Matteo Baroni, investigatore privato e consulente della Polizia, viene chiamato a occuparsi dell’omicidio di Edoardo Castelli, procuratore della Repubblica di Milano trovato morto nel suo ufficio.
Nessuna traccia, nessun indizio. Solo alcune polaroid, apparentemente innocue, aprono una crepa nel passato del magistrato.
Mentre una catena di omicidi scuote la città, Baroni si ritrova immerso in una storia dove amicizia, colpa e dolore si intrecciano fino a travolgerlo, costringendolo a rischiare tutto pur di arrivare alla verità.
Prologo
Anno 1998, Milano
«Devi assolutamente venire allo stadio a vedere il derby il mese prossimo» disse Trovato.
«Ma sei pazzo, Carlo? È la sera del compleanno di mia moglie» rispose Monguzzi. «Se la lascio sola per venire con te allo stadio mi chiede il divorzio all’istante.»
«Amedeo Monguzzi, sei il solito guastafeste» finse di lamentarsi l’altro.
Amedeo Monguzzi sorrise e lasciò la porta del bar aperta per fare entrare il suo collega, Carlo Trovato. I due uomini erano poliziotti di pattuglia e avevano optato per un caffè caldo per contrastare il freddo tagliente dell’inverno che era alle porte, all’inizio del loro turno notturno. Avevano scelto un bar nel quartiere Corvetto; erano le due e mezzo del mattino e nel locale c’erano solamente tre persone: il barista e due uomini seduti a un tavolino, che non appena videro i due in divisa uscirono dal bar.
«Non puoi chiederle una sera di libera uscita?» lo implorò nuovamente Trovato. «Quante volte ti capita di vedere dal vivo Ronaldo e Weah, uno contro l’altro?»
«Ho più possibilità di vedere loro due dal vivo che di trovare un’altra donna disposta a sposarmi, credimi» ribatté il collega sorridendo.
Ordinarono due caffè, si limitarono a sorseggiarlo in silenzio, poi salutarono il barista e tornarono fuori, nella gelida notte che li aspettava.
«Fa’ come vuoi» insisté l’altro poliziotto mentre salivano in macchina. «Vorrà dire che non ti regalerò la solita bottiglia di scotch per Natale; i regali li faccio solo ai miei amici.»
Monguzzi rise e scosse la testa senza rispondere. Avevano percorso appena qualche centinaio di metri quando la radio della volante crepitò.
«Unità Alfa 20, mi ricevete?»
Monguzzi afferrò il microfono scambiandosi un’occhiata con il collega.
«Qui Alfa 20, vi sentiamo.»
Dall’altro capo arrivò la voce metallica della Centrale: «Abbiamo ricevuto una chiamata: un uomo ha segnalato rumori molesti provenienti da una villa in stato di abbandono in via Verdi 3, zona Corvetto; sostiene di aver sentito urla e vetri infranti. Potete procedere a un controllo?».
Un istante di silenzio, poi il poliziotto rispose: «Ricevuto, siamo di pattuglia proprio a Corvetto. Ci rechiamo sul posto. Sappiamo chi abbia telefonato?».
«Negativo, si tratta di una segnalazione anonima: l’uomo ha riattaccato prima che potessimo domandargli le generalità.»
«Va bene, una decina di minuti e vi forniamo aggiornamenti.»
«Cinque a uno che si tratta di ragazzini che si nascondono per fumarsi qualche spinello» disse Trovato quando il collega terminò la chiamata.
«Tu hai dei seri problemi con la ludopatia, fattelo dire» rispose annoiato Monguzzi.
Nel giro di qualche minuto raggiunsero via Verdi e parcheggiarono di fronte all’indirizzo segnalato: erano davanti ai resti di quella che un tempo era un’immensa villa, probabilmente appartenuta a qualche famiglia benestante, in quanto ai lati dell’edificio erano presenti i resti di una piscina interrata, ora piena di erbacce che spuntavano dalla vasca vuota. Il cancello di metallo era in parte sfondato, lasciando libero accesso alla tenuta. L’erba del giardino era ingiallita, non curata, e spuntavano diversi ciuffi anche dal vialetto in pietra. Non si udiva alcun rumore: la nebbia e l’oscurità sembravano inghiottire qualsiasi cosa.
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«Mette i brividi questo posto…» disse Trovato guardandosi attorno.
Monguzzi sembrò non sentirlo: passò nell’apertura creata dal cancello scardinato e fece per avviarsi lungo il vialetto.
«Ehi, dove credi di andare?» lo fermò l’altro.
«A controllare la chiamata che abbiamo ricevuto?» rispose ironicamente Monguzzi.
