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Le radici del Buio

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William Colton ha perso sua moglie e sua figlia in una notte, senza una spiegazione razionale alla quale aggrapparsi.
Quattro mesi dopo, un incarico lo porta a Milano, dove incontra Eugenio Coletti, un parapsicologo che non solo considera reale ciò che William ha visto, ma è disposto a mostrargli che il soprannaturale esiste davvero.

È l’inizio di un viaggio dentro un mondo nascosto e oscuro, che mette in rotta di collisione William, Coletti, un misterioso magnate d’oltreoceano e creature e vicende le cui radici affondano nel passato.

Le Radici del Buio non è soltanto una storia di vampiri, licantropi e presenze oscure. È il percorso di un uomo ferito che cerca di capire cosa sia davvero un mostro, quanto siamo disposti a sacrificare per ciò che amiamo e se, davanti al buio, possiamo ancora scegliere cosa diventare.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto Le Radici del Buio per rispondere a una domanda: l’essere umano, posto di fronte alla scelta tra agire per il bene o per il male, quale strada sceglierebbe? Nutro da sempre interesse per i più famosi criminali della storia, perché ogni volta mi ritrovavo a chiedermi: «Come sarebbe stato, se avessero scelto diversamente?». In qualche modo, cerco di consegnare a chi legge la speranza che il bene sia possibile e che il male sia una scelta comoda, ma mai priva di conseguenze.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

La donna aveva camminato per miglia soltanto per quel momento.

Aveva attraversato paesi lacerati dalla guerra, altri travolti dal vortice del terrore e della fame, sola, alla ricerca di quell’istante fugace di pace.

Forse l’ultimo della sua esistenza.

Il cielo sopra il mare aveva già cominciato a tingersi di rosa, di viola e poi di sfumature più calde, quasi gialle, là dove il sole sarebbe sorto di lì a poco.

La prima alba con i suoi nuovi occhi.

L’ultima, sperava.

La donna stava cambiando.

Dopo tutte quelle miglia percorse a piedi nudi, non portava il minimo segno, la minima ferita sui piedi anneriti; la pelle aveva assunto il colore dell’avorio, luminosa, eterea, innaturale.

I suoi occhi, i suoi bellissimi occhi verdi, erano scivolati verso una sfumatura più vicina all’ambra e probabilmente — benché non potesse esserne certa — di notte brillavano di un riflesso rossastro, proprio come i suoi.

Inspirò a fondo, lasciando che l’aria salmastra le riempisse il petto. Socchiuse gli occhi e un sorriso quasi infantile le fiorì sul volto.

Poteva già sentire l’elettricità dell’alba intorno a sé, il calore crescere poco alla volta; gli esseri attorno a lei si stavano risvegliando — le piante, gli animali, gli uomini del villaggio ancora immobile e silenzioso.

Aprì gli occhi proprio quando una sottile lama di sole spezzò l’orizzonte, lungo quella linea scura che divideva il mare dal cielo.

Pianse, inginocchiandosi lentamente sulla sabbia, preparandosi ad abbandonare non soltanto il mondo che era stato la sua casa fin dal primo battito del cuore, ma anche coloro che amava.

Stava per dire loro addio.

Per sempre.

Quando i primi raggi le toccarono la pelle, la sensazione fu quasi quella di essersi seduta troppo vicino a un immenso falò.

Solo che non c’era modo di allontanarsi.

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Il calore si diffuse nel corpo, irradiandosi più a fondo, crescendo.

Il suo grido raggelò gli animali nei boschi, sulla spiaggia, nel villaggio vicino.

Gli occhi le rimasero spalancati, fissi sul cielo viola che sfumava nell’azzurro; la bocca deformata in un’espressione di dolore assoluto.

E allora il suo corpo, come se possedesse una coscienza propria, compì l’unica scelta che avesse ancora senso.

Riparo.

Doveva trovare riparo.

Milano 2019

William Colton, Eugenio Coletti — 10 ottobre, 10:00

Aprì gli occhi sul soffitto, il respiro corto, la pelle coperta da un sottile velo di sudore.

Sollevò le mani, ebbe bisogno di un momento per metterle a fuoco, poi si voltò a guardare Meredith — sua moglie.

Nella penombra che filtrava nella stanza dai lampioni della strada, riusciva a distinguerne il profilo.

Sorrise appena, nonostante il nodo che gli si stava ancora stringendo nello stomaco.

Allungò una mano per toccarle la spalla e trasalì.

Sebbene la coperta la coprisse fino al petto, la pelle era fredda — e qualcosa, nella consistenza, era orribilmente sbagliato.

