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Le radici del Buio

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Consegna prevista Giugno 2027
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William Colton ha perso sua moglie e sua figlia in una notte, senza una spiegazione razionale alla quale aggrapparsi.
Quattro mesi dopo, un incarico lo porta a Milano, dove incontra Eugenio Coletti, un parapsicologo che non solo considera reale ciò che William ha visto, ma è disposto a mostrargli che il soprannaturale esiste davvero.

È l’inizio di un viaggio dentro un mondo nascosto e oscuro, che mette in rotta di collisione William, Coletti, un misterioso magnate d’oltreoceano e creature e vicende le cui radici affondano nel passato.

Le Radici del Buio non è soltanto una storia di vampiri, licantropi e presenze oscure. È il percorso di un uomo ferito che cerca di capire cosa sia davvero un mostro, quanto siamo disposti a sacrificare per ciò che amiamo e se, davanti al buio, possiamo ancora scegliere cosa diventare.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto Le Radici del Buio per rispondere a una domanda: l’essere umano, posto di fronte alla scelta tra agire per il bene o per il male, quale strada sceglierebbe? Nutro da sempre interesse per i più famosi criminali della storia, perché ogni volta mi ritrovavo a chiedermi: «Come sarebbe stato, se avessero scelto diversamente?». In qualche modo, cerco di consegnare a chi legge la speranza che il bene sia possibile e che il male sia una scelta comoda, ma mai priva di conseguenze.

ANTEPRIMA NON EDITATA

 

La donna aveva camminato per miglia soltanto per quel momento.

Aveva attraversato paesi lacerati dalla guerra, altri travolti dal vortice del terrore e della fame, sola, alla ricerca di quell’istante fugace di pace.

Forse l’ultimo della sua esistenza.

Il cielo sopra il mare aveva già cominciato a tingersi di rosa, di viola e poi di sfumature più calde, quasi gialle, là dove il sole sarebbe sorto di lì a poco.

La prima alba con i suoi nuovi occhi.

L’ultima, sperava.

La donna stava cambiando.

Dopo tutte quelle miglia percorse a piedi nudi, non portava il minimo segno, la minima ferita sui piedi anneriti; la pelle aveva assunto il colore dell’avorio, luminosa, eterea, innaturale.

I suoi occhi, i suoi bellissimi occhi verdi, erano scivolati verso una sfumatura più vicina all’ambra e probabilmente — benché non potesse esserne certa — di notte brillavano di un riflesso rossastro, proprio come i suoi.

Inspirò a fondo, lasciando che l’aria salmastra le riempisse il petto. Socchiuse gli occhi e un sorriso quasi infantile le fiorì sul volto.

Poteva già sentire l’elettricità dell’alba intorno a sé, il calore crescere poco alla volta; gli esseri attorno a lei si stavano risvegliando — le piante, gli animali, gli uomini del villaggio ancora immobile e silenzioso.

Aprì gli occhi proprio quando una sottile lama di sole spezzò l’orizzonte, lungo quella linea scura che divideva il mare dal cielo.

Pianse, inginocchiandosi lentamente sulla sabbia, preparandosi ad abbandonare non soltanto il mondo che era stato la sua casa fin dal primo battito del cuore, ma anche coloro che amava.

Stava per dire loro addio.

Per sempre.

Quando i primi raggi le toccarono la pelle, la sensazione fu quasi quella di essersi seduta troppo vicino a un immenso falò.

Solo che non c’era modo di allontanarsi.

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Il calore si diffuse nel corpo, irradiandosi più a fondo, crescendo.

Il suo grido raggelò gli animali nei boschi, sulla spiaggia, nel villaggio vicino.

Gli occhi le rimasero spalancati, fissi sul cielo viola che sfumava nell’azzurro; la bocca deformata in un’espressione di dolore assoluto.

E allora il suo corpo, come se possedesse una coscienza propria, compì l’unica scelta che avesse ancora senso.

Riparo.

Doveva trovare riparo.

Milano 2019

William Colton, Eugenio Coletti — 10 ottobre, 10:00

Aprì gli occhi sul soffitto, il respiro corto, la pelle coperta da un sottile velo di sudore.

Sollevò le mani, ebbe bisogno di un momento per metterle a fuoco, poi si voltò a guardare Meredith — sua moglie.

Nella penombra che filtrava nella stanza dai lampioni della strada, riusciva a distinguerne il profilo.

Sorrise appena, nonostante il nodo che gli si stava ancora stringendo nello stomaco.

Allungò una mano per toccarle la spalla e trasalì.

