dipinto uno scheletro stilizzato, quattro erano armati con asce bipenne e i due intenti a cucinare portavano scimitarre ricurve, brutalmente riposte in foderi malconci non adatti per quelle lame e strette alla cinta grazie a lacci di cuoio. I mostri erano di forma umanoide, avevano la pelle grigia e squamosa e una piccola cresta ossea svettava sul capo spoglio. Tre di loro avevano una ispida barba bluastra, Cyril, grazie ai suoi occhi scorse anche le dentature affilate e i grigi occhi da rettile, i visi non avevano nasi pronunciati, solo piccoli fori che si allargavano o rimpicciolivano quando i mostri respiravano. Quello con la lancia aveva una lunga cicatrice sull’occhio destro e un elmo a forma di testa di serpente appeso alla cintura in pelle squamata. Cyril fece scivolare le sue dita sull’impugnatura di Ombra. La spada era ben salda in vita riposta in un fodero di legno e cuoio nero, accanto a lei in una custodia di pelle e argento c’era Zaffiro il pugnale ricurvo che sua sorella gli aveva regalato prima di partire con Arthur, l’arma aveva il manico in corno di cervo e tre azzurri zaffiri incastonati nel centro; la spada invece, risaliva ad epoche più antiche, era costruita in ferro ombra, un acciaio di colore nero, più leggero e resistente del normale metallo, non era una lama di cristallo in cui splendeva un fuoco magico come quella brandita da Arthur o altri suoi compagni durante la Grande Guerra; ma era comunque una lama formidabile; l’elsa in corno di drago con la guaina argentata, la lama era di un nero lucente e la scanalatura che si trovava nel centro la rendeva ancora più leggera del normale, senza però intaccarne la resistenza. “Sette…Bene sarà una cosa veloce” pensò sorridendo.

Aristoteles si posò sopra il ramo di un albero posto dinanzi a quello ove il Cacciatore si era nascosto. Il corvo gracchiò, gli urok sussultarono alla vista del volatile. -Un corvo dagli occhi rossi!- Disse nervoso quello con la lancia guardandosi attorno con una voce sottile e affilata. -Sapete cosa vuole dire vero? Occhi di Corvo ci sta cacciando, anzi se il pennuto è qui vuole dire che ci ha già trovati!-. -Calmati Ulakak non essere paranoico e abbassa la voce sennò ci sentirà anche a intere leghe di distanza, il pennuto non significa niente, da quando i Cacciatori sono morti i loro amichetti piumati gironzolano per la foresta senza una meta. Probabilmente è stato attirato dal sangue. Guarda, ora se ti fa stare tranquillo lo faccio fuori!- Disse uno di quelli con la scimitarra, sguainandola e avvicinandosi ad Aristoteles. All’udire quelle parole l’uccello volò via, altro sopra gli alberi emettendo continui versi fastidiosi. -Visto Ulakak? Se ne è andato era un semplice volatile selvatico, Occhi di Corvo non sa nemmeno che siamo qui-. Rise l’urok rinfoderando il ferro. -Tu scherzi col fuoco Urukol, guarda il cielo! Lui sa!-. Ulakak alzò il dito verso l’alto, Aristoteles stava girando in tondo sopra le loro teste ad una altezza fuori portata per qualsiasi lancia o freccia; l’uccello pareva una strana foglia nera trasportata dal profumato vento primaverile. “Il coraggio non è certo la tua più grande virtù amico mio” pensò Cyril guardando il volatile “Però, senza di te non so se li avrei trovati così presto”.

Il Cacciatore guardò le sue prede ancora intente a discutere, sorrise, sguainò Ombra, i suoi occhi rossi balenarono per un lieve istante poi saltò giù dai rami e si fiondò sugli urok. Aristoteles banchettava col viso di uno dei morti, il becco nero colpiva gli occhi e le guance squamose del mostro, Cyril pulì Ombra dal sangue bluastro passando la lama sopra i vestiti luridi di Ulakak, poi si sedette vicino al fuoco. -Come fai a mangiare quella roba?-. Chiese al corvo, l’uccello smise di beccare e lo guardò coi penetranti occhi rossi. Effettivamente erano molto simili ai suoi, non si sorprendeva più di tanto se ormai tutti nel Bosco Ombra lo chiavano Occhi di Corvo “Una volta mi chiamavano in un altro modo , ma ormai ho dimenticato quel vecchio soprannome” -Gra carne Gra buona Gra come pollo Gra-. Disse Aristoteles aprendo il becco. -Contento tu!- Gli rispose il Cacciatore -Io se non ti dispiace preferisco il cavallo, è un peccato buttare tanta buona carne, e non mi sembra sia troppo vecchia o che gli Urok l’abbiano maneggiata troppo-. Disse esaminando i pezzi dell’equino ancora nei sacchi. Il corvo lo ignorò e continuò a beccare il volto del mostro squamoso con fare offeso. -D’accordo!- Rise Cyril -Ad ognuno il suo allora!-.

Mise a cuocere un pezzo di carne utilizzando la lancia spezzata di Ulakak come spiedo, il trancio di carne sfrigolò accanto alle fiamme. Cyril si tolse il cappuccio del mantello e abbassò la maschera mostrando il piccolo naso fine, le labbra sottili e i lisci capelli corvini, lunghi sino a poco sopra le spalle, una assai poco curata barba nera cresceva sul viso giovane che a prima vista poteva sembrare di un ragazzo appena più che ventenne. -Domani ci recheremo a Eregast, e parleremo con Redax della questione urok. Non è normale tutta questa loro attività, solo in questo mese ne avremmo già uccisi almeno un centinaio- Disse rivolgendosi al corvo senza ottenere risposta. -Magari anche Xina ci aiuterà, è da tanto che non la vediamo vero? Chissà che fine ha fatto?-. -Gra Eregast gra pane gra buono gra-. Gracchiò il grosso volatile lisciandosi le piume con il becco. Cyril sbuffò -E ti prenderò del pane d’accordo! Tassa con le penne!-. All’udire quelle parole Aristoteles parve offendersi, l’uccello si voltò arruffando le piume nere, dondolando sulle esili zampe senza proferire alcuna parola. Cyril alzò gli occhi rossi trafitti dai triangoli verso l’alto, guardando oltre le fitte fronde e cercando di scorgere il cielo notturno. Vide le quattro Stelle celesti, attorno a loro brillavano le costellazione del Leone e del Drago, la Chimera e l’Arpia, la Freccia dell’Ovest e la Mano del Gigante. Quella vista gli stappò un malinconico sorriso, a sua sorella piacevano tanto le stelle. “Chissà se Lily e Arthur sono ancora vivi. E chissà dove sono ora?”.

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Riccardo Frontali
Classe 99 sono nato a Faenza (RA) il 10 agosto e vivo a Riolo Terme un piccolo paese vicino a Imola.
Queste sono le cose principali, ma voglio parlarvi d'altro per esempio di come è nato il mio amore per la
lettura e la scrittura.
Fin da bambino amavo le favole, ho un debole per i classici da Moby Dyck al Signore degli Anelli.
Crescendo la passione per la lettura mi ha portato a non voler solo leggere ma anche creare, volevo
costruire anch'io mondi che fossero esattamente come quelli nei quale mi perdevo, dei mondi vivi pieni di
luoghi incontaminati e paesaggi mozzafiato, con personaggi che avessero sogni e fantasmi, mondi che ti
facessero sentire parte di loro.
E se sortirò quest'effetto allora mi riterrò soddisfatto.
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