Premette un po’ più forte, aspettandosi di incontrare la resistenza dell’osso sotto le dita, e invece non sentì nulla; soltanto carne che cedeva, che sprofondava al suo tocco.

«Tesoro?»

sussurrò, abbassando la mano per afferrarle il braccio, che si piegò oltre il gomito in un’angolazione innaturale.

«Oh mio… tesoro!»

Lei rimase immobile.

Più la fissava, più il suo corpo sembrava deformarsi, come se si stesse sgonfiando — perdendo la forma originaria, le ossa ormai incapaci di sostenerlo dall’interno.

E il suono.

Muscoli e organi che collassavano. Persino il viso che cedeva, rinunciando ai propri lineamenti.

Si mise seduto, lottando contro l’impulso di vomitare.

Gli occhi, ormai abituati al buio, colsero l’immobilità semichiusa dei suoi.

Lei non era più lì.

Poi si voltò di scatto — un istinto qualunque lo trascinò verso la porta.

«Zoey. Oh mio Dio, no!»

Oltre la soglia, nel corridoio che conduceva alla camera di Zoey, qualcosa lo stava guardando.

Era nero, dai contorni vaghi, mutevoli, inumani.

Quando sollevò lo sguardo, si immobilizzò.

Due occhi gialli, ardenti, lo fissavano — immobili, spalancati — e poi la bocca della cosa si piegò in un sorriso.

William deglutì, tentando di formare un suono.

E, con la stessa rapidità con cui era apparsa, la creatura scomparve, scattando lungo il corridoio a una velocità tale da sembrare dissolversi nell’aria.

Il clacson suonò per l’ennesima volta, strappandolo al sonno.

L’idea di andare in Italia era stata del suo caporedattore — forse soltanto un modo per tenerlo lontano da casa per un po’.

Erano passati meno di quattro mesi da quella notte, da quando si era svegliato da quello che aveva creduto un incubo e aveva visto tutto crollare: la sua vita ridotta in pezzi, la sua famiglia annientata e, impressa a fuoco nella memoria, l’ombra che era fuggita dalla camera di Zoey.

La polizia stava ancora indagando, e i suoi amici erano riusciti a convincerlo che si fosse trattato di un omicidio — soltanto un omicidio — e che il colpevole fosse una persona squilibrata che, per pura sfortuna, aveva scelto casa sua.

Lasciamo ombre, demoni e mostri ai film e ai libri.

Era il mantra che gli avevano ripetuto fino alla nausea, sostenendolo, sopportando i suoi stati di totale apatia alternati a momenti di frenesia lucida e iperattiva.

Quattro mesi dopo, ora si trovava in un paese straniero.

Il taxi era fermo sulla tangenziale da un po’; il silenzio del motore ibrido lo aveva presto ricondotto a quel dormiveglia inquieto, così come la voce del giovane autista che, nonostante William gli avesse praticamente spiegato la situazione a gesti, continuava a parlargli in quella lingua sconosciuta — italiano, probabilmente — anche se lui non capiva una parola.

Aveva un appuntamento in piazza Duomo alle dieci e trenta, quarantacinque minuti di tragitto, o almeno così gli aveva indicato Maps quando aveva calcolato il percorso dall’aeroporto al centro città.

Era in taxi da un’ora e un quarto, intrappolato tra auto e camion su ogni lato, mentre le moto scivolavano tra le corsie come piccoli animali agili.

«È sempre così, la mattina, da queste parti?»

Si sporse in avanti, puntellando entrambe le mani sul sedile del passeggero, costringendosi a parlare lentamente e nel modo più chiaro possibile.

«Oh, anche peggio, signore. Ogni mattina tutta questa gente si ammassa qui per entrare in città, nei suoi bei uffici. E per quelli come lei, in vacanza, il primo giorno è praticamente buttato.»

L’autista si voltò a guardarlo; erano fermi, non c’era pericolo.

Il bastardo, però, parlava inglese piuttosto bene — era solo pigro.

«In realtà non sono qui in vacanza. Sono un giornalista e devo scrivere un pezzo su una persona. Dovremmo incontrarci al Duomo tra trenta minuti e, a meno che questa Prius, oltre a essere elettrica, non sia dotata di razzi e ali, non vedo come possa succedere.»

Si tormentò il labbro inferiore con i denti, lanciando occhiate nervose alle auto davanti a loro, mentre avanzavano di qualche metro prima di fermarsi di nuovo.

«Trenta minuti? Le conviene chiamare un elicottero, la SWAT o una di quelle cose che avete voi americani e che ci fanno vedere in televisione.»