Sebbene la coperta la coprisse fino al petto, la pelle era fredda — e qualcosa, nella consistenza, era orribilmente sbagliato.

Premette un po’ più forte, aspettandosi di incontrare la resistenza dell’osso sotto le dita, e invece non sentì nulla; soltanto carne che cedeva, che sprofondava al suo tocco.

«Tesoro?»

sussurrò, abbassando la mano per afferrarle il braccio, che si piegò oltre il gomito in un’angolazione innaturale.

«Oh mio… tesoro!»

Lei rimase immobile.

Più la fissava, più il suo corpo sembrava deformarsi, come se si stesse sgonfiando — perdendo la forma originaria, le ossa ormai incapaci di sostenerlo dall’interno.

E il suono.

Muscoli e organi che collassavano. Persino il viso che cedeva, rinunciando ai propri lineamenti.

Si mise seduto, lottando contro l’impulso di vomitare.

Gli occhi, ormai abituati al buio, colsero l’immobilità semichiusa dei suoi.

Lei non era più lì.

Poi si voltò di scatto — un istinto qualunque lo trascinò verso la porta.

«Zoey. Oh mio Dio, no!»

Oltre la soglia, nel corridoio che conduceva alla camera di Zoey, qualcosa lo stava guardando.

Era nero, dai contorni vaghi, mutevoli, inumani.

Quando sollevò lo sguardo, si immobilizzò.

Due occhi gialli, ardenti, lo fissavano — immobili, spalancati — e poi la bocca della cosa si piegò in un sorriso.

William deglutì, tentando di formare un suono.

E, con la stessa rapidità con cui era apparsa, la creatura scomparve, scattando lungo il corridoio a una velocità tale da sembrare dissolversi nell’aria.

Il clacson suonò per l’ennesima volta, strappandolo al sonno.

L’idea di andare in Italia era stata del suo caporedattore — forse soltanto un modo per tenerlo lontano da casa per un po’.

Erano passati meno di quattro mesi da quella notte, da quando si era svegliato da quello che aveva creduto un incubo e aveva visto tutto crollare: la sua vita ridotta in pezzi, la sua famiglia annientata e, impressa a fuoco nella memoria, l’ombra che era fuggita dalla camera di Zoey.

La polizia stava ancora indagando, e i suoi amici erano riusciti a convincerlo che si fosse trattato di un omicidio — soltanto un omicidio — e che il colpevole fosse una persona squilibrata che, per pura sfortuna, aveva scelto casa sua.

Lasciamo ombre, demoni e mostri ai film e ai libri.

Era il mantra che gli avevano ripetuto fino alla nausea, sostenendolo, sopportando i suoi stati di totale apatia alternati a momenti di frenesia lucida e iperattiva.

Quattro mesi dopo, ora si trovava in un paese straniero.

Il taxi era fermo sulla tangenziale da un po’; il silenzio del motore ibrido lo aveva presto ricondotto a quel dormiveglia inquieto, così come la voce del giovane autista che, nonostante William gli avesse praticamente spiegato la situazione a gesti, continuava a parlargli in quella lingua sconosciuta — italiano, probabilmente — anche se lui non capiva una parola.

Aveva un appuntamento in piazza Duomo alle dieci e trenta, quarantacinque minuti di tragitto, o almeno così gli aveva indicato Maps quando aveva calcolato il percorso dall’aeroporto al centro città.

Era in taxi da un’ora e un quarto, intrappolato tra auto e camion su ogni lato, mentre le moto scivolavano tra le corsie come piccoli animali agili.

«È sempre così, la mattina, da queste parti?»

Si sporse in avanti, puntellando entrambe le mani sul sedile del passeggero, costringendosi a parlare lentamente e nel modo più chiaro possibile.

«Oh, anche peggio, signore. Ogni mattina tutta questa gente si ammassa qui per entrare in città, nei suoi bei uffici. E per quelli come lei, in vacanza, il primo giorno è praticamente buttato.»

L’autista si voltò a guardarlo; erano fermi, non c’era pericolo.

Il bastardo, però, parlava inglese piuttosto bene — era solo pigro.

«In realtà non sono qui in vacanza. Sono un giornalista e devo scrivere un pezzo su una persona. Dovremmo incontrarci al Duomo tra trenta minuti e, a meno che questa Prius, oltre a essere elettrica, non sia dotata di razzi e ali, non vedo come possa succedere.»

Si tormentò il labbro inferiore con i denti, lanciando occhiate nervose alle auto davanti a loro, mentre avanzavano di qualche metro prima di fermarsi di nuovo.