«Ma non sembra ci sia nessuno lì dentro.»
«Cuor di leone, rimani pure lì fuori se hai paura. Io vado a fare il mio lavoro» disse Monguzzi, prima di girarsi e di procedere verso l’edificio, facendosi luce con la torcia.
Trovato rimase impietrito qualche secondo, prima di bofonchiare un “fanculo” e apprestarsi a seguire il collega. Camminarono nel silenzio qualche secondo finché non raggiunsero l’ingresso principale; il portone d’ingresso era chiuso con un pesante lucchetto, tuttavia le finestre adiacenti avevano i vetri infranti e offrivano la possibilità di entrare nell’edificio.
«Guarda qui» disse Trovato illuminando i resti dei cocci di vetro ai piedi della finestra. «Hanno distrutto il vetro per entrare, quei piccoli vandali.»
Il collega rimase in silenzio.
«Amedeo?» ripeté Trovato girandosi a guardarlo.
Monguzzi era dietro di lui, poco distante. Con la torcia illuminava una statua di marmo a sinistra dell’entrata, raffigurante un angioletto. Trovato seguì con lo sguardo la luce e capì cosa avesse attirato l’attenzione del collega: appeso a una delle ali dell’angioletto c’era uno zaino della Invicta, coperto da una sottile patina di brina che lo aveva inumidito; nonostante ciò, perfettamente distinguibili erano i colori dello zaino: era blu e fucsia, con le bretelle gialle. I due poliziotti lo riconobbero subito.
«Ma non sarà mica…» balbettò Trovato.
«Sì, è lo stesso modello, ne sono sicuro» disse Monguzzi avvicinandosi per osservarlo meglio. «Impossibile stabilire da quanto tempo sia qui appeso, ma potrebbe trattarsi dello stesso zaino.»
«Che facciamo, chiamiamo i rinforzi? La stanno cercando da giorni, ormai.»
Monguzzi girò il fascio di luce verso la casa; dall’interno non proveniva alcun rumore.
«Potrebbe essere in pericolo. Entriamo a controllare prima.»
I due poliziotti entrarono così all’interno della villa, passando per una delle finestre rotte. Una volta dentro, senza parlare, Monguzzi indicò a Trovato di perlustrare il lato sinistro del piano terra, mentre lui avrebbe perlustrato il lato destro. Una volta terminato il piano, sarebbero saliti. L’interno della villa rifletteva perfettamente lo stato di abbandono in cui si trovava l’intera tenuta: il pavimento era coperto da uno strato di polvere che scricchiolava sotto le scarpe; alcune piastrelle erano rotte, lasciando un labirinto di calcinacci che avrebbe potuto far cadere i due uomini da un momento all’altro; le pareti erano ormai scrostate, con macchie di umidità che si facevano largo fino al soffitto alto. Le luci delle torce illuminarono un mobilio ormai ridotto all’osso e rovinato: sedie rovesciate a terra, alcune senza gambe, un paio di divani con le molle esposte e l’imbottitura che spuntava, credenze e mobili con ante scardinate e vetri infranti. Le porte interne pendevano dai cardini, alcune chiuse, altre semichiuse, altre ancora totalmente divelte e riverse a terra. In un angolo del salone principale, un camino annerito. Nell’aria ristagnava un odore acre di legno marcio e muffa. I due poliziotti si fecero largo tra il ciarpame e perlustrarono l’intero piano terra senza trovare nulla. Salirono così al primo piano dividendosi ancora. Trovato aveva appena finito di perlustrare la prima stanza quando il silenzio tetro venne interrotto dalla voce di Monguzzi.
«Carlo, vieni qui subito» disse con voce grave.
Trovato diede uno sguardo veloce alla seconda camera e si apprestò a seguire la voce del collega, dall’altro lato del piano. Monguzzi era sulla soglia di una camera, lo sguardo grave fisso su qualcosa all’interno. Trovato si sporse e capì: vide prima un piede, poi l’altro, poi tutto il resto del corpo. I due uomini si scambiarono uno sguardo in silenzio, poi Monguzzi prese la sua ricetrasmittente e la accese.
«Centrale, qui Alfa 20, mi ricevete?»
«Affermativo, Alfa 20, vi riceviamo. Esito del sopralluogo?»
La voce dalla Centrale arrivava un po’ disturbata a causa delle mura spesse dell’edificio.
«Centrale, inviate sul posto la scientifica e una squadra mobile» disse Monguzzi. «L’abbiamo trovata.»