Il giovane rimise in moto il taxi per avanzare di pochi metri e si guardò attorno di scatto, come se gli fosse appena balenato un piano diabolico.

«Non abbiamo un numero unico da chiamare per far intervenire le forze speciali ogni volta che inciampiamo su uno scalino. È un’esagerazione dei film.»

Sentì la schiena schiacciarsi contro il sedile.

L’autista aveva trovato un varco e, violando almeno tre o quattro norme del codice della strada, si lanciò sulla corsia più a destra tra clacson e imprecazioni.

Funzionò: superò la fila di auto lungo la corsia d’emergenza, imboccò lo svincolo a due corsie e puntò dritto verso il centro città.

«A quanto pare ho trovato qualcuno più efficiente della SWAT. Grazie.»

Lo disse con un sorriso, gettando un’occhiata all’orologio e un’altra alla cartellina blu accanto a sé — le informazioni sulla persona che avrebbe dovuto intervistare.

Aveva sfogliato quelle pagine mentre era ancora seduto nell’ufficio del suo caporedattore e aveva promesso a sé stesso che le avrebbe lette con più attenzione in aereo — cosa che non aveva mai fatto, dal momento che, al secondo martini, era crollato con la faccia premuta contro il sedile in una posizione così scomoda da ritrovarsi poi con il collo quasi bloccato e la schiena terribilmente dolorante.

«I piaceri dei quarant’anni»

mormorò tra sé.

Il tassista gli sorrise dallo specchietto retrovisore, scambiando a quanto pare quell’osservazione per una risposta a qualunque cosa stesse dicendo. A giudicare dalla sua espressione, non era certo la prima volta che si rendeva conto che gran parte della conversazione era, di fatto, con sé stesso.

William prese il telefono quasi senza pensarci, storcendo la bocca davanti alla notifica che lo avvertiva del meteo previsto a Milano per quel giorno. Poi, con un gesto tanto meccanico da non accorgersi quasi di compierlo, aprì la galleria fotografica.

«Bene. A quanto pare ti ricordi ancora come si fa il tuo lavoro.»

Mormorò quelle parole sottovoce, con una lieve smorfia sul viso. Quasi per riflesso, gli occhi scattarono verso lo specchietto retrovisore per assicurarsi che il suo compagno di viaggio non avesse colto anche quella.

Era una vecchia abitudine. Vecchia almeno quanto gli smartphone con fotocamere abbastanza nitide da renderla utile.

Ogni volta che Peter gli consegnava una cartellina, William fotografava il materiale contenuto se portarselo dietro sarebbe stato poco pratico — o semplicemente stupido. Lo aiutava con gli improvvisi attacchi di amnesia di cui gli intervistati tendevano a soffrire nel momento esatto in cui un registratore entrava nel loro campo visivo.

E, doveva ammetterlo, lo aiutava anche quando un lungo viaggio e un bicchiere di troppo alla fine gli presentavano il conto.

Era un’assicurazione, niente di più.

Tutto ciò che a prima vista aveva considerato importante sarebbe rimasto lì quando gli fosse servito davvero.

Il trucco aveva sempre funzionato.

Perché abbandonarlo proprio adesso?

L’inizio del fascicolo prometteva pochissime emozioni.

Eugenio Coletti.

Nato a Milano.

Psicologo. Parapsicologo. Docente. Autore.

Nient’altro che punti elenco, interrotti qua e là dalle opinioni dei colleghi.

O dei detrattori.

Controverso.

Brillante.

Un ciarlatano.

Non un brutto modo per tornare alla normalità, suppose.

Gli avevano affidato esattamente il tipo d’uomo di cui i caporedattori si ricordavano quando avevano bisogno di riempire una pagina su usi, costumi e curiosità verso Halloween.

Fantasmi, qualcuno?

Possessioni?

Poltergeist?

La bibliografia di Coletti, a prima vista, sembrava ancora meno interessante del resto.

Soltanto tre pubblicazioni.

Il diavolo nel cuore, 1976.

Oltre il velo, 1981.

I figli della notte, 1987.

Una curva violenta quasi gli fece volare il telefono dalle mani.

«Ehi! Se mi fa ammazzare, niente mancia!»

L’autista rispose con un sorriso appena accennato.

William lo fissò per diversi secondi, sinceramente incerto se stesse cominciando a provare simpatia per quell’uomo o se, una volta giunti a destinazione, avrebbe sentito l’impulso irresistibile di strangolarlo a mani nude.

Lo sguardo tornò distrattamente al telefono.