«Trenta minuti? Le conviene chiamare un elicottero, la SWAT o una di quelle cose che avete voi americani e che ci fanno vedere in televisione.»

Il giovane rimise in moto il taxi per avanzare di pochi metri e si guardò attorno di scatto, come se gli fosse appena balenato un piano diabolico.

«Non abbiamo un numero unico da chiamare per far intervenire le forze speciali ogni volta che inciampiamo su uno scalino. È un’esagerazione dei film.»

Sentì la schiena schiacciarsi contro il sedile.

L’autista aveva trovato un varco e, violando almeno tre o quattro norme del codice della strada, si lanciò sulla corsia più a destra tra clacson e imprecazioni.

Funzionò: superò la fila di auto lungo la corsia d’emergenza, imboccò lo svincolo a due corsie e puntò dritto verso il centro città.

«A quanto pare ho trovato qualcuno più efficiente della SWAT. Grazie.»

Lo disse con un sorriso, gettando un’occhiata all’orologio e un’altra alla cartellina blu accanto a sé — le informazioni sulla persona che avrebbe dovuto intervistare.

Aveva sfogliato quelle pagine mentre era ancora seduto nell’ufficio del suo caporedattore e aveva promesso a sé stesso che le avrebbe lette con più attenzione in aereo — cosa che non aveva mai fatto, dal momento che, al secondo martini, era crollato con la faccia premuta contro il sedile in una posizione così scomoda da ritrovarsi poi con il collo quasi bloccato e la schiena terribilmente dolorante.

«I piaceri dei quarant’anni»

mormorò tra sé.

Il tassista gli sorrise dallo specchietto retrovisore, scambiando a quanto pare quell’osservazione per una risposta a qualunque cosa stesse dicendo. A giudicare dalla sua espressione, non era certo la prima volta che si rendeva conto che gran parte della conversazione era, di fatto, con sé stesso.

William prese il telefono quasi senza pensarci, storcendo la bocca davanti alla notifica che lo avvertiva del meteo previsto a Milano per quel giorno. Poi, con un gesto tanto meccanico da non accorgersi quasi di compierlo, aprì la galleria fotografica.

«Bene. A quanto pare ti ricordi ancora come si fa il tuo lavoro.»

Mormorò quelle parole sottovoce, con una lieve smorfia sul viso. Quasi per riflesso, gli occhi scattarono verso lo specchietto retrovisore per assicurarsi che il suo compagno di viaggio non avesse colto anche quella.

Era una vecchia abitudine. Vecchia almeno quanto gli smartphone con fotocamere abbastanza nitide da renderla utile.

Ogni volta che Peter gli consegnava una cartellina, William fotografava il materiale contenuto se portarselo dietro sarebbe stato poco pratico — o semplicemente stupido. Lo aiutava con gli improvvisi attacchi di amnesia di cui gli intervistati tendevano a soffrire nel momento esatto in cui un registratore entrava nel loro campo visivo.

E, doveva ammetterlo, lo aiutava anche quando un lungo viaggio e un bicchiere di troppo alla fine gli presentavano il conto.

Era un’assicurazione, niente di più.

Tutto ciò che a prima vista aveva considerato importante sarebbe rimasto lì quando gli fosse servito davvero.

Il trucco aveva sempre funzionato.

Perché abbandonarlo proprio adesso?

L’inizio del fascicolo prometteva pochissime emozioni.

Eugenio Coletti.

Nato a Milano.

Psicologo. Parapsicologo. Docente. Autore.

Nient’altro che punti elenco, interrotti qua e là dalle opinioni dei colleghi.

O dei detrattori.

Controverso.

Brillante.

Un ciarlatano.

Non un brutto modo per tornare alla normalità, suppose.

Gli avevano affidato esattamente il tipo d’uomo di cui i caporedattori si ricordavano quando avevano bisogno di riempire una pagina su usi, costumi e curiosità verso Halloween.

Fantasmi, qualcuno?

Possessioni?

Poltergeist?

La bibliografia di Coletti, a prima vista, sembrava ancora meno interessante del resto.

Soltanto tre pubblicazioni.

Il diavolo nel cuore, 1976.

Oltre il velo, 1981.

I figli della notte, 1987.

Una curva violenta quasi gli fece volare il telefono dalle mani.

«Ehi! Se mi fa ammazzare, niente mancia!»

L’autista rispose con un sorriso appena accennato.

William lo fissò per diversi secondi, sinceramente incerto se stesse cominciando a provare simpatia per quell’uomo o se, una volta giunti a destinazione, avrebbe sentito l’impulso irresistibile di strangolarlo a mani nude.