1
Presente
La primavera arrivò presto a Milano quell’anno. La luce del sole filtrava dalle finestre riflettendosi sulle pareti bianche e creando un bagliore quasi accecante. Baroni alzò lo sguardo verso la volta a botte decorata in stile rinascimentale. Un tempo, secondo Bramante, quello spazio era il refettorio dei monaci di Sant’Ambrogio; oggi era l’Aula Magna dell’Università del Sacro Cuore di Milano. Baroni fu invitato dal rettore dell’università, Alberico Brambilla, assieme ad altri ospiti, per un seminario riservato ai dottorandi di criminologia. Sedeva sul palco assieme ad altri seminaristi intenti ad ascoltare l’ospite che in quel momento parlava alla platea (il professor Rafael Van Boonen dell’Università di Utrecht): Baroni non conosceva personalmente gli altri seminaristi, a eccezione della dottoressa Monica Pisseri, che sedeva alla sua destra: un’avvenente donna single sulla quarantina con la quale aveva collaborato in precedenza: si trattava di una psicologa forense della polizia di Stato. Il suo sguardo si staccò dal soffitto e passò in rassegna la platea in cui i dottorandi erano chini sui loro laptop con lo sguardo rivolto al centro del palco, cercando di riportare sui propri portatili tutte le cose che gli venivano insegnate. La sua mente tornò indietro a quasi vent’anni prima, quando lui stesso era uno studente: aveva conseguito un’ottima formazione accademica, ma in lui albergava da sempre la sensazione di non aver mai dato il cento per cento in tal senso; non era mai stato il tipo di persona che passava ore, giorni, settimane riverso sui libri. Possedeva tuttavia un’eccellente memoria, oltre a un QI molto al di sopra della media italiana; a volte gli bastava leggere un testo un paio di volte per impararlo quasi a memoria. Questi fattori, uniti a una predisposizione quasi unica a rilevare piccoli dettagli o sfumature, avevano fatto la fortuna di Baroni in ambito lavorativo, oltre che accademico.
Perso ormai nei propri pensieri, la voce del rettore lo riportò bruscamente alla realtà: «Ringraziamo il professor Van Boonen per la piacevolissima lezione e per averci concesso il suo tempo» disse a voce un po’ più alta del dovuto, per sovrastare gli applausi dei dottorandi. «Vado ora a introdurre il prossimo seminarista.»
Con uno sguardo eloquente verso Baroni gli confermò di essere il prossimo.
«Credo che il nome di Matteo Baroni non sia nuovo alla maggior parte di voi» cominciò il rettore. «Quello che tuttavia non tutti sicuramente sapranno è che Baroni mosse i suoi primi passi in ambito accademico proprio in questa Università. Esatto: prima di voi, anche Matteo è stato un dottorando, prima in criminologia, poi con un master in giurisprudenza, fino a diventare un profiler certificato. Ora lavora come investigatore privato,» cercò una conferma con uno sguardo interrogativo verso Matteo, che annuì brevemente «ma collabora saltuariamente con il corpo di polizia per casi di alto profilo, oltre a essere stato interpellato per un consulto anche dall’FBI.»
elisa.giusto-2997 (proprietario verificato)
“Le Polaroid”, dell’autore Simone Manzoni, è un avvincente e coinvolgente romanzo che, tra misteri e colpi di scena, tiene il lettore incollato fino all’ultima pagina.
Il protagonista, Matteo Baroni, è un investigatore privato e consulente della polizia, meticoloso e intuitivo, che viene messo a capo della squadra che indaga sull’omicidio del procuratore della Repubblica di Milano Edoardo Castelli.
Gli unici indizi che lo guidano a scoprire il colpevole, tra viaggi e rischi enormi, sono alcune polaroid che ritraggono il gruppo di amici della vittima ai tempi dell’università.
L’autore, grande lettore di Arthur Conan Doyle e Agatha Christie, ha creato un interessante e coinvolgente personaggio che, come Sherlock Holmes e Hercule Poirot, segue un metodo d’indagine che si basa sulla minuziosa osservazione del luogo del crimine e sulla deduzione logica. A queste peculiarità, appartenenti al giallo classico, Simone Manzoni ha aggiunto al suo protagonista un’umanità e una profonda capacità d’immersione nel territorio tipiche dei commissari Montalbano e Jules Maigret.
Oltre all’intrigante giallo, il cui finale lascia a bocca aperta, sono presenti anche le descrizioni dello stile di vita e della relazione amorosa di Baroni, che lo rendono un personaggio a cui è naturale affezionarsi subito.
Consiglio a tutti, non solo agli amanti del genere, questo bellissimo romanzo che regala piacevoli e intense ore di lettura e lascia con la voglia di scoprire nuove avventure dell’investigatore privato Matteo Baroni.