Poi, con i movimenti ormai automatici della memoria muscolare, gli occhi cominciarono a scorrere su e giù per la pagina.

Niente.

Scorse di nuovo.

Niente.

Sedici anni.

William sospirò, promettendo a sé stesso che avrebbe riaperto la cartellina vera e propria più tardi, anche solo per controllare il titolo del nuovo libro di Coletti. La mano destra gli salì alla fronte, le dita a premere brevemente sull’arcata come per massaggiarsi gli occhi attraverso l’osso.

«Cosa?»

chiese l’autista, notandolo nello specchietto.

«Niente. Credo mi stia venendo un’emicrania.»

«Ah.»

L’autista annuì.

Lo osservò per qualche istante, aprì la bocca come se stesse per dire qualcosa, poi a quanto pare cambiò idea. Annuì invece a sé stesso e fece a entrambi la cortesia di tornare a concentrarsi sulla strada e sul traffico.

«Pigro del cazzo.»

William lo mormorò ancora una volta sottovoce.

La risata sommessa dell’autista gli fece capire che non era stato affatto abbastanza sommesso.

Più in basso, nel fascicolo, le pubblicazioni riprendevano finalmente nei primi anni Duemila.

Un paio di saggi accademici pubblicati da un piccolo editore svizzero e poi una nuova versione del bestseller di Coletti — una rielaborazione de Il diavolo nel cuore.

«Eccolo. Meglio del previsto.»

William scosse la testa.

Ricerca privata.

La frase gli era rimasta impressa.

Vedere la bibliografia distesa davanti a sé gliel’aveva riportata alla mente.

Scorse le fotografie finché non ritrovò la pagina, la sezione rilevante cerchiata da Peter e aggredita da tre direzioni con frecce rosse che indicavano uno dei punti su cui valeva la pena indagare.

Ricerca privata.

Il genere di formula che le persone usavano quando volevano riassumere un periodo della propria vita di cui non desideravano parlare pubblicamente.

O, più spesso, di cui non potevano parlare.

William optò per una rapida ricerca online.

In parte per curiosità professionale.

In parte per risparmiare alle proprie coronarie lo sforzo di osservare qualunque manovra folle il suo autista avesse apparentemente deciso fosse perfetta per far morire entrambi proprio quel giorno.

«Foto dai tuoi libri. Vediamo se da giovane eri un hippie.»

Rise brevemente quando il browser produsse ciò che stava cercando.

Ogni volta che Coletti era stato fotografato per uno dei suoi libri, sembrava assumere esattamente la stessa postura.

Le mani unite mollemente sull’addome.

La destra sopra la sinistra.

Appena a sfiorarsi.

«A quanto pare ti piacciono i Panama bianchi.»

Ne notò un paio di fotografie.

Nelle occasioni mondane, a quanto sembrava, Coletti preferiva attirare molta più attenzione.

Il cappello stonava vistosamente con il resto: tweed e camicia, in uno stile decisamente britannico.

«Amico mio, mi rifiuto di credere che nessuno ti abbia mai detto che eri una merda assoluta nel vestirti.»

Il taxi lo riportò alla realtà.

Una brusca frenata.

Il giro della chiave.

E William si rese conto che l’impossibile, in qualche modo, era davvero accaduto.

Erano arrivati.

A considerevole rischio della vita di William — e probabilmente della patente dell’autista — il taxi era riuscito davvero a condurlo all’appuntamento in tempo.