Lo sguardo tornò distrattamente al telefono.

Poi, con i movimenti ormai automatici della memoria muscolare, gli occhi cominciarono a scorrere su e giù per la pagina.

Niente.

Scorse di nuovo.

Niente.

Sedici anni.

William sospirò, promettendo a sé stesso che avrebbe riaperto la cartellina vera e propria più tardi, anche solo per controllare il titolo del nuovo libro di Coletti. La mano destra gli salì alla fronte, le dita a premere brevemente sull’arcata come per massaggiarsi gli occhi attraverso l’osso.

«Cosa?»

chiese l’autista, notandolo nello specchietto.

«Niente. Credo mi stia venendo un’emicrania.»

«Ah.»

L’autista annuì.

Lo osservò per qualche istante, aprì la bocca come se stesse per dire qualcosa, poi a quanto pare cambiò idea. Annuì invece a sé stesso e fece a entrambi la cortesia di tornare a concentrarsi sulla strada e sul traffico.

«Pigro del cazzo.»

William lo mormorò ancora una volta sottovoce.

La risata sommessa dell’autista gli fece capire che non era stato affatto abbastanza sommesso.

Più in basso, nel fascicolo, le pubblicazioni riprendevano finalmente nei primi anni Duemila.

Un paio di saggi accademici pubblicati da un piccolo editore svizzero e poi una nuova versione del bestseller di Coletti — una rielaborazione de Il diavolo nel cuore.

«Eccolo. Meglio del previsto.»

William scosse la testa.

Ricerca privata.

La frase gli era rimasta impressa.

Vedere la bibliografia distesa davanti a sé gliel’aveva riportata alla mente.

Scorse le fotografie finché non ritrovò la pagina, la sezione rilevante cerchiata da Peter e aggredita da tre direzioni con frecce rosse che indicavano uno dei punti su cui valeva la pena indagare.

Ricerca privata.

Il genere di formula che le persone usavano quando volevano riassumere un periodo della propria vita di cui non desideravano parlare pubblicamente.

O, più spesso, di cui non potevano parlare.

William optò per una rapida ricerca online.

In parte per curiosità professionale.

In parte per risparmiare alle proprie coronarie lo sforzo di osservare qualunque manovra folle il suo autista avesse apparentemente deciso fosse perfetta per far morire entrambi proprio quel giorno.

«Foto dai tuoi libri. Vediamo se da giovane eri un hippie.»

Rise brevemente quando il browser produsse ciò che stava cercando.

Ogni volta che Coletti era stato fotografato per uno dei suoi libri, sembrava assumere esattamente la stessa postura.

Le mani unite mollemente sull’addome.

La destra sopra la sinistra.

Appena a sfiorarsi.

«A quanto pare ti piacciono i Panama bianchi.»

Ne notò un paio di fotografie.

Nelle occasioni mondane, a quanto sembrava, Coletti preferiva attirare molta più attenzione.

Il cappello stonava vistosamente con il resto: tweed e camicia, in uno stile decisamente britannico.

«Amico mio, mi rifiuto di credere che nessuno ti abbia mai detto che eri una merda assoluta nel vestirti.»

Il taxi lo riportò alla realtà.

Una brusca frenata.

Il giro della chiave.

E William si rese conto che l’impossibile, in qualche modo, era davvero accaduto.

Erano arrivati.

A considerevole rischio della vita di William — e probabilmente della patente dell’autista — il taxi era riuscito davvero a condurlo all’appuntamento in tempo.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Augusto Lai
Mi chiamo Augusto Lai e sono nato a Genova il 23 maggio 1983, in una famiglia dall’impronta multiculturale. Mio padre ha lavorato per anni a bordo di navi da crociera e mia madre si è stabilita in Brasile in giovane età. Da questo è nata una profonda curiosità verso culture diverse, tanto dal punto di vista storico quanto folkloristico. Crescendo mi sono appassionato alla storia, in particolare ai periodi ellenistico, romano e medievale, e alla psicologia. La vita mi ha portato a lavorare prevalentemente in ambito informatico, mentre coltivavo la passione per la musica, la letteratura e le arti marziali. Sono un fan sfegatato di Anne Rice, di Stephen King, George R.R. Martin e Sir Arthur Conan Doyle. Ho un debole per fantasy, horror e thriller, con qualche divagazione nella fantascienza, soprattutto con Star Wars. Tutti questi interessi hanno dato vita al mondo di Le Radici del Buio.
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