2026-09-23

A6 Fanzine

Intervista a Augusto Lai per A6 Fanzine - www.a6fanzine.it  Se dovessi riassumere 'Le radici del Buio' in tre parole o in un'unica frase a effetto per incuriosire chi non lo ha ancora aperto, quali sceglieresti?" Userei tre aggettivi: serrato, claustrofobico, cinematografico. Serrato, perché il primo libro si svolge nell’arco di pochi giorni, a quattro mesi dalla tragedia che colpisce il protagonista. Claustrofobico, perché alcune parti si svolgono in spazi stretti e chiusi. Poi, quegli stessi spazi angusti diventano l’animo umano, mentre il mondo attorno si espande. Cinematografico, perché, essendo il primo di una serie, il romanzo ha il compito di gettare le basi del mondo che il lettore imparerà a conoscere. Per evitare che risultasse noioso, lento o pesante, ho adottato uno stile fatto di scene brevi e cambi di punto di vista, coinvolgendo più personaggi nei 41 capitoli che compongono il libro.  "Vampiri, licantropi e presenze oscure sono figure iconiche che la cultura pop, dal fumetto al cinema, ha esplorato in ogni salsa. Cosa ti ha spinto a riportarle in scena oggi e in cosa si differenzia la 'tua' versione di queste creature rispetto all'immaginario classico?" In parte, le ho utilizzate proprio perché i lettori di questo genere di romanzi hanno grande familiarità con queste creature. Si trattava, perciò, di un ambiente sicuro e familiare, mentre tutto il resto attorno poteva apparire nuovo e persino spiazzante. Per quanto riguarda i vampiri, mi sono ispirato ad autori come Anne Rice, mentre per i licantropi ho attinto a piene mani ad alcuni concetti della serie cinematografica Underworld. Ho cercato, comunque, di dare loro una natura umana, tanto nei sentimenti quanto nelle azioni, riducendo quella distanza estrema che potrebbe esserci tra noi e creature potenzialmente immortali e potentissime.  "Il libro è ambientato a Milano, una città che nell'immaginario comune evoca frenesia, lavoro e modernità, piuttosto che misteri antichi. Come si sposa una metropoli così contemporanea con un'atmosfera da thriller paranormale e dark fantasy?" In realtà, specialmente per chi ci ha vissuto per più di un decennio, come me, Milano di giorno è esattamente questo: frenesia, lavoro, modernità. Di notte, però, cambia completamente. È una città che ha la sua storia, le sue tradizioni occulte e oscure e le sue leggende. Un luogo che mi è caro e che ho riportato anche nel romanzo è l’ex manicomio di Mombello, ormai abbandonato: un vero luogo del terrore, che porta con sé storie da brivido.  "Il protagonista, William Colton, è un uomo devastato da una tragedia e catapultato in una realtà inconcepibile. Senza fare troppi spoiler, che tipo di sguardo porta all'interno della storia? È il classico 'eroe per caso' o un uomo guidato solo dall'oscurità che ha dentro?" Nel primo libro, ciò che lo spinge ad andare avanti è l’ostinazione. Nessuno sa spiegargli ciò che gli è successo, nessuno riesce a dargli un senso. Gli hanno detto che la sua famiglia è morta e che lui dovrebbe accettarlo, senza fare altre domande. Ma William è un giornalista e, pur portando nel cuore il dolore della perdita, cerca di scoprire la verità, di avvicinarsi a essa, affrontando le paure di un uomo comune, come tutti noi.  "Nella trama compare la figura di un parapsicologo, Eugenio Coletti. Da esterna mi affascina molto il corto circuito tra scienza e occulto: nel tuo libro prevale il rigore dell'indagine quasi da noir/investigativo o la pura componente soprannaturale?" Una delle sfide è stata proprio questa. Non volevo creare un romanzo che ignorasse completamente le regole del mondo in cui viviamo. Perciò, qualsiasi creatura appaia nello scorrere delle pagine, deve sottostare alle stesse regole che governano il nostro mondo. E dove, invece, sembra ignorarle, esiste comunque una spiegazione plausibile o verosimile.  "Nelle note di presentazione del libro citi il tuo interesse per la criminologia e per le grandi figure oscure della storia, chiedendoti cosa spinga una persona a scegliere il male. Come si riflette questa tua curiosità psicologica nei personaggi del romanzo?" Per spiegarlo, vorrei fare una breve premessa. Fino ai primi del Novecento, una parte della società credeva che esistesse una vera e propria predisposizione al male, come teorizzato da Cesare Lombroso. Poi, negli anni Sessanta e Settanta, si è sviluppato il profiling così come lo conosciamo oggi, con la formazione del gruppo dell’FBI portato alla ribalta dalla serie TV Mindhunter. Anche in quell’approccio, però, si attribuiva grande valore al contesto sociale nel quale il possibile criminale era cresciuto. Io credo molto nel valore della scelta. In un dato momento, un individuo che, per esperienze pregresse o traumi, potrebbe essere portato a compiere un gesto malvagio ha ancora la facoltà di scegliere se farlo o meno. Praticamente tutti i personaggi della storia affrontano un momento nel quale possono scegliere. E non sempre scelgono il bene. Anzi.  "Occupandomi molto di fumetto e storie figurate, noto sempre quanto la cultura visiva influenzi la scrittura. Quando ideavi le scene di 'Le radici del Buio', avevi in mente un ritmo più cinematografico o riferimenti legati a determinati autori o illustratori?" Nell’ideare le varie scene del libro, mi sono rifatto molto a Miller per la componente fisica della scena. Ogni gesto, colpo e corpo deve avere un suo peso, una massa e una resa facilmente identificabile. Allo stesso modo, mi sono ispirato molto a Zack Snyder, che ha trasposto alcuni fumetti in film in maniera eccezionale. Cercavo anche di trasmettere inquietudine in scene apparentemente normali e, in questo, mi sono ispirato a Stephen King e persino a Steven Spielberg e Peter Benchley, in particolare per la scena del primo attacco nel film e nel romanzo Lo squalo.  "Il libro sembra muoversi sul filo del rasoio tra thriller, horror psicologico e fantasy urbano. Come sei riuscito a dosare questi elementi senza far pendere troppo la bilancia da una parte sola?" Non è stato semplice e ha richiesto diverse riscritture. L’horror psicologico e il fantasy, infatti, possono richiedere che i personaggi si ritrovino in determinate situazioni perché la storia deve avanzare o per dare al lettore una particolare soddisfazione. Il thriller, invece, richiede che ogni passo avanti sia compiuto dal personaggio perché ha posto la domanda giusta oppure ha seguito la propria intuizione. Di nuovo, ha scelto di trovarsi lì perché, dal suo punto di vista, aveva senso farlo. Ed è attraverso le sue scelte che la storia procede.  "Che tipo di esperienza emotiva ti auguri che viva il lettore durante la lettura? Vuoi che prevalga la tensione del mistero, l'inquietudine dell'horror o la riflessione sui dilemmi morali dei personaggi?" Un mix di tutto, onestamente. Questo libro mi è servito per affrontare il trauma della morte di un mio carissimo amico, caduto in Ucraina come combattente a fianco dell’esercito ucraino. C’è quindi il senso della perdita, il dolore di fronte a un evento che è sempre traumatico e brutale. Vorrei che il lettore desiderasse proseguire nella lettura perché riesce a cogliere i piccoli collegamenti tra un personaggio e l’altro, tra un fatto e un altro che, per il periodo storico o la localizzazione geografica, sembrano del tutto scollegati. Invece, sono come un filo rosso che riunisce tutto e che poi si interrompe proprio dove inizia il secondo libro. Nella mia mente, questa storia è un’esalogia. Tre libri sono già ultimati e, per i tre restanti, ho già definito i punti principali e, ovviamente, il gran finale.  "Il romanzo è attualmente in campagna di crowdfunding su Bookabook. Da autore, com'è presentare e 'raccontare' un libro a una community di lettori prima ancora che questo sia fisicamente stampato e riposto sugli scaffali?" Onestamente, è un po’ come fare il musicista in una band poco conosciuta. Quando suoni in una cover band, tutti conoscono già il testo e la melodia: è più facile che cantino insieme a te e ti accompagnino. Quando, invece, presenti i tuoi inediti, qualcosa che, a parte gli amici stretti, nessuno ha mai sentito, devi essere capace di attirare l’attenzione e di crearti un seguito. Ed è quello che spero di fare con Le Radici del Buio, augurandomi che tante persone vogliano seguire il viaggio che ho immaginato. Grazie di cuore per lo spazio che mi avete concesso.
2026-09-21

Blog Il Gorgo Nero

William Colton ha perso sua moglie e sua figlia in una notte, con modalità inspiegabili. Quattro mesi dopo, un incarico lo porta a Milano, dove incontra Eugenio Coletti, un parapsicologo che non solo considera reale ciò che William ha visto, ma è disposto a mostrargli che il soprannaturale esiste davvero. È l’inizio di un viaggio dentro un mondo nascosto e oscuro, che mette in rotta di collisione William, Coletti, un misterioso magnate d’oltreoceano e creature e vicende le cui radici affondano nel passato. Le Radici del Buio di Augusto Lai non è soltanto una storia di vampiri, licantropi e presenze oscure. È il percorso di un uomo ferito che cerca di capire cosa sia davvero un mostro, quanto siamo disposti a sacrificare per ciò che amiamo e se, davanti al buio, possiamo ancora scegliere cosa diventare. Augusto Lai ha 43 anni, vive a Genova ed è un ingegnere informatico. Con Le radici del buio esordisce nella narrativa, affidandosi al meccanismo del crowdfunding promosso da Bookabook. Augusto, prima di parlare del romanzo: che rapporto hai con la scrittura e come è nato il desiderio di raccontare una storia come Le Radici del Buio? Quando ero ragazzino: scrivevo i testi delle canzoni per la band in cui cantavo o suonavo la chitarra. In seguito mi sono avvicinato ai giochi di ruolo da tavolo, sia come giocatore sia come master. Inventare storie che potessero essere interessanti da vivere anche per altre persone è diventato qualcosa di naturale. Sono anche papà di due bambine piccole. Non sanno ancora leggere, ma ho già iniziato a mettere per iscritto idee e spunti per alcune delle storie che racconto loro. La scrittura di un romanzo, però, ha assunto per me un significato diverso: è diventata una forma di terapia. L’anno scorso mi ha aiutato ad affrontare il trauma della morte di un mio caro amico in Ucraina. Hai raccontato che la scrittura ti ha aiutato ad affrontare il trauma della morte di un tuo amico in Ucraina. Se te la senti, ci racconti che cosa ha significato per te metterti a scrivere in quel periodo e in che modo questo percorso personale ha accompagnato la nascita del romanzo? All’inizio scrivere mi serviva a non avere continuamente la testa dentro al dolore. La morte è sempre un evento traumatico. Quando però arriva così presto, quando un amico più giovane di te perde la vita in maniera violenta, è qualcosa di brutale. La botta emotiva è fortissima. Nel corso degli anni avevo raccolto idee, bozze, ricerche e spunti che trovavo interessanti. Ho cercato di capire se fossi in grado di mettere tutto insieme e raccontare una storia. Scrivere mi ha dato qualcosa su cui concentrarmi e un modo per attraversare quel periodo. Alla fine, da quel materiale è nata una storia che si sviluppa nell’arco di sei libri. Tre sono già ultimati e Le Radici del Buio è il primo. Come ogni primo volume di una saga, introduce il lettore al mondo narrativo che ho sviluppato nella mia testa. Le Radici del Buio si apre con William Colton, un uomo segnato dalla perdita della moglie e della figlia e dal ricordo di una figura impossibile. Da quale idea è nato William e quale domanda o mistero spinge il lettore a seguirlo? William è, per certi versi, l’incarnazione della mia curiosità per il mondo. È un giornalista: il suo mestiere è fare domande, scoprire, approfondire, cercare quella che per lui è la verità o una prova di ciò che sta cercando. Io faccio qualcosa di simile: leggo, cerco informazioni online, chiedo e ascolto. William è la personificazione di questa mia curiosità. Anche lui ha subito un trauma, perdendo la moglie e la figlia. Il problema è che il loro assassino non è una persona che la polizia possa arrestare. William non ha un volto da descrivere: ricorda un’ombra nera, con terrificanti occhi gialli. Il primo libro accompagna William nella ricerca e nella scoperta, ma anche nel modo in cui decide di affrontare il dolore della perdita. Nel romanzo si incontrano vampiri, licantropi, archeologia, scienza e mitologia. Come hai costruito un mondo in cui elementi tanto diversi convivono, e che cosa distingue le tue creature da quelle a cui il pubblico horror e fantasy è abituato? L’idea di base era creare un romanzo al quale chiunque potesse avvicinarsi, credente oppure no, senza sentirsi dire: «Questa è la religione che vale per la storia. Adattati». Ho fatto ricerche sulle figure di Adamo, Eva, Caino, Abele e Lilith. Quest’ultima compare in una veste diversa da quella a cui molti lettori sono abituati, ispirata anche a tradizioni molto antiche. Volevo utilizzare nomi familiari senza attribuire necessariamente ai personaggi i ruoli o i poteri che siamo soliti associare loro. Per i vampiri e i licantropi mi sono ispirato molto al folklore dell’Europa orientale e alla Londra vittoriana, ma anche alle mie esperienze con i giochi di ruolo della White Wolf, ai libri di Anne Rice e, perché no, ho strizzato l’occhio anche ai film di Underworld. La storia, però, si svolge nel nostro mondo, nel 2019. Ho quindi cercato di fare in modo che ogni creatura e ogni personaggio seguissero regole coerenti con quel mondo e con la scienza, oppure con una visione più ampia, metafisica, della realtà. Tra gli elementi più enigmatici della storia ci sono una spedizione archeologica nel Nord della Francia e un’antichissima figura chiamata «la Madre». Senza anticipare troppo, quale legame esiste tra le scoperte del passato e gli eventi che sconvolgono il presente? Il messaggio di tutto il libro, e in parte dell’intera saga, è proprio questo: passato e presente sono più connessi di quanto immaginiamo o, talvolta, abbiamo il coraggio di ammettere. Molti eventi del passato continuano a influenzare il presente, indipendentemente dal fatto che siano stati positivi, negativi o traumatici. La Madre rappresenta anche un’altra idea: nessuno, neppure una creatura potenzialmente potentissima, è al sicuro dalla morte o dalle conseguenze degli errori. Dei propri, ma anche di quelli commessi dalle persone che le sono vicine. Il romanzo attraversa luoghi e prospettive differenti, alternando il mistero a scene di forte tensione. Come hai lavorato per mantenere il senso di minaccia e quali atmosfere volevi far vivere al lettore? Le Radici del Buio dedica molto spazio alla costruzione dell’universo narrativo. In alcuni punti, forse persino troppo! Ho pensato che un taglio da serie TV, alternando momenti lenti e introspettivi ad altri di pura azione, fosse il modo migliore per mantenere il lettore coinvolto e accompagnarlo nella scoperta di questo mondo. In un certo senso, il primo romanzo è una specie di manuale d’istruzioni per vivere dentro la saga, ma con qualche esplosione qua e là in stile Michael Bay, per non rischiare di far addormentare il lettore. Le Radici del Buio è il primo libro di un’esalogia. Qual è l’idea narrativa che tiene insieme i sei romanzi e che tipo di percorso attende chi inizierà questa storia dal primo volume, senza naturalmente svelarne gli sviluppi? La base di tutto è la scelta. Le scelte dei padri, che hanno effetti sui figli. Quelle dei creatori, che ricadono sulle proprie creature. Le scelte dei potenti, che possono decidere di agire per il bene del mondo oppure cercare di distruggerlo. E quelle di chi potrebbe intervenire per salvare qualcuno, ma decide di non farlo. Nel romanzo compaiono anche alcuni personaggi storici. In parte, vorrei che il lettore arrivasse a chiedersi: «E se avesse scelto di agire diversamente?». È una domanda che attraversa la saga e che, credo, riguarda anche la vita di tutti noi. Il romanzo è stato selezionato da Bookabook ed è ora in campagna di crowdfunding editoriale. Come funziona il preordine, quale traguardo deve raggiungere il progetto e che cosa significa per te poter coinvolgere i lettori già prima della pubblicazione? Il preordine è il meccanismo attraverso cui bookabook finanzia le fasi successive del percorso editoriale. I manoscritti vengono valutati da un team e Le Radici del Buio ha superato due livelli di selezione. La campagna ha una prima soglia di 200 copie preordinate, legata al percorso di pubblicazione, all’editing professionale e alla distribuzione del libro nelle librerie e negli store. Il traguardo successivo è 300 copie, al quale sono associate ulteriori attività promozionali e la partecipazione a concorsi. L’aspetto che ho apprezzato di più, affacciandomi a questo mondo, è che bookabook non chiede all’autore di pagare per pubblicare. Il progetto si sostiene attraverso una comunità di lettori che sceglie di credere nel libro ancora prima della sua uscita. Questi lettori possono anche condividere le proprie impressioni. Raccoglierò i loro feedback e li trasmetterò al team editoriale: mi piace l’idea che possano partecipare al percorso che porterà alla versione pubblicata del romanzo. Le Radici del Buio può essere preordinato dalla pagina ufficiale della campagna: https://bookabook.it/libro/le-radici-del-buio/ Chi effettua il preordine può scrivermi a lai.augusto@yahoo.it per richiedere la bozza finale digitale del romanzo e leggere la storia in anteprima, prima del lavoro editoriale previsto in caso di pubblicazione. I lettori possono inviarmi le loro osservazioni: le raccoglierò e le condividerò con il team editoriale, affinché possano essere valutate durante la lavorazione del libro. Se il romanzo verrà pubblicato, vorrei dedicare uno spazio nei ringraziamenti alle persone, alle community, ai club del libro e alle associazioni che hanno deciso di aiutarmi. Per chi desidera preordinare il romanzo questa settimana, è disponibile il codice ED7EECA6DC, che offre uno sconto del 10%.

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Augusto Lai
Mi chiamo Augusto Lai e sono nato a Genova il 23 maggio 1983, in una famiglia dall’impronta multiculturale. Mio padre ha lavorato per anni a bordo di navi da crociera e mia madre si è stabilita in Brasile in giovane età. Da questo è nata una profonda curiosità verso culture diverse, tanto dal punto di vista storico quanto folkloristico. Crescendo mi sono appassionato alla storia, in particolare ai periodi ellenistico, romano e medievale, e alla psicologia. La vita mi ha portato a lavorare prevalentemente in ambito informatico, mentre coltivavo la passione per la musica, la letteratura e le arti marziali. Sono un fan sfegatato di Anne Rice, di Stephen King, George R.R. Martin e Sir Arthur Conan Doyle. Ho un debole per fantasy, horror e thriller, con qualche divagazione nella fantascienza, soprattutto con Star Wars. Tutti questi interessi hanno dato vita al mondo di Le Radici del Buio.
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